
Fig. 1. Giardini di Boboli, L’uomo che osserva e la maschera che osserva l’uomo; l’opera è Tindaro, di Igor Mitorai.
Introduzione.
Altri paradisi: esercizi di ascolto nella natura
e prove d’armonia col mondo
Ben pochi sanno che cos’è il mondo
ma in ogni caso è un orologio.
Cees Nooteboom
Non esiste il modo per mettere una corrente in un secchio
o il vento in un sacco.
Alan W. Watts
Non ho parole per descrivere la bellezza del mondo. Il mio respiro si confonde con
quello delle piante. Il mio ascolto si mischia al canto degli uccelli. Il mio occhio
vaga come un vascello nel mare delle nebbie, fra un braccio di montagna e la cima
piramidale del Monviso. Non esiste nulla di più naturale che ammirare il paesaggio,
al tramonto. Il silenzio assoluto, la natura che cambia colore a seconda della distanza,
lo strato di nebbia che dipinge la dissolvenza fra vallata e vallata. Quando mi immergo
nel profondo del paesaggio e mi faccio io stesso paesaggio, percepisco la voce del
mondo. Non è un romanzo di trama, con personaggi che il lettore (in)segue dall’inizio
alla fine. È piuttosto un intreccio di voci da un pianeta che ha memoria di un tempo
in cui l’uomo non esisteva. Laggiù ci sono volpi che saettano fra vecchi castagni
forati. Laggiù ci sono resti di villaggi che il cinguettio dei passeri ha sfondato.
Laggiù ci sono campi che hanno dismesso la funzione del pascolo, dopo secoli e secoli,
tornando a celebrare l’attività frenetica orchestrata dal dio dei boschi.
Esiste una realtà che è intreccio di fisica, chimica, biologia e di eventi che hanno
luogo nella mente, nella psiche, nell’immaginazione. È un continente tracciato fra
carta e corteccia, è la realtà che viene indagata dall’interdisciplinarità della dendrosofia, un nuovo concetto che si aggiunge ai termini già incamerati nel dizionario dell’«uomo
radice» che sto imbastendo da anni:
Dendrosofia: s.f. [dal gr. δνδρον (déndron), «albero», e σοφα (sophìa), «sapienza, conoscenza, amore»]. – 1. La dendrosofia è una branca del sapere
che unisce le diverse tipologie di conoscenza riguardanti la storia, la biologia,
la botanica, gli studi forestali, l’antropologia, la letteratura ecc. relativi agli
alberi e ai boschi. – 2. Pratica della meditazione che prevede l’immersione in un
ambiente naturale, quali riserve, paesaggi montani o foreste vetuste, deserti, per
coltivare la pace interiore. – 3. Colui che pratica la d. è detto dendrosofo, da σοφς (sophòs), «saggio».
In questi anni ho attraversato il paesaggio nelle più distinte forme: dalle foreste
– amatissime – delle Alpi e dei rilievi montani meridionali (Pollino, Sila, Aspromonte,
Madonie) agli orti botanici, dai giardini urbani alla boscaglia residuale della pianura
padana, fino a ciò che resta della natura amata e descritta dai mistici medioevali,
spersi al soffio del vento sotto massi, in grotte sperdute, riparati in capanne fatte
di paglia e fango. Esiste una distanza abissale fra il mondo naturale che si può annusare,
percepire, avvistare, e ammirare, stando nelle grandi foreste di Scozia o California,
o in montagna, e quel mondo naturale addomesticato, figlio della sintesi di mente
umana e natura, così come allevato e custodito nei giardini delle nostre ville e residenze,
oggi storiche.
Ripenso ad alcune istantanee scattate sulle Alpi e provo, anche in questo stesso momento,
il medesimo sentimento di gratitudine e fascinazione per la caparbietà che compone
tali geometrie, laddove la contraddizione della regola soverchia le leggi di natura.
Osservare a distanza come certe conifere siano cresciute sulla cresta di un passo
o di una vetta, come ciascuna si sia guadagnata uno spazio vitale, dove la terra manca,
dove le radici si sono fatte roccia nella roccia. Trovo rassicurante che esistano
ancora, in un mondo disegnato e profondamente antropizzato come il nostro, territori
non facilmente raggiungibili e, per quanto possibile, autarchici.
Seicento anni fa la Svizzera era diversa da oggi. Non i monti soltanto erano selvaggi
allora, ma anche la pianura [...] Molta selvaggina popolava le foreste, pesci giganteschi
nuotavano nelle acque; chi fosse il padrone del Paese, se l’uomo o l’animale, non
era ancora deciso: quante volte l’uomo distruggeva la tana dell’animale, infatti,
altrettante l’animale distruggeva le colture dell’uomo.
È un mondo nero, grottesco, questo pittato in Kurt di Koppigen dallo scrittore Jeremias Gotthelf (1797-1854), narrazione dispersa nel caos periglioso
delle foreste del Bernese. Anche i sassi possono svegliarsi e mangiare uomini, come
grossi pesci fiamminghi. Da quel mondo di pericolo e di instabilità, lontano da ogni
legge, se non quella dell’arrangiarsi e della sopravvivenza, siamo arrivati ai nostri
giorni, nei quali camminare nel paesaggio è più sicuro che camminare nelle città,
nel cuore dell’umanità. Ora come allora i giardini sono Eden protetti, dove la mente
dell’uomo è libera di svagarsi, di commistionare visioni, cucendo in un metro quadro
continenti, piantando semi e talee di piante provenienti da distanze immense, mischiando
del semplice giardinaggio all’architettura, la scultura e la letteratura, scavando
grotte e disegnando laghi, montagnole, templi neoclassici e finte rovine. È al sole
fiacco dell’inverno che mi sono allungato in questi paradisi terrestri, per tentare
di catturare l’anima dei luoghi, proprio quando le fioriture sono assenti, i tratti
dominanti sono il verde, il legno addormentato, la terra viva.
Anticamente i giardini erano per lo più chiusi e di piccola dimensione: la parola
latina usata era hortus, quella greca kepos. Le proprietà di campagne avevano frutteti (pomarium) o vivai (viridarium – si veda il Giardino Inglese della Reggia di Caserta). I boschi erano silva, da distinguere dal bosco sacro, ove si celebravano riti pagani, detti lucus: ve ne sono ancora dei ricordi a Monteluco di Spoleto, dove è stata rinvenuta una
pietra con incisa quella che viene chiamata Lex luci spoletina, la prima norma forestale della storia: in sostanza un bosco bandito, risalente al
III secolo d.C. Il dio del bosco era, ovviamente, Giove, a cui era dedicata la pianta
della quercia. Nella cultura celtica, che ha lasciato non pochi segni sull’arco alpino,
il bosco sacro era chiamato Nemeton.
Tutti i giardini sono costruiti da bambini. Sfortunatamente, i bambini crescono e
si fanno adulti. Apprendono che tutto quel che pensavano fosse unico è nei fatti banale,
e che tutto quel che reputavano eterno è transitorio. Scoprono che tutto quel che
amano è fragile e mortale. Successivamente, e piacevolmente, faranno una nuova scoperta:
sebbene la vita sia destinata a concludersi continuamente si rigenererà. Più del giardino
sono importanti i suoi ricordi – i rimpianti, i sogni, e i fantasmi dei giardini che
abbiamo visualizzato nell’occhio della mente mentre odoravamo un mazzo di fiori, o
chiudevamo gli occhi pensando ai giardini visti in passato.
Così esordiva lo storico François Crouzet nell’introduzione a From Folly to Follies. Discovering the World of Gardens (1997) dei coniugi Michel Saudan e Sylvia Saudan-Skira. Mi sono immediatamente immaginato
al centro di questa descrizione, è una visione del giardino che ho fatto mia, scegliendo
«i luoghi» e talvolta finendoci per caso.
