Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana e un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

 

 

→  “Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza del mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà”. Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti veniva brutalmente assassinato dai fascisti.

 

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→  Balcani. Confermata in appello la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, il “boia di Srebrenica”. La condanna era stata emessa nel 2017: come ricostruisce AGI, «fra i capi d’accusa anche la responsabilità del massacro di Srebrenica del 1995, il peggiore in Europa dalla Seconda guerra mondiale, quando furono uccisi 8 mila ragazzi e uomini musulmani dalle truppe di Mladic, mentre la zona era sotto protezione dei caschi blu olandesi dell’Onu.
Nella guerra in Ex-Jugoslavia tra il 1992 e il ’95 i morti furono circa 100 mila e altri 2,2 milioni di persone furono costrette a lasciare le loro case».

+ Sempre su Agi, Nicola Graziani racconta una vicenda che combina in maniera curiosa la condanna di Mladic e l’avvio di questi strani campionati di calcio Europei: «Vale la pena ricordare quel che fu la vicenda di una miniera d’argento, di un campo di patate e di un paio di porte. Perché di cronaca di fatti terribili si tratta, di morte. Però se è di morte si sappia che è anche di resurrezione. E, soprattutto, dimostra che la storia di questo Continente – che non ancora scongiurata la pandemia già è lì che pensa al pallone – dal pallone è stata fatta, e che ha due nature. L’una demoniaca, sì, ma l’altra angelica. O, se non proprio angelica, almeno ludica. E il gioco, soprattutto se accostato al male, alle dimore celesti dei cherubini e dei serafini si avvicina parecchio». Qui il resto del racconto.

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→  Capitol Hill. Secondo un rapporto del Senato USA, l’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio scorso era stato “pianificato alla luce del sole”. L’intelligence aveva raccolto online materiali significativi a partire da dicembre, compresi messaggi come “Portate le pistole. È ora o mai più”. Tuttavia, una combinazione di cattiva comunicazione (il rapporto l’ha definita “caotica, sporadica”), di debole organizzazione e di scarsa leadership ha portato a lasciare inascoltati segnali evidentissimi.

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→ Perù. Ancora in dubbio l’esito delle elezioni presidenziali in Perù: come ricostruito dal Post, l’attivista di sinistra Pedro Castillo avrebbe vinto «con un margine molto ridotto, ottenendo circa 60mila voti in più della rivale Keiko Fujimori, populista di destra, ma non è ancora stato proclamato presidente perché quest’ultima ha contestato i risultati sostenendo che ci siano state “frodi elettorali sistematiche”.
Benché diversi osservatori internazionali abbiano smentito le presunte irregolarità denunciate da Fujimori, le dispute legali potrebbero andare avanti anche per due settimane e ribaltare i risultati delle elezioni. Soprattutto, potrebbero far aumentare ulteriormente le tensioni nel paese, che è sempre più diviso a causa delle disuguaglianze economiche tra la popolazione, della corruzione molto diffusa tra i politici e i funzionari pubblici, e degli effetti della pandemia da coronavirus.
Castillo, ex insegnante e candidato del partito di ispirazione marxista Perù Libero, ha ottenuto il 50,2 per cento dei voti contro il 49,8 per cento di Keiko Fujimori, leader del partito di destra populista Forza Popolare e figlia dell’ex presidente del Perù Alberto Fujimori, che aveva governato il paese in maniera autoritaria dal 1990 al 2000».

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→ Opinioni. “L’Italia continua a ignorare i suoi crimini coloniali”: Igiaba Scego su Domani.
«Pochi sanno che la Germania è stata una potenza coloniale. Pochi sanno che si è macchiata di un genocidio ben prima del nazismo. Pochi sanno che da anni è in corso nel paese una presa di coscienza sui crimini coloniali compiuti un secolo fa contro le popolazioni Nama e Herero in quella Namibia poco narrata dalle cronache giornalistiche dell’occidente.
È di pochi giorni fa, esattamente del 28 maggio, l’annuncio del ministro degli Esteri Heiko Maas su un accordo tra Germania e Namibia su quei crimini del passato. La Germania, che già in precedenza ha presentato delle scuse formali per bocca della cancelliera Angela Merkel, ha riconosciuto il massacro delle popolazioni Herero e Nama tra 1904 e 1908 in pieno Reich Guglielmino. […]
La notizia è stata accolta da parte di alcuni con entusiasmo e da altri con scetticismo. Gli entusiasti hanno visto in questo un passo importante verso una Germania decolonizzata, conscia che i crimini partoriti dal Nazismo sono stati di fatto preparati già dal Reich guglielmino con un massacro che ha lasciato sul campo donne, bambini e uomini uccisi con una ferocia e brutalità inaudita. Una Germania conscia del suo futuro transculturale e proiettata nel futuro. Questa è una delle letture dei fatti.
Chi è scettico invece ha visto in questa presa di posizione della Germania un timing sospetto, dettato più da ragioni geopolitiche e soprattutto arrivato dopo le scuse formali della Francia al Rwanda sul genocidio degli anni Novanta. Anche molte delle comunità locali, i cui antenati sono stati massacrati dal Reich guglielmino, hanno parlato di una riparazione a metà.
Molti hanno denunciato che l’accordo è stato con lo stato e non con le comunità i cui antenati sono stati massacrati. Si è parlato di una cifra irrisoria da una parte e della ambiguità dell’aiuto europeo in un continente, l’Africa, sempre più al centro di una nuova guerra fredda tra Cina e il mondo occidentale.
Insomma non si ha una lettura univoca dell’avvenimento. Ma vista dall’Italia questa discussione che sta interessando la Germania e la Francia sembra davvero fantascienza.
In Italia il rimosso coloniale, soprattutto a livello istituzionale e culturale, è rimasto ancora rimosso. Negli ultimi anni tentativi di decolonizzazione sono arrivati dal mondo accademico e culturale. […] Negli ultimi anni c’è stato un grande interesse su quanto lo spazio urbano delle nostre città sia stato colonizzato dalla propaganda coloniale sia di età liberale sia di epoca fascista. Da Bari a Bologna spuntano vie con il nome dell’Africa, sempre possedimenti coloniali, o come a Roma via dell’Ambaradam, una via che porta il nome di una sanguinosa battaglia coloniale, un massacro di persone che stavano solo difendendo la loro terra. […]
Come è di fatto interessante quello che sta nascendo a Roma, apertura prevista tra un anno massimo due anni, del museo italo-africano Ilaria Alpi. Si può musealizzare il colonialismo e, se sì, come? Le curatrici si stanno ponendo tutte le domande scomode. Cosa mostrare, cosa restituire, cosa lasciare solo agli occhi degli studiosi o degli artisti. […] Insomma, il dibattito è forte in alcuni ambiti intellettuali anche qui in Italia. Ma questa consapevolezza è ancora di pochi»

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→  “How nasty was Nero, really?” Sul New Yorker un ritratto di Nerone a partire dell’esposizione che il British Museum gli sta dedicando, Nero, the man behind the myth. Il progetto mira, se non a riabilitare la figura dell’imperatore, a metterne in discussione la “grottesca” reputazione.

