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Né qui né altrove

Né qui né altrove
Né qui né altrove
Una notte a Bari
Edizione: 201214
Collana: Contromano
ISBN: 9788842086307
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport

In breve

«E tutto si era svolto in quella trama di strade squadrate e regolari nelle quali, in certi pomeriggi deserti d’estate, quando c’era il maestrale, e l’aria era nitida, ogni angolo sembrava il punto di fuga verso un infinito pieno di promesse.»Rivedersi dopo oltre vent’anni con amici che non hai più cercato. Di giorno basterebbero pochi minuti per un saluto di circostanza, ma di notte è un’altra cosa. Di notte Bari può catturare e trasformarsi in un irreale cinema della memoria. Dove presente e passato, ricordi e invenzione si confondono, e l’età da cui le illusioni fuggono può ancora sfiorare il tempo in cui tutto era possibile.

 

Gianrico Carofiglio ospite di Serena Dandini a Parla con me. Guarda il video

Ascolta l'audio della presentazione a Bari (5 novembre 2008)

Ascolta Gianrico Carofiglio ospite di Fahrenheit (con RealPlayer)

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Leggi un brano


Andare sulla perimetrale per guardare la partenza dell’aereo postale o dell’aereo merci era una cosa che facevamo, due o tre notti all’anno, dopo aver vagato per locali, o aver giocato a carte, o essere andati a una festa. Una sorta di rituale, di cui intuivamo solo confusamente il significato: ammesso che ci fosse, un significato.

Funzionava così: arrivavamo in gruppo, una, massimo due macchine. A volte c’erano anche le ragazze, ma più spesso eravamo solo ragazzi. Ci sedevamo per terra, fra la strada e la rete di recinzione, ci passavamo le birre e le sigarette, e aspettavamo nel buio.

A quel tempo dall’aeroporto di Bari partivano solo i voli Alitalia per Roma e per Milano. Si usciva a piedi, dal terminal sulla pista, e a piedi si raggiungeva l’aereo. Tutta la struttura sembrava una stazione di autobus, solo un po’ più grande. Le macchine si parcheggiavano dove capitava, lì intorno. C’erano un bar, un paio di negozietti e i passeri che volavano all’interno dell’unico grande atrio. Una cosa alla buona, insomma.

Adesso dall’aeroporto – una struttura moderna, efficiente, da grande città – ci sono voli che vanno dappertutto, in Italia, in Europa, a New York. Ci sono i fingers per entrare negli aerei, bar, librerie, ristoranti, boutique. C’è un grande parcheggio a tre piani e tutto l’insieme dà l’idea di un futuro arrivato quasi di sorpresa.

La perimetrale però è la stessa e di notte, a parte qualche volo charter da Sharm el Sheik o altri posti del genere, continuano ad arrivare e a ripartire solo l’aereo postale e l’aereo merci.

Eravamo seduti per terra, l’aria era limpida e i nostri occhi si erano abituati rapidamente all’oscurità. Sulla pista c’era la sagoma scura del cargo e si riusciva a intravvedere il movimento di qualcuno che ci lavorava attorno. Dalla macchina aperta uscivano le note della Cavalleria rusticana – l’intermezzo –, e si dissolvevano nella campagna come un profumo della notte.

Poi alla musica cominciò a sovrapporsi il rumore dell’aereo che si metteva in moto e raggiungeva le luci della pista di decollo, simile a una strada sospesa nell’infinito.

La scena si ripeté, uguale a quella di tanti anni prima. Il rombo fece sparire la musica, l’aereo prese la rincorsa e, pochi metri prima che le luci finissero e la pista fosse risucchiata nel buio, si alzò e scomparve fra il cielo e il mare.

Io ero lì, seduto con i miei amici, ma vidi la scena dal di fuori, come la vedo adesso. Dissolvendola nelle scene di venticinque anni prima, senza riuscire a distinguere le cose di oggi da quelle di allora. Quelle vere da quelle inventate.

Guardavo quei tre ragazzi e pensavo che era giusto essere lì, ed era giusto che Paolo mi avesse detto quelle cose, e che Giampiero ci avesse raccontato il suo dolore nascosto, e sapevo che quella notte era l’ultima volta che stavamo insieme, tutti e tre. E, mischiate alle luci della pista e alle ombre degli ulivi, rividi – come dicono che capiti negli ultimi istanti – una sequenza di avventure, di sogni di ragazze, di libri, di discorsi, di voglia rabbiosa, di sport, di film, di pugni, sputi e calci in faccia, di ubriacature, di musica.

