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Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente

Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente
trad. di M. Guareschi
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20173
Collana: Economica Laterza [474]
ISBN: 9788842087502
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Filosofia contemporanea: storia e saggi

In breve

Un saggio brillante sull'immensa distanza tra il pensiero occidentale e quello cinese.

Federico Rampini, “la Repubblica”

Napoleone e Sun Tzu, il razionalismo greco e l'oracolo cinese, plasmare le situazioni o adattarsi a esse, elaborare strategie o esercitare la sapienza del non agire.
Occidentali e orientali misurano l'efficacia di un'azione secondo parametri radicalmente diversi.
François Jullien sigla un volume colto e inusuale che attinge alle sorgenti dell'immaginario delle due culture e svela due opposti sguardi sul mondo.

Indice

Un'alternativa nella cultura - Lo sconvolgimento del pensiero - Riaprire altri possibili nel proprio spirito - Per essere efficaci: modellizzare - O appoggiarsi sui fattori “portanti”: “surfare” - Domanda: quali sono i limiti di fecondità del modello? - La conduzione della guerra, non essendo modellizzabile, è forse per questo incoerente? - Nelle “Arti della guerra” cinesi: la nozione di potenziale della situazione - Sul coraggio: qualità intrinseca o frutto della situazione? - Valutazione-determinazione - Mezzo-fine - O condizione-conseguenza - Elogio della facilità - Processo: meditare sulla crescita delle piante - Modalità strategiche: l'indiretto e il discreto - Sul versante europeo: azione, eroismo, epopea - Sul versante cinese: il non agire - Azione/trasformazione - Mitologia dell'evento - Si tratta di empirismo? - Anche un contratto è in trasformazione (ma anche l'amicizia è un processo) - Progresso/processo - Come pensare l'occasione? - Traslazione: efficacia/efficienza - Obiezioni - La Lunga marcia è un'epopea? - Cercare un margine per sopravvivere (anziché sacrificarsi) - Deng ha “trasformato” la Cina - Che cos'è un grande politico?

Recensioni

Federico Rampini su: La Repubblica (22/07/2006)


François Jullien unisce una profonda conoscenza della filosofia europea e di quella cinese. Pochi come lui possono dire: «provengo dalla Grecia, ma ho fatto la scelta di passare per la Cina, la sola grande civiltà che si è sviluppata al di fuori del pensiero europeo, al di fuori della nostra lingua, al di fuori della nostra storia». Questo agile saggio è la trascrizione di una conferenza tenuta davanti a un pubblico di imprenditori francesi, sedotti dalla Cina che oggi è di moda anche tra i guru del management: basti pensare alla riscoperta dell'arte militare di Sun Tzu (l'"anti-Clausewitz") al servizio delle strategie industriali. L'idea dell'efficacia è uno dei concetti su cui si misura l'immensa distanza tra il pensiero occidentale e quello cinese. Jullien individua l'origine di questa differenza nella modellizzazione matematica che ha rappresentato la forza dell'Europa, ed è profondamente estranea alla cultura cinese benché questa abbia sviluppato anzitempo le scienze matematiche. Per essere efficace, fin dal pensiero greco l'uomo occidentale costruisce un modello ideale, che diventa il suo obiettivo, poi inizia ad agire in funzione di quel piano. Il vero spaesamento che suscita in noi il pensiero cinese deriva dal fatto che esso «si sottrae all'idea di finalità, e la dissolve».

Questa differenza si estende all'idea di religione. Nell'ebraismo, in Platone o nel Nuovo Testamento vi è l'idea di una terra promessa, di un paradiso, o di un giudizio finale, che invece è assente nelle religioni e filosofie cinesi, e contribuisce a spiegare l'impermeabilità dell'Impero di Mezzo all'evangelizzazione cristiana. L'originalità cinese è ancora più evidente nel pensiero strategico. Nell'arte della guerra cinese è centrale la consapevolezza che l'iniziativa non viene da me, ma che vi sono nella situazione stessa dei fattori favorevoli sui quali mi posso appoggiare per farmi "portare". Per i teorici della condotta militare Sun Tzu e Sun Bin la strategia non è altro che la ricerca dei fattori favorevoli da cui trarre profitto. Un grande stratega cinese non progetta un piano, ma individua direttamente nella situazione i fattori che gli sono di aiuto, e cerca di farli crescere, a scapito di quelli che risultano vantaggiosi per il suo avversario. Le truppe vittoriose - secondo Sun Tzu - sono quelle che accettano il combattimento solo quando hanno già vinto.

