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L'infanzia è un terremoto

L'infanzia è un terremoto
L'infanzia è un terremoto
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2008
Collana: Contromano
ISBN: 9788842079828
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

«Le rovine ci si parano davanti, piatte, orizzontali, tranne i lampioni e la chiesa: il largo viale di marmo si è riempito qua e là di terra e pozzanghere. Attorno e dentro il perimetro delle case c’è fango. Non c’è nessuno. Nessun rumore. Soltanto i nostri passi. Il cielo. Oltre la chiesa c’è il boschetto della memoria, un albero per ciascuno dei morti. Resto fredda, senza inquietudine, anche se di sicuro qualche corpo è rimasto sotto le macerie».

La Valle del Belice è una distesa di rovine quando la famiglia di Carola, che all’epoca ha quattro anni, vi si trasferisce per vivere in una baraccopoli. I suoi genitori lavorano alla ricostruzione e allo sviluppo insieme al Centro Studi e Iniziative Valle Belice. L’infanzia è un terremoto è memoria, racconto di viaggio, minima ricostruzione di storia orale e sempre anche narrazione. Nel libro ci sono le rovine, c’è Danilo Dolci, c’è l’infanzia nelle baracche, ci sono le persone che si raccoglievano attorno al Centro, ci sono minacce, intimidazioni mafiose. E qualcosa viene fuori dell’onda lunga del Sessantotto e dei suoi contraccolpi.

Leggi un brano

Le rovine di Montevago sono vicine al paese ricostruito. Montevago è stata rasa al suolo dal terremoto del Belice, nel 1968. Per andarci si imbocca una strada larga. Montevago, vecchia e nuova, come Santa Margherita Belice, sta su un altopiano pianeggiante, una placca calcarenitica quasi piatta: l’acqua non scivola giù, si infiltra. Dove ti giri, tutto il resto lo vedi dall’alto.

L’altra estate eravamo in Sicilia occidentale, ma più su, nel Corleonese, a Bisacquino, che è un paese di montagna. Andrea e Ombretta con Eva di tre anni, gli amici con cui condividevamo una casa padronale del Settecento, spoglia e simmetrica, sotto il santuario della Madonna del Balzo, si muovevano in lungo e in largo nel Belice, per esplorare e assaggiare vini. Sono andati anche alle rovine di Montevago. Io non ricordavo di esserci mai stata.

Mi sono domandata: come mai? Quand’ero piccola, dai quattro agli otto anni, abitavamo a Partanna, a pochi chilometri, in baracca. Forse mia madre non se la sentiva di portarci in una città di morti? Se è così, è stato un errore. Per quel che mi ricordo dell’infanzia, per quel che so da tutti i bambini che conosco, da piccoli proviamo per la morte, per la distruzione e per il tempo una curiosità sfrenata. Nelle città morte ci sguazziamo, la decomposizione non ci fa paura. Ci serve perlomeno una storia, un personaggio inventato o ben isolato dal contesto, per specchiarci nell’orfano e farci un pianto; ma neanche in quel caso si placa la nostra sete di conoscenza, della condizione umana e delle forze con cui l’umanità baccaglia. A Partanna, a cinque anni, io e Luca disegnavamo scheletri: scheletri addobbati, con crinoline e cappelli a larghe tese. Era un trionfo della morte. Probabilmente, fino all’adolescenza ci sentiamo felici e feroci spettatori; non vediamo perché, tra i personaggi in campo, non dobbiamo identificarci nel sasso, o ancora meglio nell’ailanto che cresce sui fossi. Il sasso è un trionfo del tempo, l’ailanto no, è un trionfo della vita, inestirpabile, invasiva. L’infanzia si diletta di trionfi. È vero, questa non è tutta l’infanzia, l’infanzia non disdegna la commozione, le tenerezze, l’amore. Però nell’infanzia c’è anche questa fascinazione per le rovine.

Non mi ricordavo di essere stata a Montevago vecchia, eppure la descrizione mi era familiare. Un lungo, monumentale viale di marmo, alberato di alberi giovani, deserto. Ai due lati, rovine. Palazzetti rasi al suolo, di cui si riconosce il muro perimetrale, qualche stanza, terra accumulata, resti. Il viale che sbocca in una piazza lastricata di marmo, sulla quale incombe la chiesa madre sventrata. La chiesa era dedicata ai santi Pietro e Paolo, l’avevano costruita nel 1712. Tutto attorno alla chiesa, alti lampioni: si accendono per le iniziative estive, concerti, spettacoli teatrali. La notte tra il 14 e il 15 gennaio, nell’anniversario del terremoto del Belice, una fiaccolata parte dal paese nuovo e arriva fino alla chiesa. La descrizione delle rovine, insomma, mi era familiare, forse altre volte Montevago vecchia mi era stata raccontata, o forse c’ero stata e né io né mia madre ce ne ricordavamo.

