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Il parlar figurato

Il parlar figurato
Manualetto di figure retoriche
- disponibile anche in ebook
Edizione: 202014
Collana: Universale Laterza [902]
ISBN: 9788842092131
Argomenti: Linguistica e semiotica
  • Pagine 192
  • 13,00 Euro
  • In ristampa

In breve

Perché «sei un pozzo di scienza» ma «non riesci a cavare un ragno dal buco»? Per scoprire cosa c’è dietro queste curiose espressioni, in che cosa consista il parlar figurato, questo libro è un’ottima guida: con stile e chiarezza impeccabili svela l’identità, il nome e le funzioni di modi di dire fra i più sorprendenti dell’italiano comune e letterario.

Recensioni

Cesare Segre su: Il Corriere della Sera (21/06/2010)

Se guardiamo in un dizionario, vedremo che sulla retorica s’intrecciano definizioni contrastanti. Da un lato è «l’arte che tende a persuadere del giusto e dell’ingiusto mediante l’uso di appropriati strumenti linguistici» o la «tecnica della realizzazione dei mezzi espressivi», dall’altro è «un modo di scrivere o di parlare pieno di ornamenti o di ampollosità e privo di impegno intellettuale e di contenuto affettivo». Le notazioni negative aumentano con l’aggettivo retorico, che vale «vuoto e ampolloso», e con retoricume, che è un «discorso o scritto pieno di concetti convenzionali». Di fatto, tutta la letteratura classica, a partire da Aristotele, si fondava sull’uso appropriato della retorica e i trattati di retorica si sono moltiplicati nei secoli sino ad oggi, talora annoiando con la minuta classificazione delle «figure», cioè dei procedimenti che la retorica usa: che so, l’anadiplosi o la preterizione, la metonimia o l’ellissi. Quanti cercarono di affermare un modo di esprimersi più libero e inventivo fecero guerra alla retorica e di qui vengono le definizioni spregiative. Ma anche loro, inevitabilmente, della retorica erano buoni utenti.

Oggi siamo in grado di dare giudizi più equilibrati, anche perché ci siamo resi conto che figure retoriche e testo non sono separabili: le figure fanno tutt’uno col testo, non sono un’ornamentazione aggiunta in un secondo tempo. Anzi, si è persino cercato di riformulare con criteri moderni le classificazioni retoriche (alludo al «Gruppo» di Liegi e alla «linguistica testuale»). Sappiamo per esempio che l’intera articolazione della lingua è sorretta da procedimenti espressivi che poi la retorica ha descritto: diciamo tutti che lo stupore ci ha fatti «di sasso», che «bruciamo di desiderio» o che «abbiamo fame di successo»; definiamo l’epidermide di una ragazza «pelle di pesca» e identifichiamo un violento con «una tigre»; attenuiamo una lode negandone il contrario: «non è uno stupido» significa «è piuttosto intelligente»; azzardiamo un «moriamo di fame» quando abbiamo solo appetito. In più, è proprio la struttura dei nostri discorsi che spesso realizza figure retoriche: i bellissimi discorsi di Barack Obama sono spesso intrecciati su anafore, cioè presentano due o più frasi che iniziano con le stesse parole. Si tratta di un procedimento caro ai predicatori.

Ed eccoci appunto a un altro motivo d’interesse. La retorica è uno degli strumenti della persuasione, come già sapevano i teorici antichi. La persuasione, lo ha sostenuto in particolare il filosofo belga Chaim Perelman, riguarda tutte le opinioni non suffragabili da una dimostrazione logica. Quando non abbiamo a che fare con verità assolute, ma con verità passibili di continue revisioni e approfondimenti, la persuasione ci offre delle tecniche per convincere chi ci ascolta: esse s’identificano spesso con le figure retoriche. Le verità «relative» sono proprio quelle con cui c’incontriamo più spesso, dato che quelle assolute rinviano di preferenza all’ambito ristretto delle matematiche e della logica.

Questo allargamento di campo carica però la retorica di responsabilità gravissime. Perché se è vero che la persuasione può avere un’utilità pratica anche nella vita quotidiana, essa però può diventare un’arma micidiale, se viene usata per propugnare concezioni e idealità inumane e criminali o anche solo se la si mette al servizio di una pubblicità menzognera. Essere consapevoli di tutti questi aspetti della retorica ci può rendere migliori utenti delle sue possibilità e può favorire un’analisi critica dei discorsi che ci circondano.