 

   

Ildegarda di Bingen, Tina Modotti, Francesca Woodman

Dall’antica Grecia a oggi sono moltissime le donne che hanno dipinto, scolpito, decorato. Tanti dei loro nomi sono finiti – ingiustamente – nell’oblio.

È arrivato il momento di raccontare un’altra storia dell’arte.

In quest’estratto, le storie di tre delle – silenziose, coraggiose, libere – artiste raccontate da Costantino D’Orazio nel suo nuovo libro, Vite di artiste eccellenti.

 

Le visioni di Ildegarda

Nel Medioevo, raggiungere la veneranda età di ottant’anni è un traguardo notevole, soprattutto per una donna. Quando il 17 settembre del 1179 scompare, Ildegarda di Bingen ne ha ottantadue, vissuti intensamente almeno per la metà. Da circa vent’anni gira l’Europa raccontando in pubblico le sue visioni in cerimonie dove viene acclamata come una santa e venerata come una prescelta da Dio, con cui intrattiene un rapporto speciale. Tra un’adunata e l’altra, detta ad un suo fido scrivano meravigliose apparizioni, che raccoglierà in uno dei suoi libri più preziosi e controversi, lo Scivias, crasi di Scito vias, «Conosci le vie».

[…] Non è stato facile per Ildegarda ottenere il via libera per manifestare a tutti questa sua dote: solo all’età di sessant’anni ha potuto uscire allo scoperto. La monaca deve aggirare l’ostacolo costituito dal divieto imposto da san Paolo, che invita le donne a rispettare il silenzio nelle comunità cristiane e ad evitare di mettersi in una qualsiasi posizione di autorità. Ma lei non agisce per sua volontà, bensì si limita ad obbedire al Signore, che le impone di rivelare ciò che vede.

Donna sensibile e intelligente, capace di prevedere i rischi che una esposizione pubblica avrebbe potuto procurarle, per evitare l’accusa di eresia o, peggio, quella di stregoneria, decide prima di tutto di rivolgersi ad una delle anime più pure e rispettate del suo tempo: il monaco Bernardo di Chiaravalle. Gli scriverà confidando nella sua approvazione, che diventa il viatico per ottenere anche il placet di papa Eugenio III. Grazie a due uomini di prim’ordine, il segreto che l’ha tormentata per gran parte della sua vita diventa un privilegio. Intrattiene rapporti epistolari con dignitari di mezza Europa, che le chiedono consigli o le scrivono per il solo desiderio di vantarsene con i membri delle loro corti, è la consigliera di Federico Barbarossa, proprio nel frangente che si concluderà in uno scisma e l’elezione di due papi nel 1159, diventa badessa del suo convento e ne fonda uno nuovo a Bingen sul Reno, da dove irradia la sua sapienza. Dalla sua ha la convinzione di essere un semplice strumento nelle mani del Signore.

[…] Ildegarda non ha studiato il latino né ha ascoltato lezioni di precettori e teologi, ma riesce a costruire immagini folgoranti, che traduce in miniature straordinarie. Lo Scivias è un capolavoro di filosofia naturale, in cui ad illustrare le sue visioni contribuiscono dettagli estremamente realistici e frutto della sua conoscenza delle cose terrene.

Le sue visioni sono molto più concrete di quelle che coglieranno Matilde di Magdeburgo, Angela da Foligno, Caterina da Siena, o Brigida di Svezia. Sono immagini che non lasciano nulla al caso e non si sciolgono in formule nebulose, affidandosi alla sola emozione e all’ascesi impalpabile. Alcune pagine potrebbero illustrare facilmente un trattato di cosmogonia o un volume di botanica, tale è la consapevolezza che la guida nell’invenzione di figure limpide e sintetiche. Non c’è nulla di narrativo e aneddotico in queste pagine, dove il fulcro dell’immagine è quasi sempre occupato da un cerchio intorno al quale girano le componenti della visione. Alberi, venti, astri, animali d’ogni sorta in dialogo con esseri umani alle prese con le attività quotidiane: Ildegarda dimostra una consapevolezza fuori dal comune, che prende le distanze dagli atteggiamenti ascetici dell’Alto Medioevo. È il segnale che quel ruolo subalterno che la donna sembra assumere subito dopo l’epoca tardoantica, all’esordio del nuovo millennio, comincia a cedere il passo a favore di una sempre maggiore autonomia, intellettuale e sociale.

 

L’impegno civile di Tina Modotti (1896-1942)

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini apprende i primi rudimenti della fotografia in Friuli, grazie allo zio Pietro. Nel suo studio fotografico, la piccola Tina impara l’arte dell’esposizione, dell’inquadratura fino alle tecniche dello sviluppo.

Riuscirà a mettere a frutto queste informazioni quando a diciassette anni affronterà da sola il viaggio verso gli Stati Uniti che la porterà a ricongiungersi con la famiglia, nel frattempo emigrata oltreoceano. Con i genitori si trasferisce a San Francisco, dove nel 1918 si sposa con il pittore Roubaix de l’Abrie Richey. I due decidono di vivere a Los Angeles per poter perseguire una carriera nel mondo del cinema. L’esordio della Modotti da attrice risale al 1920, con il film The Tiger’s Coat, il primo di tre film che interpreta. Il pubblico la acclama per il suo fascino esotico, ma Tina non gradisce quell’immagine di terribile seduttrice che l’industria di Hollywood le cuce addosso. Decide presto di mettere fine alla breve avventura cinematografica per dedicarsi alla fotografia, che approfondisce accanto al fotografo Edward Weston, di cui diventa modella e poi amante. Scoperto il tradimento, il marito scappa in Messico, dove muore di vaiolo prima che la Modotti riesca a raggiungerlo. Una volta lì, viene sopraffatta dal fascino del paese che diventerà la sua terza patria.

In tutta la sua vita, i dieci anni trascorsi senza mai uscire dal Messico sono l’esperienza più stanziale che abbia vissuto. […] Tina si tuffa in questa vivace scena culturale sfruttando la macchina fotografica per raccontare il contesto che la circonda, sempre divisa tra tensione estetica e impegno politico. Vive a stretto contatto con gli artisti più all’avanguardia. Ospita sulla terrazza di casa sua i festeggiamenti per il matrimonio di Diego e Frida, partecipa alle manifestazioni operaie, che documenta puntualmente con il suo obiettivo.

Sull’onda di ciò che ha appreso da Weston produce un cambio di passo nella sua ricerca: da immagini estremamente sfumate, dove prevale l’effetto pittorico, Tina passa alla registrazione della vita reale attraverso gli oggetti e i simboli della rivoluzione messicana. Compaiono cartucciere, falci, chitarre, murales, sombreros, ma anche mani che lavorano, donne con bambini, tessuti e fiori.

