Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > Controtempo

Controtempo

Controtempo
L'Italia nella crisi mondiale
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Anticorpi [8]
ISBN: 9788842091417
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza

In breve

La crisi globale ci ha colti nuovamente in controtempo. Quale sorte tocca all'Italia? Dipende. Dalla volontà di ritrovare il tempo.

Nel concerto dei paesi avanzati, l'Italia e la sua economia suonano in controtempo da molti anni. All'avanzare della globalizzazione siamo rimasti attardati in una specializzazione del lavoro obsoleta. Mentre gli altri sfruttavano la rivoluzione tecnologica, noi abbiamo stentato a mantenere l'efficienza e il tenore di vita medi. Quando nel mondo spirava il vento delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, noi abbiamo indugiato. La crisi ha rimesso in discussione nel mondo principi e politiche verso cui l'Italia stava invece faticosamente muovendo per recuperare i suoi ritardi. È l'ennesimo caso di controtempo, ma stavolta dobbiamo servircene a nostro vantaggio. Alcune caratteristiche antiche del sistema italiano - il ruolo del sindacato, la cultura giuridica - sono di freno. Solo se proseguiremo nel recupero dei veri valori del liberalismo, mantenendo il controtempo ancora per una battuta, alla fine ritroveremo il tempo del progresso.

Indice

Prefazione

LA MUTAZIONE DEL MONDO

I. Prima della crisi

La rivoluzione tecnologica - Un globo, un mercato

II. La crisi

Finanza «instrumentum diaboli»? - Politiche monetarie e squilibri globali - L’innesco e lo svolgersi della crisi - Una mancanza dello Stato - Globalizzazione e crisi

L’ECONOMIA ITALIANA: PREPARARSI AL DOPO-CRISI

III. Le imprese

Le imprese sul mercato - Le imprese (ancora) protette

IV. La finanza

Finanza per le imprese - Finanza per le famiglie

DUE PASSAGGI OBBLIGATI

V. Il ruolo del sindacato

Ritorno a casa - Sindacato o Partito?

VI. La cultura giuridica

Una storia a due facce - Il diritto, la giustizia, l’efficienza

RITROVARE IL TEMPO GIUSTO

Bibliografia

Leggi un brano


In Italia io non vedo alcuna politica ragionevole che sia praticamente attuabile. Per fare qualcosa di serio bisognerebbe cominciare a riformare radicalmente la burocrazia, che ormai è uno strumento marcio, il cancro che divora tutto il paese. Ma una radicale riforma della burocrazia, con l'organizzazione dei partiti basata su [un sistema elettorale e politico frammentato], è impossibile. [Quest'ultimo] porta alla difesa di tutti gli interessi dei gruppi che hanno comunque una influenza politica contro gli interessi generali e al consolidamento delle posizioni privilegiate dei parassiti di tutte le classi e di tutti i colori.

Non credo che [si] riesca ad immaginare a quale punto di dissoluzione dello Stato siamo arrivati in Italia. Tutti pensano a farsi giustizia da sé e il governo non riconosce alcun diritto se non sotto la pressione della piazza o subendo i ricatti dei più prepotenti. [...] [Alcuni lavoratori] ottengono di essere pagati per far finta di lavorare in opere pubbliche improduttive; gli abitanti di una località che desiderano una fermata ferroviaria interrompono la circolazione dei treni; i [precari] occupano i ministeri finché non ottengono il diritto ad uno stipendio; tutti i generi [contraffatti] sono venduti liberamente sulle bancarelle per la strada e nessuno si meraviglia di vedere fra gli acquirenti dei poliziotti e dei carabinieri in divisa; ci sono fabbriche clandestine [...] che occupano centinaia di operai e i consigli comunali si dimettono se le guardie di finanza si muovono per farle chiudere; [...] nonostante le sentenze dei giudici i proprietari delle case non riescono a gettar fuori gli inquilini abusivi; ci sono delle regioni [...] in cui si ammazza la gente con più disinvoltura di quella con la quale si ammazzano i conigli. [Molti] funzionari [pubblici] rubano o cercano di farsi mettere in un punto di passaggio obbligato dove possono farsi pagare un pedaggio. Mi diceva ieri [...] che ormai con mille [euro] si riesce ad ottenere i più segreti documenti [di una Procura].