Quando ci sono andati Andrea e Ombretta non c’era nessuno, era una giornata d’estate, ma fosca e piena di nuvolaglia che si addensava. Forse c’era anche vento. Hanno lasciato la macchina e hanno imboccato la strada di marmo, trascinandosi dietro il passeggino leggero della Chicco, tenendo la bambina per mano. Mi hanno raccontato che sulla soglia di un palazzo distrutto hanno visto scarpe, tante paia di scarpe. E giornali degli anni Sessanta. Le scarpe me le aspetto di più a Poggioreale, ma i miei amici si ricordavano che fosse Montevago. Sono passati quasi quarant’anni, per come conosco le amministrazioni della zona escludo che abbiano messo apposta giornali e scarpe come attrazione turistica. È facile che quelli fossero davvero giornali e scarpe lì dal terremoto. Miracolosamente preservati. Forse in quel posto c’era un negozio di calzature. Le scarpe erano invecchiate, non consunte, la foggia d’altri tempi. Andrea è andato avanti, si è addentrato nelle rovine, con la macchina fotografica. Ombretta e la bambina sono restate indietro, sul lastricato di marmo a raccogliere sassolini. Ombretta dice che era inquieta. A Montevago vecchia il cielo è enorme. Si vede l’intera volta. Ma era un cielo grigio, la giornata umida. Da una parte e dall’altra, dalle rovine, Ombretta sentiva voci interne, per colpa del silenzio. Andrea no. La macchina fotografica lo aveva riportato alla curiosità rapace dell’infanzia. Esplorava. Entrava nella chiesa. Scendeva nelle case private. Cercava. La bambina correva su e giù. Ancora piccola, prendeva la questione della vita e della morte alla radice, si occupava di aghi di pino, raccoglieva foglie secche. Ombretta ha chiamato Andrea. Voleva andare via. L’ha chiamato ancora. Non è stato facile strapparlo alla sua indagine. Tornando verso l’automobile hanno visto piombare sul viale una famiglia di stupefatti turisti veneti, pallidi e con gli zainetti.

Recensioni

Giovanni Russo su: Il Corriere della Sera (16/01/2008)


Con Carola Susani, l'autrice di L'infanzia è un terremoto, sono tornato, dopo quarant'anni, nei paesi e nei luoghi del terremoto del Belice. Ero arrivato il giorno dopo. A Partanna, al centro di uno stanzone affollato di feriti che serviva da ospedale, era distesa su una brandina una donna appena estratta dalle macerie. Accovacciati intorno ai fuochi, sui bordi delle strade, nelle piazze, bivaccavano gli scampati, con negli occhi le immagini della tragedia e il terrore che la terra ricominciasse a tremare. Tra le rovine ancora calde si aggiravano i sopravvissuti ricoverati nelle tendopoli che cercavano di recuperare un po' dei loro beni davanti alle case spaccate, alle travi contorte. I terremotati a Gibellina, Montevago, Salaparuta, Santa Ninfa tornavano a cercare la «roba». Questa vita che ferveva tra i ruderi, questo affannarsi come formiche che razzolano tra i detriti finì dopo qualche giorno, e calò il silenzio.