Sta maturando una passione politica sempre più profonda, che la conduce all’iscrizione al Partito comunista nel 1927, quando stringe una vivace relazione con Frida Kahlo e Diego Rivera, che la accolgono nel loro mondo fatto d’arte e impegno civile. Le sue posizioni radicali giungono a procurarle la qualifica di «persona non grata» da parte del regime fascista, che attacca spesso nei suoi articoli per il giornale «El Machete». La sua passione la costringerà a diventare cittadina del mondo, fotografa apolide in cerca di avventura.

 

I «selfie» di Francesca Woodman (1958-1981)

Chissà quali erano le reali aspettative di Francesca Woodman, quel giorno che si presentò a Giuseppe Casetti, proprietario della libreria romana Maldoror, mostrandogli le sue fotografie. Non aveva nemmeno vent’anni, ma aveva già accumulato una grande quantità di scatti che dimostravano una chiarezza di vedute piuttosto insolita per una persona così giovane. È giunta a Roma dagli Stati Uniti per frequentare i corsi che la Rhode Island School of Design mette a disposizione dei suoi studenti in Italia. L’esperienza romana costituirà il momento più intenso del suo percorso artistico. A Roma stringerà amicizia con altri artisti, come la pittrice Sabina Mirri o Giuseppe Gallo, frequenterà la Galleria Ugo Ferranti, una delle situazioni di proposta più vivaci della capitale, e condurrà la sua ricerca, tanto originale quanto fugace.

Apparentemente semplici e immediate, le sue fotografie celano uno studio profondo del rapporto tra il suo corpo e lo spazio circostante, che si tratti di un ambiente naturale o di un’architettura. Quando non buca l’obiettivo con lo sguardo, gli autoritratti della Woodman la vedono sfocare i contorni a causa del movimento.

Ha solo quattordici anni quando realizza il suo primo autoritratto, nel quale inserisce anche il filo che collega la macchina al pulsante dell’autoscatto, manifestando una sorprendente coscienza della narrazione del processo creativo. I capelli le coprono il viso, in un gioco tra visibile e nascosto che continuerà ad appassionarla in tutta la ricerca successiva.

Woodman si spoglia per trovare risposte sulla propria identità. Fotografa il proprio corpo con estrema naturalezza, documentando il suo mutamento negli anni, dall’adolescenza all’età adulta, ma spesso non lo rivela del tutto, lo tiene nascosto dietro mobili e oggetti, carta da parati, piante, specchi. Non c’è alcun intento di denuncia o presa di posizione politica in queste immagini: il corpo di Francesca esplora il rapporto tra pieni e vuoti nello spazio, quello tra presenza e assenza e la consapevolezza di sé, che nelle sue foto è soggetto e oggetto allo stesso tempo, autrice consapevole e oggetto esplorabile, fuori da qualsiasi simbolismo. Il suo uso del corpo verrà da molti considerato un atto femminista di affermazione della presenza individuale, ma si tratta di riletture postume, perché lei non sembra interessata ad alcuna affermazione politica. È a livello formale, invece, che il suo lavoro è perentorio e deciso, tanto da ispirare artiste come Cindy Sherman, Sophie Calle e Nan Goldin.

[…] Incredibilmente prolifica, Woodman, negli appena otto anni in cui lavora prima di togliersi la vita, produce oltre diecimila negativi e ottocento stampe, di cui ne risultano pubblicate ed esibite poco più di un centinaio. In una che compare nel suo libro d’artista è appuntato questo messaggio a Casetti, che sembra una icastica descrizione del modo in cui ha vissuto intensamente la sua breve esistenza:

Questa è l’ultima pagina di una storia. Io da piccola leggevo sempre al contrario e adesso sono un po’ così… contraria. In bocca al lupo. La tua amica del cuore.

 

Scopri il libro:

Legenda. Libri per leggere il presente

Legenda è una piccola rassegna stampa, uno sguardo rapido ai fatti che hanno scandito la settimana, ma anche un invito a leggere il presente togliendo il piede dall’acceleratore.

Legenda è un tentativo di legare il mondo che corre alle parole che aiutano a capirlo.

Questa settimana parliamo di vaccini, di riscaldamento climatico, dell’EuroQci, del Festival Economia Trento 2021 – senza dimenticare la Festa della Repubblica.

 

→ Vaccini. Biden ha annunciato che gli Stati Uniti invieranno 25 milioni di dosi di vaccino nel mese di giugno a Paesi che ne hanno urgente bisogno, a rinforzare in gran parte l’iniziativa globale Covax. L’obiettivo, come riporta Time, è di inviare complessivamente 80 milioni di dosi prima della fine di giugno, conservando il 25% delle dosi in eccedenza per le emergenze.

Come anticipato dal Wall Street Journal, peraltro, l’Unione Europea sarebbe pronta a presentare un piano alternativo, che dovrebbe prevedere la sospensione delle restrizioni all’export di vaccini e delle relative materie prime.

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→ Caldo mortale. Come ricostruito dal Guardian, secondo uno studio pubblicato su Nature Climate Change, il 37% delle morti causate dal caldo tra il 1991 e il 2018 sarebbe attribuibile a un innalzamento della temperatura causato dalle attività umane.

“I dati suggeriscono che gli effetti sulla salute del rapido riscaldamento sono rilevabili già in queste fasi iniziali di un cambiamento climatico potenzialmente catastrofico” ha affermato il professor Antonio Gasparrini, della London School of Hygiene & Tropical Medicine. “Il messaggio è… non bisogna aspettare il 2050 per constatare aumenti nel numero delle morti causate dall’innalzamento della temperatura.”

 

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→ Cina. Grazie a una decisione del 31 maggio, alle coppie cinesi è ora permesso avere fino a tre figli.

Come ha ricostruito Pierre Haski, tradotto da Internazionale, “la politica delle nascite ha vissuto evoluzioni radicali nel corso del tempo. Mao vedeva nella popolazione numerosa uno dei punti di forza della Cina, innanzitutto sul piano militare. […] Tre anni dopo la morte di Mao, nel 1976, Deng Xiaoping ha operato una svolta a 180 gradi, introducendo la politica del figlio unico. Per trentacinque anni questa misura è stata imposta in modo autoritario, con aborti e sterilizzazioni forzate oltre a punizioni severe. […] La misura è stata cancellata soltanto nel 2015, quando ormai da anni i demografi avvertivano il Partito comunista del rischio che la Cina diventasse “vecchia prima di essere ricca”, secondo una formula molto diffusa. […] Ma laddove la generazione precedente aveva ardentemente desiderato creare famiglie più numerose, quella che è cresciuta con la politica del figlio unico non ne aveva più alcuna intenzione.

La politica del secondo figlio ha dunque avuto un impatto relativo sulla demografia cinese. Da questo insuccesso deriva la decisione, presa il 31 maggio, di alleggerire ulteriormente la regola, senza però abolirla.