Fra i primi, gli scelti, figurano, ad esempio, il Bosco Sacro o Parco dei Mostri di
Bomarzo, i giardini di Valsanzibio, i giardini botanici La Mortella all’Isola d’Ischia,
i terrazzamenti di Villa Carlotta, sulla costa del Garda, i viali alberati di Boboli
a Firenze, nonché il parco della Reggia di Caserta. Ci sono luoghi a cui sono arrivato
per caso, o per scommessa, per fiuto, i meno giardini se vogliamo, ma di certo di
non meno valore, da un punto di vista paesaggistico e ancor più poetico: Arte Sella
in Valsugana, il Bosco della Ragnaia fra i colli della Val d’Orcia, la faggeta monumentale
del Monte Cimino, nel Viterbese.
In ciascuno di questi luoghi, fedele ad una radice portante, alla radice fondamentale
del mio vivere da Homo Radix, ho messo alla prova il bambino che sta dentro di me, mischiando facili e istintive
gioie alla meditazione del tempo che consuma e cancella. In queste pagine non è custodita
soltanto una percezione naturalistica felix, non si tratta di mero ed estatico viaggiare alla ricerca di bellezza e magia. La
radice principe è al contrario dolens, nasce dalla solitudine.
L’Italia che ho attraversato è spesso amata più dai visitatori stranieri che da noi
che qui nasciamo, cresciamo e costruiamo il nostro destino. È una geografia fisica
e sentimentale, dove l’immaginario ha lavorato a fondo, nel quale persone del passato,
ma nondimeno del presente, operano per coltivare una curiosa forma d’arte che non
sembra avere mercato, ma che dimostra di possedere un valore inestimabile: è l’arte
d’inventare forme di natura selvaggia. L’uomo diventa quel mediatore – non il distruttore,
il corruttore, come siamo cronisticamente assuefatti a considerare – fra Dio e la
Natura pensato da Friedrich Schelling agli albori della cultura romantica ed europea.
Talvolta è una natura addomesticata e regimentata per diletto dell’occhio che osserva.
Talora l’opera viene inserita in natura e la natura opera sull’opera, sviluppandola
e determinandone il futuro. Talvolta è la tessitura di un mondo di passaggio e purificazione
delle anime. Può prevalere il paesaggio immaginato, la foresta intricata, oppure la
cultura mitologica, antica, neoclassica, o barocca, in poche sfumature una propensione
museale. Di certo questi giardini, questi parchi, questi mondi a parte, nello scorrere
del tempo prendono fiducia e diventano prepotenti: tali grovigli di ipotesi, citazioni,
falsi e alberi addomesticati imitano il vero autentico del mondo selvatico, imparano
a riconoscere che gli umani sono cacciatori di idee e di benessere, e si adeguano,
si mimetizzano, ci insegnano cosa non è mai stata la natura, in un altrove temporale
o fisico.
E noi siamo felici di crederlo. Perché mentre pascoliamo in un roseto o lungo un viale
alberato facciamo i conti con la clessidra che si svuota, il che ci assilla, ma al
contempo ringraziamo di non essere costruiti per vivere in eterno: l’eternità ci condannerebbe
alla monotonia delle macchine. Noi invece desideriamo appassionare, sognare, costruire,
ammirare, gustare, e capire, al fondo, che senso abbia il nostro vivere la vita che
ci è data.
Il nostro diritto, e non poca della nostra scienza, è basato sulle consuetudini magiche
delle popolazioni ancestrali: jus, il diritto, deriva dall’indoeuropeo e significa, come ricorda Elémire Zolla (1926-2002),
«frumento, fonte di forza». Lo stato ottimale di un uomo deriva dal suo rapporto di
equilibrio con gli elementi naturali e circostanti, come vive, cosa mangia, in che
ambiente cresce e invecchia. Il sacro, la religiosità, nascono per regolare, attraverso
il diritto, le nostre abitudini, lo stile di vita; sono al servizio del benessere,
di quel che noi chiameremmo l’equilibrio della vita sul pianeta, della vita umana
sul pianeta, in un tentativo di rispetto delle risorse regalateci, e delle altre forme
di esistenza. I santi non sono coloro che emendano il mondo, negandosi alla gioia
mondana: sono coloro che vivono «in contatto con la fonte della vita e della morte».
Visitando i giardini ci troveremo a constatare che gli architetti, i giardinieri,
i pensatori e gli artigiani, le menti e i muscoli che hanno definito, scolpito, materialmente
pianificato e portato al mondo questi luoghi, si sono posti quesiti esistenziali,
hanno aggiornato, a seconda del loro tempo, le eventuali risposte e riformulato le
domande che si ponevano le popolazioni antiche che vivevano le lande del mondo, prima
dell’inizio della Storia, e ben prima della nostra complessa modernità.
«Nulla più delle ore passate a contatto in giardino mi ha avvicinato alla comprensione
delle leggi della vita o, dal mio punto di vista, ad accettare il suo mistero», ha
scritto Gian Lupo Osti, il compianto appassionato di camelie, poco prima di lasciare
il mondo, nel delizioso De senectute in horto (2010), giustamente un piccolo caso editoriale. Chi scrive non ha maestri se non
Mater Natura, ma di certo percepisce un debito di gratitudine – di luce – nei riguardi di molte
voci che del loro abitare i giardini, e la natura, hanno intagliato la carta. Osti
è uno di loro, non meno degli antichi viaggiatori e poeti, filosofi e visionari, da
Confucio a Lao-Tse, da Bash a John Muir.
«La Legge, dicono i giardinieri, è il sole / la Legge è quella / cui tutti i giardinieri
obbediscono / domani, ieri, oggi», recita una poesia di Wystan Hugh Auden, pubblicata
nella raccolta Un altro tempo (1940). Il sole ha fertilizzato la vita sul pianeta, facendo scaturire fonti di energia
immensa, capaci di creare vita da vita e, dentro l’ampio spettro della vita, anche
il nostro animo pensante, il nostro camminare in un giardino e pensare: noi, gli «esseri
centrali» (Zentralwesen), le «anime viventi» («living souls», secondo Samuel Beckett, in Aspettando Godot), che ci facciamo qui?
C’è un elemento sempre presente quando si sgrana il tempo a gustarsi un giardino.
Meglio se lo si visita in solitaria. È la materialità del tempo. Il tempo è la quarta
dimensione che noi attraversiamo, oltre alle tre che ci garantiscono la mobilità nello
spazio, che ci consentono profondità di visione, di percezione e di spostamento. Il
tempo può essere quel ticchettio che scandisce ogni istante della nostra vita quotidiana,
che impartisce margini e misure, che ci fa accelerare, che ci taglia la pausa caffè,
che ci fa prendere una multa per eccesso di velocità (sebbene, talvolta, la penale
si materializzi per il piacere di sfrecciare oltre i limiti consentiti).
Nei giardini il tempo non è soltanto l’ora a disposizione per la visita guidata, o
le due ore che ci siamo concessi come svago dalla routine. Il tempo è il muro che
si è sbriciolato e tinto di giallo. Il tempo è il rampicante che ha sfondato un pilastro.
Il tempo è il volto di un padre della Chiesa che il sole e le muffe stanno definitivamente
cancellando, sull’antica abside di una chiesa. Il tempo è la vegetazione abbondante
che pitta il fondo del fiume meglio di un quadro. Il tempo è un albero abbattuto da
un fulmine e dentro il quale ora riposa, la notte, una famiglia di ghiri. Il tempo
è materia, la corrode, la muta, la traveste. Fra un anno, fra cinque anni, fra venti
anni, quel «resto del mondo» sarà diverso. Noi (ci) saremo ancora?