E in queste condizioni da tutte le parti si chiede che lo Stato pianifichi, calmieri, disciplini, controlli...

Parole mie? Mi piacerebbe fosse così, ma non è così. Se non in minima parte. Di mio nella pagina che precede ci sono solo gli inserti fra parentesi quadre, che mi sono serviti, per omissione, sostituzione o aggiunta, ad attualizzare il testo nella misura minima necessaria. Quelle parole sono di Ernesto Rossi. Le scriveva nell'autunno del 1946 a Gaetano Salvemini, a cui era legato da un rapporto affettivo e intellettuale strettissimo e con cui intrecciava da due anni e mezzo una fitta corrispondenza transatlantica (Salvemini era allora negli Stati Uniti, all'Università di Harvard), dopo quindici anni di forzato distacco.

Il pessimismo rabbioso di Ernesto Rossi si estende, nel rivolgersi al padre-maestro lontano, ad abbracciare una Italia stremata, disperata, socialmente frantumata dall'incombere delle rovine di guerra, della fame. Trabocca l'indignazione di chi ha trascorso lunghissimi anni di duro confino a immaginare i mille modi in cui l'abbattimento della dittatura avrebbe sprigionato le energie migliori del paese, fatto germogliare la giustizia e la libertà, e deve invece assistere al quotidiano spettacolo di miserie materiali e morali talmente dilaganti da renderlo incredulo della possibilità di un riscatto.

La distanza che separa l'Italia di oggi da quella contro cui Rossi scaglia la sua invettiva è grande. Conservo una vecchia fotografia in bianco e nero dei miei genitori, che risale all'estate del 1945. Sono appena sposati, il fotografo li ritrae mano nella mano in una strada cittadina assolata, sorridenti e... magri. Magri da far spavento (o invidia, se si riuscisse a prescindere dalle cause della loro magrezza). E magri, smunti, sono anche i passanti casualmente ritratti intorno a loro, frettolosi nei loro poveri traffici per la sopravvivenza. L'Italia di oggi - non dimentichiamolo nel momento in cui attraversiamo quella che ci pare essere una crisi tremenda - è un paese ricco. Le condizioni generali di vita della sua gente apparirebbero indicibilmente opulente agli ectoplasmi raffigurati in quella vecchia foto. Ma lo straordinario senso di attualità che promana dalla lettera di Ernesto Rossi fa riflettere. Il progresso fra i due momenti storici ha riguardato la sfera politica, dalla dittatura alla democrazia rappresentativa; quella civile, dalla guerra intestina a una sostanziale pace sociale; quella economica, dalla fame alle diete. Ma un tale multiforme e straordinario avanzamento non ha evidentemente aggredito certi vizi antichi, certi difetti fondamentali, la cui denuncia può essere formulata oggi quasi con le stesse parole di oltre sessant'anni fa.

Il segmento temporale disegnato da questi sessanta e più anni non è tuttavia lineare, come ben sappiamo. È fatto di slanci, arresti, sbandamenti, regressi, nuovi slanci. Nello scorcio degli anni Quaranta e nel decennio Cinquanta s'impone l'ansia febbrile della ricostruzione. Si compie il miracolo economico, sospinto dall'apertura agli scambi commerciali e finanziari con il resto del mondo: una boccata d'aria rigenerante, dopo il protezionismo fascista e le chiusure persistenti nei primi anni successivi alla fine della guerra, per le emergenze del tempo. Alla stagione del miracolo seguono, nel corso degli anni Sessanta, i primi affanni economici e politici, sfociati nel terribile decennio Settanta, con le sue crisi internazionali, le tensioni sociali, il sangue sparso dai terroristi politici, prima, dalla criminalità mafiosa, poi. Nel passaggio al decennio Ottanta si dispiega la ristrutturazione dell'apparato industriale, che impara a rimpicciolirsi, a sommergersi, a raggrumarsi in distretti locali. Lo fa anche per sfuggire alla percepita minaccia di un clima politico e sociale ostile all'impresa, soprattutto se grande. Le contraddizioni che si vanno accumulando nella società e nell'economia, di cui il sistema politico ritarda la composizione scaricandone i costi sul debito pubblico, cioè sulle generazioni future, alla fine non possono non esplodere. La crisi italiana dei primi anni Novanta apre la strada a una nuova consapevolezza dei vincoli di bilancio che vanno rispettati nella gestione di una economia che voglia essere prospera ed equilibrata. La crisi travolge il sistema politico, muoiono i vecchi partiti e ne nascono di nuovi, o rinnovati. L'Italia avvia il risanamento del suo bilancio pubblico, entra fin dall'inizio nel novero dei paesi che adottano l'euro come moneta comune.

