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Pensare per due

Pensare per due
Pensare per due
Nella mente delle madri
Edizione: 20082
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842085249
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Psicologia clinica e dinamica
  • Pagine 190
  • 15,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Una mamma allatta il suo bambino. Tra di loro, un gioco di sguardi e attese, quasi una comunicazione telepatica. Un viaggio nel più misterioso legame esistente, nel luogo delle nostre origini.

Fare un figlio è come innamorarsi: un’esperienza che travolge e, dopo, nulla è come prima. Nel corso della gravidanza e per tutto il primo anno di vita del bambino la madre costruisce una vera e propria nuova organizzazione psichica, entra in una ‘costellazione materna’ che la induce a rivedere l’intera gerarchia delle priorità e dei valori e accende nella sua mente quel misterioso stato che è il ‘pensare per due’. Cosa accade alla mente di una donna quando resta incinta? Quali trasformazioni la travolgono? Quali sono le sue preoccupazioni, quali i sogni? Come reagisce il suo corpo? Cosa succede alla coppia e ai suoi equilibri? A seconda del trasporto o della reticenza con cui si addentra nella propria ‘costellazione’, ogni madre vive e struttura un particolare rapporto con il bambino e con l’evento stesso della gravidanza. In un’esplorazione affascinante, che è anche un racconto di storie di vita vissuta, Massimo Ammaniti si addentra nel mondo celato e intimo della maternità.

Indice

Nella mente delle madri - STORIE DI GRAVIDANZE: Madri integrate - Madri non integrate - Madri ristrette - Madri depresse - Note - Ringraziamenti

Leggi un brano


«Madri non si nasce, si diventa». Lo affermano Craig H. Kinsley e Kelly G. Lambert, due neurobiologi che hanno studiato gli effetti della gravidanza e della maternità sul cervello delle madri. Aggiungerei che non si diventa madri nel periodo in cui si aspetta un figlio, ma ci si prepara già molto tempo prima. Basta osservare bambine e bambini di due o tre anni che giocano per capire quanto nelle femmine sia presente fin dalla più tenera età una predisposizione alla maternità che si esprime nella preferenza a giocare con le bambole, mentre la scelta dei maschi si orienta di solito verso giochi aggressivi e competitivi. A questo proposito, la psicologa americana Carol Gilligan, che si è occupata dello sviluppo dell’identità maschile e femminile, racconta un episodio divertente avvenuto durante un esperimento che stava conducendo. Un bambino e una bambina di quattro o cinque anni stanno giocando insieme in una stanza. Il maschietto con aria perentoria si rivolge alla femminuccia e le dice: «Giochiamo a fare i pirati», e la bambina, con aria convincente, gli risponde: «Dai, giochiamo alla famiglia». Lui, annoiato e infastidito, le ripete: «No, io non gioco alla famiglia, è una noia. Voglio giocare ai pirati». Il braccio di ferro non sembra sbloccarsi perché il bambino tiene il punto. È invece la bambina a trovare un accordo e con aria furba gli dice: «Va bene, facciamo il pirata che stava in famiglia».

Non si attribuisce mai la dovuta importanza ai condizionamenti culturali nella definizione del carattere e nella determinazione dei comportamenti maschili o femminili e, al tempo stesso, sarebbe assurdo sottovalutare l’influenza prodotta dalla componente psicobiologica propria e specifica di un bambino e di una bambina. Il comportamento sessualmente definito degli individui, adatto allo svolgimento dei rispettivi ruoli, è infatti la risultante di un intreccio assai sofisticato tra natura e cultura.

