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Il codice Provenzano

Il codice Provenzano
Il codice Provenzano
con ill.
Edizione: 20085
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842082545
Argomenti: Attualità, Giornalismo
  • Pagine 332
  • 15,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«“Non sapete quello che state facendo”, sussurrò Bernardo Provenzano ai poliziotti che lo ammanettavano dentro il suo covo di Corleone, a Montagna dei Cavalli, l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza. Erano le 11.21 di una mattina che il capo di Cosa Nostra aveva dedicato alla scrittura dei pizzini, l’unico strumento che utilizzava per comunicare con il mondo al di fuori della sua casa bunker. Bernardo Provenzano aveva comandato da sempre così, battendo i tasti delle sue macchine per scrivere. Dovunque si trovasse. Poi affidava quei messaggi, ripiegati sino all’inverosimile e avvolti dallo scotch trasparente, nelle mani di fidati mafiosi. La centrale di comando su cui si era fondato il trono di Bernardo Provenzano stava per intero su un tavolino.» Chi è il misterioso «Nostro Signore Gesù Cristo», sempre beninformato sul corso delle indagini, che Provenzano ringraziava nei suoi pizzini per avergli svelato la telecamera nascosta dai carabinieri e per avergli offerto un rifugio sicuro dopo un blitz della polizia? Chi sono gli altri destinatari dei messaggi, indicati con numeri in sequenza da 2 a 164? L’arresto del padrino di Corleone non rappresenta la fine della lotta alla mafia, ancora molti sono i nodi da sciogliere.

 

Altre notizie su www.bernardoprovenzano.net.

