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Palermo è una cipolla

Palermo è una cipolla
Palermo è una cipolla
- disponibile anche in ebook
Edizione: 201213
Collana: Contromano
ISBN: 9788842074366
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport
  • Pagine: 132
  • Prezzo: 10,00 Euro
  • Acquista

In breve

«Ne hai sentite di storie sulla Città. Anche questa guida ha contribuito a raccontartene almeno un paio che se non sono false, poco ci manca. Ma ti assicuro che qui vengono raccontate per vere. E dopo un poco questo genere di storie a forza di raccontarle diventano vere sul serio.»

 

La Città è così. È fatta a strati. Ogni volta che ne sbucci uno ne resta un altro da sbucciare.

Leggi un brano

Bisogna farsi dare un posto dal lato del finestrino e sperare di arrivare in una giornata limpida e soleggiata. Ce ne sono anche d'inverno, perché in ogni stagione la Città ci tiene a fare sempre la sua figura. Quando l'aereo comincia ad abbassarsi, dal finestrino appaiono le scogliere rosse di Terrasini, e il mare color turchese e blu senza che si possa dire dove finisce il blu e dove comincia il turchese. Persino le case, i cosiddetti villini, ti possono sembrare magari troppi, ma visti dal cielo non mostrano la sciatteria con pretese di originalità che invece rivelano nell'inquadratura dal basso. Tu osservi tutto questo e pensi di essere arrivato nel posto più bello del mondo.Ammettilo: credevi di esserti fatto un'idea della Città e dell'Isola perché è difficile sfuggire ai luoghi comuni; ma di fronte allo spettacolo della costa intorno all'aeroporto ogni pregiudizio cade all'istante.

Guardando dal finestrino hai il tempo di formulare pensieri del genere, di struggerti di fronte a tanta bellezza, persino di riflettere sull'ipotesi di mollare tutto – lavoro, famiglia, radici – per venire a vivere da queste parti. E quando ormai la tua testa si è scaldata all'idea di un'estate perenne, ecco che subito arriva un contrordine. Arriva sempre dal finestrino, perché mentre hai ancora gli occhi pieni di luce e mare, ecco che ti si para davanti una montagna. Un'enorme montagna grigia su cui l'aereo sembra destinato a schiantarsi da un momento all'altro.

L'aeroporto di Punta Raisi è costruito su una stretta lingua di terra che separa il mare dalla montagna; tanto che in passato è successo che un aereo sia finito sulla montagna (5 maggio 1972) e un altro in mare (23 dicembre 1978). L'aeroporto della Città è fatto così. La Città è fatta così. Tu, viaggiatore, queste cose prima di partire le sapevi, ma le avevi dimenticate di fronte all'accecante bellezza del paesaggio. Adesso magari ti fai prendere da una leggera forma di panico, perché la montagna si avvicina, e si avvicina in maniera preoccupante.Ma puoi stare tranquillo, alla fine non succederà niente perché i piloti ormai sono bravi a infilarsi esattamente nella striscia praticabile fra mare e montagna, e nel susseguente sollievo avrai modo di riflettere sul fatto che la Città ha provveduto ad avvertirti subito: non credere che le cose da queste parti siano sempre come appaiono a prima vista. Non è che tu ti possa abbandonare alla contemplazione del bello come se fossimo in Polinesia o nella campagna toscana. Qui non c'è da fidarsi, e anzi è proprio quando sembra di aver raggiunto l'estasi che arriva il cazzotto sullo sterno, quello che ti leva il fiato e ti costringe a riprendere la misura del distacco dalle cose.

La difficoltà del pilota in fase di atterraggio, il problema di evitare gli opposti disastri di mare e montagna, è una metafora delle difficoltà quotidiane che comporta il fatto di vivere nell'Isola in generale e nella Città in particolare; che dell'Isola è, oltre che capitale, anche una specie di grandiosa esasperazione.Meglio dunque non rilassarti mai, tenere i sensi sempre all'erta. Da un momento all'altro potrebbe succedere qualcosa di irreparabile.