Nello specifico si può osservare come l’attitudine a diventare genitore diventi sempre più definita e concreta durante l’adolescenza, quando avviene la maturazione corporea e sessuale legata alla pubertà. Si tratta di un percorso di maturazione che si definisce in una forma sempre più chiara verso la fine dell’adolescenza. Nella prima adolescenza, infatti, i giovani sono ancora molto concentrati su se stessi e mostrano scarsa disponibilità alla cura dei piccoli; negli anni immediatamente successivi, invece, la tendenza si inverte: si va via via sbiadendo la natura oppositiva della relazione con i propri genitori e inizia a prendere corpo la possibilità di identificarsi con un ruolo anche genitoriale, fatto di attenzioni e di cure per i più piccoli. Si verifica in quegli anni un vero e proprio cambiamento di rotta: si esce dal microcosmo abitato solo da se stessi e dai propri bisogni e si entra in un macrocosmo abitato anche dagli altri e dai loro bisogni.

Per questa ragione le gravidanze che intervengono nei primi anni dell’adolescenza sono assai problematiche: è difficile che una ragazza che resta incinta a quattordici o quindici anni possa vivere pienamente la maternità. A questo proposito la psicoanalista inglese Dinora Pines ha messo in luce che la gravidanza in adolescenza non scaturisce da un desiderio di maternità, quanto piuttosto da esigenze legate alle dinamiche psicologiche tipiche di quell’età. Per esempio, l’attesa di un figlio può diventare, per lo più inconsapevolmente, un modo per dimostrare di essere in grado di diventare come la propria madre, di avere un corpo maturo e fertile come il suo. È quindi un desiderio di natura narcisistica che, a volte, nasconde una seria difficoltà a crescere. In questo senso, la gravidanza può essere interpretata come una scorciatoia per diventare grandi.

Di sicuro però una donna comincia ad autorappresentarsi come madre solo durante la gravidanza: è in quella fase che sperimenta un ampliamento della propria identità femminile nell’essere madre. Ma insieme alla propria immagine, durante la gravidanza la donna costruisce anche l’immagine del figlio; un’immagine dapprima embrionale, come l’embrione biologico che è dentro di lei, poi sempre più differenziata, a mano a mano che la futura madre avverte i movimenti del bambino dentro di sé. Naturalmente, l’immagine che ogni donna si costruisce è legata alla propria storia personale ed è fortemente influenzata dall’andamento della gravidanza e dal suo legame di coppia.

Intervistando un campione di madri intorno al settimo mese di gravidanza, abbiamo messo in luce percorsi diversi, che evidenziano i diversi modi in cui le donne costruiscono la propria identità materna, riconoscibile non solo durante l’attesa ma anche dopo la nascita del figlio.

Recensioni

Marina Corradi su: L’Avvenire (22/02/2008)


«La comunicazione che avviene attraverso lo sguardo è un tratto distintivo della specie umana, ed è favorita dalla sua posizione eretta. Secondo una prospettiva evoluzionistica, il raggiungimento da parte della specie umana della stazione eretta ha profondamente modificato la qualità delle cure parentali. Alcuni paleontologi sostengono addirittura che essa sia stata acquisita dall'uomo al fine di assolvere al meglio il compito di accudire i figli. Tale posizione infatti consente di avere nel contatto visivo lo scambio comunicativo più rilevante». Così scrive Massimo Ammaniti, docente di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza e psicoanalista, in questo volume Pensare per due. Un viaggio nella mente delle madri in attesa e nei primissimi mesi dopo il parto, con attenzione alla psicologia e alla biochimica - a tutte le risposte che la donna coscientemente o no attiva, quando attende un figlio. E fin dall'inizio della gravidanza, giacchè, scrive Ammaniti, «una madre ha in mente suo figlio fin dal principio». Un'attenzione che cresce e culmina con l'avvicinarsi del parto. E' la primary maternal preoccupation descritta nel 1956 dallo psicoanalista Winnicot, una “focalizzazione” straordinaria che rimane attiva, nelle puerpere, anche nel sonno: ciò che permette alle madri di svegliarsi per il più lieve movimento del neonato, mentre il padre - pure in tempi che vogliono uomo e donna equivalenti - non si accorge di niente. Ammaniti spiega del comportamento indotto da questa primary maternal preoccupation, e cioè di una capacità che sembra istintiva: la madre «è in grado di imitare e rispecchiare l'espressione del bambino, amplificandola e trasmettendogli qualcosa che appartiene solo a lei». È forse per questo specialissimo compito che è così importante per il bambino guardare la madre negli occhi - quella attitudine raggiunta con la stazione eretta. Il figlio scopre negli occhi della madre l'immagine che la madre si è costruita di lui e in questo sguardo impara a sviluppare il proprio Sé. La madre come uno originario specchio, dunque, dove il figlio trova la prima immagine di sé. Ciò che forse le madri istintivamente intuiscono da sempre, ma che, così analizzato e dimostrato, quasi spaventa per la straordinaria importanza di quello sguardo posato sul figlio, che già comincia a disegnarne il destino. Il libro riferisce di un esperimento condotto nel 1999 da Craig Howard Kinsley, in cui si osservò il comportamento di un gruppo di topoline vergini confrontate con altre che avevano appena partorito. Chiuse in un labirinto e indotte a cercare del cibo nascosto, le topoline madri impiegavano tre minuti a trovare il cibo, contro i sette giorni delle sorelle che non avevano figliato. La spinta della sopravvivenza della specie attiva risorse e capacità altrimenti latenti. Le madri, sotto la domanda dei bisogni dei figli, "sanno" fare ciò che prima non avrebbero saputo. Straordinaria risposta a un tempo che vive la maternità come un "di meno", se non come un handicap di fronte alle prestazioni professionali. La madre non solo non perde risorse, ma ne acquista di nuove. Evoluzione o disegno, qualcosa in noi vuole e domanda che la vita continui.