A metà degli anni Novanta l'economia rallenta, quasi si ferma. Resta in una condizione semistagnante fino ai giorni nostri, in cui finisce accomunata a tutto il mondo in un generale, brusco arretramento. Prima dello scoppio della odierna crisi mondiale, mentre il mondo galoppava (nella sfera dell'economia reale, non solo in quella, gonfiata, della finanza), essa è sembrata frenata, trattenuta da qualcosa.

Sono state evocate le più disparate possibili cause, dalla severità della restrizione di bilancio necessaria per aderire all'euro, alla scomparsa, con l'euro, della comoda scappatoia delle svalutazioni della lira per ridare fiato competitivo alle aziende nazionali, al mancato decollo del Mezzogiorno. Ognuna di queste spiegazioni contiene frammenti di plausibilità, ma nessuna convince veramente come «la» causa di un blocco della crescita economica che si è prolungato per un quindicennio. Si era affacciata l'ipotesi che fosse iniziato un declino storico del paese, ma un paio d'anni di ripresa della produzione e delle esportazioni, il 2006 e il 2007, erano bastati a spazzar via da giornali e convegni la parola «declino». Una diversa ipotesi era allora emersa: che fosse in atto una nuova ristrutturazione del sistema produttivo italiano tale da rafforzare gli effetti dell'effimero miglioramento congiunturale mondiale nel sostenere la nostra ripresa. Il sopravvenire della crisi, dalla fine del 2007, ha complicato nuovamente la prognosi del malato Italia e ha ridato fiato ai «declinisti».

Questo libro fa un passo indietro rispetto alle urgenze della crisi e della recessione, acute nel momento in cui scrivo, e si concentra sull'enigma dell'ultimo quindicennio, di cui ricerca una spiegazione organica. Perché farlo, piuttosto che concentrarsi sull'emergenza? Perché questa crisi planetaria, così violenta, così onnicomprensiva, rimescolerà tutte le carte del gioco competitivo mondiale.

Recensioni

Marco Onado su: Il Sole - 24 ore (25/10/2009)


L'economia italiana è stata presa in "controtempo" dalla grave crisi mondiale iniziata nel 2007 (o in contropiede per usare un termine calcistico). La fase positiva del ciclo mondiale si è infatti interrotta proprio mentre il nostro sistema produttivo era nel mezzo di un complesso processo di ristrutturazione e di adattamento ai grandi cambiamenti degli ultimi quindici anni, caratterizzati dalla globalizzazione e dall'apertura dei mercati, con contemporanea adesione alla moneta unica e dunque rinuncia alla facile strategia delle svalutazioni competitive.

Questo sforzo è stato pagato con un significativo rallentamento della crescita economica italiana rispetto agli altri paesi. Alcuni studiosi per qualche tempo hanno formulato l'ipotesi di un "declino" inarrestabile dell'economia italiana, ma sono stati smentiti dalla ripresa della produzione e delle esportazioni del 2006 e 2007, che ha mostrato una realtà molto più articolata, in cui molte imprese reagivano con successo agli stimoli derivanti dall'apertura di nuovi mercati. Salvatore Rossi, che non è solo un raffinato economista, ma anche un brillante narratore, ci aveva raccontato nel suo precedente libro Il cavallo e la regina (dal sottotitolo significativo: Quattro mosse contro il declino) le luci e le ombre di questo processo di adattamento. Attraverso storie esemplari di imprese italiane ci aveva aiutato a guardare al di là dei preoccupanti dati aggregati per cogliere il pulsare della vita reale delle imprese e il fermento di iniziative e di scelte strategiche che testimoniava la grande vitalità del nostro sistema produttivo.