Di paura e di coraggio che se non vanno insieme non valgono niente. Né l’una né l’altro.

Di cose realmente accadute e di cose che avevo aggiunto ai ricordi, senza saperlo e senza volerlo, perché quella delle storie è una malattia subdola e inguaribile.

E tutto si era svolto in quella trama di strade squadrate e regolari nelle quali, in certi pomeriggi deserti d’estate, quando c’era il maestrale, e l’aria era nitida, ogni angolo sembrava il punto di fuga verso un infinito pieno di promesse.

Recensioni

Salvo Fallica su: L’Unità (06/11/2008)


Gianrico Carofiglio torna nelle librerie, ma questa volta con un romanzo nel quale non è protagonista l'avvocato Guerrieri. È una storia originale, nella quale l'autore si confronta con la sua città, Bari, metropoli di un sud d'Italia pieno di contraddizioni e potenzialità. Né qui né altrove. Una notte a Bari è il titolo del suo nuovo romanzo (da oggi nelle librerie), del quale Carofiglio parla in anteprima con l'Unità.

Come è nata l'idea di questo libro?«Dalla casa editrice Laterza mi avevano chiesto di scrivere un libro per la collana Contromano. Un libro sulla città di Bari con una impostazione simile a quella di altri volumi già usciti nella stessa collana, per Roma, Torino, Palermo e altre città, in cui gli autori raccontano la loro città. Ho accettato, ma durante la scrittura il libro si è trasformato in un romanzo. La cosa buffa è che Laterza non aveva mai pubblicato romanzi prima d'ora. Mi piace molto che questo accada proprio con un mio libro».

Qual è il rapporto di Carofiglio con la sua Bari?«Il rapporto con la città ed i suoi luoghi in maniera analitica lo si può desumere dal libro, ma se dovessi sintetizzarlo direi che è una oscillazione continua fra il senso dello spaesamento ed il senso dell'appartenenza».

Entriamo nel cuore della storia. Qual è la trama del suo nuovo romanzo?«Tutto accade in una notte. Tre amici si incontrano per caso dopo oltre vent'anni dai tempi della loro giovinezza e, appunto, della loro amicizia. L'incontro, che sulle prime sembra una banale rimpatriata, si trasforma ben presto in una drammatica resa di antichi conti. Lo scenario è una Bari sempre in bilico fra presente e passato. Fra il non più e il non ancora. È un libro drammatico, ma chi lo ha letto mi dice (e la cosa mi fa un enorme piacere) che ci sono dei passaggi in cui si ride molto. Far ridere è una cosa che amo particolarmente».

Una caratteristica della sua struttura narrativa è quella di collegare la storia con la psicologia dei personaggi. Ci descrive i protagonisti del libro?«Paolo è quello che se n'è andato, fa il professore di diritto internazionale a Chicago. Era lo studente più brillante e, sembra, la persona migliore. Giampiero è il più tranquillo, in apparenza. L'io narrante non viene mai chiamato per nome, fa lo scrittore ed è il personaggio che va incontro alla più dolorosa e imprevista rivisitazione di se stesso, nella notte in cui la storia si svolge».

Questo libro ci dice delle cose sull'Italia di oggi: come le sintetizzerebbe?«Non le sintetizzerei», risponde di getto. Poi fa una breve pausa, sorride e aggiunge: «Lo ho fatto già abbastanza scrivendo il libro».

La letteratura può salvare l'Italia?«Non lo so. Sicuramente però le parole possono cambiare il mondo. Qualche tempo fa lo ha detto anche un signore di nome Obama».

Paola Ciccioli su: Panorama (13/11/2008)


È forse il bisogno di riparare all'errore della distrazione il filo rosso che unisce luoghi e personaggi del nuovo libro di Gianrico Carofiglio, Né qui né altrove. Una notte a Bari, nelle librerie in questi giorni. «Negli affetti credo di essere stato distratto e in parte di esserlo tuttora» afferma lo scrittore. «Sbagliando, ho dato per scontata una serie di cose. Invece, se vuoi bene a una persona dovresti dirglielo».