Una volta recuperato il bagaglio – operazione anche questa non facile a Punta Raisi: non proprio come atterrare, ma quasi – prendi un taxi e tieni gli occhi aperti. Per capire una città, tante volte basta fare il tragitto che va dall'aeroporto al centro. Nell'impossibilità di una visita più approfondita – mentre si aspetta una coincidenza, magari – basta prendere un taxi, andare e tornare. Nel tragitto autostradale c'è buona parte di ciò che la città, consciamente o inconsciamente, ci tiene a far sapere di sé. Non è tutto, né è tutto spontaneo. Ma tenendo gli occhi aperti almeno qualcosa si riesce a capire.Fra l'aeroporto e il centro si trova il biglietto da visita della città. Ci sono città che questo lo sanno, ne tengono conto e curano la propria immagine mettendo in mostra il meglio; e ci sono città che invece se ne fregano dell'immagine e lasciano fare al caso. La Città appartiene a questa seconda categoria.Tuttavia anche il caso si riserva le sue sottigliezze, e nel giro di pochi chilometri ha provveduto a distribuire almeno tre punti focali.

Il primo di questi punti arriva quasi subito. Guardando a sinistra, verso il mare, più o meno all'altezza di Carini vedrai una bidonville costruita direttamente sulla spiaggia. Lo stato di abbandono in cui versano le baracche, il fatto che sembrino costruite con materiali raccolti in una discarica, che siano corrose dalla salsedine, tutto lascia pensare che si tratti di un quartiere abusivo per necessità. Gente costretta a vivere in condizioni da terzo mondo. Magari sei autorizzato a immaginare che qualcuno avrà fatto il furbo trasformando la necessità in virtù: dovendosi costruire un tetto sotto il quale dormire, tanto valeva costruirselo in riva al mare. E invece no, nessuna necessità abitativa: queste baracche sono le seconde case degli abitanti della Città. Le case dove la gente si trasferisce d'estate per fare la villeggiatura.

A suo tempo vennero costruite secondo le regole del far west. Oggi chi vuole fare lo spiritoso la chiama edilizia creativa, sebbene l'espressione stia poco a poco perdendo la sua connotazione sarcastica, e presto edilizia creativa diventerà uno stile a se stante. I muri non sono intonacati perché poi ci sarà tempo di intonacarli. I tondini di ferro spuntano dal tetto perché non è detto che un domani non si riesca a realizzare un altro piano per la figlia che si sposa. Le case si lasciano incompiute nelle parti esterne per diversi motivi; alcuni pratici e altri, per così dire, etici. Intanto si aspetta sempre una sanatoria che consenta di rendere l'abitazione ineccepibile anche all'occhio fiscale dello Stato. E poi c'è il fatto che l'interno è una cosa e l'esterno un'altra. Nell'Isola quel che avviene un passo oltre la soglia di casa è considerato superfluo, se non addirittura volgare. Per rendersene conto basta visitare un condominio. Un condominio qualsiasi, dove abita anche gente ricca. Se ti capita, facci caso: dopo le sei del pomeriggio ogni appartamento avrà un sacchetto di spazzatura poggiato per terra appena fuori dall'uscio. Nelle ore precedenti il sacchetto si è andato riempiendo, fino a quando la brava madre di famiglia si è incaricata di farne una confezione da relegare fuori dalla sacra cerchia delle mura di casa. Appena possibile la spazzatura va messa a carico della comunità, fosse anche solo quella comunità solidale che è il pianerottolo di un condominio. Una volta chiuso e annodato, il sacchetto non riguarda più gli abitanti della casa. L'immondizia appartiene alla sfera pubblica. La casa deve rimanere inviolabile dalle sporcizie del mondo. Perciò c'è da scommettere che l'arredamento interno delle case sul litorale di Cinisi è curatissimo, in pieno contrasto con l'aspetto esterno. Dell'aspetto esterno i proprietari se ne fregano, non è particolare che li riguardi. La facciata esterna è spazzatura, e come tale riguarda lo Stato.

