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L'età dell'oblio

L'età dell'oblio
Sulle rimozioni del '900
trad. di P. Falcone
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842088806
Argomenti: Attualità politica ed economica, Attualità culturale e di costume, Storia contemporanea
  • Pagine 494
  • 20,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Un lavoro superbo di sintesi, analisi e riflessione. Timothy Garton Ash, "The Times Literary Supplement"

Davvero superbo, un'opera magnifica. È difficile immaginare come scrivere meglio - e in modo più comprensibile - la storia della rinascita dell'Europa dalle ceneri del 1945. Un vero e proprio capolavoro. Ian Kershaw, autore di Hitler e l'enigma del consenso

Questa è storia dal volto umano. Un'opera insuperabile. Norman Davies, "The Guardian"

Un libro davvero notevole, lucido ed energico. Talmente vasto da lasciare ammirati. Marina Warner, "The Observer"

Magistrale e coinvolgente. Uno splendido libro cui nessuna recensione potrà mai rendere giustizia. Geoffrey Wheatcroft, "The Spectator"

Indice

Ringraziamenti - Introduzione. Il mondo che abbiamo perduto - Parte prima: Il cuore di tenebra - I. Arthur Koestler, l’intellettuale esemplare - II. Le verità elementari di Primo Levi - III. L’Europa ebraica di Manès Sperber - IV. Hannah Arendt e il male - Parte seconda: La politica del compromesso intellettuale V. Albert Camus: «l’uomo migliore di Francia» - VI. Elucubrazioni: il «marxismo» di Louis Althusser - VII. Eric Hobsbawm e il fascino del comunismo - VIII. Addio a tutto quello? Leszek Ko¢akowski e l’eredità marxista - IX. Un «papa di idee»? Giovanni Paolo II e il mondo moderno - X. Edward Said: il cosmopolita senza radici Parte terza: «Lost in transition»: luoghi e memorie XI. La catastrofe: la caduta della Francia, 1940 - XII. «A` la recherche du temps perdu»: la Francia e il suo passato - XIII. Lo gnomo in giardino: Tony Blair e il «patrimonio» britannico - XIV. Lo Stato senza Stato: perché il Belgio è importante - XV. La Romania tra Europa e storia - XVI. Una vittoria oscura: Israele e la Guerra dei sei giorni - XVII. Il paese che non voleva crescere - Parte quarta: Il (mezzo) secolo americano XVIII. Una tragedia americana? Il caso di Whittaker Chambers - XIX. La crisi: Kennedy, Krusciov e Cuba - XX. L’illusionista: Henry Kissinger e la politica estera americana - XXI. Di chi è questa storia? La Guerra Fredda in retrospettiva - XXII. Il silenzio degli innocenti: sulla strana morte dell’America liberale - XXIII. La buona società: Europa contro America - Congedo. La questione sociale rediviva - Note - Fonti dei saggi - Indice analitico

Leggi un brano


Non abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle il ventesimo secolo, che i suoi dissidi e i suoi dogmi, i suoi ideali e le sue paure stanno già scivolando nelle tenebre dell'oblio. Invocate continuamente come «lezioni», in realtà queste vengono ignorate e non insegnate. La cosa non dovrebbe sorprenderci più di tanto. Il passato recente è il più difficile da conoscere e comprendere. Va detto, inoltre, che dopo il 1989 il mondo ha subìto notevoli trasformazioni, e i cambiamenti provocano sempre un senso di distanza e di distacco in coloro che ricordano com'erano prima le cose. Nei decenni successivi alla Rivoluzione francese, i commentatori più anziani sentivano una gran nostalgia della douceur de vivre del defunto ancien régime. Un secolo dopo, le commemorazioni e i ricordi dell'Europa precedente alla Prima guerra mondiale celebravano (e ancora celebrano) una civiltà perduta, un mondo le cui illusioni erano state letteralmente spazzate via: «Never such innocence again».

