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Bella e perduta

Bella e perduta
Bella e perduta
L'Italia del Risorgimento
Edizione: 201111
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842091028
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine: 360
  • Prezzo: 18,00 Euro
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In breve

Un’Italia dolente, notturna, divisa, risvegliata alla libertà. Le armi, le parole di un popolo che scopre se stesso dopo secoli di servitù. Giovani che hanno combattuto per l’unità e l’indipendenza della nazione. Questo è stato il Risorgimento. E questo resta l’orizzonte storico insormontabile della nostra identità nazionale e del nostro Stato democratico.

Dal 1796 al 1870 vi è stato un tempo della nostra storia nel quale molti italiani non hanno avuto paura della libertà, l’hanno cercata e hanno dato la vita per realizzare il sogno della nazione divenuta patria. È stato il tempo del Risorgimento quando la libertà significava verità. Anzitutto sentirsi partecipi di una Italia comune, non dell’Italia dei sette Stati, ostili tra loro e strettamente sorvegliati da potenze straniere. La conquista della libertà ‘italiana’ è stata la rivendicazione dell’unità culturale, storica, ideale di un popolo per secoli interdetto e separato, l’affermazione della sua indipendenza politica, la fine delle molte subalternità alla Chiesa del potere temporale, l’ingresso nell’Europa moderna delle Costituzioni, dei diritti dell’uomo e del cittadino, del senso della giustizia e del valore dell’eguaglianza ereditati dalla rivoluzione francese.

Vincitore della V edizione del Premio nazionale di cultura "Benedetto Croce", sezione saggistica.
 

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Non una voce stanca e nostalgica, ma quella di un giovane, allegro e lievemente incantato, dovrebbe raccontare le avventure e gli avvenimenti che hanno portato al risorgimento dell’Italia. La favola bella di un tempo non lontano, quando i protagonisti erano quasi tutti giovani, come i personaggi appassionati e avventurosi di Ariosto, di Tasso, delle fiabe di La Fontaine e Perrault o i narratori e attori del Decamerone, accomunati da vicende drammatiche e tragiche, ma con il desiderio della vita, della rinascita, della difesa della loro giovinezza. Una voce incantata che ricrei l’atmosfera di quegli anni dell’Ottocento dove pare che il risorgimento dell’Italia sia avvenuto nel pieno sole delle armi, delle barricate, delle rivolte, dei gesti eroici, mentre ha avuto anche i suoi notturni, le pieghe nascoste, i segreti dei sentimenti politici, le penombre e i misteri delle idee e dei pensieri irriverenti e rivoluzionari. Questa voce narrante dovrebbe dire che il Risorgimento, come lo fu la rivoluzione francese, è stata opera di giovani e che a loro si deve se l’Italia, dopo secoli di servitù, di speranze inutili, di indifferenza e di disillusioni, ha cominciato a non aver paura della libertà. Dovrebbe raccontare dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera che scendendo il vallone di Rovito per essere fucilati cantano un brano della Donna Caritea di Mercadante, ascoltata diverse volte alla Fenice di Venezia, o del «baritono» Garibaldi (il mito era anche nella sua voce, intensa e dolce) che nella lunga notte che precede l’imbarco dei Mille canta arie di Verdi, Mercadante e Donizetti per poi descrivere quella notte «bella, tranquilla, solenne, di quella solennità che fa palpitare l’anime generose che si lanciano all’emancipazione degli schiavi!». E nella notte di Quarto «Davanti, larga, nitida, candida / Splende la luna»; versi carducciani che fanno ricordare le poesie di Goffredo Mameli, le pagine struggenti di Ippolito Nievo e le storie straordinarie di giovanissimi caduti come loro in nome di una patria da liberare e di una nazione nascente.

Attraverso queste vibrazioni romantiche e con l’emozione di un’epopea contemporanea deve essere riletto il Risorgimento. Che non può essere più lasciato ai depositi antiquari della nostra storia nazionale. I suoi giovani protagonisti alimentarono una volontà di futuro per gli italiani e seppero come fare per lanciarsi «all’emancipazione degli schiavi»; dunque basta socchiudere gli occhi e farsi coinvolgere nelle loro speranze. E ascoltarli anche, tra le volute di musiche indimenticabili che hanno accompagnato la loro educazione politica e il loro patriottismo. E meditando anche sull’«ilarità del pericolo» che, insieme alla «coscienza di servire la causa santa della patria», Garibaldi vedeva «impronta sulla fronte dei Mille»; e dei tanti altri mille che centocinquanta anni or sono hanno fatto l’Italia unita.