Paola Zanuttini su: Il Venerdì di Repubblica (22/02/2008)


Come appare una donna con il suo neonato in braccio? Felice, appagata. E, se la beatitudine straborda, anche un po' ebete, direbbe chi non apprezza le svenevolezze della maternità. Ma sbaglierebbe, perche è scientificamente dimostrato che il cervello delle puerpere, catalizzato da cortisolo, estrogeni, prolattina e ossitocina, attiva strategie precedentemente inesplorate per garantire la sopravvivenza del figlio. Visto che in termini biochimici uomini e topi non sono tanto diversi, conviene citare un esperimento condotto dal neuroscienziato americano Craig Howard Kinsley su topoline vergini e topoline mamme introdotte in un labirinto: le prime ci hanno messo una settimana a trovare la strada per il cibo, le seconde tre minuti.

Massimo Ammaniti, docente di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, ha cercato di capire come cambiano atteggiamenti, pensieri e sentimenti di una donna che sta per diventare madre: nell'indagine che ha coordinato ne ha fatte intervistare cinquecento e ha distillato quelle conversazioni in Pensare per due. Nella mente delle madri (Laterza). Dove, fra l’altro, si legge che le mamme, d’istinto, tengono in braccio il figlio a sinistra, per mantenerlo nel campo visivo sinistro, quello che comunica cioè con l’emisfero cerebrale destro, coinvolto nei processi di attaccamento e di risposta emotiva. Si smentisce quindi una consolidata convinzione: che le donne facessero così per avere la destra libera di sbrigare altre faccende. Nel libro Ammaniti introduce una nuova classificazione delle future madri: integrate, ristrette, ambivalenti e depresse.

Il destino di un rapporto si decide tutto in gravidanza?«La nascita comporta grandi cambiamenti che possono sempre smentire le previsioni. In ogni caso le madri integrate, disposte ad accettare i mutamenti della gravidanza e a riprogrammare ritmi e stili di vita per accogliere il bambino, sono la maggioranza. Poi c'è chi è meno incline ad adeguarsi: per esempio, continua ad andare in motorino o a sciare e afferma che poi si porterà il figlio dappertutto. Oppure c'è chi non vuol ripetere gli errori della sua mamma pur non riuscendo a fare a meno di lei. Non è detto assolutamente che queste saranno madri peggiori, anche se non considero la confusione di un ristorante o i decibel di un concerto gli stimoli migliori per un lattante».