Ma c'è una differenza. I contemporanei potevano anche rimpiangere il mondo così com'era prima della Rivoluzione francese, o lo scomparso clima culturale e politico dell'Europa prima dell'agosto 1914, ma non li avevano dimenticati. Tutt'altro: per buona parte del diciannovesimo secolo, gli europei furono ossessionati dalle cause e dal significato delle trasformazioni rivoluzionarie francesi. I dibattiti filosofici e politici dell'Illuminismo non si consumarono durante i fuochi della rivoluzione. Al contrario, la Rivoluzione francese e le sue conseguenze furono largamente attribuite all'Illuminismo che dunque era riconosciuto, tanto dai sostenitori quanto dai detrattori, come l'origine dei dogmi politici e dei programmi sociali del secolo successivo.

Allo stesso modo, mentre tutti concordavano che dopo il 1918 le cose non sarebbero state mai più le stesse, la forma concreta che il mondo postbellico avrebbe dovuto prendere era unanimemente concepita e criticata all'ombra del pensiero e dell'esperienza del diciannovesimo secolo. L'economia neoclassica, il liberalismo, il marxismo (e il suo figliastro, il comunismo), la «rivoluzione», la borghesia e il proletariato, l'imperialismo e l'«industrialismo» - in breve, i fondamenti del mondo politico del ventesimo secolo - erano creazioni del diciannovesimo secolo. Anche chi, come Virginia Woolf, credeva che «intorno al dicembre del 1910 mutò la condizione umana», che la confusione culturale dell'Europa fin de siècle avesse modificato radicalmente i termini dello scambio intellettuale, dedicava una sorprendente quantità di energia a lottare con i fantasmi dei loro predecessori. Il passato incombeva minacciosamente sul presente.

Oggi, al contrario, prendiamo il secolo scorso con leggerezza. Certo, lo commemoriamo in ogni modo: musei, santuari, iscrizioni, «patrimoni dell'umanità», persino parchi tematici storici sono promemoria pubblici del «Passato». Ma c'è una qualità straordinariamente selettiva del ventesimo secolo che abbiamo scelto di ricordare. La grande maggioranza dei luoghi della memoria del ventesimo secolo sono dichiaratamente di carattere nostalgico-trionfalista - esaltano uomini illustri e celebrano famose vittorie - o, il più delle volte, sono opportunità per riconoscere e ricordare una sofferenza selettiva. In quest'ultimo caso, sono l'occasione per insegnare un certo tipo di lezione politica: su quel che è stato fatto e non dovrebbe mai essere dimenticato, su errori che sono stati commessi e non dovrebbero essere ripetuti.

Il ventesimo secolo è quindi sulla buona strada per diventare un palazzo della memoria morale: una Camera degli Orrori Storici di valore pedagogico le cui stazioni sono «Monaco», «Pearl Harbor», «Auschwitz», «Gulag», «Armenia», «Bosnia», «Ruanda»; con l'«11 settembre» come una specie di coda superflua, un poscritto sanguinoso per chi avrà dimenticato le lezioni del secolo passato o per coloro che non le avranno apprese a dovere. Il problema con questa rappresentazione lapidaria del secolo appena trascorso come un periodo eccezionalmente nefasto dal quale, fortunatamente, siamo usciti non è la sua descrizione - il ventesimo secolo è stato sotto diversi aspetti un'epoca realmente orribile, un'età di brutalità e di sofferenze di massa che forse non ha precedenti negli annali degli storici. Il problema è nel messaggio: che ormai ci siamo lasciati tutto alle spalle, che il suo significato è chiaro e che adesso dobbiamo entrare - liberi dal peso degli errori del passato - in un'epoca nuova e migliore.

Ma queste commemorazioni ufficiali, per quanto animate da buone intenzioni, non migliorano la comprensione e la consapevolezza del passato. Sono surrogati. Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagnamo nei musei e a visitare i monumenti. Peggio ancora, incoraggiamo i cittadini e gli studenti a vedere il passato - e i suoi insegnamenti - attraverso il particolare vettore delle loro sofferenze personali (o dei loro antenati). Oggi, l'interpretazione «comune» del passato recente è dunque composta da tanti frammenti di passati distinti, ognuno dei quali (ebreo, polacco, serbo, armeno, tedesco, asiatico-americano, palestinese, irlandese, omosessuale...) è caratterizzato da una condizione assertiva e distintiva di vittima.