Il Risorgimento è stato infatti il primo tentativo di modernizzazione politica dell’Italia, ed è stata la prima esperienza del machiavelliano «vivere civile» degli italiani, finalmente sottratti a governi e a istituzioni fondati sulle separazioni giuridiche e sociali e sulla negazione dei diritti dei cittadini. Gaetano Salvemini –ma non fu il solo – aveva una certa avversione per il termine «Risorgimento», gli preferiva quello di «Italia moderna». E veramente la modernità dell’Italia del Risorgimento risiede nelle sue ascendenze culturali più che nel patriottismo armato, nella controversa idea di nazione e nei programmi politici e costituzionali dei suoi sostenitori. È la modernità dell’Illuminismo europeo, del razionalismo filosofico e della scoperta della libertà come strumento di opposizione e come «mezzo» del cambiamento, delle innovazioni, delle rivoluzioni, di conquista di un valore essenziale, la giustizia.

In assoluto, l’ansia di giustizia è stata la forza morale sommersa e il tormento intellettuale del Risorgimento (si pensi, ad esempio, al senso profondo dell’opera letteraria, poetica e alla drammaturgia di Manzoni). Tradotta nello scontro ideologico l’idea di giustizia è stata la componente «religiosa» del liberalismo, oltre che la maggior fonte di energia politica nell’azione democratica e nei primi percorsi del socialismo. Almeno fino a quando la borghesia liberale difese questa idea dai condizionamenti classisti dovuti agli interessi economici che essa rappresentava. Se si rivendicano queste ascendenze è possibile dare un giudizio equilibrato delle vicende italiane dal 1796 al 1870.

«Un popol diviso per sette destini / In sette spezzato da sette confini...», l’Italia era politicamente malata e la sua cura, l’unificazione, non è stata (lo si sente talvolta ripetere) una nuova malattia. L’unità nazionale fu realizzata in un tempo molto breve: dopo la guerra del 1859 e dopo un atto rivoluzionario decisivo, la spedizione dei Mille del 1860. La nascita dello Stato è avvenuta pochi mesi dopo l’epopea garibaldina, in Parlamento. Singolare questa ellisse di rivoluzione e di votazione parlamentare con all’ordine del giorno uno Stato. È un caso unico nella storia dell’Europa liberale, comparabile apparentemente alla contemporanea unificazione tedesca del 1871, la cui origine però è nella vittoria militare sulla Francia; e comunque gli Stati della Confederazione tedesca non erano in conflitto tra loro come lo erano gli Stati italiani. Inoltre, nella cultura tedesca, il concetto unificante e antico di Volkstümlich, di pathos delle radici, confluiva naturalmente nel concetto di Stato. L’idea di nazione fu invece un’idea armata tra tante altre armi che servirono al risorgimento dell’Italia. «L’idea di nazione – scriverà Massimo d’Azeglio – è destinata ora, se le apparenze non ingannano, a mutar faccia al mondo civile, o per lo meno a modificarla d’assai...».

L’unificazione dell’Italia ha avuto, nell’opinione pubblica di allora, una configurazione prevalentemente politica. Questo ha reso più ricco di significati e più plurale il valore dell’identità originaria della nostra nazione e inevitabile, necessaria, l’affermazione della laicità dello Stato appena formato. L’Italia unita e liberale è infatti inseparabile dalla sua tendenziale laicizzazione, sognata da secoli e completata nel 1870 con la fine del potere temporale della Chiesa. Forse i tempi di questa fine erano maturi (la borghesia europea, in gran parte liberale, aveva ormai raggiunto una ampia autonomia rispetto al problema religioso) e quindi non vi furono dissensi religiosi e controversie ideologiche particolarmente gravi. Ma il clima variabile dei regimi politici italiani, dal 1922 ad oggi, non sempre ha reso giustizia alla svolta storica del 1870. Tra l’altro, il rifiuto della Chiesa ufficiale, invano contestata dal cattolicesimo liberale, di riconoscere il nuovo Stato, e anche, per ragioni sociali ed economiche, la negazione subalterna dell’Italia unita da parte del brigantaggio meridionale, per quanto siano stati eventi gravi e potenzialmente distruttivi della nazione appena costituita, non riuscirono a stroncare le ragioni che l’avevano fatta nascere. Dunque, il Risorgimento può essere restituito alle sue proporzioni reali – che non ne celano certo i limiti e le insufficienze – semplicemente accettandone i fondamenti politici e ideali. Non si tratta di razionalizzare la successione dei fatti e i traguardi raggiunti, ma di comprendere che quei fatti avevano delle ragioni che alla fine sono risultate giuste e vincenti. E non avevano alternative.

