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Mani impunite

Mani impunite
Vecchia e nuova corruzione in Italia
Edizione: 2007
Collana: Libri del Tempo [404]
ISBN: 9788842083382
Argomenti: Sociologia politica, Sociologia economica
  • Pagine 266
  • 16,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Con un tasso di corruzione percepita superiore a quello di molti paesi in via di sviluppo, l’Italia è un caso anomalo tra le grandi democrazie occidentali. Il problema è stato oggetto, negli ultimi anni, di una rimozione bipartisan, nell’indifferenza di buona parte della società civile. Basandosi su materiale giudiziario e su una sistematica rassegna stampa, questo volume indaga se e cosa sia veramente cambiato, dopo le inchieste di mani pulite, nella pratica, nei protagonisti e nei meccanismi che regolano la corruzione.

 

Indice

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Leggi un brano

La propensione alla corruzione non è iscritta in modo indelebile nel patrimonio genetico o nelle radici culturali di un popolo. La pratica della corruzione, in questo simile a quella del buongoverno, è il frutto di molteplici scelte individuali e collettive, assecondate o scoraggiate dalle caratteristiche del sistema istituzionale, dalle cerchie di relazioni e riconoscimento, dalla struttura di valori diffusi. La loro combinazione genera aspettative, consuetudini, credenze, modi di pensare e di giudicare il senso delle proprie azioni che ne orientano nel tempo l'evoluzione, modificando lentamente sia l'atteggiamento del pubblico nei confronti della corruzione, che la sua presa nello Stato e nella società civile. Anche nel caso italiano l'apparente paradosso di una democrazia consolidata e di un'economia avanzata che coesistono con la presenza estesa di molteplici forme di illegalità politico-amministrativa può essere spiegato dal persistere di alcune condizioni sociali, politiche ed economiche.Diverse ricerche empiriche hanno mostrato che la corruzione tende a crescere con la complessità e il grado di discrezionalità nella regolazione, l'inefficienza dell'amministrazione pubblica, il tempo richiesto alle imprese per gestire i loro rapporti con lo Stato, la sfiducia nel funzionamento della democrazia; essa tende invece a diminuire quanto più elevati sono la qualità dello Stato sociale (e la quantità di servizi pubblici forniti), i livelli di libertà economica, il rispetto dello Stato di diritto, la libertà d'informazione, l'entità delle sanzioni penali attese (Treisman, 2000; Lambsdorff, 2005; Vannucci, Cubeddu, 2006; Hopkin, Rodriguez-Pose, 2007). Numerose ricerche sul caso italiano hanno messo in luce la presenza di condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo della corruzione: un sistema di leggi oscuro e complesso; un'amministrazione pubblica con ampie sacche di inefficienza e clientelismo; la bassa fiducia nelle istituzioni dello Stato; un sistema di mass media caratterizzato da bassa professionalità e alta politicizzazione; un welfare state sempre meno capace di assicurare diritti in modo universalista; alti livelli di illegalità diffusa nella società civile, dall'economia sommersa all'evasione fiscale. Queste condizioni non hanno visto cambiamenti di rilievo a seguito degli scandali provocati dalle inchieste di mani pulite, che pure tante aspettative avevano suscitato. Al contrario, dopo l'iniziale clamore e i dibattiti sulle proposte di pene più severe per i corrotti e di migliori strumenti investigativi per la magistratura, gli ultimi anni hanno visto l'approvazione di provvedimenti che hanno ostacolato le indagini sulla criminalità economica, depenalizzato reati, accelerato la prescrizione, limitato l'autonomia della magistratura. In Italia permangono dunque condizioni favorevoli allo sviluppo e al radicamento di forme di corruzione sistemica.Nella nostra ricerca non ci siamo soffermati sull'analisi delle interazioni fra macrocause e macroeffetti, concentrando invece l'attenzione sui meccanismi della corruzione. La presenza di fattori ambientali che rendono la corruzione più appetibile e meno rischiosa non è infatti sufficiente a spiegare la sua diffusione. Come ogni altra interazione sociale, anche lo scambio corrotto richiede che le preferenze e le propensioni individuali siano sostenute dalla costruzione