Il mosaico conseguente non ci lega a un passato comune, ce ne allontana. Qualunque fossero le carenze dei vecchi racconti [narratives] nazionali che in passato venivano insegnati nelle scuole, per quanto selettiva fosse la loro centralità e strumentale il loro messaggio, almeno avevano il vantaggio di fornire alla nazione i riferimenti del passato per vivere nel presente. La storia tradizionale, così come è stata insegnata a generazioni di alunni e studenti, dava un significato al presente riallacciandosi al passato: i nomi, i luoghi, le iscrizioni, le idee e le illusioni di oggi potrebbero essere inseriti in un racconto memorizzato dello ieri. Ai giorni nostri, tuttavia, questo processo si è invertito. Il passato non ha una forma narrativa propria. Assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente.

Senza dubbio, questo sconcertante carattere atipico del passato - al punto che, prima di poterlo avvicinare, dobbiamo addomesticarlo con qualche significato o lezione del nostro tempo - è in parte il risultato della velocità dei cambiamenti contemporanei. La «globalizzazione», un termine che comprende qualsiasi cosa, da internet alla scala senza precedenti degli scambi economici transnazionali, ha scombussolato la vita della gente in modi che i nostri genitori o nonni stenterebbero a immaginare. Molto di quello che per decenni, secoli persino, è sembrato familiare e permanente adesso si sta rapidamente dirigendo verso l'oblio.

Lo sviluppo delle comunicazioni, unito alla frammentazione dell'informazione, offre un impressionante contrasto anche con le comunità del recente passato. Fino agli ultimi decenni del ventesimo secolo, in tutto il mondo la maggior parte della gente aveva un accesso limitato all'informazione; ma all'interno di ogni Stato, nazione o comunità era molto probabile che tutti conoscessero le stesse cose, grazie al sistema scolastico nazionale, alla radio e alla televisione di Stato e alla stampa. Oggi è vero il contrario. Al di fuori dell'Africa sub-sahariana, la maggioranza della gente ha accesso a una quantità di dati quasi illimitata, ma in assenza di una cultura comune (a eccezione di una piccola élite, e a volte neppure in questo caso) le informazioni e le idee che la gente sceglie o in cui si imbatte sono determinate da una molteplicità di gusti, affinità e interessi. Con il passare degli anni, ognuno di noi ha sempre meno in comune con i mondi, in rapida moltiplicazione, dei nostri contemporanei, per non parlare del mondo dei nostri antenati.

Senza dubbio tutto questo è vero, e ha delle implicazioni inquietanti per il futuro dei governi democratici.

Recensioni

Lucetta Scaraffia su: il Riformista (18/06/2009)


Obama è venuto in Europa per una serie di commemorazioni storiche rassicuranti: a Buchenwald per dire anche lui che «non succederà mai più» e sulle spiagge di Normandia per ricordare lo sbarco e il ruolo decisivo giocato dal suo Paese nella Seconda guerra mondiale. In ogni occasione era ovviamente accompagnato dai governanti dei Paesi coinvolti. Ancora una volta, un appello alla memoria, al significato del ricordo nella nostra società. Ci siamo abituati, ci sembra una liturgia obbligata, una modalità di procedere indispensabile per esorcizzare i terribili echi del Novecento appena trascorso.

Ma non funziona. Non si tratta infatti di un vero e dialettico rapporto con il passato, di un vero bilancio del secolo tremendo che abbiamo alle spalle: lo spiega lo storico americano Tony Judt in un volume, "L'età dell'oblio" (Laterza), che mette in discussione proprio quello che sembra essere diventato un dogma della nostra società, l'attenzione al passato, l'uso del ricordo. Proprio mentre nelle città si moltiplicano i musei della memoria, in genere dedicati a qualche gruppo di vittime della Seconda guerra mondiale, i musei della Shoah, i musei dell'emigrazione, i monumenti per i caduti dove vengono celebrate annualmente cerimonie per ricordare l'episodio a cui sono legati, i "patrimoni dell'umanità", mentre quasi tutti gli studenti europei hanno fatto una gita scolastica ad Auschwitz, Judt lancia la sua provocazione: «Non abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle il Ventesimo secolo, che i suoi dissidi e i suoi dogmi, i suoi ideali e le sue paure stanno già scivolando nell'oblio. Invocate continuamente come "lezioni", in realtà queste vengono ignorate e non insegnate».