Così, un libro pensato per la collana Contromano, dedicata alle città, si è imposto invece, a cominciare dal suo stesso autore, come un romanzo. La storia di un'amicizia al maschile che attraversa il tempo pone i protagonisti di fronte all'esigenza di archiviare un modo d'essere. E darsi l'uno all'altro con verità e con quella parte di dolore che l'esercizio della verità comporta.

«Mi chiesi quali altre cose su me stesso stavo per imparare» riflette l'io narrante, dopo che l'amico Paolo Morelli gli ha appena detto che, terminata la notte trascorsa ad attraversare la Bari della giovinezza e dei ricordi comuni, non si rivedranno mai più. «Perché, a parte il fatto che io non ho nessuna voglia di vederti di nuovo, ti informo che esiste la tristezza, esiste l'infelicità, le cose finiscono, si invecchia, ci si ammala e si muore. E ho una notizia: capiterà anche a te».

Nella storia è Giampiero Lanave, notaio appesantito che, vestito di grigio e alla guida di una Range Rover, prende l'iniziativa di rimettere insieme tre amici con l'intento apparente di «mangiare qualcosa e fare quattro chiacchiere sui vecchi tempi». Paolo, infatti, se n'è andato da Bari subito dopo l'università, vive a Chicago ed è tornato perché è morta sua madre. «Mi è venuto in mente Paolo qualche tempo fa, quando mi sono imbattuto in una definizione dell'attenzione. L'attenzione è una virtù morale. Essere attenti significa essere giusti con se stessi e con gli altri» è un altro passaggio del libro.

Dunque l'amico è chi ci svela a noi stessi, chi ci fa imparare cose che da soli non riusciamo a cogliere? «Non direi questo» risponde Carofiglio, che ha appena ricevuto sul lago d'Orta il premio Piemonte Grinzane Cavour per la sezione giallo italiano. «Anche se non c'è dubbio che persone cui vuoi bene e che ti vogliono bene, e che ti osservano da un punto di vista diverso dal tuo, in quanto tale gravemente deformato, possono dirti cose che non riesci a vedere».

Allora cos'è l'amicizia? «Ricordo una frase che ho letto tempo fa: "L'importante tra amici non è quello che si dice ma quello che non c'è bisogno di dire". Mi piace, definisce un aspetto importante».

Bari, quella vera, avrebbe dovuto essere la protagonista del libro. Sia la città che nelle notti «degli anni 70 era un luogo buio, silenzioso, poco cordiale». Sia quella, immutata, del mare e dei giorni di maestrale, «quando ci sono le onde ma l'acqua è lo stesso trasparente come un cristallo, ed è contemporaneamente blu, e verde, e del colore della sabbia che c'è sotto». Ma, superato l'incipit dei primi capitoli, la città è costretta a farsi da parte e a ritornare a essere il contenitore dei sentimenti. Compreso quello dell'amore, forse per la prima volta così dichiaratamente evocato da Carofiglio nelle sue pagine.

«Ti amo. Sono un idiota ma ti amo». Anche l'io narrante, in molti tratti e circostanze combaciante con l'autore, ha un segreto di cui liberarsi.

E la sua dichiarazione d'amore è per la ragazza francese lasciata andar via insieme con i sogni di un'esistenza diversa, avventurosa, in quell'altrove sconosciuto che dà il titolo al romanzo. Ma Carofiglio nello scorrere della trama ammonisce: «Chi lo sa quanto i nostri ricordi dipendono dal ricordo e quanto invece dalla fantasia e dal nostro bisogno di confortarci. Con le bugie, con le illusioni, con le storie. Ma forse questo riguardava solo me».

Della vita vera dello scrittore, magistrato in aspettativa e ora senatore del Partito democratico, fa parte il sodalizio che continua a legarlo a tre suoi ex compagni della sezione E l'Orazio Flacco, il liceo classico più prestigioso di Bari. Dove oggi studiano Giorgia e Alessandro, i suoi figli, ai quali il libro è dedicato insieme con la moglie Francesca, pubblico ministero del capoluogo pugliese. Sono Bianchi, Giannelli, Marrone, tutti chiamati rigorosamente per cognome come negli appelli in classe, e costituiscono il quartetto con cui Carofiglio ha trascorso ogni pomeriggio, e ogni sera, fino alla laurea di tutti e quattro in giurisprudenza. Ci sono «frammenti» di ciascuno di loro e «la saldezza del rapporto» nel libro.