Leggi un brano

«Non sapete quello che state facendo», sussurrò Bernardo Provenzano ai poliziotti che l’ammanettavano dentro il suo covo di Corleone, a Montagna dei Cavalli, dopo 43 anni di latitanza.L’11 aprile 2006. Erano le 11.21 di una mattina che il capo di Cosa Nostra aveva dedicato interamente alla scrittura dei pizzini, l’unico strumento che utilizzava per comunicare con il mondo al di fuori della sua casa bunker in mezzo alle campagne della provincia palermitana. Bernardo Provenzano aveva comandato da sempre così, battendo i tasti delle sue macchine per scrivere. Dovunque si trovasse. Poi affidava quei messaggi, ripiegati sino all’inverosimile e avvolti dallo scotch trasparente, nelle mani di fidati mafiosi. Mai il capo di Cosa Nostra aveva utilizzato un telefono o un cellulare, mai aveva ceduto alle lusinghe e alle scorciatoie di quella tecnologia che pure fa della sicurezza nelle comunicazioni un baluardo imprescindibile. La centrale di comando su cui si era fondato il trono di Bernardo Provenzano stava per intero su un tavolino. Quella mattina dell’11 aprile apparve in tutta la sua chiarezza ai poliziotti che avevano indagato per otto lunghi anni.[...]La cartella dei pizzini in partenza fu l’ultima cosa che Bernardo Provenzano fissò prima di abbandonare per sempre l’ultimo nascondiglio. L’espressione sbigottita dei primi momenti aveva già lasciato il posto a quell’enigmatico sorriso che avrebbe fatto presto il giro del mondo, immortalato dai fotografi e dalle telecamere davanti alla squadra mobile di Palermo. Solo per un momento, il padrino fu distratto dal servizio del telegiornale di Rai 2 che annunciava il suo arresto, poi rilanciò lo sguardo verso la macchina per scrivere dove aveva lasciato un segreto a metà. Per la prima volta, si separava dai pizzini, simbolo del suo comando. Che era terminato alle 11.21 di quel giorno di inizio aprile, ma non era stato ancora svelato.Ecco perché fu l’archivio dei pizzini il mistero che si manifestò subito a chi aveva trovato la strada per Montagna dei Cavalli. Perché al capo di Cosa Nostra i poliziotti del gruppo ribattezzato «Duomo», dal nome del vecchio commissariato nel cuore della Palermo antica dove avevano sistemato il loro quartier generale, erano arrivati seguendo i fedeli messaggeri dei pizzini del capo. Partivano da casa della compagna e dei figli di Bernardo Provenzano, all’ingresso di Corleone, e si immergevano nella città dove il padrino era cresciuto settant’anni fa ed era diventato un killer spietato. Uno, due, tre postini fidati avevano il compito di proteggere i misteri che restavano dopo otto anni di indagini e arresti fra i manager, i picciotti e i favoreggiatori del capo di Cosa Nostra, finalmente costretto all’angolo dall’azione dello Stato.I misteri che restavano apparvero presto in tutta la loro asfissiante presenza agli uomini che si aggiravano dentro il covo di Montagna dei Cavalli. Senza la decifrazione del codice segreto, le parole dei pizzini, scritte a macchina o a penna, apparivano frasi senza senso e senza tempo. Appesantite dalle continue sgrammaticature di un capomafia che da bambino non aveva terminato la seconda elementare. Eppure, una ragione doveva esserci in quel codice. Un metodo criminale doveva legare ogni pedina del mistero grande che era l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra dopo le stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così come Bernardo Provenzano l’aveva riformata per farla sopravvivere allo sconquasso dei pentimenti e della reazione dello Stato.Ai poliziotti fu subito chiaro che dietro ogni numero che scandiva i pizzini c’erano misteriose strade, tanti altri postini ancora, luoghi discreti per ogni scambio, un