Il ricordo è evocato infatti in modo straordinariamente selettivo, scegliendo episodi e luoghi di carattere nostalgico trionfalista, appunto come lo sbarco in Normandia, oppure casi di sofferenza scelti per ricordare un certo tipo di lezione politica, come i campi di sterminio nazista. Ma si tratta di elementi non connessi tra loro, perché manca un'interpretazione comune che si faccia fondamento della nostra identità, come in passato facevano le storie nazionali insegnate nelle scuole, che almeno avevano il merito di fornire alla nazione i riferimenti del passato utili a vivere il presente. La storia tradizionale che si insegnava nelle scuole ― continua Judt ― «dava un significato al presente riallacciandosi al passato», mentre oggi cerchiamo di fare proprio il contrario: il passato assume significato solo se si riferisce alle inquietudini del presente, spesso contraddittorie fra loro.

La ragione di questa incapacità di riallacciarsi al passato per leggere il presente la possiamo trovare nella velocità impressionante con cui avvengono i cambiamenti, o anche nel loro effetto di profondo sconvolgimento: il crollo del comunismo del 1989 ha cambiato il mondo, e non è stato ancora del tutto compreso. Soprattutto non è stato compreso e tematizzato un tema che sembra irrimediabilmente passato di moda, cioè il ruolo degli intellettuali. Perché le ideologie, che ci sembrano ormai morte, hanno lasciato un tale eco di ricordi sanguinosi che oggi risulta difficile credere che il marxismo fosse indiscutibilmente il riferimento ideologico convenzionale della sinistra intellettuale.

Anche perché ― scrive Judt ― è veramente un problema trasmettere a una generazione più giovane «cosa esso incarnava e per quale motivo suscitava sentimenti appassionati e così contrastanti». Gli ideali del passato, quindi, diventano incomprensibili, così come le "guerre culturali" del Ventesimo secolo, ma nel nostro frettoloso accantonare le promesse mancate e i falsi profeti del passato, «abbiamo sottovalutato ― o semplicemente dimenticato ― troppo velocemente il fascino che esercitavano». Forse il cambiamento non è stato così radicale, forse il nostro nuovo culto del settore privato e del mercato, che è venuto a sostituire quello per la "proprietà pubblica" e la "pianificazione", è solo un trasferimento della fede sostenuta dalla generazione precedente, una nuova forma di venerazione della necessità economica che stava alla base del marxismo.

Davvero possiamo pensare che gli errori non si ripeteranno, che quello che è rimasto della pace, della democrazia e del libero mercato durerà a lungo? Judt ne dubita, e ricorda le somiglianze fra la nostra situazione attuale e i decenni precedenti alla Prima guerra mondiale, quando si pensava, almeno nei Paesi anglosassoni, di essere sulla soglia di un'epoca senza eguali di pace e prosperità illimitata. Superbe illusioni di un mondo sull'orlo della catastrofe che dovrebbero impensierirci, e farci tornare a interessarci alla storia. Ma non a quella in pillole delle celebrazioni, bensì a una riflessione storica che ci aiuti a capire il presente.

Sergio Luzzatto su: Il Sole - 24 ore (05/07/2009)


Non il "politichese", ma l'"economichese", è l'esperanto del nostro tempo. Del sogno di una lingua universale coltivato da un fantasioso quanto ingenuo oculista polacco di fine Ottocento, Ludwik Zamenhof detto «Doktoro Esperanto», sembra oggi non essere rimasto in vita che un gergo planetario fatto con le parole dell'economia: crescita, tassi, rendimenti, interessi, efficienza, produttività... È la lingua di un culto, il culto contemporaneo del mercato e delle presunte sue leggi di bronzo. Come se gli obiettivi economici fossero finalità necessarie e sufficienti in se stesse, anziché mezzi per raggiungere un fine politico collettivo.

