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L'ordine del terrore

L'ordine del terrore
Il campo di concentramento
trad. di N. Antonacci con la coll. di F.S. Nisio
Edizione: 20082
Collana: Economica Laterza [312]
ISBN: 9788842072133
Argomenti: Sociologia politica, Storia contemporanea
  • Pagine 520
  • 12,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Sofsky riesce nell'impossibile: dare una spiegazione razionale dei campi di concentramento senza perdere di vista la sofferenza umana. La sua analisi della brutalità organizzata aggiunge un elemento importante alla nostra comprensione del potere totalitario. Ralf Dahrendorf
Nella fredda semplicità delle sue descrizioni Sofsky ci restituisce i contorni e i contenuti di una realtà che molti vorrebbero lasciarsi alle spalle. "Panorama"
Molti sono i libri sui lager. L'ordine del terrore è diverso dagli altri, è unico. È un'analisi scientifica, in qualche modo fredda, della struttura del campo nazista volta a dimostrare la sua assoluta unicità. "Corriere della Sera"
Una straordinaria analisi del campo di concentramento nazista che punta dritto verso il cuore di tenebra dell'uomo. "Il Giornale"

Indice

Ringraziamenti – Elenco delle abbreviazioni; Parte prima Introduzione: I. Prologo; II. Potere assoluto; III. Breve storia dei campi di concentramento. Parte seconda Spazio e tempo: IV. Settori e pianta del lager; V. Confini e ingressi; VI. Il blocco; VII. Il tempo del lager; VIII. Il tempo dei prigionieri. Parte terza Strutture sociali: IX. Il personale delle SS; X. Classi e classificazioni; XI. Delega del potere e autogoverno; XII. L'aristocrazia; XIII. Massa, mercato nero, distruzione della socialità; Parte quarta Lavoro; XIV. Lavoro e schiavitù; XV. I beneficiari; XVI. Situazioni di lavoro; Parte quinta Violenza e morte; XVII. Il «Muselmann»; XVIII. L'epidemia; XIX. Punizioni terroristiche; XX. Violenza gratuita e pratiche di crudeltà; XXI. La selezione; XXII. La fabbrica dello sterminio. Epilogo; Note; Bibliografia

Leggi un brano

I primi prigionieri entrano a Dachau il 22 marzo 1933.Il luogo, una fabbrica abbandonata di polvere da sparo, ha un aspetto sconfortante. Nell'area dell'impianto ci sono più di una ventina di costruzioni basse in muratura, e solo l'edificio una volta destinato all'amministrazione sembra ancora utilizzabile. Nei giorni appena precedenti, il complesso è stato cinto da un triplo reticolato di filo spinato. Nell'interrato i funzionari di polizia entrati in servizio la sera prima registrano in un elenco i nomi dei prigionieri, che non indossano ancora un'uniforme vera e propria. Tutto procede in ordine, senza urla e maltrattamenti. A nessuno viene in mente di tagliare i capelli ai nuovi arrivati. La sera viene distribuito il primo pasto: tè, pane e un salsicciotto di fegato a testa; nella concitazione della giornata non si è potuto trovare di più. Dopo cena si va nel dormitorio, al primo piano. Poiché mancano brande e pagliericci, i prigionieri sono costretti a coricarsi sul pavimento di cemento. A poco servono, contro il freddo, le coperte in dotazione alla polizia che ognuno ha ricevuto.Il giorno seguente i detenuti cercano materiali da costruzione negli edifici vuoti e nei padiglioni della fabbrica.I primi letti vengono ricavati da assi di legno abbandonate qua e là. Un falegname ottiene il permesso di impiantare un laboratorio. Ognuno cerca di far da sé, nessuno viene costretto a lavorare se non ne ha voglia. Tuttavia mancano attrezzi e strumenti, e manca anche il filo spinato per recintare l'area. Le zappe e le vanghe che si accumulano col passare dei giorni vengono custodite in un magazzino amministrato insieme da un prigioniero e da un impiegato. La sorveglianza è corretta. Guardie e detenuti parlano gli uni con gli altri, commentano addirittura la situazione politica. Qualcuno riesce ad ottenere di nascosto delle sigarette, il vitto è buono e abbondante, i prigionieri mangiano le stesse cose degli addetti alla sorveglianza.Questa situazione dura solo pochi giorni. Una notte i detenuti vengono svegliati di soprassalto dal rumore di armi e passi di marcia. Davanti all'edificio dell'amministrazione si è schierato un plotone di SS in camicia bruna e berretto nero. Il loro comandante pronuncia un discorso che suscita angoscia fra i prigionieri:Camerati delle SS! Voi tutti sapete a cosa ci ha chiamati il Führer. Non siamo venuti qui per essere gentili con quei porci chiusi là dentro. Non sono uomini come noi, ma esseri inferiori. Per anni hanno potuto mettere in pratica i loro istinti criminali, ma adesso comandiamo noi. Se questi porci fossero arrivati al potere, ci avrebbero tagliato la testa a tutti. Perciò non ci sarà posto per i sentimentalismi. Se a qualcuno dei camerati qui presenti il sangue fa impressione, vuol dire che non è adatto al servizio e che se ne deve andare. Più maiali come questi abbatteremo con le nostre armi, meno ne avremo da sfamare!

