Edoardo Nesi, Fughe da fermo
Sono sempre stato un lettore “onnivoro”, interessato a diversi generi. A seconda del momento, dello stato d’animo e anche della casualità, mi sono avvicinato ad un libro piuttosto che ad un altro. Curiosamente, ho più volte constatato che talvolta sono i libri a sceglierti: in uno scaffale, in libreria, ti capita davanti la costola di un libro che non conosci ma attira la tua attenzione perché, dal titolo o dalla seconda di copertina, ti accorgi che tratta proprio l’argomento che ha generato quei pensieri che affollano la tua mente. Una coincidenza, una sorta di telepatia letteraria.
Ci sono libri che ho apprezzato in modo particolare e ho letto più volte. Li ho riletti in momenti diversi della mia vita e, ogni volta, mi hanno stimolato differenti riflessioni. Puntualmente, a seconda del periodo venivano sollecitate particolari corde emotive. Mai le stesse. È il potere magico della letteratura. Circa venticinque anni fa, mentre ero in partenza per un viaggio, mio fratello mi ha dato un libro da leggere. Così, per caso, ho scoperto un autore molto interessante. L’infatuazione è stata immediata e non si è mai esaurita. In seguito ho letto tutti i suoi libri, alcuni dei quali li ho anche riletti: ne apprezzo molto lo stile, la prosa, la capacità di scrittura che gli consente di fare quello che gli pare con le parole e con la punteggiatura. Mi piace definirlo uno “slalomista” della penna. E i contenuti sono potenti. Si tratta del Premio Strega, più volte finalista, Edoardo Nesi: toscano come me e mio coetaneo, abbiamo addirittura frequentato lo stesso liceo a Firenze. Sarà una considerazione banale, ma parliamo la stessa lingua e sento le cose che narra come se fossero parte della vita mia.
Un libro che ritengo fondamentale e che, in qualche modo mi ha cambiato la vita, è la sua opera prima, Fughe da fermo. Un vero spartiacque tra un prima e un dopo: dopo averlo letto ho spostato lo sguardo sulle cose. Mi ha emozionato ed illuminato. Leggere Fughe da fermo è stato un viaggio dentro le mie paure, le mie fragilità, le mie tensioni e le mie emozioni. Ho trovato le mie parole cominciando dalle sue, anche se devo ancora imparare molto.
C’è tanto di me in questo libro. Un punto di partenza e un punto di riferimento che mi ha fatto sentire meno solo, come parte di una tribù. Un gruppo eterogeneo di persone che reagiscono, sintonizzati sulla cultura bassa della quotidianità. Ogni membro di questa tribù di persone destinate “alla sensibilità”, certamente si è ritrovato tra le pagine di Fughe da fermo, se si sono cercate.
Claudio, detenuto in un carcere italiano