Nel frattempo sono stati resi pubblici i risultati del censimento decennale condotto nel 2020. Malgrado gli 1,4 miliardi di abitanti, la Cina ha registrato l’aumento di popolazione più debole degli ultimi decenni, con una media di 1,3 figli per donna, una delle più basse del mondo. […]

La struttura familiare è riassunta dalla formula 4-2-1: quattro nonni, due genitori e un figlio. I nonni, senza pensione, sono a carico dei loro discendenti, che non possono permettersi di avere più di un figlio. Inoltre il mercato immobiliare e il costo della vita nelle grandi città sono proibitivi, e le coppie si scontrano con la mancanza di strutture di sostegno.

Il potere cinese non aveva previsto questa crisi demografica che rischia di costare caro all’economia, creando un reale problema di gestione degli anziani nei prossimi due decenni. Siamo davanti a un chiaro errore di pianificazione. Il colmo per un paese comunista”.

   

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→ EuroQci. La Commissione europea ha scelto di affidare la futura rete internet quantistica dell’Unione – EuroQci (quantum communication infrastructure) – a un consorzio di aziende e istituti di ricerca nei settori della difesa, dell’industria aerospaziale e del digitale. I soggetti coinvolti sono Airbus defence, Orange, Pwc, Leonardo e Telespazio, insieme al Consiglio nazionale delle ricerche e l’Istituto nazionale di ricerca meteorologica.

L’intenzione, come ricostruito da Wired, è quella di “imprimere un’accelerazione nello sviluppo del settore della sicurezza digitale, per incrementare l’indipendenza e l’autonomia del blocco rispetto ai competitor internazionali. L’obiettivo dell’iniziativa EuroQci è quindi di costruire uno scudo di comunicazione quantistica per proteggere tutti gli stati membri dalle minacce informatiche. […]

I primi utenti dell’infrastruttura saranno le agenzie governative e le autorità dell’Unione, che richiedono il massimo livello di sicurezza per proteggere informazioni vitali per la sicurezza del blocco”.

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→ Festival Economia Trento 2021. È partita il 3 giugno la sedicesima edizione del Festival. Tema conduttore sarà “Il ritorno dello Stato. Imprese, comunità, istituzioni”.

A ragionare sulle questioni che la pandemia ha posto sul tappeto quest’anno, anche cinque premi Nobel per l’Economia: Michael Kremer, Paul Milgrom, Joseph E. Stiglitz, Michael Spence e Jean Tirole.

Qui gli eventi che consigliamo, giorno per giorno.

Qui invece il programma completo e una panoramica sui tantissimi relatori.

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→ 2 giugno, Festa della Repubblica.

 

            

 

Come sono sopravvissuta a un manipolatore

«Spesso consiglio di trasformare la propria storia in disegni, in parole, in dipinti. Salire sul palco, filmarsi… Usare la propria storia finché ‘perde senso’ per noi. È quello che ho fatto io.»

Sophie si innamora perdutamente di Marcus e le sue giornate sembrano uscite da un romanzo rosa. A poco a poco però Marcus mostra il suo vero volto: è diverso, si contraddice, la isola dagli amici, nega l’evidenza.

L’amore non basta! è il primo fumetto di Sophie Lambda, che in questo video ci racconta la sua relazione con un narcisista manipolatore, dall’abisso alla liberazione: perché uscirne è possibile, una volta trovate le parole giuste per raccontare la propria storia e donarla al mondo.

 

 

Scopri il libro e leggi un estratto:

L’amore non basta!

L’amore può declinarsi in molti modi. Alcuni possono rivelarsi distruttivi: per esempio se la persona che amiamo è un narcisista manipolatore che, giorno dopo giorno, rende la nostra vita un vero inferno.

Quando Sophie incontra Marcus, un uomo brillante, passionale, affascinante, si innamora nel giro di 48 ore. Proprio lei, sicura di sé e disincantata sull’amore, stavolta ci crede, e tra i due ha inizio una relazione travolgente. Ma dopo poco tempo Marcus comincia a raccontare bugie, fa sempre più spesso scenate, ha reazioni spropositate, la isola dagli amici. Crescono le incertezze di Sophie – forse sono davvero opprimente e non me ne rendo conto? forse davvero non mi controllo? – che la sprofondano in un disagio a cui non riesce a dare un nome. La sensazione è di essere finita in un vortice dal quale non riesce a uscire.

Attraverso la sua storia, l’autrice racconta i comportamenti e gli schemi di una relazione manipolatoria. Un’esperienza vissuta da molti ma di cui si parla poco, perché chi l’ha superata ne porta i segni e chi ci è dentro spesso ne prova vergogna.
Con  L’amore non basta!  Come sono sopravvissuta a un manipolatore, Sophie Lambda ha trovato le parole per raccontarla e, soprattutto, prova che se ne può uscire.

 

In questo estratto, tre esempi di tecniche utilizzate da un manipolatore o da una manipolatrice per riprendere il controllo sul partner dopo una rottura, ma anche due buone strategie per evitare questi tentativi di destabilizzazione.

 

Festival Economia 2021, si parte!

La sedicesima edizione del Festival dell’Economia di Trento è partita!
Ecco i nostri consigli, giornata per giornata, in diretta sulla nostra pagina Facebook:
Puoi consultare il programma completo e seguire gli eventi in diretta sul canale YouTube e sul sito del Festival: https://www.festivaleconomia.it/it/programma/live

 

Il Coronavirus ha radicalmente modificato il contesto economico, sociale, politico e culturale in cui ciascuno di noi vive. In questo nuovo contesto lo Stato ha recuperato un ruolo primario nella vita dei singoli cittadini come scrive Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, nella presentazione del programma del 2021: “La pandemia di Coronavirus ha spinto il settore pubblico a entrare in modo ancora più invasivo nelle nostre vite, regolando ogni aspetto più recondito della nostra quotidianità, dalle nostre uscite di casa alle persone che possiamo invitare a cena. Intendiamoci: lo ha fatto spesso (non sempre) per buone ragioni e altri paesi, che hanno avuto uno Stato meno invadente, se ne sono pentiti amaramente. Fatto sta che anche quando finalmente usciremo dall’emergenza ci ritroveremo con uno Stato ipertrofico che ha invaso campi in passato riservati esclusivamente all’iniziativa privata”. Per questo motivo il tema conduttore della sedicesima edizione del Festival sarà “Il ritorno dello Stato. Imprese, comunità, istituzioni”.

“La fine della pandemia – prosegue Boeri – può essere l’occasione per ridisegnare i confini dello Stato, rafforzare la sua presenza dove ce n’è maggiore necessità progettandone la ritirata altrove. Cosa deve fare il settore pubblico per i propri cittadini e cosa invece deve limitarsi unicamente a regolare e lasciare all’iniziativa privata? E come trattare il privato che non si limita perseguire i propri interessi individuali o d’impresa, ma che si organizza in comunità, in associazioni del Terzo settore, capaci di occuparsi del bene comune al pari, se non meglio, del settore pubblico?”