di appropriate istituzioni. Nel mercato della corruzione, in particolare, si è realizzato lo sviluppo di meccanismi di regolazione, che assicurano l'osservanza diffusa di un insieme di norme alternative a quelle legali, ma non per questo meno vincolanti. Per raccogliere informazioni sulle occasioni di corruzione e i potenziali partner, investire risorse ed energie nel raggiungimento di un accordo, trovare il modo di realizzarlo, è necessario infatti che sussista una qualche forma di adesione a certi modelli di comportamento, sia interiorizzati che imposti dall'esterno. Nei capitoli precedenti abbiamo guardato alle regole informali che governano i reticoli di scambi corrotti, esaminando in dettaglio i diversi «equilibri» che si associano a queste forme di protezione del sistema delle tangenti e distinguendo diverse tipologie a seconda del ruolo predominante in essi giocato dai diversi centri di potere (politico-amministrativo, economico, mafioso), della frequenza nella ripetizione del gioco, delle risorse disponibili per gli attori coinvolti.Questa analisi ha rivelato forti elementi di continuità, ma anche qualche novità nel confronto tra vecchi e nuovi modelli di corruzione. Innanzitutto, si è osservato che la breve stagione di mani pulite non è riuscita a scardinare l'equilibrio «ad alta densità di corruzione» che si era andato consolidando nel tempo. Già a proposito della «vecchia» corruzione si era osservato che, in assenza di contrappesi, la pratica della corruzione si autoalimenta, dando luogo a una spirale fondata sull'emarginazione o sull'allontanamento spontaneo dei non corrotti. [...]Quanto più la corruzione è diffusa e praticata, tanto minori sono i rischi di essere denunciati o scoperti, e più alto il costo della scelta di rimanere onesti. La semplice aspettativa che la corruzione sia generalizzata spinge un numero crescente di individui a farvi ricorso. Le competenze sulle tecniche migliori per far circolare tangenti - restando impuniti - si accumulano nel tempo, mentre i processi di selezione nella carriera politica, burocratica o imprenditoriale premiano la mancanza di scrupoli, la capacità di farsi largo grazie agli appoggi politici, la spregiudicatezza nel procacciare denaro a sé o al partito di riferimento. Anche le barriere morali di condanna della corruzione tendono a indebolirsi quanto più il fenomeno si diffonde, favorendo lo sviluppo di quella che è stata definita cultura della corruzione: «In tal modo la corruzione, che dapprima è una risposta all'insoddisfazione verso gli affari pubblici, diviene la determinante di una ulteriore, più profonda disaffezione che, a sua volta, prepara il terreno ad una corruzione maggiore» (Hirschman, 1983, p. 135).La storia della corruzione italiana può essere interpretata come un processo evolutivo di meccanismi sempre più sofisticati di regolazione e di governo degli scambi corrotti. Per questa ragione molti individui coinvolti nelle indagini hanno raffigurato l'immagine di un «sistema» che aveva leggi ferree, capaci di riprodursi e di regolare le condotte dei diversi attori: «Mi sono trovato - afferma un funzionario condannato per corruzione - in un meccanismo che viveva di vita propria, ma coinvolgente, e non ho saputo sottrarmi ad esso» (TAM, p. 94). [...] Quando le leggi, il sistema di regolazione, la risoluzione delle controversie, la protezione dei diritti, la circolazione delle informazioni e gli altri beni pubblici che sono il necessario complemento di qualsiasi sistema di mercato diventano anch'essi merci di scambio, vengono meno quelle condizioni minime di certezza e di prevedibilità che assecondano lo sviluppo economico e sociale. Si indeboliscono gli incentivi che possono stimolare gli imprenditori a investire nella produzione «creativa» di nuove conoscenze, mentre nei mercati politici ed economici prende avvio un processo di selezione dei peggiori: gli amministratori pubblici non sono premiati per la capacità di soddisfare istanze collettive, né gli imprenditori per l'abilità nel soddisfare i bisogni dei consumatori, ma piuttosto per la bravura nel costruire relazioni privilegiate con i centri di potere, la generosità nell'elargire tangenti o l'avidità nel raccoglierle, la capacità di orientarsi nei labirinti della regolazione formale (Vannucci, Cubeddu, 2006).