Un legame che, spiega Achille Bianchi, sostituto procuratore a Trani, ha come collante «lo spiccato senso dell'umorismo, la storia comune, l'aiuto costante, il poter fare affidamento l'uno sull'altro». Bianchi, insieme agli altri due, è stato testimone di nozze di Gianrico e viceversa. Ha letto tutti i suoi libri in anteprima e, per un periodo, è stato uditore di Carofiglio alla Direzione distrettuale antimafia. «Lo capivo più velocemente di qualsiasi altro» racconta il magistrato. «Una volta ero in udienza con lui e la difesa aveva portato un consulente di parte con impostazione fortemente critica nei confronti dell'accusa. Mi voltai verso una collega e le dissi: adesso ci divertiamo. Infatti Gianrico gli fece fare una figura... praticamente massacrato».

«Ci siamo presi un paio di memorabili sbronze assieme» ricorda Gianvito Giannelli, ordinario di diritto commerciale all'Università di Bari. «Una proprio quando Gianrico è partito militare, soffrivamo la separazione e sembrava che il nostro legame fosse messo a rischio».

L'altra la rievoca lo scrittore: «Per i miei quarant'anni, avevo appena finito il mio primo romanzo («Testimone inconsapevole», Sellerio, ndr) ed ero uscito da un autentico travaglio personale vissuto in buona parte in solitudine».

«Il suo nuovo libro l'ho trangugiato, l'ho fatto con una voracità che mi ha sorpreso» racconta Pio Marrone, avvocato dello Stato, l'unico a non comparire nel servizio fotografico di Panorama perché trattenuto a Roma dal lavoro. «Mi ha telefonato Gianvito, specialista dello scherzo, dicendomi che al mio posto era stata utilizzata una sagoma. Le idee malsane sono tipiche della nostra associazione, che però non è a delinquere. Allora ho telefonato a Gianrico: "Ma cosa avete combinato?" Sghignazzava».

Anche Randy, il suo cane, ha un ruolo di rilievo nella mappa degli affetti ricostruita in Né qui. né altrove. «Bisognava vedere come gli parlava» commenta Marrone.

E poi, accennato ma presente, c'è il fratello Francesco, insieme al quale Carofìglio si è concesso il gioco di comparire in un cameo girato nelle bische baresi nel film di Daniele Vicari II passato è una terra straniera, appena uscito, tratto dall'omonimo successo letterario. Perché «sì, anche mio fratello è un amico». Perché «l'amico è quello con cui ti piace stare, chiacchierando di cose superflue. E, all'occorrenza, con la dovuta parsimonia, poter parlare di cose un po' più serie. Se ne hai bisogno. Ma questo, ripeto, con la dovuta parsimonia».

Margherita Losacco su: Alias (08/11/2008)


«La geografia, combinata col tempo, equivale al destino», ha scritto Josif Brodskij. L'ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio — Né qui né altrove (Laterza «Contromano») — è una riflessione sul difficile combinarsi di geografia, tempo e destino: sull'appartenenza e sui confini, sulla memoria e sulle storie. Fin dal principio, essa prende le forme della letteratura di viaggio. Ma Carofiglio sperimenta e forza il genere: lo costringe entro il resoconto dell'esplorazione in una sola città — la sua —, e lo dilata, contaminandolo con il romanzo gotico, la favola, il Bildungsroman, e trasfigurando i luoghi in tappe del ricordo. L'azione, racchiusa nel giro di una notte, si compie entro il perimetro di una città e dei suoi suburbi: questa struttura circoscrive il racconto di tre vite. Dopo vent'anni, tre amici di università si incontrano a Bari, dove hanno vissuto e studiato. Paolo insegna diritto internazionale a Chicago, è andato via «senza salutare nessuno», ed è tornato per un giorno, con il rancore e la nostalgia dell'esule; Giampiero fa il notaio e, per i suoi amici di un tempo, conduce un'esistenza «vuota di problemi», in cui Bari «era sempre stata il centro del mondo»; al protagonista — e voce narrante — Carofiglio non dà volto né nome: e mettono in guardia da ogni sovrapposizione biografica i versi di Valerio Magrelli posti in esergo («[...] io sono il falsario e solo la filigrana è il mio lavoro»), insieme con l'incipit di Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5 («È tutto accaduto, più o meno»). In un «ritmo ossessivo» di soste e partenze da road novel, i tre percorrono la città cercandovi i luoghi della giovinezza. Vicoli e strade, scantinati e palazzi, cinema, chiese e teatri si caricano di senso e di memoria e si animano di storie: «storie, fatte in parti uguali di memoria e di fantasia, che ognuno di noi credeva fossero i ricordi», in cui il potere della memoria si rafforza in un senso precario di incompiutezza. Carofiglio racconta storie di confine, di una città di frontiera segnata da barriere invisibili e mutevoli «fra il territorio dei ricchi e quello dei poveri», fra i ragazzi «per bene» e i ragazzi di strada, di un mondo «fatto di oggetti concreti, di odori intensi, di voci forti e gutturali». La sola «metafora dell'uguaglianza» è la focaccia, street food barese il cui profumo, nell'ultimo capitolo, governa gli spostamenti dei personaggi. Bari è una città tersa e assolata, e il suo cielo è per Paolo «l'idea platonica dell'azzurro». Ma è pure città «senza ironia e senza malinconia»: così osservava Mario Sansone, che a lungo vi insegnò letteratura italiana (è, questa, una delle poche citazioni palesi del libro, per il resto venato da tacite allusioni). Con il suo stile nitido e asciuttissimo, con questa riflessione sulla «frattura scavata tra un essere umano e un luogo natio, tra il sé e la sua vera casa» (Edward Said), sull'esilio di chi va via e di chi resta, di chi — moralmente — non si sente a casa propria «né qui né altrove», Carofiglio fa una sorta di giustizia poetica, e restituisce a Bari l'ironia e la malinconia.