«Ci sono popoli, come ci sono individui, che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato». È una frase che si potrebbe attribuire al nichilismo di Nietzsche, ma è di Croce e risale al 1924. Fa riflettere: forse fu anche il disgusto a indurre molti italiani a insorgere contro la reazione politica succeduta nel 1815 al ventennio napoleonico, cioè contro la Restaurazione. C’è una conferma nei Ricordi di Massimo d’Azeglio: «Io ho assaggiata la reazione, so di che sappia; e se neppure essa è stata capace di farmi mai rimpiangere Napoleone e il dominio francese, non è però men vero che, con la fine dell’influenza napoleonica in Italia, si perdeva un governo che in fondo in fondo doveva, prima o poi, condurre al trionfo di quei principii che sono la vita delle società umane, per tornare ad un governo di balordi, ignoranti, pieni di fumi e di pregiudizi». Per d’Azeglio la Restaurazione aveva bruscamente interrotto proprio la modernizzazione e civilizzazione dell’Italia creando ostacoli alla formazione di una borghesia consapevole degli obblighi e dei doveri che stava sperimentando come classe sociale. La nausea è stata dunque, tra tanti altri, quel prezioso stato interno che ha segnato anche emotivamente la differenziazione ideale da sistemi di governo anacronistici e grotteschi. E, oltre ogni retorica, il patriottismo risorgimentale è stato alimentato, non solo per via letteraria, da emozioni come questa. Una somatizzazione politica, individuale e collettiva, sempre utile, comunque, in eventuali, analoghe repliche della storia.

Ho ricordato Nietzsche; c’è una sua notazione del 1878 (Nietzsche aveva appena quattro anni nel 1848, quando fiorì la «primavera dei popoli», ma era cresciuto tra i segni e i ricordi vivi di rivoluzioni che avevano attraversato anche l’autoritaria Germania e che il suo amato Wagner aveva difeso sulle barricate a Dresda) che sfiora i giudizi di d’Azeglio e di Croce. È un aforisma di Umano troppo umano intitolato Risorgimento dello spirito: «Quando un popolo è politicamente malato di solito ringiovanisce se stesso e ritrova alla fine lo spirito che aveva lentamente perduto per riscoprire e conservare la sua potenza. La civiltà deve le sue più alte conquiste proprio alle epoche di debolezza politica». Ebbene, il Risorgimento italiano è stato questo passaggio decisivo: una conquista civile (piaccia o no ai giornalisti e politologi che si preparano a ricordare i prossimi centocinquanta anni dell’Italia unita) che non può essere dissolta nelle incertezze e nei trasformismi politici dei governi dell’Italia liberale. E non può neanche identificarsi nel disincanto che serpeggiò tra gli italiani quando l’Italia fu fatta e dopo che l’urgenza dei problemi sociali ed economici (accresciuti dalla sua faticosa appartenenza al libero scambio capitalistico europeo e dal dovere gestire una «questione»: la crisi sociale del Mezzogiorno) la sottrasse alla sua rappresentazione esclusivamente letteraria e poetica. Rimase e rimane però l’orizzonte storico cui gli italiani hanno sempre fatto riferimento.