Lei dice che una futura madre su dieci è a rischio depressivo. Perché così tante? «In genere dipende dalle precedenti esperienze esistenziali: un'infanzia difficile, l'ansia causata da gravidanze finite male, senza contare l'iperafflusso di ormoni, che influisce sull'umore. Il pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott sosteneva che da due mesi prima a tre mesi dopo il parto la madre sviluppa una condizione psichica, la "preoccupazione materna primaria", necessaria a entrare in sintonia con il figlio, a intuirne i bisogni e proteggerlo dai pericoli: è la misteriosa sensibilità per cui una madre veglia sul bambino anche nel sonno. Winnicott la definisce "quasi come una malattia" e infatti questo stato, se molto accentuato, può sfociare in un disturbo ossessivo compulsivo o depressivo. Il guaio è che spesso questo disagio non viene riconosciuto».

Il dono della vita ha un terribile allegato, la mortalità: anche questo scatena la depressione?«La presa di coscienza che il tuo bambino è mortale può essere insostenibile, anche la rottura della fusione ideale tra madre e figlio, che in gravidanza dà alla donna una una sensazione di quasi onnipotenza. E c'è il confronto con il bambino vero, che magari non somiglia all'immagine che la donna si era fatta. Perché una madre ha in mente suo figlio fin dal principio e il momento fondamentale del riconoscimento è quello in cui il feto inizia a muoversi. Ma va anche detto che il cambiamento dello stato mentale produce una sorta di sospensione del giudizio: ogni scarrafone è bello a mamma soja, in altre parole. Bartels e Zeki, due ricercatori inglesi, hanno evidenziato con la risonanza magnetica che, nelle madri alle quali vengono mostrate le immagini dei figli, si registra un'attivazione cerebrale simile a quella dell'amore sentimentale».

Interpellate sulle loro paure, le madri hanno detto di temere soprattutto che il figlio non sia sano - e questo è comprensibile - ma l'altro grande assillo è che sia irrequieto. Cos'è: ansia o poca disponibilità? «Una delle paure ricorrenti delle madri è che il bambino non mangi e non dorma. Non hanno torto: la maggior parte delle violenze subite dai bambini entro il primo anno di età è legato a questi motivi. E da una ricerca americana risulta che il 36 per cento delle madri "normali" ha paura di fare del male al figlio. Ci sono bambini ostinati che faticano ad adattarsi ai ritmi, ma con gli altri subentra presto l'empatia e madre e figlio trovano un assestamento. Certo, l'eccessiva medicalizzazione del parto non aiuta la naturalità del rapporto e i nostri servizi pubblici non danno nessuna consulenza ai neogenitori».

E le nonne?«Nelle famiglie allargate questi saperi si tramandavano in casa. Oggi le figlie si misurano con la madre, vogliono mostrare di essere più brave, ma solo superando i conflitti dell'infanzia possono stabilire una relazione paritetica con lei. I nonni sono figure fondamentali se sono presenti, ma senza troppe interferenze. Non devono proporsi come depositari della conoscenza».

Ai padri che ruolo spetta? «Sono cambiati molto e in meglio. Ma con qualche confusione di ruolo. Più che a fare il mammo un padre dovrebbe ambire a fare il regista: preparare e sostenere il set in cui madre e figlio sono i protagonisti».

Luciana Sica su: la Repubblica.it (12/03/2008)


Quell'amore per il proprio bambino che sta per nascere, che è appena nato è in tutto e per tutto simile all'amore romantico, uno stato rarissimo della vita, una condizione abbagliante. È un innamoramento. E noi pensiamo: bella immagine, forse un filo stucchevole. Sbagliamo, per eccesso di disincanto, perché agli ingombranti sussulti delle emozioni preferiamo una più opaca ragionevolezza dei nostri pensieri, respingendo un ulteriore frammento di discorso amoroso. Ma è la ricerca neuroscientifica che lo ha provato: la maternità somiglia moltissimo alla passione, proprio quella che brucia, che non concede troppe distrazioni. In tutti e due i casi lo stato mentale è alterato, e non poco, con tutte quelle continue idee ossessive che non lasciano tregua. E - come in una malattia - in tutti e due i casi "l'amore è cieco".