Gli intellettuali più o meno globali del terzo millennio figurano tra gli aficionados dell'economichese quale esperanto della modernità. Lo parlano, lo straparlano ogni volta che possono. Ci aggiungono qualche formuletta sul tramonto delle ideologie e sulla fine della Storia, e passano all'incasso di marchette pubblicistiche più o meno laute. Senza riflettere intorno alla contraddizione esistente fra il trionfo mondiale dell'economichese e il trionfo altrettanto planetario del suo rovescio, la lingua della paura, o più esattamente delle paure: paura dell'altro, paura del cambiamento, paura del domani, paura della paura. E senza accorgersi che questo secondo trionfo sta producendo esso stesso un esperanto di parole passepartout, un "paurese" fatto di termini altrettanto diffusi che vaghi: la crisi, il terrorismo, l'insicurezza...

Per fortuna, tra gli intellettuali globali di oggi, ce n'è almeno uno che su cose del genere va riflettendo non da ieri: è uno storico inglese trapiantato in America, si chiama Tony Judt, insegna alla New York University. Di lui, l'editore Laterza ha appena pubblicato L'età dell'oblio. Sulle rimozioni del '900: una raccolta di saggi scritti dal 1994 in poi e che appunto hanno per tema la responsabilità sociale degli intellettuali, dal Ventesimo secolo al Ventunesimo. In pratica, Judt ci offre qui una rilettura personale di autori meritatamente canonizzati (come Primo Levi o Edward Said), meritatamente dimenticati (uno per tutti, Louis Althusser), immeritatamente negletti (come Arthur Koestler o Leszek Kolakowski). E Judt ci guida in una scorribanda ragionata entro contesti storici variamente istruttivi, dalla Francia del 1940 all'Israele della guerra dei Sei Giorni, dal Vaticano di papa Wojtyla alla Gran Bretagna di Tony Blair: ogni volta, guardando alla specificità del rapporto tra la politica di un'epoca e la sua intellighenzia.

Americano d'adozione, Judt sa bene quanto abissalmente ignoranti di storia possano essere i leader politici: quanto spensieratamente ignari del passato, anche il più recente e il più ingombrante. Non sono forse gli Stati Uniti il paese di James A. Baker, il quale, segretario di Stato per il primo presidente Bush al tempo della guerra del Golfo, spiegava candidamente al «New Yorker» che conoscere la storia ― del Medio Oriente, o di chissà dove ― non serve affatto al politico, poiché questi non si occupa dello ieri e neppure del domani, ma sempre e soltanto dell'oggi?

Nel corso dell'ultimo trentennio, le leadership occidentali hanno pensato bene di rimediare alla loro ignoranza sulla storia con un investimento fragoroso ― quasi pubblicitario ― sul dovere della memoria. E per riuscire nell'impresa, hanno messo a frutto il compassionevole zelo dei rispettivi intellettuali di complemento. Dalla Germania agli Stati Uniti, dalla Francia all'Italia, dalla Polonia alla Spagna, il Novecento è stato rappresentato come una sequela di tragedie, da commemorare una per una in nome della sacrosanta centralità delle vittime. Si è affermata, insomma, un'idea «lapidaria» del Novecento come secolo delle sofferenze: personali, familiari, comunitarie. Così, si è assistito al paradosso per cui una classe politica sempre più digiuna di storia ha propinato alle nuove generazioni dosi da cavallo di medicine della memoria, altrettanti surrogati di una vera conoscenza del passato. Secondo la denuncia di Judt: «Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagniamo nei musei e a visitare monumenti». E' forse per un caso che la rappresentazione lapidaria del Novecento ha coinciso, durante l'ultimo trentennio, con il trionfo dell'economichese nel discorso pubblico? Niente affatto. Le due dinamiche sono andate di pari passo, per la buona ragione che l'una si è alimentata dell'altra. A forza di diffondere un'immagine penitenziale del Novecento come tempo di tutti i mali (fascismo, comunismo, socialismo, assistenzialismo), ha prevalso la damnatio memoriae di tutti i beni assicurati ai cittadini dallo Stato sociale moderno. Servizi sanitari universali, sussidi di disoccupazione e di malattia, istruzione gratuita, pensioni, trasporti pubblici sovvenzionati: altrettante conquiste di civiltà che si è voluto addebitare in conto spese alla sola «socialdemocrazia». Quasi che i confini geografici della Scandinavia avessero contenuto, nel Novecento, l'intera Europa. Quasi che in Austria, in Germania, in Francia, in Olanda, in Italia, il Welfare State non fosse stato promosso e garantito dai cristiano-democratici come dai socialisti; e in Gran Bretagna, fino al governo Thatcher, dai conservatori come dai laburisti. Un capitolo del libro di Tony Judt si intitola «Lo Stato senza Stato: perché il Belgio è importante». Importante il Belgio, un paese esteso quanto il Galles e popoloso quanto la Lombardia? Sì, importante: non come «modello», ma come «avvertimento». La prova del destino cui può andare incontro uno Stato sociale di solide tradizioni, nel momento in cui vengono a sommarsi gli effetti congiunti di una spinta estrema verso il «globale» e di una spinta estrema verso il «locale». Da un lato, le Fiandre ricche delle nuove tecnologie. Dall'altro lato, la misera Vallonia delle miniere abbandonate. In mezzo, Bruxelles capitale di tutto e di niente. Sullo sfondo, una richiesta fiamminga di ulteriore decentramento (del fisco, della sicurezza, della giustizia) che porterebbe al dissolvimento del Belgio come Stato unitario.