A ragionare sulle questioni che la pandemia ha posto sul tappeto quest’anno cinque premi Nobel per l’Economia: Michael Kremer (2019) che aprirà il festival riflettendo sui meccanismi che possano impedire colli di bottiglia e blocchi di esportazioni nella fornitura su scala globale di vaccini. Nei giorni successivi Paul Milgrom (2020), che si soffermerà sul disegno delle aste e delle gare d’appalto pubbliche, un tema di grande rilevanza alla luce del rilievo che hanno gli investimenti pubblici nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; Joseph E. Stiglitz (2001) sul nuovo ruolo dello Stato in presenza di forti esternalità come quelle esercitate dai focolai globali di coronavirus e Michael Spence (2001) sul delicato rapporto tra trasformazione digitale, uguaglianza delle opportunità e sostenibilità sociale, mentre Jean Tirole (2014) tratterà della tutela della privacy nell’era del digitale.

È un’edizione ancora più internazionale delle precedenti, non solo per il gran numero dei relatori non italiani, ma anche perché ci si interrogherà su quale parte del pianeta parteciperà alla ripresa dalla pandemia, a partire dall’intervento di Gita Gopinath capo economista del Fondo Monetario Internazionale. Olivier Blanchard, autore del manuale di macroeconomia su cui si sono formate generazioni di economisti, si interrogherà sulle sorti del Patto di Stabilità e Crescita alla luce dei livelli acquisiti dal debito pubblico durante la pandemia, mentre Lucrezia Reichlin e Luis Garicano ci spiegheranno come si è arrivati al Recovery Plan e in che misura questo cambierà i rapporti tra i paesi membri e le politiche dell’Unione. Enrico Moretti si interrogherà su come sia possibile rafforzare la cooperazione internazionale nella tassazione dei super-ricchi alla luce dell’esperienza degli Stati Uniti con la tassazione patrimoniale e le scelte residenziali dei più ricchi.

Lo Stato ha un ruolo molto diverso in diverse parti del mondo. Branko Milanovic ci intratterrà sulle enormi differenze fra ruolo dello Stato, da una parte, in paesi come Cina e Russia e, dall’altra, negli Stati Uniti e in Europa. Una differenza cruciale, come abbiamo visto durante la pandemia, è legata al ruolo giocato da una informazione indipendente, un tema di cui tratterà Julia Cagé.

Il ritorno di protagonismo dello Stato non deve avvenire a detrimento della società civile e del cosiddetto terzo settore. Daron Acemoglu porrà l’attenzione sull’attuale delicato equilibro tra ruolo rafforzato dello Stato e fragilità della società civile. Thomas Piketty, discuterà del ruolo di nuove forme “partecipative” che consentano un’ampia condivisione del potere, della ricchezza e della gestione delle imprese. Philippe Aghion si interrogherà su come rendere più inclusivi e sostenibili (anche sul piano ambientale) i meccanismi di mercato. Mark Carney, già Governatore della Bank of England e della Banca Centrale Canadese, ci parlerà delle vecchie e nuove disuguaglianze e della crisi di valori a queste associata. Luigi Zingales discuterà di come la pandemia sia stata anche uno stress test per il nostro senso civico, che ha giocato un ruolo cruciale nel contenere la pandemia. Nel rafforzare il senso civico e la fiducia fra i cittadini e fra le imprese è fondamentale avere un sistema giudiziario efficiente. Su questo tema interverranno, alla luce della loro esperienza, Giuseppe Pignatone e Paola Severino.

Il ritorno dello Stato viene invocato spesso come partecipazione diretta al capitale delle imprese. Beata Javorcik, capo economista presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, affronterà la questione di quanto un maggiore ruolo dello Stato nell’economia attraverso l’intervento di banche e imprese pubbliche favorisca davvero gli investimenti privati e la crescita. Mariana Mazzucato, invece, proporrà un nuovo modo di concepire il ruolo dello stato imprenditore realizzando una simbiosi tra pubblico e privato. Lo storico Gianni Toniolo sosterrà che in realtà lo Stato non se ne è mai andato, non ha mai cessato di intervenire nella vita delle imprese. E la testimonianza di Romano Prodi sarà molto importante anche nel capire pro e contro dell’intervento diretto dello Stato in economia.

Lo Stato è soprattutto un arbitro e un regolatore dell’iniziativa privata, particolarmente attento ad evitare concentrazioni di potere di mercato in poche mani e a prevenire discriminazioni ed effetti distributivi indesiderabili. Oriana Bandiera tratterà di come le norme anti-corruzione possono avere effetti perversi sulle burocrazie. David Card nella sua Alan Krueger lecture discuterà dei pro e dei contro dei programmi di azione positiva nel contrastare la discriminazione di genere, etnica e razziale, un tema affrontato anche da Paola Profeta e Linda Laura Sabbadini.

Lo stato non è un monolite. Oggi, soprattutto, in Europa, lo Stato è un arcipelago di autorità a diversi livelli di governo, come ci esporrà Sabino Cassese. Durante la pandemia ci sono stati frequenti conflitti fra amministrazioni centrali e locali. Può essere il PNRR un’occasione per migliorare la cooperazione fra Stato e Regioni? Sul tema, tra l’altro, un dialogo tra Francesco Giavazzi e Mariastella Gelmini.  Per attuare le grandi riforme del Piano occorre rinnovare la classe dirigente della pubblica amministrazione che spesso si è rivelata inadeguata. Franco Bassanini e Bruno Dente ragioneranno su cosa fare dello spoils system e come rafforzare competenza e terzietà delle burocrazie. Pedro Gomes e Pietro Garibaldi discuteranno delle specificità del lavoro nel settore pubblico alla luce di comparazioni internazionali. Mentre Alessandro Pajno ci racconterà, alla luce della sua esperienza di servitore dello Stato, come sono le carriere ai vertici dello Stato e attraverso quali buone pratiche la pubblica amministrazione possa riconquistare la fiducia da parte dei cittadini.

Nutrita, come sempre, la presenza istituzionale. Per il momento, ma non si escludono ulteriori presenze, hanno confermato la loro partecipazione: il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, i ministri Renato Brunetta, Roberto Cingolani, Vittorio Colao, Massimo Garavaglia, Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti ed Enrico Giovannini. Presenti anche Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e naturalmente il governatore della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti e il sindaco di Trento, Franco Ianeselli.

Fra i format più attesi del Festival quello dei “Forum”. Il primo sarà dedicato alla scuola e agli effetti delle chiusure e della dad sull’apprendimento degli studenti. Fra i relatori Elia Bombardelli, giovane docente di matematica e fisica che impartisce lezioni su YouTube. Il secondo appuntamento sarà invece dedicato al tema dei nuovi modelli di assistenza sanitaria, tra i relatori Ilaria Capua e Walter Ricciardi. Nel successivo Forum si parlerà di Terzo settore con, fra gli altri, Carlo Borgomeo della Fondazione “Con il Sud”. Il tema della sicurezza in economia sarà, invece, al centro di un confronto a cui interverrà l’economista Alessia Amighini, insieme ad altri esperti. Negli altri Forum si parlerà di nuove povertà e reti sociali, del rapporto fra Regioni e Stato centrale, di politiche ambientali e giustizia sociale, del rapporto fra imprese e Stato dopo la pandemia e della nostra nuova vita in digitale, con Elena Capparelli, direttrice di RaiPlay e Digital.