Questo si iscrive in una visione generale dell'universo: la Cina, scrive Jullien, «ha pensato il fare umano sulla base dei processi di generazione naturale e in continuità con essi». Di fronte all'eroismo dell'azione legato alla volontà («lo stesso dio greco è demiurgo e, in Platone, modellizza, geometrizza») la grande risposta cinese è il non agire. Noi lo abbiamo spesso interpretato come disimpegno, rinuncia, passività, lo stereotipo del distacco orientale. Ma i cinesi non sono affatto passivi, e il loro successo nell'economia globale lo dimostra. Jullien illustra la loro concezione del non agire ricorrendo a esempi della storia recente, come le tattiche di usura dell'avversario a cui fece ricorso il leader comunista Mao Zedong durante la guerra partigiana; oppure le lunghe e misteriose assenze del pragmatico Deng Xiaoping dalla scena politica nelle fasi di radicalizzazione maoista (la Rivoluzione culturale) in cui le circostanze gli erano ostili, per poi riapparire all'improvviso quando erano maturate le condizioni della sua riscossa. La tattica dell'usura evoca l'idea della trasformazione invisibile dei rapporti di forze, la "crescita silenziosa". Mencio ci invita a riflettere sui caratteri dei più importanti processi naturali: non si vede la pianta crescere, il ghiaccio sciogliersi, o l'uomo invecchiare, in quanto il fenomeno della crescita è globale, impercettibilmente graduale, fondato sulla durata.

Antonio Calabrò su: Il Mondo (13/10/2006)


«Lavorare a Shanghai? Meglio che a Londra», suggerisce il Corriere della Sera ai manager che vogliono fare carriera, raccogliendo il parere di cacciatori di teste e responsabili di imprese multinazionali. E politici, imprenditori e banchieri reduci dal recente viaggio del presidente del Consiglio Romano Prodi in Cina testimoniano l'importanza di quella nuova frontiera, per la politica e per gli affari. Cina da scoprire sempre meglio, dunque. E da capire. Per farlo, vale la pena affidarsi soprattutto a chi la conosce dall'interno, nei suoi processi economici e sociali e nelle sue tensioni. Usando gli strumenti del giornalismo d'inchiesta, della riflessione culturali e della letteratura. Francesco Sisci, corrispondente de La Stampa, è il giornalista italiano meglio inserito e più informato a Pechino. E nel suo nuovo libro, Chi ha paura della Cina, racconta «come trasformare lo sviluppo economico del gigante d'Oriente nella migliore occasione per l'Italia». «Il Duemila», spiega Sisci, «è il secolo della Cina, che sta cambiando il mondo. Dobbiamo dunque seguirne le logiche, assecondandone le trasformazioni: dire alla Cina che abbiamo bisogno che diventi un Paese democratico, perché il mondo ha bisogno di una trasparenza politica generalizzata», sostenere lo sviluppo delle organizzazioni come la Wto, guardare alle culture e alle esigenze di nuovi mercati. Insomma, stare al passo del cambiamento cinese, cambiando noi stessi. Tutt'altro che uno scontro di civiltà.

Ma un confronto intelligente, tipico di chi, conoscendo e tutelando se stesso, sa capire l'altro. Lo conferma François Jullien, in Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente, confrontando Napoleone e Sun Tzu (il maestro della guerra valorizzato da molti guru occidentali anche per le strategie d'impresa), il razionalismo greco e la scienza degli oracoli cinese, la nostra tendenza alla modellizzazione matematica e alla finalizzazione delle azioni e la sapienza del «non agire», che non significa affatto passività, ma sfruttare il corso più favorevole degli eventi per avere successo. Pazienza e conoscenza, dunque. La Cina non è per tutti ammonisce Maria Weber in una raccolta di saggi pubblicati da Olivares su «rischi e opportunità del più grande mercato del mondo», mentre Giorgio Trentin, per Avagliano, racconta La Cina che arriva e Fernando Mezzetti spiega «le trasformazioni della Cina dal Grande Timoniere al capitalismo», in Da Mao a McDonald's pubblicato da Tea. Bisogna infatti continuare a fare i conti con l'eredità del maoismo (utili le due biografie Mao, la storia sconosciuta di Jung Chang e Jon Halliday per Longanesi e Mao, l'uomo, il rivoluzionario, il tiranno di Philip Short per Rizzoli) e le trasformazioni impresse da Deng. E guardare dentro le pieghe della società cinese, affidandosi all'occhio spregiudicato degli scrittori, come Ma Jian, in Spaghetti cinesi, in un romanzo costruito sul dialogo sconcertante di uno scrittore e di un «donatore di sangue professionista». E soprattutto seguire le indagini dell'ispettore Chen, il protagonista dei gialli di Qiu Xiaolong, alle prese, in Quando il rosso è nero, con l'omicidio di una scrittrice le cui radici affondano nelle tempeste della Rivoluzione culturale e la cui spiegazione si lega alla tumultuosa crescita della ricchezza che travolge città e campagne. Una Cina vicina che parla molto anche a noi.

