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Abolire il Mezzogiorno

Abolire il Mezzogiorno
Abolire il Mezzogiorno
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2003
Collana: Saggi Tascabili Laterza [265]
ISBN: 9788842069140
Argomenti: Economia e finanza, Saggistica politica
  • Pagine 166
  • 10,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Per alcuni il Mezzogiorno è una palla al piede. Per altri è un alibi. Per alcuni è un noioso rituale da inserire in agenda. Per altri è la scorciatoia per arricchirsi illecitamente. Per tutti è una buona scusa per non affrontare realmente i problemi italiani. È dunque venuta l’ora di abolire il Mezzogiorno. Un saggio lucido e provocatorio di uno dei più innovativi economisti italiani.

Indice

Introduzione – Ringraziamenti – 1. Lo sviluppo territoriale in Italia – 2. La storia del Nord e del Sud (1951-1992) – 3. Gli anni Novanta – 4. Centrosinistra e Centrodestra – 5. Il futuro possibile – Riferimenti bibliografici

Recensioni

Nicola Tranfaglia su: L’Unità (24/08/2010)

C’è qualcosa di paradossale nel dibattito che sembra riaccendersi, dopo alcuni anni di eclisse, sul destino delle nostre regioni meridionali: quando siamo ormai vicini alla scadenza dei 150 anni di unità nazionale, diventa più importante il nodo delle modalità storiche con cui avvenne l’unificazione del Paese e, nello stesso tempo, la discussione sulla strategia necessaria per superare l’antico divario tra le varie regioni italiane, in particolare tra il Nord e il Sud.

Per quanto riguarda il primo aspetto, c’è il rischio che si riproduca ancora una volta lo scontro anacronistico tra i nostalgici del regno borbonico e i difensori della conquista piemontese piuttosto che l’analisi storica degli errori compiuti dalla classe dirigente nazionale negli anni decisivi dell’unificazione, in cui il nuovo Stato si volse a spogliare il tesoro finanziario del regno appena caduto, sottoponendo le regioni meridionali a un forte sfruttamento economico e alleandosi con la parte più arretrata delle classi dirigenti meridionali.

Per quanto concerne il secondo aspetto, che riguarda un problema insieme politico ed economico, c’è da chiedersi se è possibile risolvere il problema del divario economico tra Nord e Sud senza modificare complessivamente la politica economica nazionale. A questo interrogativo rispondono all’unisono di no economisti e studiosi che pur provengono da formazioni ed esperienze diverse e, del resto, a questa constatazione di fondo erano arrivati a modo loro anche quelli che, nella seconda metà dell’800 o nella prima metà del 900, si erano dedicati allo studio di quella che si chiamava allora la questione meridionale.

Le osservazioni di fondo sono essenzialmente due. La prima è che i principali elementi che ostacolano, ed hanno ostacolato, lo sviluppo del Mezzogiorno stanno nel tentativo perseguito per più di un secolo di applicare al Mezzogiorno il modello di modernizzazione adeguato alle regioni centrali e settentrionali piuttosto che quello applicabile alle regioni meridionali.

La seconda osservazione riguarda il fatto che ostacoli allo sviluppo meridionale sono, senza dubbio alcuno, il pessimo funzionamento delle istituzioni pubbliche, dello stato, della giustizia, dell’amministrazione e che, senza compiere riforme efficaci di questi settori, non sarà possibile rimediare al divario che separa le regioni meridionali dalle altre nel nostro paese.

In questa direzione, chiara e stringente, vanno due libri che sono usciti negli ultimi mesi e che vorrei raccomandare ai nostri lettori. Da una parte il saggio – agile e assai chiaro – di Gianfranco Viesti che già alcuni anni fa con il suo il Mezzogiorno a tradimento Laterza, 2003) aveva sollevato una serie di interrogativi di grande importanza e ora, con un provocatorio Abolire il Mezzogiorno ( Laterza, 2009), dall’altra il volume collettivo intitolato I Sud. Conoscere, capire, cambiare a cura di Marta Petrusevitz, Jane e Peter Schneider (edito dal Mulino).

[...]

E Gianfranco Viesti, a sua volta, concludendo una disamina analitica della politica economica italiana negli ultimi 50 anni, scrive: «Non serve dunque più nessuna politica speciale per il Sud, né tanto meno istituzioni speciali che la mettano in atto. Serve mettere in atto nelle regioni più deboli le grandi politiche di investimento che servono, e tanto, all’intera Italia: farlo con le stesse regole e le stesse modalità che valgono in tutto il Paese; attraverso il raccordo fra amministrazioni centrali e periferiche». Ma aggiunge: «Una nuova regolazione macroeconomica e riparti ragionevoli delle risorse aiutano mettono a disposizione dei territori una bicicletta; bisogna che qualcuno pedali».

 Emerge, insomma, come sempre il problema centrale della nostra storia. II protagonismo necessario dei meridionali, e delle classi dirigenti che si scelgono, per uscire dalla crisi e adeguarsi alle regole necessarie per lo sviluppo. C’è da sperare che sia arrivato il tempo del cambiamento. 

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