destinatario o un autore che quasi sempre avevano una doppia vita. Perché nessuno fa il mafioso e basta. Ma cerca di rimodellare la società in cui vive secondo il proprio personale verbo. Il verbo di Provenzano, il mafioso per eccellenza.Dietro quella sequenza di numeri c’erano i nomi dei favoreggiatori e dei capi, degli insospettabili di tutte le risme e dei nuovi adepti a Cosa Nostra. L’euforia del momento per un arresto tanto importante lasciò presto il posto alla riflessione. Perché per bloccare davvero Bernardo Provenzano e la sua organizzazione sarebbe stato necessario individuare subito il codice che nascondeva la sequenza dei suoi ordini, degli esecutori e dei gregari, dei consiglieri e degli insospettabili. Gli unici indizi per riuscirci erano altri misteri, quelli rappresentati dai pizzini già scoperti: fra il luglio 1994 e il dicembre 1995, Luigi Ilardo, vicerappresentante della famiglia di Caltanissetta e confidente dei carabinieri, ne aveva consegnati nove al colonnello dei carabinieri Michele Riccio; un pizzino era stato scoperto dalla squadra mobile di Palermo nel covo di Giovanni Brusca, a Cannatello, nell’Agrigentino, al momento del suo arresto, il 20 maggio 1996; un altro era nel casolare di San Giuseppe Jato dove nell’ottobre 1997 si nascondeva Giuseppe Maniscalco, anche lui autorevole interlocutore di Provenzano, che come Brusca è oggi collaboratore di giustizia. Nel marsupio di Antonino Giuffrè, componente della Cupola mafiosa arrestato dai carabinieri il 16 aprile 2002 in un casolare della provincia palermitana, c’erano cinque pizzini di Provenzano fra molti altri scritti da diversi capi e uomini d’onore. Altri 31 biglietti erano stati ritrovati qualche mese dopo grazie alle indicazioni di Giuffrè, ormai collaboratore di giustizia, nascosti dentro un barattolo di vetro custodito in un casolare fra le montagne di Vicari. Era l’archivio del capomafia Giuffrè, un tempo insegnante di educazione tecnica, che aveva accumulato grande esperienza all’interno dell’organizzazione: lui era il padrino a cui Provenzano aveva affidato la più delicata delle riforme mafiose, quella di mutare il linguaggio di Cosa Nostra e persino il nome. Perché ormai «picciotto», «famiglia», «capodecina», «capomandamento», «commissione provinciale» venivano ritenuti termini antiquati e soprattutto pericolosi, considerato il peso delle intercettazioni ambientali negli arresti degli ultimi anni. A Giuffrè il padrino aveva anche chiesto di studiare un nuovo cifrario alfanumerico da utilizzare per le comunicazioni riservate. Lui si era applicato, aveva fatto per iscritto la sua proposta, ritrovata anche questa. Ma fu bocciata da Provenzano, perché ritenuta «troppo semplice». Qualche anno dopo, da collaboratore di giustizia, Giuffrè ha contribuito a svelare molti segreti della Cosa Nostra voluta da Provenzano, però il capo dei capi aveva già provveduto a cambiare il codice. Così da rendere impossibile l’individuazione dei nuovi ordini e degli esecutori.Ma c’era molto di più dietro il mistero. Che non era fatto solo di numeri. Persino Giuffrè, vicinissimo al capo e ai suoi segreti, non ha saputo spiegare il vero significato di alcune espressioni di Bernardo Provenzano. Più che concetti, erano altre enigmatiche presenze. Sintetizzate dal padrino nei «ringraziamenti» a «Nostro Signore Gesù Cristo». Lo ha fatto per ben due volte.Inizialmente, erano sembrati i soliti riferimenti pseudo religiosi di cui sono pieni i pizzini. Ma presto quei brani avevano fatto ipotizzare la vera essenza del mistero Provenzano: le complicità inconfessabili di cui il padrino ha goduto e i nomi di chi gli ha consentito di regnare per 43 anni di delitti, affari e collusioni nei palazzi che decidono.

