Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Mezzogiorno a tradimento

Mezzogiorno a tradimento

Mezzogiorno a tradimento
Mezzogiorno a tradimento
Il Nord, il Sud e la politica che non c'è
Edizione: 20093
Collana: Saggi Tascabili Laterza [320]
ISBN: 9788842088356
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza, Saggistica politica

In breve

L’Italia è sfiduciata, impaurita, preoccupata. In un clima di difficoltà generale, per molti il Sud è ormai un’insopportabile palla al piede, un carico di problemi insolubili a dispetto delle colossali risorse investite: Mezzogiorno a tradimento, mangiapane a tradimento. La verità è che spesso chiamiamo ‘Mezzogiorno’ quello che non ci piace o non vogliamo vedere del nostro paese. Risolvere i problemi dello sviluppo meridionale e dell’Italia richiede la stessa strategia. Cifre e fatti alla mano, Gianfranco Viesti smentisce gli stereotipi e i ‘sentito dire’ più diffusi sul Sud parassita.

Vincitore del premio letterario nazionale "Corrado Alvaro", sezione saggistica

Vincitore del premio internazionale per l'economia "Gozzo d'argento"

Indice

1. Un paese sfiduciato

A passo di lumaca - La palla al piede – Partire dai fatti

2. Cronache da un’Italia in difficoltà

La frenata dell’economia italiana - Una forbice inconsueta - Problemi al Nord e al Sud - Un’Italia più debole - Peggio dell’Europa - Gli anni delle aspettative decrescenti - Criminalità e immigrazione - Gli anni della sfiducia

3. Risorse per lo sviluppo: impegni e realizzazioni

La spesa pubblica in conto capitale – Obiettivi non rispettati - Il settore pubblico allargato - Investimenti pubblici e trasferimenti alle imprese

4. Troppi soldi al Sud?

La spesa pubblica corrente - Troppi soldi al Sud-1 - Troppi soldi al Sud-2 - La «questione settentrionale» al Sud - Il «federalismo» - Il federalismo fiscale

5. Le politiche di sviluppo regionale

La Nuova Programmazione - Gli incentivi - Gli investimenti pubblici

6. Che cosa abbiamo ottenuto?

Gli interventi nel Sud - Interventi frammentati? - Tempi lunghi - I risultati - Una qualità delle amministrazioni ancora insufficiente - Una valutazione d’insieme

7. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è

Il Sud fa bene all’Italia - Un Sud a basso costo - Politiche per migliorare – Abolire le politiche per il Mezzogiorno? - La politica che non c’è

Leggi un brano


Nel quadro che si va delineando l’interesse allo sviluppo del Mezzogiorno come interesse nazionale, collettivo, politico ed economico, di lungo periodo è certamente ai minimi storici. Colpisce la grande debolezza politica delle forze che, all’interno della maggioranza, pur premiate da un consistente voto popolare, dovrebbero rappresentare questo interesse; sembrano in una posizione subalterna, attente principalmente a rivendicare – come nel caso degli autonomisti siciliani – specifici vantaggi per sé, una fettina un po’ più ampia della torta. Ma per alcuni versi questo interesse pare debole anche nell’azione dell’opposizione, che su non pochi temi sembra più inseguire la maggioranza alla ricerca del consenso immediato degli elettori impauriti e sfiduciati che disegnare progetti alternativi, per contrastare la paura e la sfiducia. Pur essendo stato il calo di voti omogeneo in tutto il paese, per molti dei suoi esponenti la priorità è solo quella di riconquistare rapidamente il consenso dei cittadini del Nord: impostando dunque l’azione solo sulle priorità di più immediato impatto che si ritiene possano essere premiate dal loro voto, dalla riduzione del carico fiscale al controllo della presenza degli immigrati. Particolarmente debole, infine, sembra la capacità di influenza sull’agenda politica del paese delle forze economiche e sociali nazionali; vuoi perché alle prese con propri problemi di ruolo e di rappresentanza, come nel caso del sindacato; vuoi perché sembrano anch’esse ritenere assolutamente prioritarie le risposte alle esigenze delle proprie imprese e dei territori del Nord – da cui proviene la maggioranza dei propri iscritti – rispetto alle esigenze dell’intero paese, come nel caso di associazioni di rappresentanza degli imprenditori.