Giusy Cascio su: Donna moderna (12/11/2008)


Bari, esterno notte. Il mare tace, i vicoli stretti della Città Vecchia risuonano di un vociare sommesso. Il profilo del Castello Svevo si staglia imponente sull'asfalto. Abbarbicato a un lampione in ghisa del lungomare c'è lui: il protagonista del nostro incontro, Gianrico Carofiglio. Scrittore da oltre 2 milioni di copie, magistrato (in aspettativa), senatore (del Partito democratico), ma soprattutto un uomo misterioso (e affascinante). Di quelli che basta uno sguardo obliquo, una scarpa da tennis slacciata, un giubbotto di pelle per sedurti. Quando usa gli avverbi desueti come «vieppiù» o «beninteso», fa un rapido cenno con la testa. Quasi erotico. Mentre il buio scende sulla città, Carofiglio si presta a farci da guida nei suoi luoghi del cuore. Gli stessi che descrive nel nuovo romanzo Né qui né altrove (Laterza), da oggi in libreria. Ce ne parla in anteprima. Né qui, né altrove. Allora dove?«Da ogni parte e da nessuna. Lo scrittore è uno spettatore. Della sua vita e di quella degli altri. Mi sono sempre sentito fuori luogo. Ovunque: a Bari e a Roma. In tribunale e in Parlamento».

A proposito, senatore...«Non mi chiami così: mi fa venire la pelle d'oca, non riesco ad abituarmi. Cambiamo argomento. Ha notato che Bari ha la forma di un'aquila? La penisola della Città Vecchia è la testa, i due lati sono le ali spiegate».

Qual è la sua vista preferita? «A Sud, di sera. Dove appaiono d'incanto le luci dei tre edifici più alti: la torre della Provincia, il campanile di San Sabino e il grattacielo Motta. Danno ritmo alla silhouette della città» (scivoliamo sul lungomare Imperatore Augusto, evitando volutamente il Teatro Petruzzelli. Domanda: «Rivivrà?» Risposta: «Chissà!». Superiamo il Gran Cinema Margherita, fasciato dalle impalcature. «Promesse solenni di restauro e riapertura, mai mantenute»).

Fa freddino, vero? «In effetti mena la bavetta».

Traduzione simultanea? «Tira un'arietta... Coraggio, mi segua 'nderr a la lanz, al mercato del pesce. Poi guardiamo il mare dalla terrazza del circolo Barion. È così romantico».

Carofiglio, attento. Non vorrà fare ingelosire sua moglie? «Ma Francesca è una vera donna moderna! (sorride). E paziente con me, che sono insopportabile. Rubo la battuta di Groucho Marx: non accetterei mai d'essere socio d'un circolo che accettasse fra i soci uno come me».

