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Come si comunica la scienza?

Come si comunica la scienza?
Come si comunica la scienza?
Edizione: 2007
Collana: Universale Laterza [875]
Serie: Punti interrogativi
ISBN: 9788842082354
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Scienze: storia e saggi
  • Pagine: 148
  • Prezzo: 10,00 Euro
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In breve

La scienza ha cambiato il mondo contemporaneo e il mondo contemporaneo ha cambiato la scienza. In queste pagine, due divulgatori di lunga esperienza raccontano la varietà e la complessità raggiunte oggi dalla comunicazione scientifica, e che cosa questo abbia a che fare col governo delle democrazie contemporanee e con la vita quotidiana dei cittadini.

Indice

Introduzione Scienza, chi parla? - I. La scienza in una società che cambia - II. Non c’è scienza senza comunicazione - III. Il Novecento: le cose si complicano - IV. Gli scienziati che comunicano - V. Scienza e democrazia - Riferimenti bibliografici

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Ma allora la scienza può davvero essere decisa collettivamente? Può davvero essere direzionata da pubblici che non la conoscono? Non si rischia una politica dominata dall’audience, o da una sorta di ‘populismo tecno-scientifico’?Ovviamente, la soluzione non è semplice. È difficile immaginare come inventare e incentivare forme e pratiche di partecipazione sociale al governo della tecnoscienza che siano realmente vantaggiose per la società. Non sappiamo se la possibilità che le persone decidano sulla ricerca scientifica sia concreta o appartenga alla retorica di una moda politica. Di certo, però, la risposta a questi interrogativi non passa per un diminuito, ristretto dialogo, ormai intrinsecamente impossibile, ma per un rafforzamento del foro sociale. Quali che siano le dinamiche democratiche di controllo sociale sulla scienza, esse funzionano solo se funziona la comunicazione. E se si formano nuove figure di comunicatori della scienza.Se, come abbiamo visto, comunicare la scienza implica pratiche e competenze estremamente differenti, che non includono solo saper tradurre termini e concetti dal linguaggio delle scienze a quello dell’uomo della strada, allora tale ecosistema complesso, formato dagli spazi d’incontro fra scienza e società, è abitato da una flora e una fauna di alta biodiversità: i comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l’educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così come i suoi giovani colleghi scienziati, ha un lavoro flessibile, complicato, con più padroni e più referenti di un tempo, diviso fra esigenze e pressioni sociali differenti, obbligato a imparare a decodificare e parlare linguaggi diversi in momenti diversi.Il comunicatore della scienza è un lavoratore ‘anfibio’, che viaggia con una valigia a doppio fondo perché non può servirsi unicamente degli strumenti del ‘semplificatore’ di informazioni.Non deve solo spiegare scoperte, narrare fatti, trasmettere concetti. Deve riuscire a scovare e raccontare anche i come (epistemologici, organizzativi) e i perché (economici, politici) della scienza in azione. Non deve solo essere un entusiasta, curioso cronista della ricerca, ma anche – come insegnano i manuali di giornalismo – un watchdog, un cane da guardia pronto a dare l’allarme quando qualcosa non funziona – o non è trasparente – nel complicato intreccio fra scienza, potere politico e poteri economici. Di conseguenza, porta con sé gli strumenti del giornalista ma, nel doppio fondo della valigia, deve nascondere strumenti culturali (fatti di una grande curiosità nei confronti della storia, della filosofia, della sociologia, delle arti) che lo rendano in grado non solo di ‘maneggiare’ con sicurezza enzimi di restrizione, funzioni d’onda, prioni o gas serra, ma anche di inserirli nel contesto culturale che meritano. Un buon comunicatore della scienza, a nostro vedere, non è un novello Prometeo dell’informazione, capace di scalare l’Olimpo delle scienze e riportare giù, a un popolo immerso nelle tenebre, il fuoco della conoscenza. È forse, sì, un esploratore curioso, posseduto dalla convinzione arrogante, tipica dell’esploratore, di poter addentrarsi nella foresta e uscirne con una mappa chiara e splendide orchidee; ma è anche un professionista dotato dell’umiltà dell’intellettuale del Terzo Millennio, che sa che la mappa non è il territorio, che a ogni sguardo corrisponde una mappa differente, e che la mappa è in realtà una strano organismo vivo, situato, fatto di relazioni fra persone e istituzioni, fatto di forze e poteri che si incrociano, di conflitti, e della maniera diversa, impura, parziale, di vederli. Non è facile, insegnare questo nuovo mestiere. Le scuole di comunicazione della scienza sparse per il mondo colgono vari aspetti delle difficoltà della professione, ma difficilmente riescono a integrare gli insegnamenti e i concetti secondo le richieste attuali (Pitrelli, 2004). Anche perché sono esperienze e pratiche giovani e, come speriamo di aver mostrato, con una storia ancora lunga, ci auguriamo, e tortuosa da compiere.

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