Quando anni dopo sono andato a Gibellina e a Santa Ninfa dove avevo fatto amicizia con l'allora giovane parroco don Riboldi, ho provato le stesse sensazioni che mi ha dato la rievocazione poetica e l'inchiesta intelligente e appassionata della Susani. Per scrivere un libro sul Belice terremotato, è ritornata con il marito e la figlia a Montevago e a Partanna dove aveva vissuto da bambina in baracca con i genitori architetti, venuti dal Veneto per collaborare alle iniziative per la ricostruzione e lo sviluppo del centro studi di Danilo Dolci e Lorenzo Barbera. L'autrice riferisce i suoi incontri con chi, come sua madre, continua a lavorare nel Belice per attuare i progetti dell'Unione Europea, e descrive le rovine di Montevago che «ci si parano davanti piatte orizzontali tra i lampioni e la chiesa, il grande piazzale di marmo». Viene fuori la solitudine di queste città nuove ma morte quasi come le rovine. Con l'occhio adulto vede anche gli errori e le illusioni che animavano i volontari, rincontra gli amici dell'infanzia, i collaboratori di Lorenzo Barbera, confronta con lui le sue impressioni. A Montevago l'accompagna un amico della madre, Giuseppe Triolo, che è tornato nel paese natale per lavorare ai progetti dell'Unione Europea. Giuseppe critica l'opera di Burri Il Cretto — una colata bianca di cemento che copre le macerie di Gibellina — che invece piace all'autrice, perché la ritiene una sorta di monumento funebre per ricordare che qui una volta c'era una città. Ma per Giuseppe, per i figli dei terremotati è come se avesse espropriato la loro identità.

Gibellina è disseminata d'opere d'arte, da Burri a Consagra, per iniziativa del sindaco Ludovico Corrao. Susani ci dà l'eco delle polemiche da lui suscitate per aver trasformato la città distrutta in un luogo d'incontro d'artisti. Anche a me quelle sculture d'avanguardia sembrarono sovrapposte su una tragedia e ad essa estranee. Barbera e Dolci riaffiorano come certe ombre dei gironi danteschi. Erano loro gli animatori delle lotte per la ricostruzione, ma poi si divisero. Dolci considerava le manifestazioni di protesta come testimonianza dei bisogni dei terremotati e non voleva che le assemblee si trasformassero in un giudizio popolare, in un processo allo Stato.

L'infanzia è un terremoto è ricerca, biografia, memoria, vicende personali e pubbliche. È una testimonianza dell'idealismo che muoveva tanti a stare nelle baracche, tra i resti dei paesi distrutti. Emergono i nomi di Bruno Levi, di Evtuscenko, le illusioni degli intellettuali e fatti inquietanti come l'arrivo nella baraccopoli di due bambine tedesche, le figlie della terrorista Ulriche Meinhoff, la presenza ambigua della mafia. Tutto è raccontato con partecipazione, ma anche con giudizio critico e ironia, come quando rammenta a proposito dei comunisti «uno sformato di riso a forma di falce e martello che era immangiabile». C'è il ricordo dei bambini, che giocano sulle rovine: «Nelle città morte ci sguazziamo, la decomposizione non ci fa paura. A Partanna, a cinque anni, io e Luca disegnavamo scheletri addobbati con crinolina e cappelli a larghe tese», perché «nell'infanzia c'è anche questa fascinazione per le rovine». Intanto gli adulti preparano le pratiche, o progettano le case dei nuovi paesi ispirandosi ad un'idea urbanistica che voleva eliminare la distinzione fra centro e periferia per far cessare le divisioni di classe, «né ricchi né poveri». Il risultato dell'utopia dell'Ises (l'Istituto per lo sviluppo dell'edilizia sociale responsabile della ricostruzione), sono i palazzi anonimi, tutti uguali, e gli stradoni di marmo. L'autrice rievoca le battaglie per non pagare le tasse e per non fare il servizio di leva, i colloqui con il colonnello Dalla Chiesa che allora comandava i carabinieri in Sicilia, e le false promesse del ministro della Difesa Tanassi.

La trasformazione della società dopo il terremoto ha cancellato quel mondo contadino e ha portato la valle del Belice nell'era postindustriale ma, per merito de L'infanzia è un terremoto, quel mondo scomparso ci resta nel cuore.

Fulvio Panzeri su: L’Avvenire (19/01/2008)


Quarant'anni fa, tra il quattordici e il quindici gennaio 1968, un violentissimo terremoto distruggeva la Valle del Belice in Sicilia. Ora una delle nostre migliori scrittrici, Carola Susani, ci racconta la sua singolare storia di bambina, tra quella terra distrutta, dove i paesi sembravano città morte, una vita da riprendere all'interno delle baraccopoli. Ci racconta un viaggio, un ritorno ai paesi della Valle del Belice oggi, con tutti i segni, a volte discussi, che sono stati inventati per ricordare quella ferita a partire dall'impegno degli artisti e da quel discusso «Cretto» di Burri che la Susani difende, rispetto ai detrattori: «Ho controllato. Gibellina quando è stato calato il "Cretto" non c'era più da decenni».