In un paese così frammentato può essere forte allora la tentazione di far nascere istituzioni, anche politiche, di rappresentanza e di difesa degli specifici interessi del Mezzogiorno: una Lega Sud contro la Lega Nord. Sarebbe la risposta peggiore. La Lega non rappresenta un fenomeno così negativo perché è la Lega «degli altri», ma perché antepone sistematicamente l’interesse di alcuni italiani a quello di tutti; perché interpreta la politica più come una competizione per la ripartizione delle risorse che come un tentativo per accrescere la disponibilità di risorse per tutti. Il punto non è difendere il Sud contro il Nord, lottare contro la Lega per ottenere di più. Non solo perché sarebbe una competizione destinata immancabilmente all’insuccesso, vista la grande sproporzione delle forze in campo. Ma anche e soprattutto perché gli ostacoli allo sviluppo del Sud sono anche all’interno dello stesso Mezzogiorno: dai politici che interpretano l’azione pubblica principalmente come uno strumento di promozione di interessi particolari, individuali e di gruppo, e non collettivi, agli imprenditori che cercano protezioni, commesse, incentivi, ai pubblici dipendenti, assenteisti o «fannulloni», che invece di contrastare l’inefficienza delle proprie strutture se ne giovano. Per molti italiani il Sud è da sempre solo questo. Niente di più falso; tra l’altro, i cambiamenti degli ultimi quindici anni sono stati di grandissima rilevanza: chiunque attraversi il Sud con sguardo non prevenuto incontra sindaci attenti all’interesse delle proprie comunità, imprenditori capaci e di successo, insegnanti e dipendenti pubblici con un forte spirito di missione. Ma purtroppo non è certo possibile sostenere, al contrario, che il Sud sia solo questo. La Lega dei meridionali metterebbe assieme gli uni e gli altri. I problemi dell’Italia non si risolvono schierando il Nord contro il Sud, occupandosi ciascuno della sua piccola patria.

La questione meridionale oggi è dunque una questione tutta politica.

Non è un problema di strumenti tecnici per le politiche di sviluppo, per quanto vi possa essere molto da imparare dal passato, da migliorare, da perfezionare. Il punto di fondo è politico. La scelta è fra azioni di largo respiro per il miglioramento strutturale delle condizioni in cui i cittadini vivono e le imprese operano da un lato e incentivi e sostegni ai singoli dall’altro; fra azioni che cercano di aumentare la qualità della società e la produttività complessiva dell’economia del Mezzogiorno e interventi che mirano a ridurre i costi di produzione. Non è un problema di convincere gli italiani a destinare solidaristicamente risorse, ordinarie o aggiuntive, al Mezzogiorno. Alle prese con difficoltà strutturali del proprio modello di sviluppo, l’Italia ha la necessità di realizzarne un’opera di manutenzione straordinaria; di una costruzione collettiva di futuro. Di un progetto complesso, ambizioso, di largo respiro, adeguato ai cambiamenti del mondo contemporaneo, all’economia attuale, basata sulla conoscenza. Che metta dunque al centro della società la costruzione e la diffusione della conoscenza, attraverso una scuola pubblica nazionale e un sistema universitario profondamente trasformati. Che realizzi un nuovo welfare dell’inclusione e delle possibilità, con pari opportunità di lavoro e di realizzazione per le donne, per valorizzare tutte le intelligenze e le creatività disponibili. Che superi posizioni di rendita e di cristallizzazione sociale consentendo percorsi di mobilità sociale che premino il merito e le capacità.

Per questo, va riscritto un patto collettivo tra gli italiani. Diverso da quello del dopoguerra; che ha cambiato, modernizzato, migliorato fortemente il paese, ma è poi degenerato in un’espansione senza freni dell’indebitamento pubblico, rendendo tutti un po’ più poveri, e creando le basi per il forte conflitto distributivo, anche territoriale, degli ultimi anni. Un patto collettivo che ridia senso ai doveri fiscali e renda più concreti i diritti di cittadinanza, con una profonda rivisitazione del ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali; che prenda atto che le risorse e le capacità dell’attore pubblico non potranno più essere quelle del passato e che devono essere razionalizzate e migliorate, anche attraverso il completamento di un processo di decentramento basato su regole chiare di ripartizione delle risorse, di premio o sanzione per l’efficienza delle amministrazioni, di responsabilità delle classi dirigenti locali. Proprio la discussione sul completamento dell’attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione, sui meccanismi fiscali per finanziare il decentramento delle funzioni, potrebbe essere un primo importantissimo banco di prova di un nuovo patto collettivo.

