Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche
Avevo quattordici anni quando ho letto per la prima volta Le notti bianche di Dostoevskij.
Per me era un periodo un po’ difficile, non sapevo ancora bene cosa volevo dalla vita, e l’ansia dominava la maggior parte delle mie scelte.
Fin da bambina sono sempre stata una persona molto insicura.
E si sa, per natura l’uomo ha difficoltà ad essere sé stesso. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo cambiato piccole parti di noi per piacere agli altri. È normale.
Ma io ero arrivata ad un punto in cui avevo cambiato così tanti dettagli e stratificato così tanto la mia persona che non capivo più chi ero. Ero rimasta imprigionata nello stesso bozzolo che mi ero creata.
Perché la percezione che avevo di me stessa dipendeva da quel che pensavano gli altri, e questo mi rendeva incredibilmente fragile. Incredibilmente vuota, anche.
Perché non esiste persona più vuota ed infelice di una che non ha il coraggio di amare senza vergogna sé stessa e la vita.
E dopo aver letto la fine di questo libro, ho capito una cosa.
Io non voglio finire come il sognatore.
Non voglio essere dimenticata, sola, ingrigita dalla vecchiaia e consapevole di aver buttato tante occasioni, e di non essermi, così, concessa di vivere veramente.
Leggere Le notti bianche mi ha infuso una disperata voglia di vivere. Mi ha indotto a desiderare di essere unica, e non un manichino che è “perfettamente educato e piacevole”.
Ho capito che non devo vivere per gli altri, ma per me.
Leggere Le notti bianche mi ha svoltato la vita facendomi vedere chi non volessi essere.
Una perdente che spreca la sua esistenza in una caccia frenetica ad un ideale fantasma.
Gloria Munari, studente di scuola superiore