Analisi come quelle di Rossi avevano fortemente ridimensionato il pessimismo cosmico di chi vedeva l'Italia inevitabilmente condannata alla serie B. Ma è evidente che una crisi grave e pervasiva come quella attuale richiede quanto meno di aggiornare l'analisi. È una crisi che rimescolerà tutte le carte del gioco competitivo mondiale e che potrebbe avere effetti assai gravi per un sistema produttivo a meta del guado nel processo di adattamento.

Se la tempesta della crisi gelerà sui rami i germogli di ristrutturazione del sistema produttivo italiano che avevamo iniziato a notare, il declino diventa davvero probabile. Al contrario, «se si riuscirà a preservare quei germogli in modo da farli sbocciare una volta che la tempesta sia passata, allora nel nuovo paesaggio disegnato dagli esiti della crisi, l'Italia potrebbe addirittura trovare delle opportunità nuove».

È ovvio che per puntare decisamente verso gli orizzonti radiosi della seconda ipotesi occorrono riforme di carattere strutturale, di cui da tempo si discute. Tanto più che, come ci viene ricordato opportunamente nel libro, il nostro è un sistema produttivo afflitto da una sorta di «complesso di Peter Pan» che inibisce la crescita delle imprese, sia nel confronto internazionale, sia nel tempo, cioè rispetto a epoche in cui la piccola dimensione presentava soprattutto vantaggi e non ostacolava, come invece accade ora, l'adozione di tecnologie avanzate, indispensabili per migliorare la produttività.

Rossi non ci propone l'elenco, che sarebbe sterminato, delle riforme da fare. Piuttosto, ne seleziona due: i desideri che esprimerebbe se esistesse la fata dai capelli turchini dell'economia. E non si tratta di riforme, peraltro fondamentali, che richiedono una nuova legislazione, come quelle dell'istruzione o delle pensioni. Si tratta di riforme che coinvolgono due grandi categorie (l'autore è troppo raffinato e troppo sinceramente democratico per usare il termine "casta") come il sindacato e la giustizia.

Come già aveva fatto nel precedente libro, Rossi ci espone la sua tesi attraverso due storie, questa volta ribaltando l'artificio del manoscritto manzoniano: storie dichiarate inventate che ci mostrano una vita assolutamente autentica di un sindacato sempre più a disagio in un ruolo anacronistico e di un diritto dei rapporti proprietari che sembra aver perso ogni contatto con le esigenze di una realtà complessa e dinamica.

Sono questi i primi due passi da compiere: «Tutto il resto viene da lì». Il guaio è che non si tratta di scrivere una nuova legge, ma di modificare comportamenti ormai sclerotizzati. Dunque il cambiamento può solo venire dall'interno delle rispettive famiglie culturali ― il sindacalismo, il diritto ― e può solo essere promosso dalla parte più innovativa e lungimirante dei loro attori. È una svolta non facile né altamente probabile, ma che è possibile e che è forse l'unica via per trasformare la crisi in opportunità per l'economia italiana. È qui forse il cuore del riformismo di oggi. Ed è bello che il libro si apra con la citazione di un altro Rossi, Ernesto, grande riformista di ieri, purtroppo non sufficientemente ascoltato. Speriamo che a Salvatore diano più retta.

Michele Masneri su: il Riformista (13/11/2009)


