Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > L'esistenza non è logica

L'esistenza non è logica

L'esistenza non è logica
Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili
Edizione: 2010
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842092421
Argomenti: Epistemologia e logica: storia e saggi

In breve

Quando l’immaginazione supera la logica, anche l’impossibile è permeabile al pensiero.
Fin dalle sue origini, la filosofia ha coltivato l’idea che l’esistenza sia riducibile al pensiero logico, mentre il “non-essere” resta inconoscibile e impensabile. Non così per Francesco Berto: certe cose non esistono proprio, eppure possiamo riferirci ad esse, conoscerle e descriverle. Le storie di Sir Arthur Conan Doyle parlano del detective Sherlock Holmes, e Il signore degli anelli di Tolkien parla di Gandalf. Naturalmente, nelle storie che li descrivono, il detective e lo stregone hanno l’aria di essere molto, molto esistenti, mentre nel nostro mondo reale essi, semplicemente, non hanno l’essere, non sono. E a non esistere non sono solo le cose che popolano il mondo letterario. Molte altre cose, pur essendo esistite in passato, ora non esistono più: Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Napoleone, George Washington, Michael Jackson, tutti i nostri cari estinti. Altre cose non solo non esistono, ma neppure potrebbero esistere – un cerchio quadrato, o la violazione di una legge logica fondamentale – eppure, perfino in questo caso l’impossibile è tutto da esplorare. Questo libro ci guida in un viaggio metafisico intorno al senso dell’essere, dal più antico pensiero dei Greci alla logica contemporanea di Bertrand Russell e di Quine, passando per lo scetticismo di David Hume e il razionalismo di Immanuel Kant.

Indice

Prologo. Un problema da nulla - Ringraziamenti - Parte prima: Breve storia di un antico errore - 1. Il paradosso del non essere - 2. Esistere e contare - 3. I guai della «received view» - Parte seconda: Ciò che non è - 4. L’esistenza è un predicato reale - 5. Meinong - 6. Meinonghianismi del primo, secondo e terzo tipo - Parte terza: Incontri ravvicinati (con inesistenti) del terzo tipo - 7. Concepire l’impossibile - 8. Inesistenti del terzo tipo al lavoro - 9. Problemi irrisolti - Bibliografia - Indice dei nomi

Leggi un brano

A proposito di eroi omerici: è esistita la città di Troia? Alcuni ritengono di sì: ritengono che l’esploratore Heinrich Schliemann abbia effettivamente scoperto le rovine di un’antica città, che corrisponde abbastanza bene alla descrizione di Troia fatta da Omero nell’Iliade. Certo, sappiamo che le descrizioni di Troia che troviamo nell’Iliade sono romanzate: ad esempio, vi si dice che qualche dio greco visita la città, ma è piuttosto improbabile che gli dei greci siano mai esistiti, e dunque che abbiano potuto visitare qualche città. Eppure, molta gente trova del tutto sensato ritenere che Schliemann abbia scoperto la città di Troia – proprio quella città. Dopotutto, anche il Napoleone di Guerra e pace ha qualche proprietà che al Napoleone storico manca, o è mancata. Eppure è di Napoleone che quel romanzo ci parla, proprio quel personaggio storico (alcuni filosofi sostengono il contrario: sostengono cioè che il Napoleone storico e quello che viene menzionato in Guerra e pace sono due individui diversi: come possono essere lo stesso Napoleone, se hanno anche solo qualche piccola proprietà che li differenzia? Come vedremo fra un bel po’ di pagine, l’argomento è convincente solo quando lo si guarda da lontano).

Atlantide è una città più controversa di Troia. Molti credono che non sia mai esistita, ma altri vanno in cerca del sito dove si sarebbe sviluppata, delle rovine ancora esistenti di una città che non esiste più ma, a detta di questi cercatori, esisteva. Altri ancora hanno inseguito la fontana della giovinezza, o la pietra filosofale, o la montagna d’oro, ma sono state ricerche infruttuose – e la diagnosi è sempre la stessa: quelle cose non esistevano, sicché per quanto si percorressero i più remoti angoli del mondo, non si poteva sbatterci contro.