Carola Susani, attraverso questo viaggio di ritorno, ci racconta la storia della sua infanzia di bambina di cinque anni che con la famiglia si trova a condividere una storia unica di solidarietà, visto che i suoi genitori, che avevano conosciuto Danilo Dolci e il suo impegno nel sociale, intensificatosi nei giorni della tragedia del terremoto, decidono di mettere a disposizione le loro forze e il loro impegno, prima in una vita "da comune", come era tipico in molte esperienze di quell'inizio degli anni Settanta e poi, sempre nella baracca, da famiglia normale.

Ne esce un libro forte, non solo dal punto di vista memoriale, ma soprattutto documentario, con curiosi particolari come quello delle due bambine tedesche, bionde, che arrivano nella baraccopoli, senza nessun adulto che le accompagni. Si scoprirà in seguito che si trattava delle figlie di Ulrike Meinhof, la terrorista che aveva partecipato all'evasione di Andreas Baader e che era entrata nella clandestinità. Questo viaggio alla ricerca della baracca in cui viveva da bambina diventa il modo per ricostruire un intero mondo, quello di un'Italia che in un anno cruciale come il 1969, vive di atti concreti e di utopie e ne mette in luce anche le istanze morali che portavano all'impegno sociale gruppi di operatori riuniti intorno alla figura di Danilo Dolci e delle sue esperienze di volontariato. Del resto un'urgenza forte che si trova nel libro è il bisogno di capire, per la scrittrice, come mai i propri genitori abbiano fatto quella scelta così radicale, lasciare il Veneto in cui vivevano, per raggiungere la Valle del Belice devastata.

Un pregio che rende alta la scrittura della Susani è la sua capacità di comunicare un'idea profonda della sacralità della vita, senza mai scadere nel sentimentalismo, tracciando un segno profondo, sgretolabile, ma che rimane comunque impresso, un po' com'è nella metafora del «Cretto» di Burri. Questo libro-testimonianza diventa un vero e proprio «romanzo civile» dove certe utopie degli anni Settanta non vengono rievocate come valori di facciata, ma come necessità di dare una svolta nuova, ideale alla propria esistenza.

Il libro è forse anche un debito d'amore verso la sua famiglia, tanto che la Susani racconta della sua tristezza quando, a metà degli anni Ottanta, buona parte delle baracche è stata abbattuta. Il padre la consola dicendole che il suo compito è quello di trasformare quella memoria in scrittura, come avviene nel libro: «Devi scriverne. Tu ne scriverai letterariamente, io ne scriverò dal punto di vista dell'architettura, scriverò degli insediamenti provvisori, di come nascono e muoiono».

Marco Belpoliti su: L’Espresso (20/03/2008)


Carola Susani possiede una scrittura-bambina. Le sue frasi sono sempre brevi senza essere paratattiche, sono trasognate eppure concrete. La scrittura-bambina è un modo d'essere, una sorta di cautela nei confronti della vita, quella scritta, ma anche quella vissuta. Scrittura sospesa. Meglio: mai terminata, come in questo bellissimo volume, "L'infanzia è un terremoto" (Laterza), il miglior libro dedicato agli anni Settanta pubblicato quest’anno. Vi racconta l'infanzia nel Belice, in Sicilia: figlia di due architetti impegnati politicamente, dal Veneto, dove nasce, Carola si sposta con loro nella valle del terremoto e ci trascorre alcuni anni; la scelta radicale dei genitori è per il Centro Studi e Iniziative valle Belice diretto da Lorenzo Barbera, già con Danilo Dolci. Un'esperienza che segnerà per sempre la vita del padre e della madre. Si tratta di un pezzo di storia italiana apparentemente minore che la scrittrice narra dal basso e insieme da fuori, pur avendola vissuta tutta da dentro. Meglio: va alla ricerca della propria infanzia terremotata come la terra siciliana. Rivisita i luoghi, legge i giornali, intervista i protagonisti, scava nella memoria. Ne esce un racconto spezzato, frantumato, eppure sempre compatto. Carola entra nel labirinto dei propri pensieri, sogni, paure, ricordi e non ne esce più. Di più: ne esce solo riconquistando la sua scrittura-bambina, mettendola in moto anche contro il libro che sta scrivendo. Ne scaturisce il ritratto di una generazione, quella dei genitori, che si è generosamente spesa per qualcosa in cui credeva. Di quei straordinari personaggi, vite scomode e persino perse, Carola è la-per-sempre-figlia. La sua splendida scrittura-bambina nasce da lì.

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