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Gli esuli di Caporetto

Gli esuli di Caporetto
I profughi in Italia durante la Grande Guerra
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2014
Collana: Economica Laterza [677]
ISBN: 9788858111390
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

Donne, vecchi e bambini, provenienti prevalentemente da città come Udine, Treviso e Venezia: dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, seicentomila civili furono costretti ad abbandonare improvvisamente il territorio invaso o minacciato da vicino dall’esercito austro-ungarico, dando vita alla più grande tragedia collettiva che interessò la popolazione durante la Grande Guerra. Anche l’Italia conobbe così, come gli altri paesi coinvolti nel conflitto, il fenomeno dei profughi di guerra, divisi dal dilemma se fuggire di fronte al nemico o subirne l’occupazione. Il libro, basato su fonti inedite, ricostruisce le dinamiche di questa fuga di massa parallela alla ritirata dell’esercito e le condizioni di vita, le immagini, le autorappresentazioni degli ‘esuli in patria’.

Indice

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Leggi un brano

La vicenda dei profughi seguita alla rotta di Caporetto rappresenta la prima, grande tragedia collettiva che investe la popolazione civile italiana durante la Grande Guerra e, in termini assoluti, la più vasta fino al periodo 1940-1945. L'esodo di massa, avvenuto in pochi giorni, di quasi 250.000 persone dalle province del Friuli e del Veneto poi occupate dall'esercito austro-germanico - i civili sfollati sarebbero diventati complessivamente oltre 600.000 nelle settimane successive - costituisce per certi versi un unicum nella storia dell'Italia unita. Lungi dal diventare un luogo della memoria collettiva nazionale di un periodo che comunque ne custodisce di ben più pregnanti sul piano dell'immaginario, durante la guerra il profugato si caricò di significati anche per gli italiani che non ne furono direttamente investiti. I fuggiaschi riparati in Italia diventarono in qualche modo il ritratto della zona occupata, l'emblema di una guerra ora vicina e presente, nella quale alla dimensione militare si era aggiunta una dimensione civile difficilmente decifrabile perché imprevista. La loro vicenda e, in maniera diversa, l'occupazione austro-germanica, diventarono drammi ad un tempo circoscritti e collettivi nel dramma più ampio della guerra, ma anche memorie forti e di lunga durata nella «memoria forte» che dovette fare subito i conti con l'irreggimentazione, anche storiografica, del periodo fascista.Partendo da questa premessa, appare a dir poco incomprensibile come gli studiosi della Grande Guerra abbiano per lungo tempo trascurato questo argomento per nulla marginale. È un interrogativo che si poneva, ancora sul finire degli anni '80, anche Gustavo Corni quando, parlando dello stato degli studi sulla popolazione civile friulana e veneta durante l'occupazione austro-germanica, osservava come ci si trovasse di fronte ad un caso di «dimenticanza storiografica». Senza dubbio, questa trascuratezza nei confronti dei profughi è imputabile soprattutto alle gerarchie di rilevanza che hanno interessato fino a qualche anno fa gli studi sulla Grande Guerra. Non sarebbe altrimenti giustificabile come alcuni temi siano rimasti a lungo esclusi da qualsiasi approfondimento storiografico e quasi costretti in una zona d'ombra dalla quale sono riusciti a sottrarsi - in tempi recenti e grazie ad un noto volume di Giovanna Procacci - solo i prigionieri di guerra italiani. Altre categorie - i profughi in particolare, ma anche gli internati civili e la popolazione rimasta nelle terre invase - sono state invece oggetto di studi settoriali e parziali, nella maggior parte dei casi ancora troppo legati ad una visione locale e localistica della storia della guerra, quasi legittimata dai connotati geografici e militari del conflitto. È poi indiscutibile che, nel tentativo d'indagare a fondo le ragioni delle rimozioni e i meccanismi che le governavano, alla fine si siano perduti di vista molti degli aspetti sociali della Grande Guerra, a cominciare proprio da Caporetto e da tutto ciò che la rotta militare si portava dietro. La dimensione collettiva della guerra, nella sua accezione più ampia, rappresenta già da sola uno dei possibili approcci allo studio dei «corpi» che agiscono sullo scenario bellico durante il periodo 1914-1918 e ci pare che, più di altre, la vicenda complessiva dei profughi e dei civili sfollati possa essere letta secondo la chiave interpretativa della modernità del conflitto e delle sue «nefaste meraviglie».La mancanza di uno studio di carattere complessivo, non solo sul profugato durante la Grande Guerra ma, più in generale, sui civili delle zone interessate direttamente ed indirettamente alle operazioni militari, pone dunque coloro che si occupano di questo tema di fronte ad una serie di questioni che, necessariamente, vanno affrontate senza un quadro interpretativo di riferimento o di confronto. Infatti, se si escludono i noti lavori del gruppo di studiosi di Rovereto e di Luciana Palla sui profughi trentini, e quelli in particolare di Paolo Malni sui «fuggiaschi» del Friuli orientale, il panorama storiografico non offre studi di ampio respiro sugli «esuli» del dopo Caporetto. Le ricerche finora compiute si sono limitate ad una sommaria rassegna delle fonti oppure all'individuazione di alcuni nodi problematici16. La premessa è importante ed acquista un rilievo ancora maggiore se si considera che questo problema non riguarda solo il caso italiano ma interessa, seppure con le dovute distinzioni, anche la storiografia francese, che solo di recente ha iniziato ad occuparsi, in maniera non più solamente settoriale, dei temi relativi alle condizioni dei civili durante la Grande Guerra. Ne deriva che il vasto e complesso tema del profugato, a dispetto della quantità delle fonti e della varietà dei possibili approcci, occupa ancora un posto del tutto marginale nelle storie generali della Prima guerra mondiale. Si deve anche aggiungere che, in generale, le migrazioni forzate all'interno dell'Europa durante le guerre del Novecento sono state studiate secondo uno schema che rimanda alla categoria dei rifugiati che si spostano da uno Stato all'altro - di qui la nascita dei refugees studies - oppure a quella degli apolidi, in particolare dopo il fondamentale e problematico quadro interpretativo fornito da Hannah Arendt.Fatte queste premesse, un'ultima precisazione. Finora abbiamo parlato di profughi, ma tenendo ben presenti quelle che sono le categorie e le distinzioni individuate dagli studiosi che si sono occupati del tema per quanto riguarda la Grande Guerra - irredenti, stranieri e italiani, tanto in Italia che negli altri paesi - siamo arrivati alla conclusione che, nel caso dei civili che fuggirono volontariamente dopo Caporetto, il termine «profughi» non solo sia improprio dal punto di vista semantico, ma addirittura sbagliato sotto il profilo interpretativo. Crediamo che in sede storiografica sia invece corretto - ovviamente in riferimento alla Grande Guerra ed a questa particolare tipologia di civili - utilizzare il termine «rifugiati» ed introdurre, argomentandola, questa ulteriore articolazione interpretativa. Ci soccorrono, dal punto di vista linguistico, il francese «réfugiés» e l'inglese «refugees», ma la questione è anche sostanziale. La distinzione apparentemente è sottile - c'è comunque l'idea della fuga improvvisa che per centinaia di migliaia di persone si risolve nella nuova condizione di sfollati - ma, a ben vedere, il significato dei due termini, «profughi» e «rifugiati», è completamente diverso. L'esodo dei civili dopo Caporetto va nel senso della fuga all'indietro - per paura, convenienza, o in qualche frangente semplice casualità - una fuga reale nella sua dimensione di tragedia collettiva, ma anche una fuga immaginata, cercata e poi, oltre il Piave, rielaborata e restituita ad un racconto pubblico che, nella condizione del post res perditas, non può non essere patriottico. Un esodo, nel senso del refugere appunto, piuttosto che del profugere. D'altra parte, è in questa prospettiva che, a nostro parere, va studiata non solo la scelta della fuga da parte dei civili del Friuli e del Veneto e dei cosiddetti «borghesi della guerra», ma anche l'intera esperienza successiva, quella che in Italia chiamiamo profugato o profuganza. Se in questa sede continuiamo ad utilizzare il termine «profughi» - introdurne nel testo uno diverso potrebbe essere fuorviante - va chiarito però che lo intendiamo nel senso di «rifugiati», che, ovviamente, costituiscono una categoria completamente diversa da quella che oggi conosciamo.