Cioè come? «Fino alla seconda liceo ero antipatico. Alle feste non mi invitava nessuno. Forse ero timido o troppo aggressivo. Fatto sta che di colpo sono cambiato. E ho capito che non bisogna guardare gli altri con sarcasmo. Conviene far ridere e prendersi in giro. Il senso dell'umorismo è una virtù morale. Da coltivare».

Invece cosa bisogna evitare? «Le frasi fatte. Ho un'allergia lessicale per espressioni come "alla grande" o, peggio, "i vecchi tempi"».

Non frequenta la nostalgia? «Ho nostalgia del futuro. The best is yet to come, il meglio deve ancora venire».

Che cosa l'aspetta, in futuro? «Un produttore mi ha proposto di dirigere un film. Sto valutando se accettare. Nel frattempo scrivo un nuovo libro, il quarto della serie con l'avvocato Guido Guerrieri, sempre per Sellerio. Così avrà senso festeggiare il premio Grinzane Noir che ho appena ricevuto: stavolta è un giallo vero, con tanto di indagine intricata».

Intanto si gode il successo del film tratto da un suo romanzo. «Il passato è una terra straniera mi dà grosse soddisfazioni. Elio Germano è bravissimo. Michele Riondino vieppiù (ops, riecco la sexy parola). Venga con me. Andiamo a vedere il set» (arriviamo in piazza Battisti. L'ateneo, facoltà di Giurisprudenza, è un trionfo di volantini della protesta universitaria).

Lei ha studiato qui? «Sì, è un luogo che mi è caro. Mi affascina così: sventrato dal parcheggio sotterraneo in costruzione. Affollato di studenti che manifestano disagio sociale e voglia di vivere».

Anche i suoi figli protestano? «Giorgia ha 14 anni e Alessandro 18. Fanno il liceo classico e protestano, sì. Ma non occupano la scuola, vanno in piazza».

E scendere in piazza com'è? «È bellissimo».

Ci racconta il più oscuro mistero di Bari? «Il traffico».

Uh? «Sono ossessionato dal rito della doppia fila. Se avessi una responsabilità amministrativa agirei contro il parcheggio selvaggio. Per dare un segnale non tanto di ordine, quanto di legalità».

Le piacciono le strade vuote? «Deserte e solitarie. Come la zona dell'Arena (l'ex stadio, ndr): è di una bellezza spettrale. Gliela mostro» (raggiungiamo l'ingresso monumentale della Fiera, ci sediamo su una panchina. Il momento giusto per osare...).

Permette una domanda di politica? «Non sarebbe onesto così, da un palco privilegiato, senza contraddittorio».

Solo tre domande sulla giustizia, via. «Proviamo».

Berlusconi è un giusto? «No».

Di Pietro è un giustizialista? «No».

Veltroni è un giustiziere? «No».

Quali politici le piacciono meno? «Quelli poco pacati. E quelli privi di mordente: le persone "sprsdute", si dice in dialetto barese. Come l'acqua che nasce frizzante e poi si sgasa».

Giacomo Annibaldis su: La Gazzetta del Mezzogiorno (02/11/2008)


«Che bello essere abitanti di una città che è stata commentata da un grande verso», scrisse un giorno Jorge Luis Borges. Con acuta psicologia lo scrittore argentino ribadiva le ragioni viscerali che rendono piacevole una lettura intrisa di affinità, non solo spirituale ma anche territoriale.

Questo orgoglio i baresi non l'hanno potuto vantare, fino a pochi anni fa: Bari non era una città troppo visibile in letteratura. E quando si parla di «visibilità» non ci si riferisce ai tanti romanzi che pure parlano o sono ambientati qui. Ci si riferisce a quelli che riescono a saltare il muretto e a prendere il cuore di lettori lontani.

Poi, a un certo punto Bari ha trovato il suo avvocato, indubbiamente di successo. Quel Guido Guerrieri, «stabilmente disadattato» eppure vincente, lasciato dalle donne eppure «tombeur des femmes», autoironico ma un po'... Continuate voi: ormai l'eroe di Gianrico Carofiglio non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Tanto le avventure del Guerrieri sono connesse con Bari che al suo autore l'editore tedesco chiese una piantina della città, da allegare alle traduzioni dei romanzi.