Non è facile. Tramontate in tutta Europa le grandi ideologie novecentesche, non è agevole disegnare coerentemente una società più coesa e dinamica, più aperta e inclusiva; tramontati i grandi partiti nazionali non è facile disegnare un sistema paese che promuova gli interessi di tutti e non di alcuni; tramontate le identità e le rappresentanze di classe non è facile costruire coalizioni politiche caratterizzate dal perseguimento di questi grandi interessi comuni. Anche per questo la questione meridionale è oggi tutta politica. Perché si intreccia inestricabilmente con la manutenzione straordinaria del modello di sviluppo nazionale; con un nuovo patto collettivo di cittadinanza; con il riemergere di forze politiche, su entrambi gli schieramenti, capaci di perseguire un interesse nazionale, di guardare lontano, di progettare e costruire un paese diverso e migliore, per tutti. L’alternativa, se la politica continuerà a non esserci, è quella di restare un paese a metà: non solo diviso al suo interno ma anche dimezzato nella sua capacità di sviluppo.

Recensioni

Marco Esposito su: Il Mattino (13/01/2009)


Sei anni dopo Abolire il Mezzogiorno, Gianfranco Viesti torna sul luogo del delitto. E con Mezzogiorno a tradimento (Laterza: da domani in libreria) prende di petto il male dell'Italia di oggi: l'assenza di una politica che persegua l'interesse di tutti.

Viesti non abiura la tesi del 2003 e conferma che sarebbe necessario «abolire il Mezzogiorno», in quanto stereotipo che impedisce di guardare «cosa sta davvero succedendo nelle regioni del Sud». Tuttavia, rispetto al saggio precedente ― tutto teso a mostrare che c'è un Sud che gira a dovere e che avrebbe bisogno non di politiche speciali bensì di un'Italia funzionante ― nel 2009 prevale lo sgomento di fronte ai danni che il Sud riesce a farsi da solo. Sgomento al quale si aggiunge la preoccupazione per una «secessione dolce» che secondo l'economista «è già in corso, a uno stadio avanzato».

A sancire la frattura tra il Nord e il Mezzogiorno «ormai percepito come altro dall'Italia» è «la gravissima crisi dei rifiuti che a partire dal 2007 ha travolto Napoli e parte della Campania». E se nel 2003 Antonio Bassolino era citato tra i non pochi politici meridionali che avevano aperto una stagione nuova, quella dei sindaci, stavolta per il presidente della Campania non c'è prova d'appello. Pesa «l'immagine di una parte così significativa delle nuove classi dirigenti del Sud, in primo luogo Bassolino, responsabili del disastro e incapaci di porvi rimedio». E qui Viesti riporta un drammatico sillogismo: «I rifiuti sono Napoli. Napoli è il Mezzogiorno. Il Mezzogiorno sono i rifiuti».

Il «tradimento» è questo: aver riportato i tanti Sud al paradigma unificante della «monnezza» campana «con tutti gli annessi e connessi: lo spreco di colossali risorse pubbliche, l'incapacità o la vera e propria corruzione delle classi dirigenti, l'attitudine della popolazione solo alla protesta». Un Sud tradito quindi dalla sua antica capitale anche se il pugliese Viesti non cerca l'occasione per una resa dei conti interna al Mezzogiorno. Il suo principale obiettivo è smontare con certosina pazienza i pregiudizi che il Nord ha nei confronti di questa parte del paese, pregiudizi che la crisi dei rifiuti ha rafforzato. La Lega di Umberto Bossi è in prima fila quanto ad antimeridionalismo, tuttavia la sfiducia verso il Mezzogiorno è trasversale agli schieramenti politici visto che «per spiegare la sconfitta elettorale del 2008 un deputato del centrosinistra ha sostenuto: "Avere un capogruppo che parla siciliano e l'altro che parla sardo ha aiutato?"». Una frase del varesino Daniele Marantelli che, nota amaro Viesti, i vertici del Pd non hanno censurato.