Il libro di Judt è stato licenziato per la stampa nel settembre 2007, ed è uscito in libreria negli Stati Uniti all'inizio del 2008. Quando al suo autore poteva ben sembrare che il quindicennio seguito alle svolte epocali del triennio 1989-91 (il crollo dell'impero sovietico, la fine della Guerra fredda eccetera) fosse un'epoca di lessons not learned, di lezioni non imparate: l'età dei due Bush, di Clinton, di Blair, di Chirac, «un decennio e mezzo di opportunità sprecate e di incompetenza politica su entrambi i lati dell'Atlantico». In altre parole, il libro di Judt è stato messo insieme e pubblicato quando ancora non era sorta, sull'orizzonte americano, la stella di Barack Obama.

Poco più di un anno è trascorso da allora, ma i tempi tecnici necessari all'approntamento della traduzione italiana hanno reso questo volume, L'età dell'oblio, il più utilmente fuori tempo dei libri possibili. Oggi, in Italia come in Europa, i nostri politici (e i nostri media) continuano imperterriti a utilizzare l'economichese quale lingua franca del terzo millennio, e continuano a stracciarsi le vesti sulle infinite lapidi del cimitero-Novecento. Senza accorgersi che oltre Atlantico si è cominciato a suonare tutt'altra musica. Proprio là dove il Welfare State non ha mai attecchito, la leadership democratica sta guardando alla storia novecentesca d'Europa per impararvi qualcosa di positivo, di prezioso, di vitale: non foss'altro, la necessità di un compromesso (con le parole di Judt) «tra il massimizzare le ricchezze private e il minimizzare l'attrito sociale».

Nel mondo alla rovescia dell'anno 2009, è grazie all'America obamiana che un'Europa smemorata può riscoprire i meriti della «European way of life».

Giuseppe Berta su: L’Espresso (12/08/2009)


La paura sta riaffiorando come un ingrediente attivo della vita politica delle democrazie occidentali... scrive Tony Judt nell'introduzione al suo "L'età dell'oblio. Sulle rimozioni del '900" (Laterza), un libro che denuncia l'incapacità di fare i conti con la storia come uno dei mali peggiori della coscienza pubblica dei nostri anni. La dimensione della storia sembra uscita dallo spazio culturale dell'uomo contemporaneo: celebriamo i luoghi della memoria, ma non sappiamo misurarci con un'effettiva comprensione del passato. Preferiamo rifugiarci in una visione celebrativa del secolo scorso, magari per sottolinearne gli eccessi e gli orrori, ma senza inserire il ricordo nel flusso di un processo di trasformazione.