Ora il legame si corrobora, perché, senza lo schermo di Guerrieri, presenta una sua Bari «contromano»: è il volume Né qui né altrove per la casa editrice Laterza in cui cerca di amalgamare tre anime. Da una parte descrivendo la città per come è ora e, dall'altra, confrontandola con quella dei suoi ricordi infantili e giovanili. Infine interpolando schede storiche di luoghi ed eventi, con lo stile da guida turistica, a volte banalizzanti: come quando parla di bar, locali e laboratori artigianali ― da Stoppani al Maltese, da Ai Riciclotteri al Pellicano... ― incitando alla visita con frasi del tipo «da non perdersi» o «conviene andarci» o «merita una deviazione» (e pare di assistere a quei film dove il protagonista fuma e mostra la marca, con «nonchalance»).

La cornice narrativa per questo romanzo odeporico è l'incontro di tre amici che si sono persi di vista e che decidono di «fare il blitz», come dicevano da ragazzi. E non a caso cominciano da quel lato urbanistico che è diventato il cuore pulsante della notte barese. Difatti il primo scorcio di Bari a venirci incontro è il lungomare Imperatore Augusto, che costeggia le mura della città vecchia, con il fortino Sant'Antonio e il Margherita.

Eccoli dunque pellegrini per le strade, o sul mare, o in ristoranti e focaccerie, ad avvolgere con ironia e linguaggio di cameratesca goliardia il loro itinerario. Un vero «nòstos»; dal momento che uno di loro ― Paolo Morelli ― si allontanò dalla città senza un perché e ora vive a Chicago. Attraverso i suoi occhi anche i due amici ― il notaio Giampiero Lanave e l'io narrante, scrittore di successo alter ego di Carofiglio ― sono costretti a rivedere i luoghi, ma anche a riconsiderare i propri giudizi su Bari. E più di una volta ad avere «la percezione improvvisa di quanto fossi stato per anni assente, inconsapevole», un lungo «dormiveglia della coscienza».

Nel terzetto non manca di generare «un senso totale di spaesamento» la rievocazione di eventi come l'arrivo nel porto della nave Vlora, pullulante di albanesi, e, nel medesimo 1991, il rogo del teatro Petruzzelli. Memorie quasi sbiadite: «Mentre passava la Storia non eravamo davvero qui. Né altrove». Il «blitz» si rivela dunque una scoperta: come se si fosse acceso un simbolico navigatore satellitare, che costringe l'io narrante a stupirsi che «in quelle vie ero passato migliaia di volte, e però mi sembrava di scoprirne l'esistenza solo quella sera, attraverso quel monitor luminoso».

La notte (il sottotitolo del volume è appunto «Una notte a Bari») è un tempo fin troppo sospeso per poter conoscere una città; è una dimensione che nasconde, ma anche illumina. Nasconde il popolo: che spesso invece riemerge nei ricordi di adolescente; e sempre come «moltitudine chiassosa e piuttosto aggressiva». «Minacciosa» è l'altro aggettivo, affibbiato anche al dialetto (i rioni in cui esso si annida sono «terre straniere», dove «poteva capitare di tutto»).

Ma la notte illumina, per quello stesso principio per cui il primo investigatore della storia, il Dupin di Edgar Allan Poe, riusciva a capire i meccanismi di un delitto solo circondato dall'oscurità. È allora che i sentimenti si acuiscono e si palesano, a volte crudelmente. Come avverrà tra i tre amici.

Per quanto l'io narrante sostenga che «la nostalgia è un'emozione che non frequento molto», di nostalgia è pregno il volume. Nostalgia dell'azzurro perfetto del cielo di Bari, o del suo mare agitato e marezzato di colori; memorie ― un po' unte ― delle sgagliozze e del profumo della focaccia. Nostalgia, infine di una città-madre «di cui non me ne fregava niente, quando ci stavo, e sono stato ben contento di andarmene», e che invece «conosco molto meglio adesso che la vedo attraverso il computer di quanto la conoscessi allora, quando per quelle strade ci passavo ogni giorno».

Né qui né altrove è un libro che doveva parlare «artisticamente» di Bari; ma la cornice ha avuto il sopravvento. Ed è diventato un vero romanzo sull'amicizia e la giovinezza trascorsa. Sulla memoria e la smemoratezza. Venato da struggente senso di perdita. Un romanzo che ci convince tuttavia di una cosa: ora nessuno più potrà dire che Bari ― invasa e invasata da un «futuro arrivato quasi di sorpresa» ― è ancora «una città senza ironia e senza malinconia».