Alla fine dei viaggi e del lavoro di scrittura mi chiedo cosa sia rimasto. Le immagini
che mi porto dietro non sono visioni spettacolari di giardini: i viali immensi, laghi
e templi in lontananza. Bensì dettagli: il volto ricoperto quasi per intero dalla
vegetazione, nella grotta di un Bacco, i corpi fragili delle statue all’interno di
scenari illuminati d’improvviso, la testa di un uomo che diventa cervo, le bocche
cattive di Bomarzo, una di quelle facce scimmiesche da cui fuoriesce lo zampillo alle
cento fontane di Tivoli. Minuti dettagli. Non la grandiosità, ma la natura che antica
l’opera dell’uomo. Come ha scritto Alan W. Watts, uno dei miei pastori d’anima: «Al
di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti senza consultare libri».
Il mio pensiero colmo di gratitudine va a tutti coloro che mi hanno accolto, ospitato,
consigliato e attraversato come uno spettro. Un seme per ciascuno di voi.
Le poesie incluse a inizio delle tre «radici» sono tratte dall’opera in versi Arborgrammaticus.

Fig. 2. La natura si specchia. La vasca ottagonale e il ruscello disegnati da Russell
Page.
Prima radice.
Spazi immensi
Sono
l’eterno andare nel mondo,
poiché sono senza inizio
e presto sarò senza fine
1. Il passo lento del flâneur.
Nei viali del Parco reale
della Reggia di Monza
Luogo: Parco reale
Comune: Monza
Provincia: Monza e Brianza
Regione: Lombardia
Accesso: ingresso libero; orari e informazioni al sito www.reggiadimonza.it
Musica consigliata: Philip Miller, Felix in Exile (1994)
A Monza c’è il grande parco per antonomasia del Nord Italia. La villa è stata costruita
dell’architetto folignate Giuseppe Piermarini (1734-1808), fra il 1777 e il 1780,
i giardini adiacenti alla villa furono voluti da Maria Teresa d’Austria la quale,
contemporaneamente, avviò l’edificazione dell’orto botanico in quel di Brera (1774-1775).
Il parco viene iniziato a partire dal 1806 per volontà del viceré Eugenio di Beauharnais.
Abbraccia un pezzo di campagna lombarda: ponti, torri, porte e altri elementi architettonici
di stampo neoclassico, cascine, prati, boschi, rogge. È la campagna come la potevano
attraversare a piedi o a cavallo i nostri nonni, da bambini, prima che il paese fosse
travolto dalla bulimia del cemento.
In questi due secoli di storia si sono affiancate molte specie alloctone e autoctone
e diversi esemplari hanno avuto modo di crescere, guadagnandosi la patente di patriarca.
I giardini sono stati coltivati attorno all’edificio principale, con tanto di laghetto,
rocce, statue, caverne, tassi e lecci, cigni e anatre; il resto è campagna aperta,
compreso un ippodromo ed un centro ippico.
I ponti sono un elemento peculiare del parco, che si estende, fra aree prative e boscate,
per 688 ettari. Sono quattro: Ponte delle Catene, Ponte dei Bertoli, Ponte di Pietra,
Ponte della Cavriga. I ponti sono transito fra un mondo e un altro.
C’è un percorso che consiglio: si parte dal più rappresentativo albero dei giardini,
si raggiunge la Cascina del Sole, si prosegue verso la Voliera per umani, quindi vialone dritto che conduce a Villa Mirabello, grande ippocastano, Lo scrittore, ritorno entro le mura alla torre viscontea.
L’albero più celebre del parco reale è la quercia rossa (Quercus rubra) che fronteggia la villa. A Milano crescono tre grossi esemplari di quercia rossa,
fra i cinque e i sei metri di circonferenza; sono stati piantati nella seconda metà
del XIX secolo. Questa è maggiore: alla mia misurazione risultano 650 cm. Il tronco,
intaccato da alcune carie, si spalanca in una fioritura di dieci ramificazioni principali.
Al suo fianco una seconda quercia, di minore dimensione. In inverno le ramificazioni
nerastre sono affascinanti. A pochi passi, verso la villa, c’è il cerchio dei faggi
piangenti, undici esemplari dalle ramificazioni arzigogolate. Centinaia le specie,
fra le quali lecci, liriodendri, tassodi (ne misuro uno di 490 cm, accanto alla roggia
che delimita il primo prato), ippocastani, platani, farnie.
Nel bosco accanto al prato l’attenzione del cercatore di alberi secolari che si agita
dentro il sangue si polarizza intorno ad un colosso che dista un centinaio di passi
dalla quercia rossa: base colonnare che si divide in quattro spettacolari crescite
che salgono fino a schizzare la cima della chioma, a cupola. Credo sia un cedro marocchino,
o dell’Atlante (Cedrus atlantica), la fronda aghiforme è color grigio-azzurro, glauca. Starci sotto e sbirciarlo lo
rende ancora più imponente. La pancia misura 745 cm, apd. Rimarchevole.
Si esce dalle mura, si punta alla Cascina del Sole, «devota» al dio Apollo, si attraversa
un prato e si arriva al prato successivo, adiacente a Cascina Cernuschi: qui, solitaria,
resiste una delle due opere d’arte donate nel biennio 2005-06: Voliera per umani; è un canestro circolare e rovesciato, sboccia da un cono centrale, costituito di
legni di varie essenze raccolti nel parco. La sezione aerea è danneggiata, credo già
nelle intenzioni del creatore. Vi si può entrare, da un pertugio alla base. Giuliano
Mauri (1938-2009) è stato un artista lodigiano, chiamato il «tessitore del bosco»:
non è forse una splendida definizione?
L’ingegno dell’uomo di concetto, che orchestra il sapere quanto l’artigiano sa maneggiare
gli strumenti del lavoro, è indispensabile per la realizzazione di un parco. L’attuale
sistema educativo porta a pensare che siano due persone distinte, l’uomo di concetto,
di intelletto, e l’uomo di fatica, il manovale; nel passato raramente lo sono stati.
Mauri è stato un poeta dei giardini, già i titoli delle sue opere aprono mondi nel
mondo: Reattore del canto (2003), Anfora votiva (2002), Casa della memoria (1997), Albero dei cento nidi (1992), Arpa eolica (1992), La casa dell’uomo tessitore (1985), Codici acquatici (1981). Lo incontreremo di nuovo ad Arte Sella.
La strada asfaltata si allunga fino all’autodromo. Recinti entro i quali pascolano
cavalli. Il giardino di Villa Mirabello ospita un bel cedro dalla cima capitozzata.
A lato della villa si passa in un cortile: ci sono le stalle, da cui spuntano le teste
dei cavalli. Lungo un sentiero che discende al prato sottostante cresce un ippocastano
monumentale, che vado a misurare: 565 cm, a un metro da terra, a valle. L’architettura
è integra, molto alto, il tronco si apre in sei branche primarie. In lontananza si
può ammirare l’installazione di Giancarlo Neri, Lo scrittore: una sedia e un tavolo alti nove metri riposano l’immaginazione, al centro di un
prato. Camminarci sotto è emozionante.
Torno indietro, costeggio il muro di confine e accedo dietro la torre viscontea. Oppure
si può seguire la strada, superare i prati che si allungano e si spianano, ondivaghi.