Recensioni

Luzzatto Sergio su: Il Corriere della Sera (04/02/2006)

Un fiume di sfollati fino al Sud: «Siamo malvisti e ci trattano come animali». Un libro di Daniele Ceschin ricostruisce l'odissea dei civili dopo la sconfitta dell'ottobre 1917.

«La folla pazza, in fuga, in tumulto. Carri, bambini, soldati, vecchi, donne, cavalli, materassi alti ondeggianti, gruppi d'inferociti, turbe di bruti; un urlare, un incalzare, un rigurgitare; la gente, nella ressa, rovesciata sulle spallette del ponte, il capo e le braccia penzoloni, come morti sui davanzali; cavalli impennati sul risucchio, pugni in aria, facce livide, occhi sbarrati, bocche dure, e qualche viso innocente di bambina». Picaresco e tragico, questo è lo spettacolo dei profughi di Caporetto che cercano di attraversare un ponte sul Piave. La voce fuori campo è quella di Kurt Suckert, poi Curzio Malaparte. E una volta tanto, Malaparte non sta inventando nulla. Del resto, non si tratta di una scena che ci riesca difficile da immaginare, a noi epigoni di un secolo - il Ventesimo - fin troppo prodigo di spettacoli consimili.

Eppure, quasi incredibilmente, fino a oggi gli sfollati di Caporetto hanno atteso invano il loro storico. Da quel drammatico 24 ottobre 1917, mille volte sono state ricostruite le circostanze militari che provocarono il brusco cedimento delle linee italiane sotto la spinta dei reparti austro-germanici: lo sfondamento sull'Isonzo, l'accerchiamento di interi corpi d'armata e poi - in pochi giorni - la fuga del Comando supremo da Udine, l'impossibile difesa del Tagliamento, l'inutile battaglia sul Livenza, infine l'ordine di arretrare sino al Piave. Gli scaffali delle biblioteche italiane traboccano inoltre di volumi sulle responsabilità militari e politiche della «rotta», variamente attribuite al comandante Cadorna, ai suoi generali, a soldati più o meno «disfattisti». Ma si è dovuto attendere Gli esuli di Caporetto, lo studio di Daniele Ceschin pubblicato ora da Laterza, perché il nostro sguardo retrospettivo potesse muovere dagli sbandati della società militare agli sbandati della società civile: elevando alla dignità di personaggi storici gli oltre seicentomila profughi (in maggioranza donne, vecchi e bambini) che dal Friuli e dal Veneto si precipitarono allora di qua dal Piave. Nel novembre del 1917, non soltanto le immediate retrovie del fronte, ma anzi - più spesso - le sue retrovie lontane o lontanissime, Milano come Firenze, Torino come Bologna, e poi Roma, Napoli, fino alle città e ai borghi di Puglia, di Calabria, di Sicilia, videro riversarsi la marea umana di coloro che avevano lasciato le province di Udine, di Belluno, di Treviso per sfuggire alla paventata «orda teutonica». Nella sola città e provincia di Milano si rifugiarono cinquantamila persone. Ma l'impatto della fuga di massa dal Nord-Est fu anche maggiore in certe paesini o in certi paesoni del Centro-Sud, dove a qualche decina o a qualche centinaia di profughi facevano riscontro poche centinaia o poche migliaia di autoctoni. Per almeno un anno dopo Caporetto, fino ai giorni gloriosi di Vittorio Veneto, un'Italia dovette quindi convivere gomito a gomito con un'altra Italia. Letteralmente convivere, poiché gli edifici pubblici requisiti allo scopo di alloggiare gli sfollati - scuole e monasteri, alberghi e magazzini, colonie estive e stabilimenti dismessi - non bastarono per ricoverarne neppure la metà. Gli altri dovettero sistemarsi in affitto, a prezzi spesso proibitivi per le famiglie meno che agiate. Sicché la Caporetto delle donne, dei vecchi e dei bambini non fu uguale per tutti: in termini finanziari come in termini morali, pesò diversamente secondo che venissero dalle città o dalle campagne, da ambienti borghesi o da ambienti contadini. La propaganda del governo Orlando trattava i rifugiati come gli eroi di un'Italia una e indivisibile, che andavano tanto meglio accolti e accuditi in quanto avevano preferito l'«esilio» al «servaggio». Ma la realtà era più prosaica: non sempre l'accoglienza riservata agli «esuli» corrispose agli slogan dei ministri e dei giornalisti. Per parte loro, gli sfollati si contentavano di arrabattarsi fra la burocrazia, la politica, la polizia. Riempivano i formulari per le domande di sussidio. Supplicavano l'aiuto di questo o quel deputato veneto o friulano. Rassicuravano la Pubblica sicurezza sull'onestà delle loro intenzioni di lavoratori e di cittadini. Il tutto, mentre cercavano di vincere l'inquietudine per i familiari rimasti a casa: quelli che sulla spalletta del ponte non ce l'avevano fatta.