Scordatevi la crisi internazionale. II problema per l'Italia è semmai di tempistica. II nostro sistema produttivo aveva appena agganciato, infatti, in ritardo di dieci anni, il paradigma della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica. Ma la crisi internazionale è piombata proprio in questo difficile momento, in cui stavamo recuperando un ritardo pluridecennale. È questa la tesi del nuovo saggio di Salvatore Rossi, Controtempo. L'Italia nella crisi mondiale (Laterza). L'autore, che è direttore centrale dell'area Ricerca economica e Relazioni internazionali della Banca d'Italia, sottolinea come nel concerto dei paesi avanzati l'Italia e la sua economia «suonano in controtempo ormai da molti anni». Almeno dai primi Novanta, ma forse addirittura dai Settanta. In quegli anni più remoti, mentre le imprese degli altri nostri competitori s'ingrandivano, le nostre iniziavano a rimpicciolirsi, ponendosi in una condizione che si rivelerà svantaggiosa successivamente, nonostante ogni retorica delle Pmi e del "piccolo è bello". Vent'anni più tardi, all'avanzare della globalizzazione, noi restiamo attardati in una «specializzazione settoriale da paese sottosviluppato; mentre gli altri sfruttano la rivoluzione tecnologica per diventare più produttivi e arricchirsi, noi stentiamo a mantenere l'efficienza e il tenore di vita medi, accrescendo solo le disuguaglianze sociali». Di fronte al progredire nel mondo della liberalizzazione e della privatizzazione delle parti pubbliche dell'economia «noi indugiamo neghittosi, per la ostinata resistenza di chi teme di perdere potere economico ed elettorale; dello sviluppo della finanza innovativa non cogliamo gli aspetti che più ci servirebbero a far evolvere l'assetto proprietario e dimensionale delle nostre imprese». Insomma, la grande crisi, che non è nata da noi, ci ha però colpiti in un difficile momento di crescita.

«La caratteristica dell'epoca presente, per l'Italia, è la debolezza strutturale del suo sistema produttivo - scrive Rossi - a cui si stava forse trovando un parziale rimedio quando la crisi è divampata. Questo libro nasceva originariamente proprio dalla volontà di documentare, sulla stregua di alcune ricerche condotte in Banca d'Italia, questo faticoso processo di ristrutturazione del sistema delle imprese». Ma poi è arrivata la grande crisi. Tutto è perduto, dunque? No. Secondo Rossi ― il cui ragionamento è stato molto citato da Emma Marcegaglia all'assise mantovana della Piccola industria dell'ottobre scorso - questa volta ai rischi si associano le opportunità. «Purché il nostro paese sappia realizzare le necessarie riforme di ordine culturale prima ancora che normativo. E nello stesso tempo rinsaldare e valorizzare i fattori di equilibrio, come l'alta capacità di risparmio e il basso indebitamento delle famiglie, e la solidità delle banche». Sembra facile, ma non lo è affatto: soprattutto se la "costituzione materiale" di un Paese è così intrisa di inefficienza anche culturale e giuridica. E lo dimostra uno dei capitoli più interessanti del libro, il sesto, dedicato alla cultura giuridica italiana. Che, in un racconto che sembra fiction ma lo è solo in parte, racconta delle due simmetriche esperienze, una in Italia e una negli Stati Uniti, di un gruppo di persone che vogliono aprire una fondazione. Con esiti che ci porterebbero a dire, come un brano citato nella prefazione del libro, che «per fare qualcosa di serio bisognerebbe cominciare a riformare radicalmente la burocrazia, che ormai è uno strumento marcio, il cancro che divora tutto il paese».

Michele Salvati su: Il Corriere della Sera (14/11/2009)


L'economia italiana soffre da tempo di un male oscuro. Oscuro perché non si è formata tra i medici una diagnosi condivisa. E una diagnosi non si è formata perché il male sembra colpire un gran numero di organi del corpo sociale del nostro Paese. Insomma, il male è oscuro perché è diffuso: ci sono sintomi evidenti - un rallentamento nella crescita del reddito e della produttività maggiore e più durevole che negli altri grandi Paesi europei - ma non ne sono evidenti le cause. Non sono evidenti perché, all'apparenza, sono troppe; perché ovunque uno si guardi intorno trova cose che non funzionano e di questi cattivi funzionamenti, tutti dannosi per la crescita del reddito e il benessere del Paese, non si riesce a fare una gerarchia. E senza gerarchia - questa causa è più importante di quest'altra - non si riesce a fare una diagnosi. E senza una diagnosi non c'è terapia.