Zittire il telefono, togliersi dalla testa il ticchettio dell’orologio, proseguire
oltre l’autodromo, penetrare nel Bosco Bello e puntare al Serraglio dei Cervi, ammirare
l’arco gotico del portale d’ingresso, un edificio che pare un ponte sbagliato: due
finte torrette laterali, invenzione goticheggiante di Luigi Canonica che qui, non
meno del Pirro a Bomarzo, s’è divertito, e parecchio. Ho un crescente interesse per
le fotografie di persone lontane, che si dipingono, minute, con i loro colori netti,
in un paesaggio agreste. Due sconosciuti che si incrociano lungo un sentiero. Una
famiglia coi cani che corrono strisciando le lingue a terra. Una signora in bicicletta.
Due amiche che chiacchierano accanto ai tigli.
Quando penso a Monza penso ad una figura che popola il mio continente mentale: Federica
Galli (1932-2009). Nata e cresciuta nella campagna cremonese, come io lo sono nella
campagna bergamasca, nella bassa pianura, dove i canali e la coltivazione dei campi
rappresentano il paesaggio, mentre la nebbia nasconde(va) la spoliazione degli alberi
in autunno. Abbandona questo mondo per venire a Milano, a studiare all’Accademia di
Brera. Il suo sarà un destino condiviso da non pochi artisti campagnoli migrati in
città: inseguire ripetutamente i profili del mondo natio.
Inizialmente s’indirizza verso la pittura, quindi ammira i grandi dell’incisione e
della litografia, Dürer e Bonnard. Nel ’56 compra il primo torchio. Viaggia e visita
Colmar – la splendida macchina d’altare di Matthias Grünewald – e altre città tedesche
e francesi. Nel ’60 tiene la prima mostra di acqueforti a Milano, due anni dopo è
ospite all’Accademia delle Belle Arti di Atene, immergendosi nello studio della cultura
classica.
Nel 1965 esce il primo libro sul suo lavoro e s’intitola Gli alberi, ne è editore Salvatore Sciascia (amico ma non parente di Leonardo). Da quel punto
il suo lavoro si sviluppa lungo i temi che le saranno cari: le vedute di Milano, le
campagne e i casolari dell’Italia minore e provinciale, gli alberi che tornano e ritornano.
Nel 1988 ritrae i platani dell’Arena di Milano e il cedro del Libano di Villa Olmo
a Como, l’anno seguente esce per le Edizioni Abete di Roma il primo volume dedicato
dal Corpo forestale dello Stato agli alberi monumentali italiani, frutto successivo
della prima campagna di censimento di questi giganti regione per regione. La Galli
se ne innamora e inizia a girare l’Italia per raffigurare i patriarchi verdi. In un
lustro, fra il 1994 ed il 1998, ritrae una sessantina di alberi secolari, fra i quali
molti capolavori di Madre Natura meta di pellegrinaggio: il castagno o i castagni
dei Cento Cavalli a Sant’Alfio, sulle pendici dell’Etna; la farnia di Villanova, nel
Veneziano; l’avvitatissimo tasso di Cavandone, sopra Verbania; le sequoie piantate
nel 1848 al Parco Burcina di Pollone, nel Biellese; i platani lungo il viale omonimo
al Parco Reale di Racconigi, nel Torinese, purtroppo tutti caduti nel frattempo.
E ancora la Quercia delle Streghe o di Pinocchio a Capannori, in Lucchesia; due dei
tre larici di Santa Gertrude in Val d’Ultimo, in Trentino Alto Adige; lo splendido
bosco del Cansiglio, a cavallo delle province di Belluno, Treviso e Pordenone; la
roverella della Ca’ del Pepp a Monreale, anch’essa purtroppo spenta in questi ultimi
anni; la vastissima e longeva vite di Prissiarn al castello del Gatto in Trentino,
considerata la più grande e la più vecchia d’Europa; l’olmo di Mergozzo sulla costa
dell’omonimo piccolo lago a pochi chilometri da Verbania; il castagno di Castel Lusenegg
in Alto Adige; i tigli di Macugnaga e Sant’Orso ad Aosta; il platano dei cento bersaglieri
a Caprino Veronese, identico ad oggi; l’antichissimo olivastro di Luras in Sardegna,
il nostro vegliardo di tremila anni; l’olma di Campagnola in Emilia, morta pochi anni
orsono; la farnia dei Gonzaga a Goito; la colossale araucaria australiana dei giardini
di Genova Nervi (la potete ammirare a p. 192); il ficus dell’orto botanico di Palermo,
tanto complesso da fotografare quanto da incidere; il cipresso del Kashmir dell’Isola
Madre.
E la quercia rossa del Parco reale di Monza, luogo doppiamente legato alla Federica
Galli che qui trova, probabilmente, la sua definitiva consacrazione nel 2008 con la
grande mostra che si tiene nel Serrone, catalogo generale pubblicato da Allemandi.
Me la immagino camminare lenta per il parco; a lei piaceva osservare, stare a contatto
coi boschi e gli alberi, che voleva codificare e trasferire, reinventare, nel mondo
aereo della carta. Senza dubbio una flâneuse lombarda, anche se può sembrare un’antitesi. L’eredità è custodita dalla Fondazione
a lei dedicata, che si può andare a visitare nel cuore di Milano, a pochi passi da
San Babila (www.federicagalli.it).

Fig. 3. Giardini della Reggia di Monza: l’albero più rappresentativo è una quercia
rossa ultrasecolare, albero maestoso d’estate, vestito di chioma, quanto d’inverno,
quando le sue cortecce e la base corpulenta lo avvicinano all’idea che possiamo custodire
d’un maligno albero da fiaba oscura.
2. Lo sguardo sfugge oltre il paesaggio.
Distanze e improvvise vicinanze
della Reggia di Caserta
Luogo: Reggia di Caserta
Comune: Caserta
Provincia: Caserta
Regione: Campania
Accesso: ingresso a pagamento; informazioni, notizie e costi al sito www.reggiadicaserta.beniculturali.it
Musica consigliata: Wolfgang Amadeus Mozart, Messa di Requiem in re minore, movimento Lacrimosa (1791)
Selezionando i giardini da includere in questo viaggio ho trovato alcuni impianti
di tale vastità scenografica che, fin da subito, mi hanno causato più di un dubbio.
Così come un libro di mille pagine non è necessariamente più interessante e ricco
di un romanzo di cento, altrettanto un parco che si estende per decine di ettari non
risulta più magnificente di un giardino di tre ettari. Per quanto ami le visioni panoramiche,
i grandi giardini, o meglio i grandi spazi, e i grandi parchi mi hanno affascinato
meno di altri giardini ‘miniati’, sebbene per quanto concerne le riserve naturali
e le foreste il discorso sia distinto.
Sarà proprio perché mi sento figlio delle selve che rifuggo la piena luce delle piazze,
e sarà pur a causa della predominanza della funzione architettonica rispetto a quella
naturalistica che i grandi giardini non mi hanno mai conquistato. Per quanto mi piaccia
passeggiare per i vasti prati della Reggia di Monza, o lungo quel che chiamo il chilometro
botanico di Villa Borghese, la mia predilezione si posa sugli spazi meno ampi, quando
il passo e lo sguardo operano nella misura media o, meglio ancora, ristretta: ombre
che fermentano e fontane che ‘magmentano’ placidamente. In effetti, i circa tre chilometri
di lunghezza del parco di Caserta, che ne fanno la residenza reale più vasta del pianeta,
affaticano, anche a pensarli. Ci torno, un quarto di secolo dopo la mia prima volta,
anche per far visita agli alberi monumentali del Giardino Inglese, costruito accanto.