Il racconto di Ceschin restituisce fin nel dettaglio la quotidiana routine di questo straordinario episodio di convivenza forzata tra gli esuli di Caporetto e il resto degli italiani. Rende una voce alla profuga vicentina che ritrovandosi sfollata a Montesarchio, in provincia di Benevento, umilmente si rivolgeva ai parlamentari di Montecitorio: «Siamo postati come i animali e mal visti dal popolo mi dice che siamo austriachi ma paziensa dio provedera». E rende una voce al medico di Conegliano che fieramente interpellava l'alto commissario per i profughi, denunciando la scortesia degli abitanti di Bologna: «Che colpa ne ho io se sono Veneto, che merito ha questa gente che nasce, vive e muore tra la mortadella e i cotechini?».

Gli storici del Novecento hanno generalmente presentato la Grande guerra come l'ultimo conflitto moderno in cui il fronte e le retrovie, la società militare e la società civile siano rimasti nettamente separati: prima che nuovi, micidiali armamenti e una nuova, disumana concezione della guerra annullassero qualsiasi effettiva distinzione tra chi combatteva e chi no. Ricerche come quella di Ceschin valgono a complicare, o addirittura a superare, questa visione delle cose. Il «secolo breve» cominciò con la Grande guerra anche perché già allora divenne arduo distinguere le vittime dirette di un conflitto armato dalle sue vittime indirette. Una conferma in tal senso viene da un altro volume pubblicato da poco, Combattere a Milano, 1915-1918. Curato da Barbara Bracco, redatto da una mezza dozzina di giovani studiosi e doviziosamente illustrato, il libro ricostruisce il vissuto del primo conflitto mondiale nel capoluogo lombardo, che fu la capitale del «fronte interno». E quando si dice vissuto, lo si intende qui nel senso più pieno della parola, se è vero che i diversi saggi si propongono tutti di ritrovare la Grande guerra attraverso il corpo di chi ne fece esperienza: il corpo taylorizzato degli operai e delle operaie di fabbrica come quello dannunziano dei politici interventisti, i visi imberbi dei bambini-soldati in cartolina come i penosi moncherini dei mutilati. Opportunamente Bracco insiste sull'importanza storica dell'incontro, negli ospedali di Milano, dei militari feriti al fronte con i medici e con i retori delle retrovie. Infatti, fu anche tra le corsie dell'ospedale Colletta o del Pio istituto dei rachitici, davanti all'obiettivo di fotografi impegnati con zelo a immortalare protesi e bendature, che si cementò un'intesa gravida di futuro: quella fra il corpo sofferente dei reduci e il discorso altisonante di personaggi decisi a trarre dalle loro piaghe un massimo di rendita politica. Ecco, tra le foto dei reduci dal Carso convalescenti a Milano, la pallida silhouette di un ferito appoggiato alle sue stampelle, malfermo sulle gambe, eppure destinato a guarire: Benito Mussolini. I libri: Daniele Ceschin, «Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande guerra», Laterza, Roma-Bari 2006, pagine 314, euro 18; Barbara Bracco (a cura di), «Combattere a Milano, 1915-1918. Il corpo e la guerra nella capitale del fronte interno», Editoriale Il Ponte, Milano 2005, pagine 118, euro 20.

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