Recensioni

Philip Pullella su: Washingtonpost.com (08/03/2007)

ROME (Reuters) - If you thought cracking "The Da Vinci Code" was tough, try unscrambling "The Provenzano Code," the cryptic cipher the Mafia's "boss of bosses" invented to rule the mob for years when he was Italy's most wanted man.

Numbers, alphabet letters, Bible quotations, references to Jesus -- they are all in a new book by Sicilian magistrate Michele Prestipino, who tries to unravel Mafia mysteries with notes that came to light with Bernardo Provenzano's arrest last April. "The Provenzano Code," which hit Italian bookstores on Thursday, uses dozens of "pizzini" (little pieces of paper) which Provenzano wrote to communicate with lieutenants, to try to reconstruct the recent history of Sicily's Mafia.

"This is not just the Mafia as seen close up by outsiders, this is Cosa Nostra explained by Cosa Nostra, the Mafia explained by Mafiosi in their own words," Prestipino told Reuters in a telephone interview from Palermo, Sicily's capital.

"We now have what amounts to the largest Mafia archive ever," he said.

Provenzano was undisputed head of the Sicilian Mafia from 1993 until his arrest on April 11 ended 43 years on the run.

When police finally nabbed him in a farmhouse near the hill town of Corleone, made famous in "The Godfather" films, his "command center" was decidedly not high-tech.

The arsenal Provenzano wielded to run the Mafia consisted of two typewriters -- one manual, one electric -- a dictionary and a copy of the Bible brimming with homemade tabs, underlining and annotations of Old and New Testament verses.

A rough-hewn slab of wood served as a desk on which rested an in-box and an out-box he used to keep track of business.

KEEP IT BETWEEN YOUR TOES

The "pizzini," typed on onionskin paper and folded tens of times until they could even fit between two toes, were sealed in transparent tape and dispatched via a chain of messengers.

"The language he used is the only instrument we have to understand the personality of the man who for more than 10 years headed one of the most powerful crime organizations," said Prestipino, who wrote the book with journalist Salvo Palazzolo.

Provenzano, who quit school after second grade in Corleone, wrote in often ungrammatical Italian. He assigned numbers from two to 164 to his accomplices -- he was number one -- and many of them did not know which number referred to which person.

One of the most mysterious accomplices was known as "the adored Jesus Christ." He figures in several notes where Provenzano thanks him for getting the mob out of tight spots.

"We don't know if "the adored Jesus Christ" is a person or a group," said Prestipino. "When he wrote to his underlings he never disclosed the identity."

In one note, Provenzano thanked "the adored Jesus Christ" for informing him that police had hidden a video camera near a farmhouse where the Mafia was to have held a summit in Sicily.

"It's hard to imagine that it was divine providence that told Provenzano about the places where police had installed cameras and listening devices," Prestipino said.

Provenzano, who has refused to cooperate with police and is now in solitary confinement in one of Italy's most secure prisons, was very attached to his well-worn, annotated Bible.