Recensioni

Vittorio Grevi su: Il Corriere della Sera (20/09/2007)

Dichiaratamente rivolta a elaborare una «analisi scientifica» dei meccanismi della corruzione, eppur prescindendo da una specifica prospettiva di ricostruzione delle responsabilità individuali, la ricerca condotta da Donatella della Porta e da Alberto Vannucci, ora confluita in un volume dal titolo quanto mai emblematico (Mani impunite), offre un quadro aggiornato e puntuale delle modalità tipiche del fenomeno corruttivo, nonché della sua diffusione nei più diversi settori della vita politico-amministrativa del nostro Paese.L'interesse degli autori si concentra soprattutto sulle caratteristiche dei diversi modelli storicamente sperimentati di regolazione della corruzione. Non solo sui contesti in cui più facilmente può maturare il mercato corruttivo, ma anche sul reticolo dei collegamenti tra soggetti privati e apparati pubblici che soprattutto lo favoriscono, senza trascurare la varia tipologia dei rapporti che in concreto si instaurano tra corruttori e corrotti. E così il discorso si sposta dagli approcci più o meno diretti dei primi verso i secondi alle varie fasi delle trattative, dall'intervento di faccendieri e di mediatori non sempre occasionali al momento della consegna della tangente in vista, o a seguito, del vantaggio illecitamente pattuito.All'interno di questa cornice teorica si collocano, tuttavia, anche numerosi riferimenti a episodi concreti di scambi scellerati (con nomi e cognomi dei diversi protagonisti), spesso inquadrati sullo sfondo di storie di corruzione, note o meno note, più ampie e complesse. Il tutto sulla scorta di una documentazione specifica e puntigliosa, alimentata soprattutto da materiali di provenienza giudiziaria, rigorosamente citati, e da una sistematica rassegna stampa (limitata per altro, chissà perché, al quotidiano la Repubblica).Finiscono così sotto la lente di ingrandimento, sia pure soltanto a fini esemplificativi, alcune inchieste di corruzione anteriori o contemporanee alla vicenda di «mani pulite» (come quelle rispettivamente ruotanti, per esempio, intorno ai nomi di Francesco Pacini Battaglia e di Cesare Previti, di Francesco Pazienza e di Adriano Zampini), insieme ad altre sviluppatesi in epoca più recente (come quelle riconducibili al direttore sanitario torinese Luigi Odasso e al dirigente sportivo Luciano Moggi, ovvero, negli ambienti di mafia, ad Angelo Siino, a Pino Lipari e a Vincenzo Lo Giudice). E, a quest'ultimo proposito, viene posto in risalto come nelle zone dominate dalle organizzazioni mafiose risultino modificati, per effetto della «protezione» imposta dai gruppi criminali sui mercati illegali, anche i consueti meccanismi della corruzione riscontrati in altre zone.In sintesi, dopo avere verificato forti elementi di continuità, pur con qualche obiettiva novità, tra vecchi e nuovi modelli corruttivi, gli autori non possono non registrare, alla fine, la presenza nel nostro Paese di «condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo della corruzione», sulle cui cause non si è saputo incidere abbastanza nel corso degli anni. Ne scaturisce l'immagine di una società in cui la «corruzione sistemica» si autoalimenta e si dilata (sulla questione si attende, per il prossimo autunno, un volume di Piercamillo Davigo e di Grazia Mannozzi, «La corruzione in Italia», sempre presso Laterza), anche per via del basso rischio di serie reazioni giudiziarie, oltreché per la debolezza dei giudizi di riprovazione espressi sul piano morale e sociale. E in tal modo si finisce per favorire quella «cultura della corruzione» che purtroppo influisce come un malefico volano sulla estensione del fenomeno.

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