Ma c'è pure un altro motivo per cui queste case sono tanto sciatte a vedersi. Gli abitanti della Città nutrono un'avversione scaramantica per ogni forma di compiutezza. Se inaugurano un teatro, lo fanno sempre in assenza di qualche requisito essenziale per il pieno funzionamento. Se si costruisce una diga saranno le canalizzazioni a restare incompiute.Al completamento si penserà poi, se e quando sarà possibile. Dietro questa sistematica inconcludenza è possibile rintracciare un profilo ancestrale di superstizione. Sembra quasi che gli abitanti della Città inconsciamente avvertano che nella piena compiutezza è inscritta un'infelicità latente. Sopravvive l'antica credenza che l'appagamento possa attrarre il malocchio degli invidiosi, ma non è solo questo. Il vero timore riguarda lo sconforto che deriva dal non avere qualcosa che pensavi di avere una volta che finalmente hai avuto tutto quello che desideravi avere. C'è sempre qualcosa che sfugge alle maglie anche strette della rete che ci siamo fabbricati con le nostre mani. Allora tanto vale lasciare che le cose vengano come vengono. Forse è addirittura un retaggio arabo. Nella perfezione della tessitura dei loro tappeti gli antichi maestri persiani introducevano sempre un piccolissimo errore. Lo facevano apposta per non sfidare Dio sul terreno che è solo di Sua competenza. Quello della perfezione, appunto. Ma qui, nelle case davanti al mare di Carini, si è decisamente esagerato con questa forma di devozione.

Recensioni

Giorgio Scianna su: Linus (01/05/2010)

La strada che porta dall'aeroporto alla citta è sempre molto più di una strada. È anticamera. Biglietto da visita. Intento programmatico. Manifesto. Fumo negli occhi. Vetrina. Nel Nordafrica lo sanno benissimo e ci stanno attenti. A Tunisi c'è un viale che è il più lindo della città. Al Cairo, intorno alle quattro corsie che partono dall'aeroporto, ci sono palazzi monumentali uno in fila all'altro. Rotonde dappertutto. Eppure per quanto li si pianifichi, li si controlli, li si ridipinga di continuo in quei posti c'è sempre qualcosa che scappa, qualcosa che se uno ci sta attento fa intravedere quello che c'è dietro quegli edifici lucidi e perfetti come gli studios di Los Angeles. A volte è una camionetta militare di troppo, a volte qualche poveraccio con le infradito sporche che è sceso alla fermata d'autobus sbagliata.

Quanto a Palermo, non si è mai data un gran da fare per la sua rampa d'accesso. Io l'ho fatta un sacco di volte quella strada, qui la città non si camuffa, non da false illusioni. L'ho fatta l’ultima volta grazie a Palermo è una cipolla, libro che Roberto Alajmo ha pubblicato per Laterza in quella collana che è fatta apposta per fotografare i luoghi e farli arrivare a chi non c'è mai stato o c'è stato troppo di fretta. E Alajmo parte da lì.

Tutto comincia insomma a Punta Raisi, dove quando uno atterra è contento perché è un posto bellissimo tra il mare e la montagna, dove il tra però è una congiunzione brevissima, una striscia di cemento tanto stretta che negli anni Settanta un aereo è finito in mare e un altro contro la montagna.

Appena si prende la macchina e si percorre l'autostrada si arriva a Carini, quello della baronessa. Il castello incombe ancora sul paese, come il suo mistero, quello di una donna assassinata dal padre perché trovata disonoratamente a letto con il suo amante. Così le leggende e la fiction ci hanno fatto credere. In verità questo è uno dei cold case più resistenti della storia del crimine. Lo scorso marzo, solo quattrocentoquarantasette anni dopo, il sindaco ha deciso di riaprire le indagini affidandosi a un team di criminologi di fama internazionale.

Andando avanti, a sinistra, c'è il mare, ma prima si vede solo una specie di bidonville costruita direttamente sulla spiaggia. Ma, ancora, nulla è come sembra. In questa città a strati è difficile capire cosa c'è sotto. Niente si lascia afferrare con una sola occhiata. Queste non sono dimore raffazzonate per povera gente. Queste sono seconde case. Sono posticce, non sono terminate, ma sono case di villeggiatura, case status per la piccolissima borghesia dei paesi dell'interno. E negli interni la cipolla potrebbe spaccarsi ancora, dentro quelle case ci possono essere trilocali bellissimi con televisori al plasma e divani di marca. Non contano gli esterni da queste parti.

Comunque davanti c'è l'Isola delle Femmine. È un'isola allungata, bassa, tanto vicina alla costa che ci si può arrivare a nuoto. Ha una forma modellata, sembra quasi un pezzo di Sardegna, le coste siciliane, poco più in là, sono più aspre, gli scogli pungono come coltelli. Io ci andavo a fare il bagno quand'ero piccolo. Non ho mai capito perché si chiami così. La gente dice che fosse una prigione per le donne emarginate, le reiette buttate fuori dalla comunità. Qualcuno sostiene che fossero turche, tredici fanciulle turche abbandonate dai loro congiunti alla deriva su una nave a causa delle loro colpe turpi, e finite per approdare su quello scoglio. La cosa più probabile è che su quell'isola non ci fosse nessuna prigione, ma una semplice torre di avvistamento del sistema difensivo del Quattrocento.