A chi, economista o non economista, volesse farsi un'idea d'insieme del male oscuro che affligge il nostro Paese non saprei consigliare lettura più illuminante del recente libro di Salvatore Rossi, Controtempo. L'Italia nella crisi mondiale, Edizioni Laterza. Non soltanto perché l'autore, direttore centrale per la ricerca economica e le relazioni internazionali della Banca d'Italia, dispone del miglior apparato di dati e ricerche oggi disponibile nel nostro Paese, ricerche che egli stesso ha contribuito a promuovere e dirigere. Ma soprattutto perché sa utilizzare questi strumenti con mano sicura ed equilibrata, e sa esporre l'interpretazione che ne trae in un ottimo italiano, in uno stile privo di gergo, con accorgimenti illustrativi molto attraenti. Due delle «cause» che, secondo l'autore, stanno all'origine dei sintomi di cui dicevamo - l'inadeguatezza delle politiche sindacali e la cultura giuridica del nostro Paese - sono illustrate attraverso due racconti con protagonisti di fantasia ma straordinariamente verosimili, letti i quali è difficile dubitare che quelle «cause» non abbiano un peso significativo nello spiegare i sintomi di difficoltà e fatica dell'intero sistema.

«Controtempo» è una metafora diversa e più ottimistica di «male oscuro»: dà l'idea che la nostra economia sia stata colta in mezzo al guado, mentre si stava adattando alle più difficili condizioni competitive che doveva affrontare dopo che, con l'adesione all'euro, era stato eliminato lo strumento (efficace e perverso insieme) delle svalutazioni competitive e dopo che la globalizzazione aveva messo in gioco concorrenti formidabili per il nostro sistema di piccole imprese. Dà l'idea che un processo di adattamento efficace era bene avviato: che ora siamo in controtempo, ma «alla fine ritroveremo il tempo giusto», parole augurali con le quali il libro si chiude. È vero, il sistema produttivo esposto alla concorrenza si stava adattando. Ma a partire da condizioni dimensionali e di specializzazione merceologica assai svantaggiate rispetto alle economie progredite. E la velocità di adattamento non era particolarmente elevata, se si prende come indicatore l'adozione di sistemi gestionali moderni e digitalizzati: la distanza rispetto ai Paesi con i quali ci confrontiamo non si stava restringendo in modo sufficientemente rapido, a giudicare dalle stesse ricerche di cui l'autore riferisce. E poi: la crescita della produttività e del reddito complessivo non dipende solo dalle imprese esposte alla concorrenza internazionale. Dipende dalle imprese e dalle attività che ancora sono schermate dalla concorrenza. Dipende dal settore finanziario. Dipende dal sistema fiscale. Dipende dal settore pubblico, che fornisce (dovrebbe fornire) servizi essenziali al benessere delle famiglie e alla competitività delle imprese. Per tutti questo cruciali segmenti del sistema produttivo, dopo l'ondata di riforme degli anni Novanta, seguita alla crisi della Prima Repubblica, l'impulso riformatore sembra essersi esaurito: nel corso del primo decennio di questo secolo, se continua con fatica l'adattamento delle imprese esposte alla concorrenza, è difficile scorgerlo altrove.

Salvatore Rossi apre il libro con una citazione del suo grande omonimo, Ernesto: «In Italia non vedo alcuna politica ragionevole che sia praticamente attuabile». E la citazione prosegue con una analisi impietosa delle disfunzioni dello Stato e della pubblica amministrazione, del sistema politico e, più in profondo, della mentalità dei nostri concittadini, un'analisi che sembra fotografare la situazione in cui viviamo. Come allora, anche oggi il male è diffuso, le cause numerose e difficili da ordinare per importanza, difficile trovare un punto di appoggio per la leva del cambiamento, per «la politica ragionevole». E, come allora, è il potenziale riformatore, il sistema politico, una delle cause del dissesto. La citazione è del 1946: pochi anni dopo si sarebbe avviato, e sarebbe durato sino agli anni Settanta, il più straordinario periodo di crescita che il nostro Paese abbia conosciuto. E proprio per questo il pessimismo tragico di Ernesto Rossi - che non riusciva a prevedere l'esplosione di vitalità e benessere degli anni a venire - giustifica il moderato ottimismo di Salvatore.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su