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Storia di pazzi e di normali

Storia di pazzi e di normali
Storia di pazzi e di normali
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2007
Collana: Contromano
ISBN: 9788842082934
Argomenti: Narrazioni contemporanee
  • Pagine 136
  • 9,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Erica e Mario sono due pazzi, penso. Sono pazzi come tutti quelli che, un po’ ovunque nella città, vengono riconosciuti come gente da manicomio. Pazzi che vivono di diritto negli stessi ambienti urbani della gente normale. Ma che tipo di convivenza è questa tra normali e pazzi? Com’è, dov’è il luogo della loro differenza?»

«Questo libro è uscito per la prima volta nel 1993, è il mio primo libro. Prima di internet, prima dei cellulari, prima dei reality show. C’erano ancora i gettoni del telefono, c’era ancora l’Usl. Sembra trascorsa un’intera era geologica a guardarla così (...) Forse la mia gita di oggi viene dal bisogno segreto di verificare se anche a Villa Bisutti il futuro ha disatteso le aspettative o se invece, in totale controtendenza, ha rispettato le previsioni, assumendo i connotati di un presente positivo, di un presente presentabile.» In una nuova edizione completamente riveduta, questo è il diario immaginario di sei mesi trascorsi presso il Dipartimento di salute mentale di Pordenone.

Leggi un brano

Sono partito dal Posto delle Fragole. Mi piaceva l’idea di fare colazione nel cuore dell’ex Ospedale Psichiatrico di Trieste prima di raggiungere Villa Bisutti, la struttura intermedia di Pordenone dove ho lavorato per qualche mese, quindici anni fa, e dove di fatto è nato questo libro. Un modo forse un po’ infantile per tenere uniti i «miei» luoghi, il locale dove noi ragazzi alternativi degli anni Ottanta venivamo a bere una birra d’estate per curiosare nel mondo dei pazzi e la casa in cui, poco tempo dopo, i pazzi sono diventati il mio mondo. Fare colazione doveva significare cappuccino e brioche, non certo i due giri di grappa alla Nutella che mi sono stati offerti: uno dal barista, come assaggio, e uno dal tizio che l’ha provata insieme a me e che, entusiasta della novità, ha preteso che bissassimo immediatamente. La scusa, sempre la stessa, il freddo. Alle dieci di stamattina, 3 gennaio 2007, a Trieste c’erano due gradi e la bora soffiava a non meno di cento chilometri all’ora. Alla faccia del global warming.Oltre a me e al tizio, nel locale c’erano: una donna in pelliccia ecologica e borsetta simil-Gucci che piangeva con forti singhiozzi dicendo di aver perso la sciarpa, un paio di uomini in tuta da ginnastica usciti da qualche gruppo-appartamento lì vicino insieme a un’educatrice coi dreadlocks più piccola di Maria Teresa di Calcutta, tre-quattro operai sparsi ai tavoli coi loro panini e un’altra ragazza con tanto ombretto viola da sembrare mascherata, intenta a bagnare le piante, scelte in tono con la nuova ristrutturazione tristemente etno-minimal-chillout. Il tizio al banco si chiamava Armando, riparava termosifoni. Mi ha detto che va lì a pranzo tutti i giorni – lui, i suoi due ragazzi e molte altre ditte convenzionate, oltre ai vari stagisti, impiegati, studenti, gente degli istituti universitari dislocati da qualche anno nell’immenso parco di San Giovanni, uomini e donne che portano, semplicemente lavorando e mangiando, pezzettini di città dentro la cinta muraria del vecchio manicomio.Il flusso si è invertito, penso, mentre sto guidando verso Pordenone. C’è stato il tempo di Marco Cavallo, la scultura di cartapesta vessillo della lotta contro la segregazione, il carro che ha guidato, nel 1973, il primo corteo di pazienti e operatori per le vie di Trieste. C’è stato il tempo di Franco Basaglia, il tempo dei cancelli abbattuti, il tempo dei diritti, della legge 180, dell’ingresso dei pazzi in città. Ora il flusso si è invertito, è la città a entrare nel regno destituito della pazzia, a farne una cosa nuova, un polmone di platani e betulle in cui lavorare, abitare, bere grappa alla Nutella.

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