Carlo Ghidelli, Pregare con la Divina Commedia
Pregare con la Divina Commedia di Carlo Ghidelli non è stato per me soltanto un libro: è stato un incontro che ha cambiato il modo di guardare la vita, il dolore e persino me stessa.
Mi ha insegnato che la preghiera non è fatta solo di parole perfette, ma anche di silenzi, dubbi, cadute e desiderio di rialzarsi.
C’è un momento in cui la vita rompe gli argini della teoria e la “selva oscura” smette di essere una metafora letteraria per diventare la tua stanza, il tuo silenzio, il tuo isolamento.
Nel momento particolarmente doloroso della mia esistenza, quando il senso di smarrimento era così profondo da togliermi il respiro e la motivazione per andare avanti, ho preso in mano Pregare con la Divina Commedia di Carlo Ghidelli, ricevuto in dono da un mio alunno. Non l’ho letto con l’occhio del critico che cerca una nuova nota a piè di pagina. L’ho letto come un mendicante. E quel libro mi ha salvato la vita.
Il libro ha operato in me una rivoluzione copernicana: ha preso Dante dalla cattedra e lo ha calato dentro di me. Mi ha ricordato che il poema dantesco nasce anzitutto come itinerarium animae, come viaggio dell’uomo verso la verità e verso Dio. Ghidelli mi ha costretto a fare l’unica cosa che, da studiosa, non avevo mai fatto davvero: tacere e lasciarmi curare.
Questo libro non ha solo salvato me come persona; ha salvato e rinnovato il mio modo di insegnare. Oggi, quando entro in classe e apro la Divina Commedia, i miei studenti vedono una docente diversa, che è tornata da quel viaggio per dimostrare come quelle parole sono vive e hanno il potere reale, drammatico e meraviglioso di salvare la vita quando tutto intorno crolla. Grazie a questo libro sono tornata a guardare il cielo e, finalmente, «a riveder le stelle».
Ada Caracuta, docente di lettere in un liceo scientifico