Dodici anni dopo, il pomeriggio del 29 aprile 1945, tre jeep della 42a divisione «Rainbow» giungono nell'area del lager passando attraverso la porta sud. Per aprire il cancello un soldato deve prima scostare il cadavere di un prigioniero ucciso a fucilate. Dalle torrette di guardia crepitano le mitragliatrici. Nella zona settentrionale i liberatori combattono contro le ultime SS, e tuttavia l'ampia spianata dove si faceva l'appello dei prigionieri è vuota, al pari della strada principale. Fra i soldati c'è una donna, Marguerite Higgins, che scriverà un reportage sul «New York Herald Tribune»: Eravamo appena entrati, e subito noi due fummo investiti da una sorta di fuoco di sbarramento di invocazioni provenienti dalle baracche distanti da lì 200 metri. Ci chiesero in quasi sedici lingue se fossimo americani. Quando facemmo segno di sì, si scatenò un pandemonio. Una massa di uomini vestiti di stracci e ridotti pelle e ossa si accalcò davanti al cancello. Chi piangeva, chi urlava, chi gridava «viva l'America!». Quelli che non potevano camminare si trascinavano per terra o zoppicavano [...] Accadde che fui la prima ad attraversare l'ingresso. La prima persona che mi si fece incontro era un sacerdote polacco, vicario dell'arcivescovo di Polonia, il cardinale August Hlond. Egli non si scompose minimamente quando scoprì che la persona in uniforme, elmetto d'acciaio e occhiali protettivi che lo abbracciò con così tanto calore non era un uomo, ma una donna. Nell'eccitazione del momento, per nulla attenuata dal tuono dell'artiglieria tedesca e dagli echi della battaglia che si stava svolgendo nella parte settentrionale del campo, non pochi prigionieri morirono tentando di scavalcare la recinzione elettrificata. Dopo che fu tolta la corrente alcuni riuscirono a passare per prendere parte ai combattimenti, ma divennero bersaglio del fuoco di un gruppetto scellerato di SS appostate su una torretta di guardia. I prigionieri allora assalirono la postazione, e poco dopo si videro cadere dalla torretta sei soldati tedeschi. Solo dopo un'ora e mezza di festeggiamenti, durante i quali i militari americani che avevano osato mischiarsi ai prigionieri erano stati quasi soffocati dalla calca, la folla si calmò e noi potemmo entrare nel lager [...]Le baracche di Dachau erano impregnate dell'odore della morte e della malattia. In sei di esse erano coricati letteralmente l'uno sull'altro moribondi e malati d'inedia: 1.200 persone in spazi che ne potevano contenere 200. I morti - ieri sono deceduti 300 malati - giacevano sui camminamenti asfaltati all'esterno delle baracche, e altri ne venivano portati fuori proprio mentre stavano entrando i giornalisti. Sui cadaveri macilenti si potevano leggere i segni dell'inedia, e molti sopravvissuti erano troppo deboli perché si potesse sperare in una loro guarigione. I forni crematori e le camere di tortura si trovavano fuori dall'area destinata ai detenuti. In un bosco vicino, i reclusi, sotto la sorveglianza delle SS, avevano costruito un nuovo edificio, al cui interno, nelle due stanze usate per la tortura, erano accatastati circa 1.200 corpi senza vita.Nel crematorio c'erano i ganci ai quali le SS appendevano le loro vittime per picchiarle o torturarle in altro modo. Sul carattere delle SS la diceva lunga un affresco dipinto sul muro dagli stessi aguzzini. In esso era ritratto un uomo senza testa, vestito con l'uniforme delle SS e con il loro stemma sul colletto. L'uomo sedeva a cavalcioni su un maiale dal corpo smisuratamente rigonfio, martoriandogli i fianchi con gli speroni [...] Ancora più discosti dal lager c'erano dei carri bestiame sui quali i deportati venivano trasferiti da Buchenwald a Dachau. Nei vagoni c'erano altre centinaia di cadaveri che i prigionieri del lager si erano rifiutati di portar via, disobbedendo agli ordini delle SS. Le persone fatte fucilare dai capi delle SS prima della loro fuga provenivano soprattutto da questi vagoni. In uno di essi fu trovato un uomo ancora vivo, che era riuscito con le proprie forze a farsi largo nel mucchio di cadaveri nel quale giaceva.

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