Certe cose non esistono proprio. Se ciò che vi ho raccontato finora vi sembra plausibile, questa è la più plausibile delle conclusioni da trarne. È una conclusione fondata sulle nostre intuizioni intorno a numerose affermazioni che riteniamo vere, e su ciò che segue dalla loro verità. Queste intuizioni a volte vacillano, come nel caso delle discrepanze fra la Troia di Omero e quella i cui resti avremmo rinvenuto, o fra il Napoleone storico e quello di Guerra e pace. Come vedremo, talvolta non possono essere conservate tutte insieme in una teoria coerente, sicché qualcuna deve per forza andare. Ma nella grande maggioranza dei casi sono piuttosto solide, e sostanziano la conclusione. Eppure, come vedremo in seguito, i filosofi hanno tentato di rendere conto di questo fatto in modi strani e obliqui – quando non di negarlo apertamente.

I filosofi (specie quelli analitici) fanno spesso ricorso alla parola «intuizione». Ma cosa sono, infine, queste intuizioni? Tecnicamente, sono qualcosa come credenze condivise non suffragate da argomenti o dall’evidenza. Il che vorrebbe dire che sono una specie di declinazione al plurale di quello che, con un termine-massa, si chiamerebbe «buon senso comune». Ma la filosofia, si dice d’altra parte, non è legata al senso comune più di quanto lo sia all’argomentazione o all’evidenza, qualsiasi cosa queste nozioni indichino in concreto. Anzi, la filosofia spesso ha come suo compito principale di non fermarsi davanti alle credenze e persuasioni che non sono suffragate né dall’evidenza né dall’argomentazione: la credenza passata nelle streghe, nel flogisto e nella dittatura del proletariato, o la credenza presente che, se un numero non esce al lotto da molto tempo, è più probabile che esca prossimamente (la gambler’s fallacy). Sicché sono stato un po’ in imbarazzo, scrivendo questo libro, nel dover insistere spesso su quanto sia intuitiva la tesi secondo cui alcune cose non esistono. Ma i filosofi hanno spesso sostenuto addirittura che questa tesi non è intuitiva – anzi, che è o implica affermazioni del tutto implausibili, assurde, e folli. Dunque, ho dovuto darmi da fare per attestare che non è così: che anzi la sua avversaria – la tesi secondo cui, invece, tutto esiste – non è affatto ciò per cui viene spacciata, ossia una verità ovvia e di senso comune.

La tesi secondo cui qualcosa non esiste non è soltanto intuitiva: io penso che sia anche, e soprattutto, vera. E la sua avversaria, la tesi secondo cui tutto esiste, oltre ad essere, secondo me, falsa, è un’ovvietà di senso comune solo per il senso comune dei filosofi, o di molti di essi – la maggior parte, in effetti. Sicché ci sarebbe da chiedersi piuttosto come mai i filosofi siano giunti a prendere per ovvio qualcosa che non lo è affatto. Anche se non so spiegare perché sia successo, la prima parte del libro che avete cominciato a leggere è una breve storia che spiega come sia successo. L’idea che tutto senza eccezione, ogni singola cosa, esista non è infatti dottrina comune soltanto fra i filosofi di oggigiorno. Invece, ha origini remote: risale al più antico pensiero dei Greci.

Quine afferma in Che cosa c’è (On What There Is) – probabilmente il singolo saggio più celebre dell’ontologia contemporanea – che la risposta al quesito ontologico fondamentale, ossia appunto: «Che cosa c’è?», si può dare in una parola sola. La parola è: «Tutto». Ma questa tesi secondo cui tutto esiste si basa su un certo concetto di esistenza: su una certa idea di che cosa voglia dire affermare che una cosa esiste. Un’idea così basilare, che la sua messa a punto è addirittura preliminare all’inizio dell’indagine metafisica vera e propria. Ad esempio, ecco come comincia il manuale Ontologia di Achille Varzi:

Si è soliti identificare l’ontologia con quel ramo della filosofia che nasce dalla domanda: «Che cosa esiste?». E si è soliti precisare che questa domanda ammette due tipi di risposta.