Imprescindibile, come sempre, l’appuntamento “Incontro con l’autore” curato da Tonia Mastrobuoni  dove si discuterà dei temi del Festival, partendo dalle novità editoriali più interessanti. Tra gli ospiti Minouche Shafik, direttrice della London School of Economics and Political Sciences, Bruna Bagnato, Marco Bentivogli, Magda Bianco, Francesco Billari, Andrea Capussela, Simona Colarizi, Enzo Cipolletta, Chiara Cordelli, Franco Debenedetti, Ferrucio de Bortoli, Andrea Fracasso, Chiara Mio, Paolo Morando, Nicoletta Parisi, Irene Tinagli, Giulio Sapelli.

Significativa anche la presenza di vertici aziendali quali, tra gli altri, Valentina Bosetti (Presidente di Terna), Alessandro Profumo (Amministratore delegato di Leonardo) e Salvatore Rossi (Presidente di TIM).

 

La squadra del Festival

Il Festival dell’Economia di Trento è promosso dalla Provincia autonoma di Trento, dal Comune di Trento e dall’Università degli Studi di Trento. Progettato dagli Editori Laterza.

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Dalla soggettività al linguaggio

Stefano Petrucciani, Alias, 25 ottobre 2020

Non è facile scrivere una storia del pensiero contemporaneo; per farlo bisogna innanzitutto sciogliere una serie di nodi piuttosto aggrovigliati. Il primo è quello della periodizzazione: dove comincia la contemporaneità? Seguendo una solida tradizione (si pensi al grande classico di Karl Löwith, Da Hegel a Nietzsche), Lucio Cortella svolge egregiamente il compito nel suo La filosofia contemporanea. Dai paradigma soggettivista a quello linguistico, assumendo come punto di partenza la diaspora che segue alla crisi del sistema hegeliano; qui finisce irrevocabilmente la metafisica e ha inizio l’universo di pensiero nel quale ancora abitiamo. L’altra questione spinosa con la quale ci si deve misurare è quella del «canone». Come Cortella scrive proprio nella prima pagina del libro, non disponiamo ancora di standard condivisi in grado di stabilire indiscusse gerarchie tra pensatori e scuole filosofiche.

Certo, che Husserl e Heidegger, Wittgenstein e Popper facciano parte del canone è difficile da mettere in dubbio. Ma, per molti altri filosofi di media grandezza, lo storico deve assumersi la responsabilità di scegliere e selezionare, includere o escludere. È inevitabile, e in fondo il vero problema non è neanche questo.

Piuttosto, è possibile, nella proliferazione di teorie che riempiono i due secoli dell’età contemporanea, individuare una linea di tendenza, un vettore di sviluppo? E, soprattutto, come organizzare e strutturare in modo perspicuo un così vasto materiale? Uno degli aspetti più interessanti del volume di Cortella, oltre alla sua assoluta limpidezza di scrittura, condizione necessaria per chi si accinga a un’impresa di questo genere, è il modo molto netto con il quale risponde alle due domande appena evocate. Nella sua prospettiva, dichiaratamente influenzata da quella di Habermas, il cammino del pensiero post-hegeliano può essere decifrato come un processo di apprendimento.

Il vettore che orienta il pensiero contemporaneo, per Cortella, è quello che conduce, come dichiara il sottotitolo del volume, «dal paradigma soggettivista a quello linguistico». La filosofia moderna, che ha inizio con l’Ego cogito di Cartesio e, passando per l’«Io penso» di Kant, culmina nell’Idea hegeliana, è una filosofia del soggetto; dallo sfaldarsi della soggettività, viene faticosamente emergendo una nuova centralità, quella del linguaggio. Se questa è la linea di fondo, mirabile e coerente con essa è anche l’organizzazione del materiale. La trattazione è articolata in due parti: nella prima ripercorriamo la crisi della soggettività idealistica, attraverso Feuerbach e Marx, Kierkegaard e Nietzsche, lo storicismo tedesco. Nella seconda invece siamo, per riprendere un famoso titolo heideggeriano, in cammino verso il linguaggio. L’idea che guida questa seconda parte della ricostruzione, un’idea forte ma – io credo – persuasiva, è che il pensiero novecentesco si possa accorpare lungo tre grandi assi, ciascuno dei quali approda, a modo suo, alla centralità del linguaggio: la linea della fenomenologia e dell’esistenzialismo, che passando per Husserl, Heidegger e Sartre arriva all’ermeneutica di Gadamer; la linea «analitica» per la quale, a partire da Wittgenstein, il linguaggio è sempre al centro dell’interrogazione filosofica. E, per finire, quella della dialettica e della teoria critica che, passando per i grandi della Scuola di Francoforte come Horkheimer, Marcuse e Adorno, approda anch’essa, con Habermas, al primato della dimensione comunicativa. Il racconto è ben strutturato, ma soprattutto è sorretto da un’idea-forza: ogni transizione, ogni innovazione concettuale, deve essere compresa nella sua necessità. La storia della filosofia non può essere semplicemente raccontata, ma deve anche essere ripensata. Fare storiografica filosofica – questa la condivisibile tesi dell’autore – significa sempre anche pensare in prima persona.

 

Scopri il libro:

Una guerra civile? Alle radici del conflitto israelo-palestinese

Nelle ultime settimane la questione israelo-palestinese ha avuto una risonanza enorme su tutti i media, dando una nuova scottante attualità al tema.
Quali sono le sue origini e che cosa può insegnarci la Storia per fare più chiarezza?
Martedì 25 maggio, la professoressa Marcella Emiliani e il professor Claudio Vercelli ne hanno discusso in un incontro intitolato ‘Una guerra civile? Alle radici del conflitto israelo-palestinese’, moderato dal nostro editor Giovanni Carletti.

