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Il gesto nell'arte

Il gesto nell'arte
trad. di D. Pinelli
con ill.
Edizione: 20173
Collana: Economica Laterza [469]
ISBN: 9788842086376
Argomenti: Storia dell'arte

In breve

Dal Beato Angelico a Leonardo, da Andrea della Robbia a Tiziano e Caravaggio, dalle arti figurative dell’antichità ai manifesti pubblicitari: nelle lezioni al Collège de France André Chastel affronta il tema del gesto nell’arte che lo sedusse per la vita intera. Pagine bellissime in cui troveremo una sorta di grammatica dei gesti, una loro storia gustosa, una gerarchia di quelli espressivi più tradizionali, una fisiognomica che si impone addirittura con la forza d’una seconda Prospettiva.

Recensioni

Fiorella Minervino su: La Stampa (30/01/2002)


Sulla consueta carta azzurrina, di rado bianca, con calligrafia minuta, ordinata, qualche raro svolazzo, ogni qualche mese, anticipava festosamente il suo arrivo in Italia. Era un gaudio ricevere quelle letterine, firmate «suo aff. André». All'arrivo a Milano, lo attendeva la camera con la cesta, un letto scomodo quanto mai dove egli per anni giurò di dormire magnificamente. In un baleno era pronto: capelli, baffetti grigi, poi bianchi, sempre pacato, misurato nei gesti, nella voce, con rara eleganza di linguaggio dove l'italiano risultava privo d'accento. Il volto pareva immobile, fuori dal tempo, quasi privo di dolori e pene, solo gli occhi cerulei si dilatavano o si notava qualche battito di palpebre in più, come allorché il figlio maggiore morì mentre pilotava un minuscolo aereo o lui stesso soffrì d'un forte esaurimento, annunciando tali eventi parecchio più tardi, quasi fosse un dovere celare emozioni e «moti dell'anima».

Il rito dell'arrivo annunciato si ripeteva dal 1972, quando io scrissi un libro sul pittore Seurat e lui ne stilò la superba prefazione. André Chastel, il mai abbastanza compianto storico dell'arte, con cattedra alla Sorbonne, responsabile delle pagine di cultura artistica e architettonica a Le Monde, adorava l'Italia e a ogni visita seguivano indimenticabili viaggi o scoperte. Ascoltarlo parlare era un piacere indescrivibile: intelligenza straordinaria, cultura senza muri né steccati, spirito vivacissimo, arguzia, quell'entrare dentro l'anima d'ogni cosa, dalla politica (era stato amico di De Gaulle e di Malraux, poi spiegò le ragioni del successo di Mitterrand e tutto sommato lo ammirò) alla cucina («un popolo, sosteneva, si giudica a partire dalla cultura culinaria»).

Era solito dilungarsi su ciò che stava studiando o esplorando: prima ci fu il momento di Favole, forme, figure sensibile quanto formidabile indagine nell'immaginario e seguirono giri in motoscafo per i canali di Venezia a scovare i Tiziano o indagare i mosaici a San Marco; seguì la volta dello studio sulla pala, quindi si correva a Imperia per confrontare quella del Brea nella parrocchia. Il Sacco di Roma del 1527 lo tenne impegnato per anni e noi con lui. Era stato a suo parere una rivoluzione che aveva toccato tutto, mutato e innovato. Ci fu il periodo degli studi sulla trasparenza, quello sui cartigli, così erano puntate fra Bergamo, il Lotto della Cappella Suardi a Trescore Balneario piuttosto che la cappella del Romanino sul Lago d'Iseo. Era il maggior esperto straniero d'arte italiana, il suo celebre Umanesimo e Rinascimento era servito a smuovere le acque e a trasformare la visione della nostra storia dell'arte. Solo all'ultimo, poco prima di venir operato a Parigi, confessò di essere figlio d'un banchiere di Marsiglia che adorava l'Italia, sicché il facoltoso bimbo André apprese subito ad apprezzarla. Nel '29, (Chastel era nato a Parigi nel 1912) il padre si sparò, la madre si trasferì a Parigi senza più mezzi, cercando di far studiare i figli. André raggiunse l'Ecole Normale Supérieure, con la buona sorte, precisava, di essere allievo dello storico dell'arte Henri Focillon, il quale gli insegnò come conoscere a fondo opere e capolavori. Il giovane seguì l'itinerario consigliato: ogni anno, l'estate, percorreva a piedi una regione d'Italia, Toscana, Umbria, Lazio, Marche, Veneto e così via, tanto da non ignorarne un monumento, una pieve, un dipinto.