Senza nessun cedimento a un certo chiacchiericcio, inutile per quanto colto, ma soggiogato dall'indubitabile fascino di un argomento comunque pieno di mistero, a scriverne è Massimo Ammaniti in Pensare per due, il suo nuovo libro che esce in questi giorni da Laterza (sottotitolo "Nella mente delle madri", - alle sei di questo pomeriggio il volume sarà presentato alla libreria Rinascita di Roma: oltre all'autore, ne parleranno Nadia Fusini, Concita De Gregorio e Paola Perucchini).

Professore di psicopatologia alla "Sapienza" di Roma, psicoanalista noto anche all'estero - e non solo in Europa (alcuni suoi saggi sono usciti negli Stati Uniti) -, non è la prima volta che Ammaniti si sofferma sul "luogo delle origini" e più precisamente sul tema dell'attaccamento, secondo la linea di ricerca segnata dal geniale John Bowlby. E più di un volume ha curato con Daniel Stern, autorevolissimo esponente della infant research in psicoanalisi, il grande studioso della "costellazione materna" che si divide tra Ginevra e la Cornell University di New York.

Il libro di Ammaniti si compone di due parti distinte tra loro: la prima è di natura teorica, scritta comunque con un intento divulgativo; la seconda raccoglie una serie d'interviste con tipologie di madri variamente definite: "integrate" e "non integrate", "ristrette" e "depresse". Ma è da una considerazione più generale sul tema del materno - sfondo di una letteratura sempre più ricca e ampia - che ha inizio questa intervista. Si direbbe infatti che viviamo in un'epoca di "maternalizzazione" della cultura - il che non vuol dire affatto che si sia femminilizzata, tutt'altro.

La psicoanalisi ci ha messo del suo: dalla Klein in poi si è concentrata sempre di più sulla fase pre-edipidica, sul rapporto madre-figlio nella fase epifanica e addirittura anche prima, in quei mesi spesso incantati dell'esperienza prenatale dov'è l'inconscio a fare da padrone di casa, ridimensionando inevitabilmente il triangolo familiare e quindi la centralità della figura paterna. Ormai alcuni autori – soprattutto donne: penso a Manuela Fraire, tra le italiane - lo dicono chiaramente, e senza temere gli ostracismi dell'establishment: il rilievo assegnato alla madre come primo oggetto d'amore da cui dipende (in buona parte) il benessere dei figli non è un lieve cambiamento di rotta del pensiero psicoanalitico. È un totale rivolgimento, una rivoluzione paragonabile alla "scoperta" dell'inconscio di Freud.

Professor Ammaniti, è un'espressione troppo forte per lei?«Un po' forte lo è, senz'altro... Ma è vero che Freud ha affrontato il tema della maternità come un uomo e un padre d'inizio Novecento, e certamente non è riuscito a cogliere completamente il senso complessivo di quell'esperienza e soprattutto l'importanza del corpo femminile, in particolare del suo "spazio interno", luogo di grande ambivalenza, al tempo stesso erotico e generativo. Saranno le analiste donne - e l'elenco sarebbe piuttosto lungo - a compiere un’inversione senz'altro profonda»

A imporla, diciamo pure... È vero che Freud parla di un'epoca "minoica" dello sviluppo psichico, alludendo all'importanza della primissima fase della vita e quindi del rapporto con la madre, ma nel suo modello è comunque il padre in carne ed ossa, nella sua funzione edipica di terzo incomodo assolutamente necessario, a consentire la differenziazione del bambino e la sua "normale" evoluzione... Lei non trova che oggi il partner "vivo" della madre è invece sempre più marginale e incline alla rivalsa?«Che ci sia una competizione maschile nei confronti della donna generatrice è fuori discussione, e forse questo atteggiamento è stato dello stesso Freud. Oggi però assistiamo anche a un nuovo fenomeno: se una volta i padri non si occupavano dei figli molto piccoli, oggi in molti casi non è più così... È un fenomeno interessante, anche se questi "nuovi padri" tendono a ricalcare atteggiamenti materni, con il rischio di una sovrapposizione».