Non si tratta, ripete più volte l'economista, di negare i mali reali del Mezzogiorno, bensì di provare a chiarire che il Sud non è un buco nero in grado soltanto di inghiottire risorse. E che non è vero che tali risorse viaggino in misura copiosa dal Nord generoso verso il Sud sprecone. Viesti la spiega con un paradosso: se il Sud facesse parte della Spagna, è vero che l'Italia restante avrebbe una ricchezza media superiore, ma sarebbe anche vero che il Mezzogiorno inserito nel contesto spagnolo crescerebbe più rapidamente.

Ipotesi non verificabile. Però il saggio di Viesti è denso di fatti che smentiscono opinioni espresse «senza portare alcuna prova documentale» sui giornali del Nord. Proprio nel settore dei rifiuti, Viesti rileva che tra il 2000 e il 2006 sono stati spesi 6,7 euro pro capite al Sud e 15,5 al Nord. E per gli investimenti delle Fs il divario è ancora più impressionante. «Scopriamo così, guardando alle cifre ufficiali, che tutta questa colossale spesa per lo sviluppo del Sud negli ultimi dieci anni non c'è stata, cosa curiosamente sfuggita a tanti dotti commentatori». E «i fondi strutturali europei, più che promuovere lo sviluppo del Sud, hanno aiutato il risanamento dei conti pubblici italiani, liberando fondi nazionali».

Resta il fatto che il Nord riceva in servizi meno di quanto spenda con le tasse. Viesti non nega l'assunto ma spiega: «Essendo la tassazione progressiva, i cittadini a maggior reddito versano proporzionalmente di più». E i redditi elevati sono soprattutto al Nord. Quindi «i meridionali non ricevono dalle casse pubbliche più di quanto versano perché sono meridionali, ma perché hanno un reddito più basso». Anzi, a parità di reddito, al Sud le aliquote Irpef sono più elevate. Si dirà che il vero problema dal punto di vista settentrionale è che a fronte delle tasse pagate lo stato fornisce servizi inadeguati. Giusto ma, nota Viesti, la «questione settentrionale» dei servizi mediocri è pesante soprattutto al Sud, dove sanità e scuola funzionano peggio.

In tale contesto esplosivo l'economista avverte il rischio che maturi la voglia di una Lega Sud contro la Lega Nord. «Sarebbe la risposta peggiore. La Lega non rappresenta un fenomeno così negativo perché è, la Lega "degli altri'', ma perché antepone sistematicamente l'interesse di alcuni italiani a quelli di tutti».

Giuseppe Berta su: L’Espresso (16/04/2009)


La "questione settentrionale" ha soppiantato da tempo, nell'agenda politica italiana, quella "questione meridionale" che a lungo ha rappresentato uno dei cardini della cultura politica del nostro Paese. Un segno del successo conseguito dagli argomenti della Lega Nord che hanno accreditato progressivamente un'immagine del Sud come palla al piede dell'Italia, freno della sua dinamica economica, elemento perenne di ritardo e di arretratezza. Una visione, questa, che si è guadagnata spazio e consenso nell'opinione pubblica, fino a essere legittimata da economisti e studiosi, giustificando la richiesta di un federalismo fiscale concepito soprattutto come strumento punitivo di un Sud dissipatore di risorse. Una rappresentazione della realtà che Gianfranco Viesti, uno degli studiosi dell'economia meridionale fra i più acuti a coglierne i segnali di mutamento, mette radicalmente in questione con un pamphlet ("Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c'è", Laterza) che è un atto di sfida nei confronti degli stereotipi correnti. È vero che il Mezzogiorno è cresciuto poco negli anni recenti, ma ciò dipende dal fatto che è l'Italia nel suo complesso a crescere in misura insufficiente. In altre parole, la crescita lenta del Sud rispecchia le difficoltà di un Paese che non riesce a venire a capo dei suoi nodi strutturali e che non investe in quelle infrastrutture, materiali e civili, in cui lo sviluppo economico deve essere incapsulato. Quanto ai trasferimenti operati dallo Stato a vantaggio dei territori meridionali, essi sono diminuiti nel tempo e non aumentati, coll'effetto di deprimere la capacità di progresso del Paese nel suo complesso.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su