Marco Dotti su: Il Manifesto (06/01/2007)


A dispetto delle critiche, talvolta molto dure, che di continuo gli vengono mosse, anche nel suo ultimo libro Pensare l'efficacia in Cina e in Occidente (traduzione di Massimiliano Guareschi, Laterza), François Jullien non esita a ribadire l'idea guida che sta alla base della propria ricerca. Un'idea che vede rappresentati nella Cina elementi critici e di rottura a tal punto autonomi, quanto a genesi, e inclassificabili, quanto a forme e sviluppo, da farne - secondo l'ex direttore del Collège international de philosophie, oggi responsabile del Centro «Marcel Granet» dell'Università di Paris 7 - l'unico, vero altrove possibile rispetto all'ordine dell'Occidente. Chiunque intenda realmente uscire dal solco tracciato dai modelli e dal sistema di pensiero europeo, rivolgendosi così «fuori» e non semplicemente ai margini di tale percorso e al tempo stesso decida di abbandonare i punti di riferimento che gli sono familiari, addentandosi in una sorta di «esteriorità delle lingua», della storia e della cultura, non ha alternativa che non sia rivolgersi all'apparente oscurità della Cina.

Una riflessione di Blaise Pascal, redatta a margine dei Pensieri, offre a Jullien lo spunto per soffermarsi sul percorso storico e sulla possibilità di comprendere, lontano dagli schemi dell'esotismo che dal sedicesimo secolo a oggi si sono succeduti, questa alternativa e la sua «oscurità» per molti versi sconcertante. «Chi è più credibile», si chiedeva Pascal, «Mosè o la Cina»? Benché Pascal, al pari di Montaigne, Voltaire, Leibniz o Hegel che pure ne scrissero, non vi si sia mai recato, attraverso quella semplice opposizione egli rivela di non ignorare la grande «forza di obiezione» che la Cina costituisce nei confronti del mondo europeo.

La forza della formula di Pascal risiederebbe appunto nel fatto di presentare il rapporto fra Cina e Occidente in termini di alternativa fra «due opzioni di pensiero e nel fatto che questa stessa alternativa è del tutto asimmetrica». A proposito di questa asimmetria, Jullien invita a osservare attentamente le figure messe in gioco da Pascal che se da un lato colloca Mosè, capace di simbolizzare «l'avventura dell'Europa attraverso il monoteismo», dall'altro non gli oppone alcuna immagine di un «padre fondatore», né Confucio, quindi, né Lao Tze ma «la Cina» stessa, intesa come spazio e conseguente apertura alla possibilità di un pensiero realmente «fuori quadro», rispetto agli schemi ordinari. Pensiero che non passa per la grande filiazione che, dalla tradizione ebraico-cristiana alla Grecia, «giunge fino a "noi, il "noi" europeo».

Al Libertino, suo doppio con cui nei Pensieri talvolta instaura un immaginario dialogo, Pascal farà poi pronunciare parole altrettanto significative e «efficaci», giocando sulla polisemia di un verbo, «obscurcir», che può indicare tanto il rendere incomprensibile qualcosa, quanto il gesto con cui il giocatore dissimula intenzioni e copre le proprie carte, durante una partita. «La Cina oscura» (obscurcit), si legge, «al che io rispondo: " Si, la Cina è oscura, ma vi si può trovare chiarezza, cercatela"».