Mi immergo lungo un sentiero che mi accompagna al secondo incrocio con la lunga via
che si estende dal centro della Reggia al punto più lontano del paesaggio. In sostanza
la via d’acqua, il cannocchiale visivo, ha come estremi la cascata che discende nell’ultimo
tratto, un bosco che si aggrappa ad una collina boscosa, e appunto la Reggia; intorno
un muro di vegetazione, un bosco nel quale corrono sentieri sterrati per coloro che
camminano e vengono qui a passeggiare. Centoventi ettari.
Anticamente era proprietà dei signori di Caserta, gli Acquaviva, imparentati ai Gaetani
di Gaeta, di cui sono un ramo i Caetani di Ninfa e del Pontino (li incontreremo nella
seconda parte del volume). Carlo di Borbone (1716-1788), re di Napoli, acquistò la
proprietà e incaricò l’architetto Luigi Vanvitelli di farne la sua sede più sfarzosa
possibile. L’investimento economico fu immenso, e l’architetto ne tirò fuori un complesso
che ancora ai nostri giorni, nonostante i secoli trascorsi e le difficoltà estreme
di bilancio, possiamo ammirare come uno degli esempi massimi dell’architettura europea.
Per la sua realizzazione completa ci volle quasi un secolo, dai primissimi anni Cinquanta
del Settecento agli anni Quaranta dell’Ottocento. Il parco invece iniziò in seguito,
e fu completato alla fine del secolo, in attesa che venissero terminati i lavori per
l’acquedotto Carolino – sedici anni di lavoro, trentotto chilometri di tubature e
architetture –, nel 1770.
A lato del palazzo, non visibile dalla via d’acqua, c’è il bosco vecchio, preesistente
all’edificazione borbonica, che circonda la Castelluccia, una torretta ottagonale,
e si annota la presenza di lecci e querce ultrasecolari, nonché una bella araucaria
della specie australiana bidwillii, visibile anche dallo spiazzo antistante la Reggia.
Nonostante la giornata coperta la magia è innegabile. Si compone, davanti agli occhi,
lo spettacolo dei viali che risalgono dritti verso l’orizzonte, e lassù, in quella
macchia verde scuro, dove sono stati disegnati il lago romantico e i giardini botanici,
il desiderio di mettermi a correre come un ragazzino resta immutato. Come abbiamo
fatto da ragazzini, coi compagni di scuola, e come vedo fare adesso ai bambini di
una scuola in visita. In questi occhi grandi c’è l’eco degli occhi della mia generazione.
Se esiste, in me, una sola ragione gradevole e auspicabile per diventare un maratoneta,
è proprio legata alla possibilità di meglio godere di queste vastità scenografiche.
Un primo cerchio di statue è collocato attorno al pratone iniziale, le loro nicchie
sono ricavate nel muro boschivo di lecci. Proseguendo si arriva alla prima fontana,
la Fontana Margherita: il viale si spezza in due semicerchi che superano la fontana
al centro, dove vedo cycas notevoli, piante che ingannano data la loro mole modesta,
ma per la specie sono già esemplari degni di interesse. Ad attrarmi però sono anzitutto
le statue, molto belle. Una tiene in mano una tromba ed un librone da biblioteca con
scritto «Herodotus». Dalla parte opposta un’altra dea ha in mano i tre classici dell’antichità,
Eneide, Iliade e Odissea. La cultura greca e quella latina sono le ‘gambe’ che sostengono il peso di ogni
successiva modernità.
A questo circolo arrivano anche due strade asfaltate, perpendicolari, una delle quali
porta alla Grande Peschiera, che però non vado a visitare. Un cartello è rivolto a
coloro che percorrono i sentieri nel bosco: non calpestare i prati e non sostare sotto
gli alberi. Si sale leggermente, un tratto in cemento anticipa la prima vasca, una
peschiera lunghissima, un bacino artificiale. Mi accorgo, sbirciando nell’unico punto
in cui città e parco comunicano, visivamente, che il parco è un immenso rettangolo
lungo e stretto al centro del cuore dell’abitato. Il traffico scorre in entrata e
in uscita dal sottopasso che sfila qui sotto i miei piedi. Quando si esce dalla stazione
dei treni ci si immerge in uno spazio verde che anticipa la facciata dell’edificio,
i parcheggi sono sotto, mentre la prima volta, se non ricordo male, scarburavano proprio
in questo spazio. Accedendo al parco la città resta fuori dalla propria visuale ma
è lì, inizia subito dove finisce il parco.
Si cammina per diversi minuti accanto alla peschiera, che si conclude con una prima
spettacolare fontana. Tre bocche dentate, tre pesci dagli occhi ipnotici e nietzschiani,
le code spruzzate in alto, aggrappati alla cima di una grotta, e sputano getti d’acqua
scroscianti. È la Fontana dei delfini, con al centro un mostro marino. Lunghezza quattrocentosettanta
metri, ventisette di larghezza, tre metri la profondità. I tre pesci sono stati realizzati
fra il 1776 ed il 1779 da Gaetano Salomone, scultore che ha eseguito molti dei manufatti
presenti nelle fontane della Reggia. La peschiera era serbatoio ittico delle cucine
borboniche.
A lato dei viali asfaltati ci sono sentieri protetti da allee di leccio secolare,
camminarci dentro aiuta a distogliere l’attenzione dalla grande quantità di luce che
invade gli spazi della via d’acqua. La Fontana di Eolo è un theatrum maraviglia: le due strade gli salgono sulle spalle come se lì sotto ci fosse un gigante pronto
ad alzarsi da un momento all’altro. Una cascata d’acqua centrale, quindici grotte
che scorrono lungo il fondale della scena, sormontate da decine di sculture e finti
vasi in marmo. Un’ottantina le sculture disseminate nella fontana. Le basi dei vasi
sono costituite da pesci che annodano le code fino al calice della fontana, dove saettano
due o tre serpi.
Nella fontana la scena centrale raffigura Eolo che scatena i venti e gli zefiri, su
richiesta di Giunone, contro Enea e i troiani che stanno cercando di fare ritorno
ad Itaca. Dalle grotte sono usciti i venti. Il popolo di statue sta ai lati, mentre
al centro si percepisce un vuoto, ed infatti lì manca la protagonista, Giunone su
un carro circondata da ninfe. La statua di Giunone esiste ed è conservata al pianterreno
della Reggia. L’acqua lo satura, in parte, i getti frustano la roccia. Il tempo ha
smangiato mani, braccia, piedi, e ha iniziato a intaccare la morfologia dei volti.
Risalendo si può ammirare la scena in tutta la sua teatralità.
L’acqua della cascata è alimentata da un bacino suddiviso in sei vasche, dove si vedono
nuotare carpe davvero grandi, grosse come un braccio. Mentre sono qui arriva una classe
di studenti di un liceo artistico, credo, si siedono di fronte alle statue, li sbircio
dalla cima della cascata. Le insegnanti berciano e i ragazzi ridono. Aprono i loro
album, quel gesto circolare delle mani che sollevano la copertina degli album e fanno
riflettere la luce avorio dei fogli lindi. Per qualche istante invidio la loro giovinezza,
la vita ancora tutta da costruire che hanno a disposizione. È un segnale dell’età
matura, quello di provare un sentimento così sciocco. A lato di ogni salto fra una
vasca e l’altra ci sono delle maschere di uomini. Una carpa è violacea, mentre le
precedenti erano beige.
Fontana di Cerere. Due coppie di Tritoni o Sireni celebrano la dea svuotando i polmoni
in conchiglie-tromba. Lei è in cima alla statua, in mano tiene un tondo con la raffigurazione
della Trinacria, omaggio alla Sicilia. Realizzata dal Salomone nel 1783, marmo e travertino.