Durante la Restaurazione si formarono e si rivelarono compiutamente i migliori intellettuali, artisti, scrittori, uomini politici italiani. Furono gli anni dell’incontro tra letteratura, poesia, politica e storia. Riferendosi a Manzoni, Goethe scrisse che: «La più alta lirica è decisamente storica». Era il 1822. L’educazione sentimentale e ideologica di questi uomini, la loro resistenza, è all’origine dell’intuizione, del desiderio di un risorgimento nazionale che nel corso di alcuni decenni se non conquistò masse entrò nell’anima di cittadini e di sudditi di ogni parte d’Italia e di ogni ceto sociale. Foscolo, Leopardi, Manzoni, Hayez, Verdi, Cavour, Mazzini, Garibaldi, De Sanctis, d’Azeglio, Nievo, Pisacane sono maturati all’interno di un sistema conservatore e di interdizioni religiose e culturali. Con un’angoscia di fondo: che l’Italia rischiasse di perdersi per sempre. Anche in Francia vi fu una resistenza intellettuale alla Restaurazione, ma era piuttosto la noia a insidiare la coscienza civile dei francesi più aperti e più liberi. Da noi il timore della «patria sì bella e perduta» cantata nel Nabucco di Verdi si rivelò invece come uno sgomento esistenziale reale e condiviso. Bisognava reagire, agire. Ora o mai più. Sarà un vettore non secondario della lotta politica e delle guerre combattute nel Risorgimento.

Lo sarà anche quando l’Italia, nel 1943, fu «tagliata in due», percorsa da eserciti stranieri, terrorizzata, impoverita. Quella patria che il Risorgimento aveva salvato non fu perduta neanche questa volta, al contrario di quanto crede, protetta dall’appiattimento culturale e dal conformismo ideologico che insidia l’Italia di oggi, una certa storiografia sulle origini dell’Italia democratica, esemplata su una classe dirigente che ricorda talvolta i governi della Restaurazione ricordati da d’Azeglio. Una classe dirigente che non vorremmo dover dire, come scrisse Guido De Ruggiero nel 1945, all’alba dell’Italia democratica, che rappresenta quei «moltissimi italiani che non avevano saputo perdonare al regime liberale e democratico dell’età prefascista di averli privati di una livrea». E allora, anche il titolo di questo volume vorrebbe essere un richiamo a una Italia non perduta, a un’Italia non delusa che ci piace abitare oggi nella libertà, da cittadini consapevoli e responsabili.

Dell’Italia contemporanea e delle nostre radici si è sempre discusso, ma oggi, per ragioni evidenti, il tema sembra più interessante. Forse l’interesse è anche una reazione all’indifferenza, al finto problema della revisione storiografica, alle marginali ma rumorose e amplificate prese di distanza dal Risorgimento e da un anniversario che potrebbe invece essere utile anche al dibattito politico. Ebbene, la vitalità di una storia che ci appartiene, il suo serio «riconoscimento», possono essere l’unico, innocente antidoto al suo rifiuto.

Lo possono anche essere le riletture e le immagini che quel tempo di idee e di lotte senza quartiere ci ha lasciato. Di questo ho conversato spesso con mia figlia Anna, storica dell’arte, che in varie sue ricerche sull’Ottocento italiano e europeo ha identificato la autenticità e la verità morale di una presenza politica della cultura risorgimentale nell’arte italiana. A lei devo, tra l’altro, la scelta del quadro «politico» di Hayez riprodotto in copertina e a lei dedico questo libro.

Commenti  

 
+2 # 22-11-2010 19:36
Grazie prof Romeo i suoi Saggi sono sempre uno stimolo per amare l'Italia e La Storia in grande!sin Dal "Risorgimento " a dispense su La Repubblica di alcuni decenni fa.
 
 
+1 # 27-01-2011 23:24
bah...l'Italia non esiste !
 
 
0 # 10-02-2011 00:29
Sto aspettando l'e-book, a non più di 10 euro. FORZA!!!!!!!!!!
 
 
0 # 22-01-2013 18:55
Ho appena finito di leggere Bella e Perduta. Dopo avere letto tanta latra letteratura scritta sull'argomento mi pare (per carità non sono uno storico) che qui si sorvoli su troppi fatti gravi, che inficiano il processo di unificazione e lo rendono in tutto simile ad una conquista coloniale. La situazione attuale ne è la riprova, a dimostrazione che il progetto colonia tiene ancora. Lo storico pare guardare i fatti da lontano, come la storia dell'antico Egitto, ma poi è prodigo di particolari a favore. Mi spiace, a me meridonale è la conferma che proprio con persone come l'autore si sia fatta l'Italia. E Settembrini ad esempio, se ne pentì amaramante. Non è con la giustificazione storica che saremo finalmente un Paese: prima ci vuole giustizia. Qualcosina si è appena mosso, ad esempio è andato a chiedere scusa Amato a Pontelandolfo. Lo sa?
 
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