Capaci è lì. Il luogo dell'esplosione appartiene in verità al comune di Isola delle Femmine, ma il cartello più vicino, quello che c’è in tutte le foto della strage, è quello che indica la svolta per Capaci. Quindi strage di Capaci. La memoria collettiva, l'immaginazione collettiva sono state segnate, determinate dall'Anas.

Lo sanno tutti. Nell'attentato con il tritolo del 1992 muoiono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco DiCillo e Vito Schifani. Anche loro hanno fatto questa strada, anche loro venivano da Punta Raisi. "L'alleanza micidiale fra barbaria tribale da un lato e dall'altro l'efficienza tecnologica nell'uso degli strumenti di morte". Lo scrittore Gesualdo Bufalino quattro giorni dopo la strage parlava così, al massimo dello sconforto arrivava ad aggiungere: "Io mi augurerei un'invasione, ma purtroppo la Sicilia è già invasa. È già invasa dai siciliani, cioè dalla mafia. Noi siamo terra dannata." È impossibile dire cos'è stato il ventitré maggio per la Sicilia. Si è trovato, forse sono stati i mafiosi a farlo, un modo epico, ma anche domestico ed esorcizzante di chiamarlo: l'attentatuni. Il grande attentato. Ci hanno fatto persino un film con questo titolo.

La cronaca di allora, su Repubblica per esempio, lo racconta così. È l'esplosione, sono i mille chili di tritolo the brillano, che fanno strage, che fanno morte. I mafiosi Ii avevano piazzati in una specie di fossa a un metro dal sottopassaggio che taglia l'autostrada. Hanno aspettato Falcone, hanno aspettato la Croma marrone e le altre due auto blindate, hanno aspettato l'attimo per fare clic e uccidere il Grande Nemico. Solo trenta secondi, solo trenta secondi dal lampo e dal tuono alla strage e alla morte. Quando il tritolo esplode e sulla strada si apre una buca, una diga, una fossa di una cinquantina di metri.

Alajmo racconta quello che sa benissimo chiunque negli anni Novanta abbia fatto almeno una volta quella strada insieme a un parente che lo veniva a prendere all'aeroporto, oppure dentro a un taxi con un taxista che aveva voglia di parlare. Durante la conversazione in automobile, qualsiasi conversazione, c'era una pausa improvvisa. Era il momento in cui si passava davanti al guardrail verniciato di rosso. Se in macchina c'era un ospite straniero l'ospite siciliano lo avvertiva qualche metro prima: "Stiamo per arrivare al punto dell'attentato". Poi, la pausa. In quei secondi, prima che la conversazione ripartisse, ognuno pensava a dov'era quel giorno e cosa stava facendo. Gli americani li chiamano flashbulb. Sono i ricordi lampo, sono delle specie di cicatrici nella corteccia cerebrate che non vanno più via. Si è scoperto insomma che le persone ricordano tutto dei grandi avvenimenti pubblici. Ricordano dov'erano quando è arrivata la notizia dell'omicidio di Kennedy o di Aldo Moro, chi è stato a dirglielo, com'erano vestiti. A distanza di trenta, quarant'anni ci si ricorda con molta più precisione di quei giomi, di quei minuti di tragedia collettiva rispetto a quanto si riesca a richiamare dei lutti personali, dei drammi individuali. I neuroni incidono, senza che lo vogliamo, i fatti collettivi che hanno segnato la storia impedendoci di dimenticare.

Adesso in quel punto c'è una stele con i nomi delle vittime e la data. Spesso c'è la corona di fiori che hanno lasciato il ventitré maggio precedente. Ogni anno ci sono manifestazioni. Celebrazioni. Capita ci siano striscioni, adesivi contro il pizzo, quasi degli ex voto civili. Cos'altro dev'esserci? Memoria. Testimonianza.

Niente strati di cipolla in questo punto. Niente camuffamenti. Non che non ci abbiano provato. Tre anni fa si è provato a sostenere che intitolare l'aeroporto di Punta Raisi a Falcone e Borsellino fosse un errore che danneggiava l'immagine della Sicilia e il turismo. Si è provato a cancellare dalle insegne quello che il cervello non riesce a cancellare.

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