La prima risposta è facile, per non dire banale, e si può riassumere in un’unica parola: «Tutto». Come ha scritto Quine [...], esiste tutto in quanto non ha senso parlare di «entità inesistenti», e chi la pensasse diversamente manifesterebbe non già un disaccordo ontologico, bensì di aver travisato il concetto stesso di esistenza. Naturalmente esistono gli elefanti ma non gli unicorni – si dirà – né i quadrati rotondi, ma ciò non significa che unicorni e quadrati rotondi siano cose che non esistono. Significa semplicemente che non esistono cose del genere.

Proprio in quanto sarebbe contraddittorio asserire che qualcosa non esiste, tuttavia, asserire che tutto esiste è tautologico, cioè privo di contenuto, quindi privo d’interesse.

Una volta risposto alla domanda facile, insomma, si può passare a questioni più sostantive.

Però, però... Nella risposta alla domanda facile, intanto, si è già innestata quella certa idea di cosa vuol dire esistere. E l’idea ha le proprie radici nella filosofia di Parmenide («venerando e terribile», come lo descriveva Platone); si sviluppa attraverso i secoli, nel pensiero di Hume e in quello di Kant (il che come vedremo non vuol dire che essi, e specialmente Kant, la sottoscrivessero in pieno: vuol dire solo che hanno contribuito a plasmarla, anche loro malgrado), fino ai padri della filosofia analitica, Gottlob Frege e Bertrand Russell. Attraverso Frege e Russell, l’idea invade la logica contemporanea – sia la logica cosiddetta classica, sia la maggior parte delle logiche non classiche. E per via della deferenza verso la logica (classica) propria della filosofia analitica, invade anche buona parte di quest’ultima. In particolare, lo sviluppo di quest’idea ha portato a concludere che l’affermazione che tutto esiste è non solo vera ma, come abbiamo sentito ora da Achille Varzi, è tautologicamente tale. E quindi, l’affermazione che non tutto esiste, essendo la negazione di una tautologia, è contraddittoria. Tautologicità e contraddittorietà sono proprietà logiche. In questa concezione del senso dell’esistenza, l’esistenza di tutto, come vedremo, è una faccenda di logica e come tale va trattata.

Ora, nel libro che state leggendo, in effetti, si farà un po’ di logica. Ma questo non è affatto un volume di logica, bensì di filosofia teoretica e, precisamente, di metafisica. E la tesi che difenderò qui – la tesi secondo cui certe cose non esistono – implica che l’esistenza non sia affatto una faccenda puramente logica. L’esistenza non è una proprietà logica, non è riducibile a concetti logici, ed «esiste» non è una parola che possa essere definita utilizzando soltanto il vocabolario logico, ossia espressioni come i connettivi, l’identità e, soprattutto, i quantificatori – questi ultimi essendo (la traduzione logica di) espressioni come «tutti», «qualche», «nessuno», «numerosi», «alcuni», che ci dicono per quante cose vale una certa condizione, o affermazione, o attribuzione di proprietà. L’errore di sostenere che tutto esiste, come vedremo in seguito, fa tutt’uno con l’errore di mescolare l’esistenza con la quantificazione – l’esistere con il contare, dirò in uno slogan. La concezione corrente (fra i filosofi) intorno a cosa vuol dire «esiste» fonde esistere e contare, esistenza e numerazione. Ma questa fusione è una confusione perché, come notava il filosofo Alexius Meinong (un signore di cui si parlerà a lungo in seguito), «Si può contare anche ciò che non esiste».

«L’esistenza non è logica» può suonare a chi si occupi un po’ di filosofia come un motto d’ispirazione post-moderna, decostruzionista, o ermeneutica. E il libro che avete fra le mani parla proprio del senso dell’esistenza. Potrei quindi dirvi che vale assolutamente la pena di comprarlo, se non state leggendo queste righe perché l’avete già fatto. Quale problema potrebbe essere più importante di quello del senso dell’esistenza? Quale più profondo, celebre, e autenticamente filosofico?

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su