Ammirava Roberto Longhi, apprezzava certa eleganza di Giulio Carlo Argan che a suo parere sognava di essere un alto prelato nella Roma del Seicento. Pure Cesare Brandi era tra i favoriti, accanto all'amico Gombrich e, naturalmente in passato l'ammiratissimo Panofsky e tutto il gruppo della Warburg a Londra. Una sola volta parve quasi esaltato: annunciò che sarebbe entrato fra gli Immortali, all'Academie de France, oltre al Collège. Per lo spadino da accademico, pregò mio marito e me di partecipare, anche con un obolo; gli altri cognomi erano i Rothschild di tutta Europa in fila, il duca di Polignac, pareva insomma di sfogliare una pagina di Proust.

Commuove leggere le pagine bellissime (buona la traduzione di Daria Pinelli) ora date alle stampe da Laterza: il seminario tenuto da Chastel al College de France tra il 1977 e il '79. Sono stati scelti tre saggi sopra un tema che lo sedusse per la vita intiera: Il gesto nell'arte (pp 105, Euro 12,50). Il primo è il più completo, profondo e delizioso: L'arte nel gesto del Rinascimento. Chastel raffronta nei gesti le due pale dell'amato Caravaggio per l'altare della Cappella Contarini in San Luigi dei Francesi a Roma. Subito Chastel si pone il dubbio se sia giusto o riduttivo leggere un dipinto a partire dai gesti. Si appella al passato e stabilisce che dopo l'esame delle forme, il gesto espressivo nella figura umana è il portatore privilegiato della carica psicologica. Mano a mano procede sviluppando questa gustosa storia dei gesti, una sorta di grammatica, riferendosi al Riegel, Wolflin, e specie a Darwin. Stabilisce una gerarchia dei gesti espressivi più tradizionali, una fisiognomica che si impone addirittura con la forza d'una seconda Prospettiva. Si succedono gesti di ripulsa, accoglienza, dal bacio allo schiaffo fin dai rilievi egizi. Indagando le smorfie, le espressioni caricaturali spiega che il codice è il medesimo che viene usato ai tempi nostri nei cartelloni pubblicitari, fumetti, o da furbi ex mezzibusti della Tv. Capelli, fronte, barba, denti, organi genitali costituiscono prima del '600 cruciali segni del corpo, con movimenti volontari o calcolati come il fare le corna. Il più ambizioso e agitato, che talora coinvolge l'intero corpo, è l'indice e qui lo studioso passa in rassegna le possibilità, dall'uso per il silenzio nel Beato Angelico, in San Pietro Martire, l'affresco nel Convento di San Marco a Firenze che forse reclama il silenzio dello spettatore, o del passante, rammentando che si tratta d'un luogo sacro.

Quanto al dito puntato, dall'Alberti e Leonardo, era mezzo per supplire alla parola. Per il suo Battista Leonardo, con l'audacia del genio, immagina un mondo dove la parola pare scomparsa e conta solo la mimica. Tuttavia nel Cenacolo, sostiene Chastel, con l'azione a catena delle 130 dita, nel turbinio di movimenti in collegamento con gli sguardi e la dimensione psicologica dei «moti dell'animo» finiscono per paralizzare l'invenzione pittorica di Leonardo.

Sarà il giovane Raffaello a uscire dalla via tortuosa con Il Parnaso e La Scuola d'Atene, «composizioni di gesti perfettamente padroneggiate». Sicché la schiettezza del gesto risulta compromessa proprio dalla teoria dei «moti», poiché il messaggio non è più così limpido. Al gesto di Arpocrate, dio del silenzio, Chastel dedica il saggio che conclude il volume: dalla statua marmorea della Villa Adriana a Tivoli all'interpretazione dell'indice alla bocca del Lorenzo de Medici di Michelangelo, nella Cappella Medicea a Firenze, per nulla «saturnino o pensieroso», come si riteneva, bensì in atteggiamento noncurante d'un sognatore melanconico con la mano sul mento.

Pasquale Chessa su: Panorama (14/02/2002)


C'è una prospettiva fisiognomica che travalica la prospettiva geometrica dando un senso alla raffigurazione artistica. L'Intreccio di mani che sembrano parlarsi fra loro nella Buona Ventura di Simor Vouet, oppure il turbinio di gesti del Martirio di San Matteo di Caravaggio, rendono bene l'idea di Chastel: nel gesto è racchiuso il senso di ogni rappresentazione. Nella gerarchia dei gesti, poi prevale l'indice: da quello di San Giovanni Battista di Leonardo, che indica l'empireo, al prepotente indice di Poussin nel Martirio di Sant'Erasmo, all'indice pensieroso del Lorenzo de' Medici di Michelangelo, e anche all'indice di Tiziano nella Madonna di Ancona, fino all'indice sulle labbra di Arpocrate, dio del silenzio, nei giardini di Villa Adriana a Tivoli.

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