La cascata che discende da un grosso masso al centro della collina costituisce un
costante richiamo. I miei occhi ci sfilano addosso ad ogni sguardo, appena abbandono
i dettagli delle fontane e delle opere di ingegneria. I riflessi argentei delle acque
che rotolano in basso. Mi ricordano fra l’altro l’affresco della Sala di Noè a Villa
d’Este, a Tivoli. Sembra la realizzazione dal vero di quel disegno.
Una dozzina di vasche anticipa la Fontana di Venere e Adone. Ai lati dei salti, fra
una vasca e la precedente, ci sono altre maschere, ma questa volta di animali: cinghiali,
cani, cavalli, daini, orsi e volpi. Anche questa è popolata di diversi personaggi,
soprattutto amorini che si agitano attorno ai due amanti, e c’è anche un cinghiale
che si rivolge alla facciata della Reggia, oramai ben distante. È stata realizzata
in marmo bianco di Carrara, dal Salomone, nel 1780. Lettura simbolica: il cinghiale
è il dio Marte, geloso dell’amore di Venere, che ucciderà il rivale durante una battuta
di caccia. Un gruppo di pensionati veneti raggiunge le vasche e inizia a puntare il
dito verso le carpe: «Varda che grosi, venir qui de notte e ciaparli tuti, eh?!».
Una scala accompagna alla visione dell’ultima opera scultorea, la Fontana di Diana
e Atteone. In verità la vasca è unica, ma le sculture, o meglio i complessi scultorei,
sono due e distinte. Appaiono riflesse nelle acque scure, come due isole distanti
e separate. Sono talmente luminose da sembrare pittate, più che scolpite. Lei, Diana,
la dea della caccia che abbiamo incontrato così tante volte nelle residenze di campagna,
da Venaria al Veneto, dalla Toscana a qui, è circondata da uno stuolo di ninfe; lui
invece, già tramutato in cervo, dalla muta di mastini che stanno per azzannarlo, fiutando
l’odore del sangue. Molossi. La leggenda racconta che Atteone era a caccia coi suoi
cani, si è imbattuto in Artemide (Artemis) – nome greco di Diana – senza vesti, mentre faceva il bagno in uno stagno, e lei,
per gentilezza, lo ha trasformato in un cervo che è stato sbranato dai suoi stessi
cani.
Il sole sbuca inaspettatamente dalla coltre di nuvole, illumina le sculture, i volti
così espressivi, le masse muscolari degli animali e le spalle delle ninfe. Una meraviglia.
Opera di Paolo Persico, Angelo Brunelli e Pietro Solari. E lì sopra la cascata gentile
che sembra spuntare dal nulla. Stando qui alla base del colle non si coglie l’estensione
delle cascate, che invece si ammiravano molto meglio all’inizio del percorso. Si vede
l’ingresso al Giardino Inglese, dominato dalla struttura di una inconfondibile araucaria bidwillii, davvero bella. Anche più grossa di quella che si vedeva a lato della facciata.
Regium Viridarium Casertanum. Ossia il Giardino Inglese della Reggia di Caserta. Ventitré ettari. È stato realizzato
alla fine del Settecento sotto la guida del giardiniere e botanico John Andrew Graefer.
Il primo catalogo delle specie ivi coltivate risale al 1803, era abitudine degli orti
e dei giardini botanici realizzare un indice, un catalogo che veniva spedito agli
altri orti botanici. Lo facevano i prefetti dei diversi orti universitari, e lo faranno
anche gli Hanbury a Ventimiglia, settant’anni più tardi, quando i loro giardini a
La Mortola inizieranno ad essere sufficientemente ricchi.
Muovo i miei primi passi nel Giardino Inglese. L’araucaria è monumentale, non sviluppata
come quella dei parchi di Nervi, che raggiunge i sei metri di circonferenza, ma notevole.
Dietro noto la fioritura generosa di una magnolia di Soulange, e accanto una conifera
dal tronco complesso: è un cedro, credo marocchino. Prendo la misura all’araucaria:
460 cm. Transitare sotto la magnolia è emozionante, la fioritura arlecchina genera
all’istante gioia. La base del cedro è policormica. Dopo c’è un cipresso con la chioma
piangente, è un torulosa o un kashmeriana – la scarsa luce di oggi non mi consente
di distinguere le sfumature –, comunque entrambe specie himalayane. Finte rovine,
tre colonne doriche, prive di basamento, capitello minimo. Il falso storico è sempre
gradevole. Una porta a botte conduce all’Antica Serra dell’Aperia, ovvero laddove
si allevavano le api per la produzione del miele. È chiusa.
Pochi giorni prima del viaggio rileggevo Il giardiniere inglese (2013) di Masolino d’Amico. Mi sono ulteriormente convinto che gli amanti dei giardini,
dei boschi e della natura siano portatori di un feticismo nei riguardi del falso storico.
Ne sono riprova gli inventivi epigoni di Marco Martella, che ha scritto in veste di
alter ego due falsi storici: Jorn de Précy, giardiniere britannico autore di un solo misterioso
libro nel 1912, E il giardino creò l’uomo, e il poeta bosniaco Teodor Ceri, autore di Giardini in tempo di guerra. Non una semplice vocazione alla bizzarria, bensì una visione filosofica che possiamo
rintracciare in moltissimi autori, regredendo nei secoli.
Più avanti c’è una piramide grigia, con un ingresso alla base, ma è meglio non cercare
di accedervi. Gli sono custodi un tiglio e due cipressi colonnari. Due platani purtroppo
hanno ricevuto un trattamento severo, come non se ne dovrebbero vedere in un giardino
del genere. Al centro del giardino c’è un bel cipresso di Monterey, con la sua forma
«a fiamma». Il tronco si spalanca dal basso, è una scultura, un altro monaco buddista
silenzioso, come il calocedro di Varese. Corteccia grigiastra, sfilacciata, e mi ricordo
i tanti che ne ho visti a Big Sur, a Monterey, anche nel suo bosco originario da dove
sono partiti tutti i figli in giro per il mondo. E poi sulla costa orientale dell’Isola
di Jersey, nella Manica, dove il vento li ha scolpiti.
Dalla base il tronco emette una dozzina di ramificazioni secondarie, attorno alla
crescita centrale. Misuro quindi intorno ai 70-80 cm da terra, prima che si apra:
520 cm. Da qui si inizia a scorgere un grande cedro, dall’architettura prepotente,
al centro di un declivio leggero. I rami dalla parte inferiore del tronco salgono
obliquamente, come è tipico dei cedri del Libano. L’etichetta dichiara che si tratta
di un libani subspecie atlantica, proprio come mi segnalava Daniele Zanzi, tempo fa, a Varese. Ci sono almeno due
scuole di pensiero: i botanici che distinguono nettamente le due specie e altri che
invece riconoscono nell’atlantica una sottospecie del libani. Temo un dubbio che non verrà sciolto a breve.
Un uomo ne parla con suo padre: «Hai visto questo piantone come l’è gross? Avrà almeno
dico almeno quattrocento anni...».
Il punto di osservazione più suggestivo è a valle della pianta, qui le fronde non
ci sono più e si notano quattro ferite su altrettante ramificazioni, segno di un trauma
dovuto a un crollo. Ma le ferite sono rimarginate, quindi è qualcosa accaduto da tempo.
Lo misuro: 610 cm, con altezza apd presa a monte. La corteccia è a squame grigio chiaro.
I ciuffi sono molto corti.