È già qualcosa se sono utili alle loro compagne stremate dalla stanchezza - mi scuserà l'osservazione brutale...«Questo è un punto molto importante di cui ho sempre discusso col mio amico Daniel Stern. Ha a che fare con il ruolo paterno, con la sua capacità di declinare l'identità maschile in presenza di un neonato: nei primi giorni, nelle prime settimane, nei primi mesi il compito del padre dovrebbe essere un po' quello di un regista dietro le quinte, dovrebbe creare insomma lo scenario, le condizioni per facilitare lo scambio tra la madre e il piccolo».

Uno scambio che ha tutte le caratteristiche dell'esclusività - come nell'innamoramento, lei scrive nel suo libro. Ma in che senso?«In senso stretto, direi. Sono due condizioni molto simili, se ne ha ormai la riprova scientifica: nelle donne prese dall'intimità del rapporto col neonato come negli innamorati abitati dalla passione si attivano le stesse aree cerebrali connesse alla dopamina, e dunque al piacere e alla ricompensa. E in tutti e due i casi, si disattivano invece quelle zone del cervello che hanno a che fare con il giudizio sociale, con le emozioni negative che servono a indagare le motivazioni psicologiche della persona amata».

Il rischio è che la maternità venga presentata come una condizione eccessivamente idilliaca. E con una certa dose di ambiguità: da una parte si esalta l'onnipotenza materna, dall'altra le madri sono considerate - e dunque si considerano - le maggiori incompetenti in fatto di figli. Non è una stranezza?«Si vede già durante la gravidanza: a volte c'è troppa sanitarizzazione, troppo affidamento ai medici. E in seguito, le eccessive psicologizzazioni sono negative: non bisognerebbe mai sostituirsi alle donne, ma solo - in alcuni casi - aiutarle a ritrovare la piena fiducia in loro stesse. Le capacità di parenting intuitivo fanno parte del nostro patrimonio: qualsiasi madre sa come prendersi cura del suo piccolo, è una sapienza innata».

Ci pensa la cronaca nera a smentire l'immagine tutta in rosa del rapporto madre-figli, anche se lì l'attenzione è morbosamente concentrata su madri depresse fino all'infanticidio - pur sempre un'infima minoranza. È invece una certa ambivalenza materna a essere più estesa e meno sotto i riflettori: le donne, che pure ne organizzano alla perfezione le giornate, sembrano spesso distaccate mentalmente dai loro figli... Lei che ne dice?«Avere il figlio nella propria mente - keeping the baby in mind, secondo l'espressione coniata da Arietta Slade - è d'importanza centrale, non c'è dubbio. Un bambino sa accettare una madre lontana, ma può non tollerare una madre assente, incapace di assegnargli la sua priorità».

Come sono i figli delle madri eternamente "distratte" da qualcos'altro?«In genere non hanno un rapporto facile con le emozioni: non le sanno riconoscere e tanto meno nominarle. Magari "funzionano", danno delle buone prestazioni di sé, ma sono piuttosto chiusi in sé stessi se non proprio anaffettivi».

Alla fine viene un dubbio, professore. Sarà forse una banalità, ma da sempre i bambini non crescono spesso in modo del tutto normale, a dispetto dei loro pessimi genitori?«Certamente: noi li chiamiamo "bambini invulnerabili", sono quelli che possono contare sulle loro risorse e vanno comunque tranquilli e spediti nella vita. Purtroppo però c'è anche il rovescio della medaglia, e cioè bambini difficilissimi, problematici, figli di genitori esemplari».

C'è qualcosa che sfugge alla psicoanalisi ma non alla genetica.«Con tutta probabilità».

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