Full of mysterious cross references, he several times asked to have it returned. But investigators refused because it is a potential treasure trove of information.

FBI code crackers from their Cryptanalysis and Racketeering Records Unit in the United States are helping Italian colleagues decipher it and its relation to the "pizzini."

"We have not yet been able to figure out if a (deeper) code is hidden in the annotations, the underlining, the occult contents," Prestipino said.

(additional reporting by Wlady Pantaleone and Antonella Ciancio)

Giovanni Bianconi su: Il Corriere della Sera (08/03/2007)

Palermo – Undici mesi fa, la cattura che segnò la svolta. Quando il pubblico ministero Michele Prestipino varcò la soglia del covo di Montagna dei Cavalli, alle porte di Corleone, dove era stato appena arrestato Bernardo Provenzano, ebbe la sensazione di entrare nel cuore di Cosa Nostra: «C’era l’archivio della mafia. La casa dove viveva il capo, il tavolo del comando». La svolta, appunto. Perché non solo era stato preso Provenzano dopo 43 anni di latitanza, ma pure la sua corrispondenza «in entrata e in uscita». I famosi pizzini, termine divenuto da allora di uso corrente, che insieme a quelli sequestrati quattro anni prima al suo braccio destro Nino Giuffrè fornivano il quadro d’insieme dell’attività quotidiana della mafia: «Non solo quella più nota delle estorsioni e degli appalti, ma pure quella meno nota come le raccomandazioni, le relazioni tra capi e sottocapi, i rapporti familiari».Undici mesi dopo l’analisi di quelle lettere scritte e ricevute dal capo di Cosa Nostra è diventata un libro firmato da Prestipino, il pm che coordinò le indagini per arrivare al boss e al suo archivio, e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Un’analisi e un tentativo di riflessione che le inchieste giudiziarie non consentono», spiega il magistrato. Ne è venuto fuori Il codice Provenzano, edito da Laterza, trecento pagine per capire il contenuto di ciò che s’è scoperto e quello che c’è ancora da scoprire. Perché proprio quei pizzini confermano i lati oscuri dell’attività mafiosa su cui nemmeno la cattura di Provenzano ha permesso di fare luce. «Quel sistema di comunicazione è arcaico ma sicuro, però non è l’unico», dice Prestipino ricordando la lettera inviata a Provenzano da Matteo Messina Denaro – boss trapanese tuttora latitante che «indicava “l’altra via”, ovvero un altro pizzino ancora rispetto a quello della risposta ordinaria, per l’indicazione del nome del politico desiderato. Come se esistesse un livello di trasmissione dei messaggi con un codice di sicurezza, più elevato. E con postini ancora più riservati».È uno dei segreti che resistono all’arresto di Provenzano. L’altro è quello delle relazioni esterne e occulte di Cosa Nostra. «Sono rapporti tenuti e gestititi direttamente dai capi – spiega Prestipino –, prima Riina e poi Provenzano, in alcuni momenti decisivi della vita dell’organizzazione e del Paese. Momenti che coincidono con le stragi e gli omicidi eccellenti». Non si tratta di illazioni, ma di considerazioni degli stessi capimafia scritte nei pizzini o incise sui nastri delle intercettazioni ambientali. Come le considerazioni del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, che a vent’anni di distanza dell’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, 1982, ancora si dannava: «Ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa... Perché glielo ha fatto questo favore?». Un delitto non solo di mafia, dunque, come ebbe a dire Tommaso Buscetta e come confidò il killer di Cosa Nostra Pino Greco all’altro pentito Tullio Cannella: «Io ho avuto uno scherzetto in questo omicidio, e ’stu scherzetto me lo fece u ragioniere», cioè Bernardo Provenzano.Dietro i delitti eccellenti, insomma, si nascondono le relazioni occulte del boss che inquietano gli stessi mafiosi. Poi, dopo le stragi del ’92 e del ’93, ha intrapreso la strada della sommersione. Per meglio condurre i suoi affari e per accumulare ricchezze con maggiore tranquillità. «Anche in questo settore – dice Prestipino – rimane un segreto: il resto delle ricchezze di Provenzano. Noi abbiamo sequestrato e confiscato beni a lui direttamente o indirettamente riferibili per milioni di euro, da negozi e magazzini, residence e appartamenti fino a un negozio nella via “salotto buono” di Palermo. Ma ce ne sono certamente altre, di valore ancora maggiore. E il fatto di averlo preso in una masseria, tra la ricotta e la cicoria, non deve ingannare. A parte che stava lì da un anno e mezzo, e per i quaranta precedenti non sappiamo dove ha vissuto, lo stile di vita sobrio ma comunque ricercato, come dimostrano e i maglioni di cachemire e i pantaloni di marca, non contrasta con l’accumulo di una smisurata ricchezza».La caccia al tesoro di Provenzano, insomma, continua. Così come continuano le indagini per scoperchiare il mondo sommerso delle collusioni della cosiddetta «borghesia mafiosa» con il capo di Cosa Nostra. «Una zona grigia spiega il magistrato – che è cosa diversa dall’organizzazione, ma che ha degli interessi in comune da cui nascono complicità e coperture». Inchieste sui «colletti bianchi» collegati a Cosa Nostra negli ultimi anni ce ne sono state, dai medici agli imprenditori. Ma dai pizzini emergono numeri riferiti a persone non ancora identificate. E chissà che significato hanno, secondo Il Codice Provenzano, i continui riferimenti a Nostro Signore Gesù Cristo, ringraziato anche quando il boss metteva in guardia Giuffrè da telecamere e microfoni: «Difficile pensare al privilegio di una visione divina che gli aveva rivelato l’esistenza di una telecamera dei carabinieri nel casolare di Vicari dove si svolgevano incontri e summit. Eppure, di certo, nel marzo 2002 una manina ben informata la spostò verso il basso. Da quel momento si videro solo piedi, e non si sentirono più voci».Ma se l’arresto del boss non ha svelato tutti i misteri, sono almeno scongiurati i misteri sull’arresto? Il pm che per anni ha diretto le indagini sfociate nella storica cattura garantisce: «I fatti sono andati esattamente come risulta dagli atti depositati e utilizzati nel libro. Del resto nessun capo si fa prendere a casa sua, con i suoi effetti personali, l’archivio, né fa arrestare chi gli stava facendo il favore di garantirgli la latitanza. Non ci sono misteri né trattative segrete. C’è solo la consapevolezza che quell’arresto non ha chiuso la partita. È una tappa importante, la dimostrazione che Provenzano non era un vecchio vessillo bensì un capo in piena attività, dentro la mafia e nelle relazioni esterne dell’organizzazione. Ma non è il traguardo finale. C’è molto altro da scoprire, ed è proprio questo il momento in cui rafforzare e rendere ancora più incisiva l’azione antimafia».

