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La trasfigurazione del banale

La trasfigurazione del banale
La trasfigurazione del banale
Una filosofia dell'arte
intr. e cura di S. Velotti
Edizione: 20188
Collana: Sagittari Laterza [160]
ISBN: 9788842085416
Argomenti: Classici della filosofia contemporanea, Estetica: storia e saggi

In breve

Cos’è un’opera d’arte, se oggi persino una scatola di detersivo può esserlo? Dov’è la differenza? In pagine divenute un imprescindibile punto di riferimento per i critici contemporanei, Arthur Danto rifiuta la tesi tradizionale della ‘non definibilità’ dell’arte e tenta di coglierne l’essenza.

 

«A ‘far la differenza’ sono le ‘relazioni’ che legano la ‘cosa’ a elementi che l’occhio non può cogliere: ‘un’atmosfera di teoria artistica, una conoscenza della storia dell’arte: un mondo dell’arte’».

La trasfigurazione del banale è un viaggio tra espressionismo astratto e Pop Art, arte concettuale e minimalismo, racconti di Borges e quadri di Bruegel, poesie di Auden e grandi nomi del pensiero filosofico. Tradotto in tredici lingue, è il libro che ha suscitato le più accese discussioni nella filosofia dell’arte e nell’estetica, dal dopoguerra a oggi.

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Nel romanzo di Muriel Spark Gli anni fulgenti di Miss Brodie, c’è un personaggio – Suor Elena della Trasfigurazione, già Sandy Stranger, adolescente di Edimburgo, allieva di Miss Brodie, e canaglia – che è l’autrice di un libro intitolato La trasfigurazione del banale. Questo titolo l’ho ammirato e desiderato, risolvendomi a farlo mio qualora avessi scritto un libro che gli si attagliasse. Si dà il caso che gli eventi del mondo dell’arte che hanno provocato le riflessioni filosofiche del libro che avete davanti sono esattamente questo: trasfigurazioni del banale, banalità fatte arte. […]Quanto agli episodi artistici che il titolo sembrava descrivere così bene, suppongo che occorra guardare innanzitutto a Duchamp, perché è stato lui, dal punto di vista storico-artistico, che ha compiuto per primo il miracolo di trasformare in opere d’arte oggetti tratti dalla Lebenswelt dell’esistenza comune: un pettine per gatti, uno scolabottiglie, una ruota di bicicletta, un orinatoio. È (appena) possibile apprezzare i suoi atti in quanto pongono a una certa distanza estetica questi oggetti poco edificanti, rendendoli candidati improbabili di diletto estetico: dimostrazioni pratiche che una qualche bellezza può essere trovata nei luoghi più inaspettati. Perfino un comune ricettacolo in ceramica può essere percepito come «bianco e sfolgorante», per usare il linguaggio usato da san Luca per la trasfigurazione originale. Si può guardare Duchamp in questi termini, ma allora il suo non sarebbe nient’altro che un commento da laboratorio a una teoria vecchia almeno quanto sant’Agostino, che è a sua volta, forse, una trasformazione estetica dell’insegnamento essenzialmente cristiano secondo cui l’ultimo di noi – forse specialmente l’ultimo di noi – risplende nella grazia divina. Ma questa riduzione dell’atto di Duchamp a un’omiletica performativa di stampo cristiano e democratico oscura la sua profonda originalità filosofica, e lascia comunque nell’ombra la questione della trasfigurazione di questi oggetti in opere d’arte, perché tutto ciò che una simile interpretazione avrebbe mostrato è che essi possiedono una dimensione estetica imprevista. Per questo si rendeva necessario ripartire da capo, tenendo gli oggetti trasfigurati a tal punto immersi nella banalità che una contemplazione estetica sarebbe rimasta fuori gioco anche dopo la loro metamorfosi. Così si poteva affrontare la questione di che cosa li rendesse opere d’arte senza farvi entrare in alcun modo considerazioni di carattere estetico. Credo sia stato questo il contributo dell’artista pop Andy Warhol.

Ricordo l’eccitazione filosofica – sopravvissuta anche alla ripugnanza estetica – per la sua mostra del 1964, in quella che allora era la Stable Gallery sulla 74a Strada Est, dove c’erano, impilati uno sull’altro, dei facsimili di scatole di Brillo, come se la galleria fosse stata trasformata in un magazzino di spugnette saponate. (C’era anche una stanza con dei facsimili di scatole di Kellogg’s, che però, al contrario delle carismatiche scatole di Brillo, non riuscirono a colpire l’immaginazione.) A parte qualche irrilevante brontolio negativo, Brillo Box fu accettata immediatamente come arte; ma la questione del perché le scatole di Brillo di Andy Warhol fossero opere d’arte, mentre le loro controparti comuni, stipate nei magazzini dei supermercati dell’intera cristianità, non lo fossero, si fece seria. Certo, c’erano differenze evidenti: le scatole di Warhol erano fatte di compensato e le altre di cartone. Ma anche se fosse stato il contrario, dal punto di vista filosofico le cose non sarebbero cambiate, e l’opzione di ritenere che non occorresse nessuna differenza materiale, quale che fosse, per distinguere l’opera d’arte dalla cosa reale sarebbe rimasta comunque disponibile. Warhol in effetti esercitò subito l’opzione con le sue rinomate lattine di zuppa Campbell, estratte semplicemente dagli stessi scaffali dei supermercati dove noialtri compriamo le nostre zuppe. Ma perfino se le avesse fatte a mano, esercitando con originalità l’arte del lattoniere – lattine fatte a mano con tale maestria da essere perfettamente indistinguibili dagli articoli industriali –, non avrebbe aumentato di un solo grado il loro indice di appartenenza, già stabilito, alla categoria dell’arte. Pietro, Giovanni e Giacomo videro davanti a loro Gesù trasfigurato: «Il suo viso splendeva come il sole, e la sua veste era candida come la neve». È possibile che a splendere fosse l’opera d’arte, ma l’incandescenza non poteva costituire il tipo di differenza specifica richiesto da una definizione dell’arte, se non come metafora: una luminosità che potrebbe appartenere anche allo stesso Vangelo secondo Matteo. Quale che fosse la differenza, non poteva comunque consistere in ciò che l’opera d’arte e la cosa reale da essa indistinguibile avevano in comune, e cioè qualsiasi proprietà materiale immediatamente osservabile tramite comparazione. Poiché qualsiasi definizione dell’arte deve comprendere le scatole di Brillo, è ovvio che nessuna definizione può essere basata su un’ispezione delle opere d’arte. Fu questa intuizione che mi fornì il metodo che adotto in questo libro, in cui vado in cerca di una definizione tanto elusiva. [...]I problemi affrontati in questo libro si presentano nel modo più vivido in quella che può essere chiamata pittura-e-scultura. E così la maggior parte dei miei esempi è tratta da questo genere di arte. Tuttavia, gli stessi problemi possono essere rilevati transgenecamente, in tutte le ramificazioni dell’arte: nella letteratura e nell’architettura, nella musica e nella danza. Talvolta, quindi, trarrò qualche illustrazione anche da queste arti. Ma è più importante sottolineare che, se quel che scrivo non si applicherà all’intero mondo dell’arte, considererò questa evenienza come una confutazione: la mia, infatti, ambisce a essere una filosofia analitica dell’arte, anche se può essere letta come un’intensa riflessione filosofica sulla pittura-e-scultura del presente.

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