 

Scopri i libri di Marcella Emiliani e Claudio Vercelli: 

  

 

Cento poesie d’Italia. «Voci per il presente»

Luca Serianni racconta la sua antologia nata in lockdown: Donne e outsider. Irrinunciabili? Dante, Leopardi, Pascoli

Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 16 novembre 2020

Per quelli che non hanno familiarità con la poesia ma ne sono incuriositi, l’effetto è la sorpresa. A quelli che invece la praticano abitualmente, il nuovo libro di Luca Seriarmi regala la stessa «felicità mentale» che anni fa diede il titolo a un saggio dantesco di Maria Corti. Dunque, tra sorpresa e felicità mentale, non si può chiedere di meglio. Il verso giusto (Laterza) è un’antologia ma senza troppe preoccupazioni didattiche, anche se si esce dalla lettura arricchiti di notizie storiche, critiche e linguistiche (ovviamente, essendo Serianni uno dei maggiori linguisti del nostro tempo). Un’antologia «idiosincratica»: da una parte non indifferente al canone, ma dall’altra obbediente al gusto personale del suo compilatore. Sicché, tra i cento (e non più di cento) testi scelti, troviamo componimenti di Petrarca e Tasso, di Ariosto e Leopardi, ma facciamo anche incontri inaspettati: con il napoletano quattrocentesco de Petruciis che scrive sonetti amorosi in carcere aspettando la decapitazione; con Camillo Scroffa che dedica i suoi versi petrarcheschi ai peli dell’amato discepolo; con il satirico barocco di area bresciana Bartolomeo Dotti che paragona l’amante all’alchimista; con il friulano Ciro di Pers che si sofferma sui propri calcoli renali. E con diversi altri nomi trascurati o quasi dalle storie letterarie. Per non dire delle presenze femminili, che qui acquistano un rilievo non occasionale. Oppure di alcune rivalutazioni sorprendenti, come quella di Carducci, la cui fama è andata via via tramontando, bollato come «poeta professore». Insomma, ce n’è da piluccare liberamente, come sembra fare il passerotto in copertina che va becchettando semini in forma di asterischi (gli stessi che nel testo segnalano in rosso i cento componimenti). Il tutto con cappelli e commenti essenziali sulle biografie, sulle idee, sul contesto e sui testi (filoni, tematiche, generi, stili, linguaggio). Ricordando che questo libro è stato il frutto del primo lockdown, trascorso nella casa di Ostia, con il suo stile verbale di rara eleganza, insieme fermo e cordiale, Serianni spiega i criteri su cui si regge la scelta. «Va detto subito che ho escluso la poesia dialettale, con l’obiettivo di illustrare la poesia scritta in italiano e non quella scritta in Italia. Ho voluto inserire alcuni testi noti o prevedibili: il Cinque Maggio naturalmente c’è, ed è una poesia che non mi lascia indifferente, ma c’è anche per la sua rappresentatività. A parte ciò, ho fatto valere il mio gusto, determinante e discutibile quanto più ci avviciniamo all’oggi». In effetti è un Novecento poco canonico, in cui accanto a Saba Ungaretti Montale, troviamo il ticinese Giovanni Orelli, Biancamaria Frabotta, la sconosciutissima Francesca Romana de’ Angelis e che si conclude con Enrico Testa… Si avverte una predilezione per lo stile semplice, la poesia «onesta» che piaceva a Saba: lo stesso Saba, Penna, Caproni… Per questo non sorprendono le assenze delle voci sperimentali e neanche quelle (più dolorose) di Pasolini, Sereni, Bertolucci, Giudici, Zanzotto, Giorgio Orelli… «Ho messo in bilancio che sarò ampiamente criticato per le scelte novecentesche», scherza Serianni. Anche le origini riservano qualche sorpresa. «Mi è sembrato utile inserire il Detto del gatto lupesco, che è ignoto ai più, per documentare la poesia giullaresca in un contesto in genere affollato di donne angelo e di amori infelici. È un componimento che al lettore moderno, disorientato di fronte alle immagini iper allegorizzanti del testo antico, dà un effetto di straniamento fin dalle battute iniziali in cui due cavalieri incontrano il giullare, travestito metà da gatto e metà da lupo, gli chiedono “ki sei tu?” e si sen tono rispondere: “Quello k’io sono, ben mi si pare”. Cioè, detto con un certo fastidio: è evidente quello che sono…».

Come si spiega la presenza insolitamente numerosa di poeti barocchi?

«II Seicento mi ha sempre incuriosito. Continuo a pensare che sul barocco poetico gravino ancora i pregiudizi di De Sanctis, spesso ripetuti stancamente nelle storie della letteratura: il cattivo gusto secentesco eccetera… È un secolo innovativo come tematiche ma all’interno di un codice tradizionale, basti pensare che il sonetto è la forma metrica ricorrente. Nei casi più felici io vedo una grande creatività linguistica e ideativa».

Un esempio?

«C’è una poesia del marchigiano Giovan Leone Sempronio, La bella zoppa, che non è necessariamente una caricatura o una di quelle prove satirico-giocose del genere di Francesco Bervi: ci si può innamorare di una donna zoppa, oppure pidocchiosa, come canta un altro poeta? La risposta è: sì, anche se con singoli difetti fisici le donne non perdono il loro fascino poetico o il loro potenziale di seduzione. Certo, è un punto di vista molto distante dal canone petrarchesco. In questa mia personale sensibilità, rientra pure un poeta secentesco, anche se non barocco, come Francesco Redi: il ditirambo Bacco in Toscano è un gioco linguistico molto brillante e vivace sul tema dell’ubriachezza».

La presenza delle voci femminili è notevole, da Gaspara Stampa a Elsa Morante. Domanda inevitabile: ci sono delle costanti riconoscibili nella poesia femminile?

«Nelle poche poetesse prenovecentesche si riconosce una maggiore varietà di affetti e di stimoli affettivi, anche se non mancano i poeti maschi, per esempio nel Settecento, che parlano di sentimenti familiari. Una novità del Cinquecento è la comparsa delle donne tra gli autori letterari: sono aristocratiche come Vittoria Colonna o cortigiane come Gaspara Stampa. La pura imitazione del modello petrarchesco presenta qualche scarto in più nella poesia femminile: Vittoria Colonna, per esempio, ha una componente religiosa molto più forte del consueto. Per quanto riguarda l’età contemporanea, invece, è più difficile individuare uno specifico femminile».

Nel Cinquecento c’è Isabella Morra, uccisa a 25 anni dai fratelli per il sospetto di una relazione con un nobile spagnolo.

«Il sonetto in cui si rivolge al fiume, tema topico già presente nella poesia latina, è molto interessante, anche perché è legato all’assenza del padre. Alla variante del tema amoroso si aggiunge anche l’annuncio finale di un possibile suicidio nelle acque del Sinni, che scorre nella sua valle in provincia di Matera. Anche qui ci sono aspetti di innovazione rispetto alla lirica maschile media dell’epoca».

Si può dire lo stesso per la poco conosciuta Faustina Maratti Zappi?

«È una poetessa che entrò giovanissima in Arcadia: Leopardi ne riconobbe “la composta vivacità e certa leggiadria”. Ho voluto che fosse presente con due sonetti. Il primo tratta la gelosia, insolito nella poesia maschile, dove è difficile che l’autore lamenti la scarsa fedeltà della donna, la quale può essere inarrivabile ma è raro che si mostri sensibile alla corte di un altro… Il secondo sonetto è invece dedicato al dolore perla morte di un figlio bambino».

È raro trovare la Morante in versi nelle antologie.