Le altissime doti e qualità di storico di Judt, uno dei maggiori d'oggi, autore di una magistrale storia dell'Europa del dopoguerra rifulgono anche in questa raccolta di saggi e profili di uomini, donne, paesi. Basta leggere il ritratto che dedica ad Arthur Koestler o quello sul filosofo polacco Leszek Kolakowski, recentemente scomparso, e la sua critica al marxismo o al cosmopolitismo di un intellettuale come Edward Said per cogliere l'acume dispiegato da Judt quando deve tratteggiare un carattere come espressione di una cultura, nelle luci come nelle zone d'ombra. Ma la cifra di questo libro non è soltanto culturale; è altresì politica e sociale, come dimostrano le bellissime pagine che parlano dell'Inghilterra di Blair, delle lacerazioni che corrodono il tessuto istituzionale del Belgio e, soprattutto, dei dilemmi irrisolti di Israele. Pagine in cui il lettore è colpito dalla lucida capacità di giudizio di Judt, con un'autonomia che lo rende inassimilabile a ogni posizione consolidata. La sua è un'autentica, vigorosissima «apologia della storia» concepita a misura del nostro tempo.

Alberto Martinelli su: Il Corriere della Sera (06/09/2009)


In L'età dell'oblio (Laterza), Tony Judt, professore di Studi europei e direttore del Centro Remarque alla New York University, riprende il tema di Dopoguerra: come è cambiata l'Europa dal 1945 ad oggi, uno dei migliori libri di storia europea contemporanea (edito due anni fa da Mondadori). Si tratta di una raccolta di saggi pubblicati nell'arco di un quindicennio dal 1992 al 2007, prevalentemente sulla «New York Review of Books» ma anche su «Foreign Affairs», «The Nation», «The New Rebublic», «Ha'aretz».

L'età dell'oblio è un affresco in cui le varie parti si integrano coerentemente alla luce di un obiettivo unitario che consiste nel denunciare la frettolosa rimozione dell'eredità intellettuale, economica e istituzionale del Novecento dovuta alla errata convinzione che nell'ultimo decennio del secolo scorso si sia entrati in un mondo nuovo che non ha nulla di interessante da apprendere dal passato. Tra le più rilevanti esperienze del Novecento che abbiamo perduto nella nostra fretta di lasciarci alle spalle il ventesimo secolo vi sono, secondo Judt, il significato della guerra (per gli americani in particolare), l'ascesa e il conseguente declino dello Stato, il ruolo pubblico degli intellettuali.

Nella eterna controversia tra coloro che sottolineano la novità delle grandi trasformazioni (in questo caso la globalizzazione e la fine della Guerra Fredda) e coloro che pongono l'accento sulla continuità dei processi storici, Judt è più vicino ai secondi; è consapevole dei cambiamenti, ma critica la propensione a dimenticare «la perenne complessità delle domande» (anche laddove le vecchie risposte non funzionano più) e afferma che solo la consapevolezza del passato ci aiuta a comprendere i rischi e le opportunità del presente.

C'è una evidente forzatura nel ritenere che oggi «il passato (...) assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente», dal momento che ogni storia è storia contemporanea e seleziona dal passato gli aspetti della realtà che aiutano a dare significato ai processi e alle vicende in corso. Ma è vero che negli anni successivi al crollo dell'Unione sovietica e allo sviluppo della globalizzazione ci sono state, in particolare negli Stati Uniti, eccessiva sicurezza e scarsa riflessione nell'affermare la fine della storia, il trionfo dell'Occidente, l'egemonia uni-polare americana, il trionfo ineluttabile del mercato autoregolato.

Nei suoi saggi Judt contrasta ostinatamente tali atteggiamenti, ricostruendo con acuta perspicacia e intelligenza critica la biografia e il ruolo di intellettuali e pensatori come Arthur Koestler, Primo Levi, Hannah Arendt, Albert Camus, Eric Hobsbawm, Leszek Kolakowski, Giovanni Paolo II, Edward Said, interpretando eventi e luoghi emblematici per la memoria europea dalla catastrofe francese del 1940 alle vicende della Romania, e ricostruendo aspetti fondamentali del «mezzo secolo americano», dalla crisi dei missili a Cuba nel 1962 alla «strana morte dell'America liberale».