Come cercarla, dunque, questa chiarezza? A quali fonti rivolgersi, e soprattutto dove? È all'intelligenza, osserva Jullien, che Pascal affida la risposta, attribuendole il compito di «dissipare tutto ciò che può interporsi come uno schermo nebuloso fra il pensiero cinese e il nostro». Il ragionamento di Pascal sembra a sua volta chiarirsi grazie a quella che a Jullien appare come una vera e propria formulazione di un metodo: «Bisogna considerare tutto questo nel dettaglio, bisogna mettere le carte sul tavolo». Metterle sul tavolo, giocare a carte scoperte, corrisponde allora al moderno «lavorare localmente, con pazienza» attraverso una comparazione che non fugga più la frontalità, il faccia a faccia fra due sistemi di pensiero, ma soprattutto sappia seguirne ovunque le relative, talvolta insospettate diramazioni. Una comparazione, detto altrimenti, che cerchi i punti di frattura e non solo quelli di incontro fra le due culture.

Ma, nonostante i meriti delle sue intuizioni, almeno in questo contesto Pascal non si sottrae a una prospettiva ancora, suo malgrado, utopica. Dopo averlo fatto vacillare sotto il peso dell'altrove, il sistema stesso viene rimesso al suo posto. Ci si limita dunque a constatare l'esistenza di uno spazio lontano, di un luogo critico e fuori quadro, senza che tutto questo costituisca per il retroterra del pensiero europeo una «esteriorità» capace di porlo in discussione fin dentro le «sue evidenze, in ciò che costituisce il suo impensato». Jullien riprende la nozione di «esteriorità» da Foucault che, nel 1966, ne Le parole e le cose, chiosando un testo di Borges parlava di una «eterotopia» della Cina da distinguere dalla sua rassicurante «utopia». Se le utopie consolano, le eterotopie, iscriveva Foucault, «inquietano, probabilmente perché minano segretamente il linguaggio, perché devastano la sintassi e non soltanto quella che costruisce frasi, ma anche quella, meno manifesta, che fa "tenere assieme le parole e le cose"».

Non c'è da stupirsi che, proprio sul tema attorno al quale da anni Jullien articola le proprie indagini, si concentri una delle critiche più dure che, negli ultimi tempi, gli sono state rivolte. Quello dell'alterità radicale della Cina appare infatti a Jean François Billeter, sinologo e professore emerito dell'Università di Ginevra, un vero e proprio «mito», che può trovare la propria legittimità in un contesto propriamente filosofico ma che, se trasferito altrove, rischia di diventare un pericoloso vizio di forma, buono per tutti i tempi e per ogni occasione. Al pari del concetto di «efficacia» che, sviluppato dapprima in due dei suoi libri più noti, La propensione delle cose e Il trattato dell'efficacia, è stato infine sottratto al discorso tecnico e trasferito da Jullien in un «contesto manageriale e aziendale», con tutte le conseguenze del caso.

È singolare, afferma Billeter in Contre François Jullien (Allia), libro che, a dispetto del titolo un po' brusco, ha avuto il merito di sollevare una serie di critiche su questioni per nulla secondarie, che simile impostazione sia in qualche modo riconducibile alla visione della Cina tramandata dai primi gesuiti e che quella stessa visione sia stata dapprima avallata dai loro più feroci avversari - Voltaire su tutti - poi sviluppata «nella sua forma estrema» da letterati laici di primo ordine come Victor Segalen e infine accolta dalla maggior parte degli intellettuali francesi che vi intravedono «la continuazione dell'elitarismo repubblicano che si illudono di incarnare». Billeter ritiene che, nel corso degli anni, il suo giovane collega abbia progressivamente annacquato le proprie posizioni, smettendo di «interrogare il pensiero dell'Occidente attraverso quello cinese», facendosi invece prendere la mano da ossessioni tutte sue e da quella che, a poco a poco, è diventata la raffigurazione immaginata di una terra promessa, altrettanto mitica e utopica di quella che si vorrebbe «liberare». Questo sarebbe testimoniato anche dall'improvvisa e alquanto singolare iperattività dell'autore: dei ventitré volumi pubblicati da Jullien, diciotto sono stati edili proprio dopo il 1989. Non soffermandosi solo su fattori esterni, più che uno scontato pamphlet, Contre François Jullien si rivela però un prezioso strumento di riflessione che, anche quando non se ne condividono finalità, stile e presupposti, non sarebbe sbagliato leggere in contrappunto a Pensare l'efficacia o al più articolato e stimolante Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità (traduzione di Mario Porro). Nella convinzione che solo critiche dure e precise siano quanto di meglio un autore possa chiedere, per allargare «una di quelle fessure» che, parafrasando lo stesso Jullien, stimolando l'opera, ne rinnovano anche la vita. Purché, per tornare a Pascal, le carte siano davvero tutte sul tavolo.

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