Bice Mortara Garavelli, della scuola di Torino, si è occupata di stilistica e di «linguistica testuale», del linguaggio giuridico, di storia della punteggiatura e ha scritto un diffusissimo Manuale di retorica. Torna ora all’argomento in forma più agile e discorsiva (Il parlare figurato. Manualetto di figure retoriche, Laterza, pp. 180, € 12). Sin dall’inizio ci illustra le impostazioni tra le quali ha scelto e scelto bene. Invece di seguire le classificazioni correnti, ha cercato di arrivare alle loro ragioni, pur tenendo conto della terminologia, e anzi dando sempre etimologia e traduzione dei termini greci e latini. Abbiamo perciò capitoli dai titoli molto ariosi, per esempio «Come creare significati complessi», «Giocare con le parole», «Mettere davanti agli occhi», «Raffigurare con i suoni». Gli esempi sono tutti originali, tratti spesso da poeti e prosatori contemporanei, e commentati con sagacia. E ci sono felici divagazioni, come quella sul concetto di «figura» o «tipo», fondamentale per capire gli antichi testi cristiani. Per esempio «Beatrice è figura, typos, di Cristo che è l’antitypos, il personaggio da scoprire in controluce». Bella la divagazione sull’ironia, che termina così: «L’ironia può condire questo o quel modo (di parlare), ma non si identifica con nessuno perché, nella sua essenza originaria, è pudore, è mescolanza di riso e di pianto». E non mancano notazioni divertenti. «Chi ha detto: “Siamo obesi di lavoro” voleva dire oberati. Potrebbe trattarsi di un lapsus, che è un’altra causa scatenante della paronimia. C’è chi ha fatto collezioni di malapropismi (li chiamano svarioni, castronerie, eccetera) e li racconta come barzellette. “C’erano branchi di nebbia così spessa che non si vedeva neppure la mezzadria della strada”». La Garavelli è una guida sapiente tra le nebbie, ma anche le luci, del parlare figurato.

Carla Marello su: tuttoLibri (19/06/2010)

Si fanno più figure retoriche in un giorno di mercato che in molti giorni di assemblee accademiche, sosteneva Du Marsais. Al mercato forse si fanno senza saperlo, quest’attacco è invece consapevolmente costituito da una figura detta sentenza o massima. Bice Mortara Garavelli ha voluto iniziare la premessa al suo «manualetto di figure retoriche» Il parlar figurato (Laterza, pp. 179, € 12) con una dissimulazione. Dichiara infatti: «Per un testo che contiene nozioni antiche la disposizione della materia è l’unica operazione che possa aspirare a un briciolo di novità». Dire che il modo in cui le figure retoriche sono spiegate è appena innovativo è certamente «sminuirne l’importanza con ostentazione di umiltà», definizione data da Mortara Garavelli per una delle forme di dissimulazione o attenuazione.

Il libro infatti non aiuta solo a capire che cosa significano i termini con cui si indicano le figure retoriche a partire da accumulazione per arrivare allo zeugma – «aveva sedici anni e una moto» passando per l’epizeusi o ripetizione multipla – «cammina, cammina, cammina» –, figura sommamente cara al parlato televisivo di Sgarbi, o per il polittoto, figura sempre di ripetizione ma più raffinata, come in «Il potere di opporti al potere» o come in Tasso «anzi la pugna de la pugna i patti».

Questo manualetto, diminutivo anch’esso attenuante, è strumento adatto ad essere interrogato da chi, trovando in un discorso o in una poesia un’espressione che gli pare bella o comunque degna di nota, voglia sapere di che si tratta, con quali altri artifici si apparenta per raggiungere lo scopo. L’autrice, che ha al suo attivo un ben più corposo manuale di retorica ormai giunto alla undicesima edizione, ha organizzato i contenuti sotto intitolazioni come drammatizzare il discorso, cambiare l’ordine delle parole e delle idee, parlare in breve, parlare per sentenze, giocare con le parole. La figura che ho appena fatto, l’enumerazione, ad esempio, sta nel capitolo «forme dell’accumulazione».

Raggruppandole secondo le loro caratteristiche più evidenti e secondo la loro funzione; definendole chiaramente e con begli esempi, Bice Mortara Garavelli rende le figure retoriche più facili da riconoscere e, volendo, da usare. È un libro che induce a intingere la penna nei tropi, che ci fa capire come sia vuota retorica solo la cattiva retorica. Chi prova la fatica del parlare e scrivere con figure non troppo trite, apprezza poi maggiormente il lavoro di lima che sta alla base di ogni comunicazione ben fatta, dall’apparente naturalezza dei grandi autori, alla studiata efficacia degli slogan pubblicitari o dei titoli di giornale.

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