Attilio Bolzoni su: La Repubblica (08/03/2007)

Chi è il numero 21? E chi è il numero 63? E il 9, il 18, il 44? E, soprattutto, chi è quell’«Adorato Gesù Cristo» che lui ringrazia insistentemente ogni qualvolta i poliziotti piombano in un casolare e non lo trovano mai? Dietro ogni numero c’è un compare, un vivandiere, un parente, un insospettabile, dietro ogni numero c’è un fidato postino dei suoi messaggi di carta. Ma l’«Adorato Gesù Cristo» è qualcosa di più e di diverso da tutti gli altri: è probabilmente l’uomo che gli ha permesso di fare la sua latitanza sempre al riparo, sicura, priva di rischio. Una clandestinità difesa molto in alto e per molto tempo. Dopo la cattura di Bernardo Provenzano l’antimafia è alla caccia dei grandi protettori di Bernardo Provenzano.L’ultima trama siciliana è giallo ed è anche ricerca, studio di un linguaggio, di uno stile di comunicazione, di un modo di sopravvivere. È il gergo della vecchia nuova mafia di Corleone.Quella che era partita come inchiesta giudiziaria nel lontano giorno che – nel 1994 – intercettarono i primi «pizzini», è diventata oggi anche un libro che tenta di spiegare il potere di un capo avvolto nel mistero per quasi mezzo secolo. Il titolo anticipa tutto il resto: Il Codice Provenzano. L’hanno scritto un magistrato e un giornalista. Il primo è Michele Prestipino, il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo che per otto anni ha inseguito il Padrino con i poliziotti di un reparto scelto. Il secondo è Salvo Palazzolo, un giornalista di Repubblica che da otto anni raccoglie anche il più piccolo dettaglio sulla vita del boss dei boss di Corleone. Il Codice Provenzano (Laterza, pagg. 332, 15 euro) sarà in libreria da questa mattina.Più che un racconto è un documento che entra per la prima volta nel «sistema di informazione» e trasmissione di notizie inventato dall’ultimo dei Corleonesi, una sorta di ministero speciale delle Poste che ha consentito a Provenzano di sfuggire a intercettazioni ambientali e telefoniche, di neutralizzare le più sofisticate apparecchiature utilizzate dagli «sbirri» che lo braccavano. Nel libro sono raccolti o ricordati praticamente tutti i «pizzini» sequestrati al Padrino e ai suoi fedelissimi di cosca fino all’11 aprile del 2006, l’ultimo giorno di libertà di Bernardo Provenzano dopo quarantatré anni. È un archivio. Ordini mandati in tutta la Sicilia dentro bigliettini arrotolati con lo scotch, disposizioni segretissime, spedite con un esercito di messaggeri che se le passavano di mano in mano.«Chi sono i misteriosi destinatari dei messaggi indicati dal capo di Cosa Nostra con la sequenza di numeri da 2 a 164?», è questa la domanda dalla quale parte l’indagine sul Codice. Da 2 a 164. E poi, sempre quell’«Adorato Gesù Cristo» citato con maniacale cura dal Padrino. E mai a sproposito. Mai per caso.Come quella volta che Bernardo Provenzano rassicurava il suo braccio destro Antonino Giuffrè. Il capo dei capi era appena sfuggito alla cattura mentre un altro dei suoi colonnelli – Benedetto Spera – era stato preso. Scriveva il Padrino: «Grazie ancora per la tua disponibilità per una due settimane lato Cefalù, se era 25 20 giorni addietro sarebbe stata una Grazia, ma grazie al mio Adorato Gesù Cristo al momento ha provveduto lui».Chi era lui? E quante altre volte aveva «provveduto» per avvisarlo di una retata, di un’indagine pericolosa, di una microspia? «Solo in apparenza Bernardo Provenzano è stato il più fortunato dei Padrini. Ma non è così», scrivono Michele Prestipino e Salvo Palazzolo addentrandosi nella decifrazione del Codice e ricordando la lunga lista dei blitz falliti, delle ricerche impantanate, delle piste investigative affossate dagli spifferi. Come accadde nella primavera del 2002.Era marzo, in una di quelle antiche masserie della campagna siciliana i boss si erano dati appuntamento per un summit. Prima di cominciare la «riunione», uno di loro fece cenno a tutti gli altri di stare zitti. Poi cominciò a cercare qualcosa in una stanza, quando la trovò puntò quell’oggetto verso il pavimento. Era una telecamera. L’avevano sistemata là i carabinieri. Da un monitor, in caserma videro in diretta solo i piedi di alcuni uomini. Erano quelli dei boss. Qualcuno li aveva messi all’erta.Chi? Un «pizzino» del vecchio Bernardo Provenzano consegnato al solito Giuffré: «Faccia guardare, se intorno all’azienta, ci