Francesco Longo su: il Riformista (14/01/2009)


Se Parigi avesse il mare, dice l'adagio, sarebbe una piccola Bari. Ma ormai Bari ha anche il suo George Simenon e il suo Maigret. La Bari noir di Gianrico Carofiglio è sempre losca e solare, vagamente spettrale tanto quanto febbrile. Il set dei suoi romanzi ci viene raccontato nell'ultimo libro Né qui né altrove (collana Contromano) dove si fondono romanzo e guida turistica, per un testo metà autofiction, metà reportage narrativo. Il successo di questo libro sta proprio nel gioco di Carofiglio di illudere il lettore di star ascoltando una confessione sulla sua vita di romanziere per poi, nei punti cruciali, ricordare la sua inclinazione verso bugie e menzogne: «Le bugie erano il mio modo di affrontare lo sgomento per il mondo, e la paura degli altri».

L'autore di Ad occhi chiusi (Sellerio) e di Il passato è una terra straniera (Rizzoli) racconta la sua vita a Bari fornendo una mappa emotiva della città. Bari si mostra come un luogo lunare e strampalato, in cui «è impossibile perdersi», in cui «abita Babbo Natale», e in cui il razzismo non esiste. Nel tour notturno che compie il libro ― in una sola notte si incontrano vecchi amici e parlano e vivono Bari ― si alternano memorie del passato e analisi sul presente. In queste pagine si mangiano seppioline crude, ricci di mare, taralli, fave e cicorie. Si vaga tra palme, palazzi bellissimi, processioni, tavolini dei bar e panchine. Si ammirano librerie, depositi, cinema, rotaie, discoteche, case popolari, elegantissimi loft, botteghe & boutique, bische e supermercati cinesi. È qui, tra il parco e il campanile della cattedrale, tra lampioni di ghisa e il porto, tra capannoni e ciminiere, che si respira l'odore del mare, e l'odore ancestrale e sacro della focaccia. Abbiamo intervistato l'autore.

Per conoscere una città, prendiamo Bari, leggere un romanzo ambientato in quella città è il migliore modo per conoscerla o è il peggiore? La letteratura ci fa vedere meglio ciò che ci circonda o ci porta fuori strada e ci racconta bugie su una città?Né il migliore né il peggiore. È un modo. E sì, la letteratura ci fa vedere meglio alcune delle cose che ci circondano e cui siamo troppo abituati, per le quali abbiamo un'anestesia della coscienza; al tempo stesso però ci racconta un sacco di bugie. La cosa che trovo più interessante, del meccanismo, è che tutte queste bugie siano un modo per dire la verità.

Considera Bari lo scenario delle sue storie o il motore delle sue trame? È la città che genera gli intrecci?Direi che Bari, nei miei romanzi è stata finora (dico finora perché mi accingo a una parziale emigrazione narrativa) scenario, metafora e anche personaggio. Certamente non motore o generatore delle storie. Quelle vengono da altri luoghi.

Gli scrittori inventano città che già esistono. C'è "la Parigi di Balzac", la "Londra di Dickens", la "Dublino di Joyce". Tanto che esistono viaggi organizzati e tour che portano questi nomi: "La Parigi di Balzac", etc. Succede che le città introiettino questi modelli, e che facciano loro questi stereotipi. Capita addirittura che architetti e urbanisti si ispirino e siano influenzati dalla letteratura. Lei crede, ed è consapevole di questo potere della letteratura?La letteratura può influenzare (a volte trasformare) il modo in cui le città narrate si percepiscono e soprattutto sono percepite. Il che, inevitabilmente, implica un'influenza anche sul modo di essere di queste città.

Chi studia la "letteratura noir" dice che oggi è questo il genere che meglio dell'altra letteratura ci racconta le città. Perché l'indagine del detective è «innanzitutto l'indagine dell'autore sul territorio. Non è il colpevole o la dinamica del crimine a essere svelata, ma la scena urbana». C'è questo legame tra poliziesco e mappatura della città?Credo di sì. Credo che il noir sia oggi indagine sulle contraddizioni della modernità metropolitana. Soprattutto notturna. Molti dei personaggi più interessanti di questo genere letterario diventerebbero impalpabili e insignificanti se calati in realtà diverse da quelle metropolitane. Si troverebbero all'improvviso espropriati della loro missione.

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