Il libro è ricco di pagine illuminanti sulla fine di quella «Repubblica delle Lettere» del XX secolo, formata da intellettuali di diversa estrazione impegnati in una battaglia delle idee la cui influenza rispecchiava e illuminava le scelte tragiche dell'epoca. Particolarmente acuta è la critica del nuovo culto del settore privato e del mercato globale che ha sostituito la opposta e altrettanto unilaterale fede nel ruolo dello Stato e della pianificazione. E particolarmente attuale la messa in guardia contro gli effetti deleteri del diffondersi della paura (non solo del terrorismo e della recessione economica, ma anche più in generale della incontrollabile velocità del cambiamento, del perdere il controllo delle circostanze della vita quotidiana); paura che spregiudicati attori politici possono utilizzare per costruire un consenso politico basato sulla insicurezza e che può essere esorcizzata da scelte politiche che riaffermino la responsabilità dello Stato democratico nel ridurre le disuguaglianze e garantire la sicurezza sociale.

Antonio Carioti su: Corriere della Sera Magazine (08/08/2010)

Neppure la malattia – la spietata sclerosi laterale amiotrofica che lo aveva martoriato per due anni, fino a paralizzarlo dal collo in giù – era riuscita a far tacere lo storico britannico Tony Judt: aveva continuato a scrivere, dedicando proprio alla sua condizione menomata una serie di articoli sulla prestigiosa «New York Review of Books». Ma venerdì scorso il male ha avuto la meglio su di lui, in quella New York dove si era trasferito negli anni Novanta, dopo un’esperienza a Stanford, per dirigere un istituto di studi europei intitolato allo scrittore pacifista tedesco Erich Maria Remarque.

Proprio nell’Europa e nella causa della pace si possono individuare i temi conduttori della ricerca di Judt e del suo impegno civile. All’Europa e alla sua straordinaria capacità di ripresa dope la catastrofe della Seconda guerra mondiale aveva dedicato il suo capolavoro Dopoguerra (pubblicato in Italia da Mondadori): un affresco di circa mille pagine in cui le vicende successive al conflitto vengono ripercorse con una particolare attenzione per i fenomeni sociali e culturali che avevano scandito la rinascita e la trasformazione del continente. Alla causa della pace aveva consacrato molte sue energie, fino al punto di mettersi in urto con ampi settori del mondo ebraico da cui proveniva. Nato a Londra nel 1948, discendente da una famiglia di rabbini lituani, era accorso in Israele nel 1967 per dare il proprio contributo alla difesa dello Stato ebraico durante la guerra dei sei giorni. Ma più tardi aveva preso le distanze dalla politica dei governi israeliani, fino a pronunciarsi per la creazione di uno Stato binazionale in Palestina.

Uomo di sinistra, Judt non aveva mai subito il fascino dell’utopia comunista. Anzi i suoi primi studi sul movimento operaio in Francia sono molto severi verso la sinistra di quel Paese, cui rimproverava di essersi lasciata incantare dal mito sovietico. L’ideale di Judt era la socialdemocrazia: ammirava in modo particolare la sua capacità di coniugare economia di mercato, riduzione della disuguaglianza sociale, espansione dei diritti individuali. Benché si fosse trasferito dalla Gran Bretagna negli Usa, non amava l’American way of life, soprattutto nella sua incarnazione dopo la svolta liberista di Ronald Reagan. A suo avviso il Welfare State era una conquista irrinunciabile.

Il suo ultimo libro Ill Fares the Land, uscito da poco, è un’appassionata e convinta difesa di quell’esperienza, molto critica verso una sinistra occidentale ormai incapace di proporsi come portatrice di valori alternativi rispetto al primato assoluto dell’impresa e del profitto privato.

 Il richiamo alla responsabilità degli intellettuali verso la società, al loro dovere di tenere vivo il ricordo del passato anche nei suoi aspetti più sgradevoli, era un terzo filo conduttore dell’opera di Judt, affermato con vigore nel suo libro L’età dell’oblio (Laterza). A quella consegna difficile lo storico inglese rimasto fedele con grande coerenza, fino a quando le ultime forze non lo hanno abbandonato. 

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