avessero potuto mettere una o più telecamere, vicino ho distante, falli impegnare ad osservare bene, e con questo, dire che non parlano, né dentro, né vicino alle macchine, anche in casa, non parlano ad alta voce, non parlare nemmeno vicino a case né buone né diroccate, istruiscili, niente per me ringraziamenti. Ringrazia a Nostro Signore Gesù Cristo».Una delle tante soffiate partite dagli uffici investigativi, uno dei tanti servizi fatti al Padrino. «Difficile pensare che Bernardo Provenzano avesse avuto il privilegio di una visione divina che gli aveva rivelato l’esistenza di una telecamera», commentano il magistrato e il giornalista che – pizzino dopo pizzino – hanno scoperto qualcosa di veramente sorprendente nel sistema di comunicazione fra il boss di Corleone e i suoi: l’arte dello storpiare le parole. Sarà anche un mezzo analfabeta il vecchio Bernardo, ma quei messaggi sgrammaticati, quelle parole in siciliano duro, quei pensieri attorcigliati che riempivano i suoi messaggi erano tutti concordati. Erano il Codice.A pagina 44 del libro c’è una rivelazione che conferma quella tecnica di scrittura scelta dalla mafia di Corleone. Viene riportata la registrazione di una telefonata intercettata fra Pino Lipari – uno degli insospettabili al servizio del clan – e suo figlio Arturo: «Io sgrammaticatizzo... è fatto apposta, hai capito? Sbagliare qualche verbo, qualche cosa... mi hai capito Arturo?». Come se dietro ogni errore ci fosse una chiave per decifrare, come se dietro ogni parola malamente scritta ci fosse un segreto. È ancora dalle chiacchiere captate da una microspia che affiorano altri sospetti. Ed è sempre Pino Lipari che discute con il figlio Arturo a proposito di uno dei pizzini di Provenzano: «L’hai letto tu? Però non era tutto completo, vero?».Il figlio è agitato, capisce di non avere ricopiato bene il messaggio del Padrino da portare a suo padre. Si giustifica: «Ma c’erano un sacco di Ave Maria...». Il padre si arrabbia, lo rimprovera: «Un’altra volta tutta, perché in mezzo all’Ave Maria io devo capire». I riferimenti religiosi – sempre presenti nei bigliettini di Provenzano – trasportavano informazioni criptate. Dal numero 2 al numero 164, da un’Ave Maria a un Buon Gesù.Misteri del passato e misteri del presente. «L’arresto del Padrino di Corleone non ha rappresentato la fine della lotta alla mafia», scrive il pubblico ministero Prestipino. E aggiunge: «Perché ancora molti sono i misteri da svelare. Dietro il codice si nascondono i nomi dei mafiosi reclutati dopo le stragi del 1992 e le tracce degli insospettabili complici».Ma dopo la sua cattura chi ne è diventato il depositarlo? Chi conosce la chiave per decrittarlo? Gli indizi sono solo nei pizzini. Il magistrato e il giornalista li hanno studiati per mesi, esaminati da varie angolature. Hanno anche ipotizzato che ci sia un cifrario nel cifrario. Molti pensieri del Padrino sono citazioni della Bibbia accompagnati da sequenze di lettere e altri numeri. «Il Signore vi benedica e vi protegga», era il saluto che c’era in ogni foglietto. Frase tratta dal Vecchio Testamento, libro dei Numeri, capitolo 6, versetto 24.Un’ostentazione di religiosità che si ritrova sempre. E a volte nemmeno tanto criptica. Come questa: «Preghiamo il Nostro buon Dio, che ci guidi, a fare opere Buone». Favori. Da avere e da offrire.Il Codice è come una via che ha attraversato la Sicilia. Con lui, il Padrino, sul ponte di comando. Cercando di essere sempre uguale e sempre diverso. L’ultimo volto è stato quello di «Pilato», così almeno riferisce quell’Antonino Giuffrè che gli è stato accanto per tanti anni prima di pentirsi. Bernardo Provenzano come Pilato per quel suo modo di prendere sempre tempo, di non decidere mai subito. Un’altra arte, quella dell’indugio. Ogni pizzino è un capolavoro di rallentamento, di pausa. Di incertezza.Cos’è dunque, alla fine, il codice Provenzano? Il magistrato e il giornalista, nelle ultime pagine del loro bel libro, rispondono: «È stato un sistema di comunicazione dinamico, che era composto da relazioni in evoluzione». Relazioni che nascondono anche il vero segreto dei delitti eccellenti di Palermo: Mattarella, Dalla Chiesa, La Torre, Falcone, Borsellino. Ma il codice è anche la combinazione per aprire i grandi forzieri delle ricchezze alla mafia siciliana. Quelle mai trovate.

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