«Mi è sempre piaciuto Il mondo salvato dai ragazzini, anche se so che viene spesso deprezzato: tra l’altro il tema dell’infanzia incolpevole e soccombente è anche al centro de La Storia. Riconosco che in questo caso è scattato, più che altrove, un meccanismo di gusto personale, come per Biancamaria Frabotta, di cui ho apprezzato il motivo dell’amore coniugale, che ha certo dei precedenti, per esempio in Monti e in Saba, ma compare qui con accenti ironici e autoironici».

Nel gusto classicista dell’antologia rientra anche la simpatia per Carducci?

«Sono rimasto uno dei suoi pochi estimatori: ho inserito una odicina non molto nota, che si intitola Ave e parla della morte di un ragazzino figlio della sua amante, in cui forse c’è il suo personale lutto di padre, quello cantato in Pianto antico, nota quanto il Cinque Maggio. E in questa prospettiva si colloca anche Giacomo Zanella, una figura di classicista ottocentesco appartato e tutt’altro che attardato, un sacerdote veneto che aveva una sensibilità sociale e che tentò di conciliare scienza e fede».

Di Zanella, lei ricorda una brillante osservazione sugli italiani che hanno «speciale linguaggio poetico…: remoto mille miglia dal prosaico». Aveva ragione Zanella?

«Lo disse quando ormai non era più vero per buona parte dei suoi contemporanei, ma da buon classicista ne era convinto. In realtà, credo che negli italiani ci sia questo atteggiamento: se paragoniamo la nostra alla poesia spagnola e francese dell’Ottocento ci rendiamo conto che lì non c’è nessun linguaggio speciale. In fondo Victor Hugo diceva di voler mettere un berretto rosso al vocabolario per aprirlo a tutti i termini, alti e bassi, non alle forme grammaticali che erano già quelle del francese comune. C’è stato un ritmo di evoluzione diverso ed è vero che in Italia la poesia è spesso stata avvertita come lingua speciale».

La poesia religiosa che peso ha?

«I nomi, nell’antologia, sono due: Jacopone e il Manzoni della Pentecoste, che si ripropone di creare un classicismo alternativo a quello mitologico. Non è vero però che il Manzoni poeta sacro innova la lingua parlando la lingua di tutti, perché l’intonazione resta molto alta. La distanza tra il Manzoni prosatore e il Manzoni poeta è sempre netta».

E la poesia di intonazione civile?

«Dante è anche un poeta civile, ma sarebbe riduttivo limitarlo a questo. Ho scelto tre momenti. Intanto, La salubrità dell’aria: Parini è un poeta difficile per un lettore moderno, quindi ho scelto un’ode piuttosto nota, che propone temi di grande attualità come la “salute civile”, il bene pubblico, l’aria ammorbata di Milano, le colpe dei cittadini mossi dal “lucro”, da “lusso e avarizia”. L’altro è Manzoni, il poeta civile e patriottico. A suo tempo studiai Marzo 1821, ma ho preferito il Cinque Maggio anche se è una poesia di fondo religioso, tutta volta alla celebrazione non solo del Napoleone terreno, ma del Napoleone convertito: il poeta immagina infatti che la fede cristiana abbia consolato l’esule negli ultimi anni, risolvendo così in chiave eterna la sua vicenda terrena».

Senza dimenticare Foscolo…

«Nel pensare alla cosiddetta “religione dei sepolcri” ho richiamato il fatto che mentre scrivevo, in aprile, c’era il dramma del mancato saluto ai propri morti avvertito con una particolare violenza a causa della pandemia. Anche questo mi è sembrato un tema che ha riflessi sociali e non quelli solipsistici del poeta perso nei propri amori infelici».

Perché i poeti della domenica le ispirano un moto di simpatia?

«Sono tanti e spesso illeggibili, non certo destinati all’immortalità e neanche alla dignità artistica. Ma come cittadino sono commosso dal fatto che ci sono persone che, con i loro mezzi e con la loro ispirazione, affidano alla poesia temi a cui tengono molto. La vitalità della poesia è testimoniata anche dalla presenza di grandi intellettuali, non letterati di professione, che scrivono testi di notevole livello. Ne cito due: il fisico Sergio Doplicher e l’economista Franco Tutino… Persone che esercitano la poesia restando fuori delle combriccole chiuse alimentate da amore e odio, da invidie e meschinità: quelle ricordate da De Gregori in una nota canzone…».

Con quali criteri ha selezionato Dante?

«Ho scelto un canto canonico, il III del Paradiso, e altri che lo sono molto poco. Il XXX dell’Inferno non viene letto mai a scuola, ma è straordinario per la capacità che Dante rivela nel dialogo comico e anche per la compresenza di registri, dal basso fino alla sublime esperienza del sogno, la stessa che nel canto finale del Paradiso evoca la visione di Dio. Con l’VIII del Purgatorio, che ha un incipit famosissimo, mi interessava comunicare quanto nell’aldilà siano presenti i ricordi terreni: queste anime che dovrebbero pensare a purificarsi guardano invece con estremo interesse alle vicende terrene… Il filone della donna angelo lo trovo ripetitivo e per questo è rimasto in ombra. Ciò vale anche per Petrarca, il poeta con il numero maggiore di pezzi, otto: ma Chiare fresche e dolci acque non l’ho messo. Del resto, con Petrarca si cade sempre abbastanza bene».

Se dovesse scegliere solo tre dei cento testi dell’antologia?

«Il XXX dell’Inferno, il Canto notturno di Leopardi e Novembre di Pascoli».

 

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D. Carraro e P. Di Paolo raccontano “Quello che possiamo imparare in Africa”

Un ragazzo della provincia veneta, laureato in medicina, sceglie di diventare sacerdote, impegnandosi nelle parrocchie di periferia. Poi incontra l’Ong Medici con l’Africa Cuamm e nel 1995 fa il suo primo viaggio in Africa, nel Mozambico da poco uscito dalla guerra civile. È l’inizio di un’avventura personale che si affaccia in quella comunitaria della più grande organizzazione italiana in Africa.

In oltre 70 anni, attraverso programmi di cura e prevenzione in 41 Paesi, interventi di sviluppo dei sistemi sanitari, attività dedicate ai malati, formazione di medici, infermieri, ostetriche e altre figure professionali, il Cuamm si spende – come scrive Claudio Magris nell’introduzione a questo libro – per la crescita dell’Africa, il «parto epocale» di una nuova civiltà. In un continente in cui il 70% della popolazione ha meno di trent’anni, c’è molto da fare ma c’è anche molto da imparare. Su noi stessi, sulla precarietà dei confini che pretendiamo stabili, sul rapporto con l’ambiente, sulla connessione strettissima fra il tema della salute e quello della giustizia sociale, sulle scelte etiche e politiche attraverso cui è possibile abbattere barriere geografiche, economiche e culturali. E sulle risorse inaspettate che gli esseri umani riescono a trovare nelle situazioni più estreme.

Don Dante Carraro e Paolo Di Paolo raccontano Quello che possiamo imparare in Africa. La salute come bene comune, testimonianza di uno dei maggiori protagonisti della cooperazione sanitaria internazionale.

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