Il filosofo Giorgio Colli (1917-1979) scrisse, diversi anni orsono, un saggio dal
titolo emblematico: La natura ama nascondersi. Riprendeva un motto di Eraclito. E infatti il capolavoro di Madre Natura qui a Caserta
lo si trova dove le ombre oramai lo celano alla vista del visitatore distratto. Un
sentiero sprofonda nella roccia muschiata. Si scende come Dante in un girone, un bivio
crea due passaggi sotterranei, molto suggestivi, muovo alla mia destra e si arriva,
fra pietre e rumori di acque che si frangono, ad un laghetto. È la laguna blu del
Giardino Inglese. L’acqua è linda, trasparente, color acquamarina. I pesci vi nuotano
placidi, quasi fossero qui dalla preistoria. Il visitatore è accolto da un tasso,
ma oltre il lago vedo la base di un esemplare straordinario, come credo di non averne
mai veduti in Italia. Una Venere è inginocchiata sulla roccia.
Tutto è in ombra, il bosco di lecci e palme ha coperto il cielo. È un incanto e procedendo
si migliora: una cascata, il tasso gigante che manifesta tutta la sua complessità
con i due tronchi dalle forme vetuste, cornute, quasi le cortecce si fossero avvitate
su se stesse. È un fascio di nervature in moto perenne. La base sarà larga fra i dodici
e i quindici metri, come certi grandi castagni. Una tauromachia vegetale. E poi brecce
nella roccia a offrire lo sguardo su alcune finte rovine, statue neoclassiche di una
civiltà remota e perduta, potrebbero essere romane, greche o etrusche. Sei grotte,
dentro i resti d’un tempio, ecco perché gli inglesi qui ci perdono la testa. Addirittura
ci sono finte fratture nella finta roccia. Rimanendoci qui da solo per un po’ mi chiedo
come dovesse apparire appena terminato: quando la vegetazione era assente o minuta,
la luce batteva diretta, le acque senza pesci, duecento e fischia anni fa. Un finto
storico stucchevole? Il tempo, come al solito, abbellisce sempre ciò che si cerca
di fare ex novo.
Il laghetto assume le forme rapide di una cascata dal respiro corto, disegnando un
torrente che si può costeggiare lungo un sentiero. Dopo alcune decine di metri ecco
una vera cascata: una parete di circa quattro metri completamente ricoperta di muschi
e vegetazione, al centro il muro d’acqua largo almeno tre metri. Una gola in piena
Amazzonia. Il torrente prosegue placido fino ad un altro laghetto, con al centro un’isola
su cui sta una casa romana che pare appena abbandonata. Anche se è già in rovina.
La porta è socchiusa. E oltre, sulla riva del laghetto, una grande magnolia di Soulange,
più grande di quella che avevo incontrato all’ingresso del giardino, anch’essa in
piena fioritura, che pende sullo specchio del lago, riflettendovi i bianchi, i rosa,
i lampi viola delle fioriture. Una magia. Inutilmente cerco di fotografare la scena,
ma gli occhi qui vinceranno sempre sulla meccanica.
Serre borboniche, due, chiuse. Un giardino accompagna alla Serra Grande, dove crescono
washingtonie (palme della Florida), lecci, tigli, palme delle Canarie e uno spettacolare
pino domestico: il tronco è obliquo, la base massiccia, salendo si separa in due crescite
che sono grandi come tanti monumentali che ho incontrato in Toscana o in altri luoghi
d’Italia. Su uno dei tronchi sono evidenti i segni di una energia che si è male espressa,
come se la corteccia si fosse piegata, come se il legno fosse di stoffa. Forse un
male estirpato? Mi impressionano sempre le somiglianze morfologiche fra il mondo delle
piante e quello animale. Botanica e biologia. Lo misuro: 490 cm apd. La Serra ha nove
vetrate luminose, il sole vi precipita dentro.
Mi chiedo quanti luoghi come questi sopravvivranno ai prossimi cinquant’anni, visto
il ritmo con cui si sono lasciati andare negli ultimi decenni. Ora poi che le nuove
leggi conducono i grandi giardini e le grandi regge a trasformarsi in aziende, quanto
potranno reggere? Il privato, stando così le cose, pare l’unico destino a disposizione.
È vero che fra i giardini meglio tenuti, incontrati anche per questo libro, la maggior
parte sono privati. Ma quindi è destino che il bene pubblico diventi arcaico come
le rovine di una chiesa?
Oltre la serra si arriva ad un altro scenario, un giardino abitato da conifere, dove
vedo una sana sequoia costale, e accanto un Taxodium distichum di grandi dimensioni. E infatti la sua pancia misura 580 cm. Davanti a loro un edificio
severo ma ampio: è nientemeno che la casa del giardiniere. Si trattava bene il Graefer,
che qui ha vissuto dal 1790. Niente male essere figlio di un giardiniere, mica come
oggi. Pochi anni fa è stato recuperato il roseto, basandosi sui documenti conservati
nella Biblioteca Palatina della Reggia. Settant’anni di documentazione che ha permesso
di identificare un nucleo di oltre cento specie di rose, che sono state ripiantate.

Fig. 4. Reggia di Caserta: la placida, eterna cascata che discende il colle che sovrasta
la visione prospettica della via d’acqua, disegnata dal Vanvitelli.
3. Il futuro è più antico del passato.
L’esperienza dei giardinieri di Boboli
Luogo: giardini di Boboli
Comune: Firenze
Provincia: Firenze
Regione: Toscana
Accesso: ingresso a pagamento; orari e informazioni al sito www.polomuseale.firenze.it/pitti.html
Musica consigliata: Johann Sebastian Bach, Suite n. 1 per violoncello in Sol maggiore (1717)
È un privilegio poter conoscere gli spazi e i volumi di un giardino storico assieme
a persone che ci lavorano, da una vita. Così mi è capitato a Firenze, in quel dei
giardini di Boboli. Li avevo attraversati per la prima volta quando avevo diciannove
anni: dopo il diploma liceale mi ero fatto mandare da mio padre in quattro città per
raccogliere informazioni sulle università che avrei avuto piacere di frequentare.
Me ne andai a Parma, a Firenze, a Pisa e a Napoli.
Ne approfittai per passeggiare e curiosare. Vidi il Battistero di Firenze, salii in
cima alla torre del Duomo, venni qui in Boboli, percorsi i lunghi viali di Napoli,
i mercati, i rioni, il Parco ducale di Parma coi suoi alti platani, piazza dei Miracoli
a Pisa. Boboli non mi rimase impresso, le volte che sono stato a Firenze per presentare
libri, poesie o partecipare a convegni non mi avevano mai visto ritornarvi. Fino a
queste pagine.
Ad attendermi Paolo Basetti, giardiniere qui da trentacinque anni. Un inestimabile
appassionato, sia del lavoro che svolge sia del luogo dove ha messo le proprie radici.
Poche altre persone, credo, incarnano l’anima stessa di Boboli come questo giardiniere
colto. Non c’è posto di cui non conosca i dettagli, le urgenze, i lavori svolti, e
così parliamo di come recuperare un filare, della condizione dei grandi alberi presenti,
del rapporto fra volumi e scelte di rinnovamento. E mi viene in mente un passo di
L’uomo senza contenuto di Giorgio Agamben, quando il filosofo, partendo dalla crisi della critica d’arte,
accosta la visione attuale della natura, con l’uomo che di fronte ad un paesaggio
si domanda se sia bello o brutto, spesso ragionando in termini di funzionalità e ordine.
Un tempo, ricorda Agamben, sarebbe stato impensabile ragionare in termini di conservazione
del paesaggio e di conservazione dell’opera d’arte, e mentre oramai sono un fatto
gli istituti per il restauro delle opere d’arte, un giorno potrebbero esistere istituti
per il «restauro della bellezza naturale»: «senza renderci conto che questa idea suppone
una trasformazione radicale del nostro rapporto con la natura, e che l’incapacità
di inserirsi nel paesaggio senza deturparlo e il desiderio di purificarlo da quest’inserimento
non sono che il dritto e il rovescio di una stessa medaglia [...] l’arte è diventata
natura, e la natura è diventata arte».
Questi istituti già esistono e già operano, sono insiti in quelle commissioni, in
quelle fondazioni a capitale pubblico o privato, in quei prefetti che cento anni fa
come oggi governano gli orti botanici e, come vedremo dalle parole pronunciate da
un giardiniere di lungo corso, si occupano di estetica quanto di etica: restaurare
non significa soltanto abbellire, impreziosire, rifare, ma può bilanciare il mantenimento
del disegno originario con esigenze di ridefinizione.
Il mio transitorio angelo custode parla di volumi, di mattoni vegetali, di insieme
di elementi, di visione architettonica e restauro vegetale, di «lavorìo del tempo
che è una voce necessaria». Le diverse Boboli che nel tempo si sono sovrapposte alla
Boboli che possiamo ammirare: la Boboli agraria del primo tempo, la Boboli barocca,
la Boboli rivisitata e uniformata dai Lorena, la Boboli ottocentesca e quella dei
nostri tempi, fattasi monumentale. La trasformazione da giardino privato a luogo pubblico,
l’arrivo delle contaminazioni esterne, dagli ulivi e dai lecci e dalle siepi di bosso
alle rose, ai cedri, ai cipressi e alle conifere, alle magnolie e ai platani.
Succinta storia del luogo. La costruzione di Palazzo Pitti (voluta da Luca Pitti)
fu tribolata, fra metà Quattrocento e prima metà del secolo successivo, coi giardini
costruiti dove prima c’era una cava di roccia usata anche per avere il materiale edilizio
utile all’edificazione. Questa zona si chiamava Orti. Nel 1550 la proprietà passa
ai Medici, i lavori di ampliamento del giardino sono affidati a Niccolò Pericoli,
noto come il Tribolo, che realizza l’anfiteatro, o emiciclo di verzura, a forma ellittica
e con fuga prospettica verso la cima della collina. I confini erano realizzati con
piante e non con la scalinata successiva. Sali anima, sali! Lasciati alle spalle la
città, lasciati alle spalle gli impegni, lasciati alle spalle i doveri e alleggerisciti
verso il cielo, saliamo insieme e inoltriamoci nei boschi, nelle formazioni di alberi
che iniziano a crescere, fra cipressi, platani, lecci, cerri, noccioli, castagni.
Una delle celebri «lunette» del pittore fiammingo Giusto Utens (morto nel 1609, sconosciuto
l’anno di nascita) raffigura, al 1599, la collina, col forte del Belvedere immerso
in un mare di boschi e orti rettangolari, e più in basso i giardini formali addossati
al primo Palazzo Pitti, ampliato nelle dimensioni attuali nella seconda metà del Seicento.
L’Utens ha lasciato quattordici lunette, conservate a Villa della Petraia, sempre
qui a Firenze, rappresentanti altrettante ville medicee: fra esse Villa Pratolino,
poi villa Demidoff, dove si può vedere il Gigante dell’Appennino del Giambologna,
con le cascate fluviali. Acque oggi scomparse. Ci andremo.
Terreni agricoli – vigneti, anzitutto – e un lago in direzione di Porta Romana, fin
dal Trecento. Nel 1612 Cosimo II de’ Medici avvia i lavori di disegno e impianto del
viale dei cipressi, dei labirinti, delle cerchiaie (i viali nei quali i lecci vengono
accompagnati in alto a richiudersi, per creare l’effetto di percorrere una grotta,
un passaggio completamente coperto), dei boschi per l’uccellagione, che in Toscana
si chiamano ragnaie (si veda il capitolo relativo al Bosco della Ragnaia). Le grandi
fontane, che saranno poi smontate, spostate e ricollocate. Nel 1737 si estingue la
casa dei Medici, subentrano i Lorena, Boboli cade in declino fino a diventare un bosco
incolto; un deciso cambio di rotta è finanziato da Pietro Leopoldo che commissiona,
negli anni Settanta, nuovi edifici, come la Limonaia, la Palazzina della Meridiana
e un orto botanico accanto alla Specola (il museo di scienze), detto giardino botanico
inferiore. Sono disseminate nuove statue, dalle provenienze più diverse: un intervento
che ancora oggi chi lavora a Boboli non apprezza. Quasi nulla viene fatto nell’interregno
napoleonico, il ritorno dei Lorena porta a interventi invasivi che cancellano i labirinti
seicenteschi.
Osservando il prato dell’Uccellare, Paolo mi dice che un tempo si cacciava, e ancor
prima, sotto, vi si scavava. Lì nel mezzo c’era un grande cedro, forse il più grande
dei cedri del parco, era stato piantato nel 1888. La sua caduta è stata l’occasione
per restaurare l’intero giardino. In un angolo vengo catturato da una gigante testa
di Igor Mitoraj (1944-2014), lo scultore polacco che avevo già ammirato nel mio unico
inverno veneziano, quando nei campi e lungo le calli della città lagunare erano state
collocate molte sue immensità neoclassiche. Questa testa, che tanti fotografano e
ammirano, è un Tindaro, re della polis di Sparta.
La fuga mitologica mi consente di aprire una breve parentesi: come avremo modo di
ribadire, in pochi luoghi quanto nei giardini si può constatare continuamente il rimescolamento
di elementi spirituali, religiosi, simbolici, gnostici, filosofici, estetici, esoterici,
misterici, astronomici. In molti libri che ho consultato viene citato un romanzo cinquecentesco
che accomuna, per lingua ardita e per spirito di avventura, l’esperienza di attraversare
questi giardini all’esperienza più vasta di attraversare la vita alla ricerca di una
o più verità fondamentali. È noto come Hypnerotomachia Poliphili, Lotta o Combattimento amoroso di Polifilo in sogno, nome che a sua volta è nomen omen, colui che ama molte cose. Viene attribuito a Francesco Colonna ed è stato stampato
nel 1499. Vi si narra l’avventura di Polifilo che vaga nel mondo reale e nei sogni
alla ricerca della sua amata, Polia (che significa molte cose, o moltitudine), dapprima
in una foresta, poi in un sogno, nel sogno di un sogno, e così fino al risveglio finale.
Poiché trattasi di un viaggio iniziatico è denso di simbologie e viene, come dicevo
in precedenza, costantemente segnalato in molti saggi.
Sinceramente credo sia un libro che gode della medesima sorte dell’Ulisse (1922) di James Joyce che, come diceva Carmelo Bene, è «rimasto un libro eternamente
chiuso, e sarà eternamente chiuso», «intonso l’Ulisse, è lì in un angolino, bisognava averlo perché magari non si aveva altro, ma l’Ulisse doveva essere sul tavolo, poteva entrare qualcuno da un momento all’altro e guai
senza l’Ulisse». Guardate dunque bene, nelle bibliografie, nelle pagine introduttive e di commento,
sugli scaffali di tanti studiosi e uomini colti: forse proprio accanto all’Ulisse di Joyce ci sarà una copia dell’Hypnerotomachia Poliphili. Ne tratteremo ancora.
C’è un tracciato che inanella figure, punti di contatto, storie, luoghi sfiorati in
questo L’Italia è un giardino: è il motto Festina lente. Festina lente significa «affrettati lentamente», «affrettati con calma»: è un invito ad essere
risoluto ma al contempo cauto. Fu adottato dall’imperatore Augusto (63 a.C.-14 d.C.),
quindi dall’editore veneziano Aldus Pius Manutius (1449-1515), Manuzio in italiano
volgare, editore fra i più rilevanti del proprio tempo,
...