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Il grande silenzio

Il grande silenzio
Intervista sugli intellettuali
a cura di S. Fiori
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20105
Collana: Saggi Tascabili Laterza [327]
ISBN: 9788842089865
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Saggistica politica

In breve

Quali colossali cambiamenti, in Italia e nel mondo, hanno condotto negli ultimi tre decenni al declino apparentemente inarrestabile degli intellettuali? Com'è potuto accadere che il nesso politica e cultura, indissolubile in Italia fin dall'origine della storia unitaria, sia stato negli ultimi tempi polverizzato e abbia dato origine alla stagione del grande silenzio, segnata dal vuoto del pensiero critico? Più semplicemente, quale 'catastrofe' civile e culturale si nasconde nel nostro paese dietro il dissolvimento del ceto intellettuale, attore non innocente del declino più complessivo? Tra storia e ritratto autobiografico, parla uno dei protagonisti della cultura italiana degli ultimi cinquant'anni, un coltivatore di memoria, tramite tra passato e futuro.

Indice

Premessa - I. L’estinzione - II. Nascita e tramonto di una tribù inquieta - III. Politica e cultura - IV. La sinistra tra egemonia e catastrofe - V. La «civiltà montante» - VI. L’evo berlusconiano - VII. Scuola e università: la nuova resistenza - VIII. «A ognuno puzza questo barbaro dominio» - Nota bibliografica - Indice dei nomi

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D. Abbiamo detto che nel nostro paese, con rare eccezioni, l'intellettuale è sempre stato immerso nella lotta politica. Quali sono le cause di questa perpetua militanza?

R. Come ho cercato di argomentare all'inizio, in Italia, paese profondamente frammentato e diviso, e a lungo sottoposto a una forte egemonia della Chiesa cattolica, gli intellettuali si schierano decisamente a favore di questa o di quella posizione fin dagli albori del processo di unificazione nazionale: cioè, per intenderci, almeno secondo me, dalla metà del XVIII secolo (Illuminismo, ma non solo: perfino alcuni studiosi gesuiti «illuminati» potrebbero essere collocati in questo contesto). Ed è appena il caso di ricordare il ruolo esercitato dagli intellettuali nel corso del nostro Risorgimento. È vero però che l'«impegno» si accentua e si chiarisce soprattutto tra Ottocento e Novecento, quando gli intellettuali risultano fortemente impegnati nella costruzione di qualche cosa che in precedenza non c'era, e cioè l'Italia come nazione: prima in veste di ideologi e organizzatori della cospirazione, più tardi come edificatori di questo organismo assai tardivo e anomalo che è la nazione italiana. È qui che si forma una tipologia intellettuale che segnerà i decenni successivi, caratterizzata da un nesso indissolubile tra politica e cultura: modello che reggerà fino agli anni Settanta e Ottanta, quando subirà (come ho già accennato) un tremendo scossone ad opera di mutamenti strutturali e di esperienze storiche italiane e internazionali. Un personaggio esemplare di questo doppio impegno può essere individuato in Francesco De Sanctis, che si pone esplicitamente il compito di costruire un tessuto ideologico, politico e culturale nazionale. Patriota, ministro della Pubblica Istruzione, critico militante, nella celebre Storia della letteratura italiana (1870-1871) egli compose la storia civile d'un popolo, dando vita a un'opera che può essere considerata esemplare della rinascita nazionale italiana. Un altro saggio rivelatore dell'atteggiamento etico di De Sanctis è L'uomo del Guicciardini, pubblicato nel 1869: Guicciardini è per lui il prototipo dell'intellettuale italiano colto e sagace, intelligente e sapiente, ma preoccupato unicamente del proprio tornaconto personale, del proprio «particulare», della propria privata «riputazione», astrattamente capace di riconoscere la via giusta, ma «impotente» a batterla. All'«uomo italiano» della decadenza si contrappone l'«uomo italiano» del Risorgimento, pronto a schierarsi e a combattere.

D. In sostanza lei dice che l'impegno politico dell'intellettuale italiano è da attribuirsi al ritardo con cui la nazione italiana nasce rispetto alle altre nazioni europee?

R. Sì, sono persuaso che questo nesso sia stato così forte e così determinante nella storia italiana proprio perché gli intellettuali vengono chiamati a edificare una coscienza e anche strutture intellettuali nazionali, che nei secoli precedenti non avevano avuto modo di formarsi. In Italia esisteva un problema che altrove neanche si poneva o si poneva in forma molto più attenuata: quello di creare una cultura che, conformemente a quanto si veniva facendo nel campo delle strutture (scuola, alfabetizzazione ecc.), favorisse la crescita di un comune sentire nazionale. Pensiamo al ruolo che nell'istituzione scolastica hanno esercitato personalità come De Sanctis, Gaetano Salvemini, Giovanni Gentile, Lucio Lombardo Radice, per fare solo pochi nomi. Più recentemente un grande linguista come Tullio De Mauro ha dedicato alla scuola italiana molte delle sue energie. Del resto, di questa simbiosi tra cultura e costruzione nazionale è viva la coscienza anche sul piano europeo, come ricordavo poc'anzi a proposito di Thomas Mann. E se si volesse allargare un po' più lo sguardo, bisognerebbe pensare in Francia a una personalità come Émile Zola e all'importanza europea assunta dall'«affaire Dreyfus».

D. Un matrimonio, quello tra cultura e politica, destinato però a mostrare fin da principio qualche irrequietezza.

R. Su questo impegno nazional-unitario, determinato dalla situazione storica, si innesta un secondo elemento rappresentato inizialmente dalla giovane intellettualità dissidente e critica di primo Novecento. Essa si muove in una direzione del tutto diversa rispetto all'intellettuale patriota di tipo risorgimentale e nazionale, rompendo schieramenti politici e ideologici organici e organizzati. Ha così avvio un filone costitutivo della storia intellettuale italiana del Novecento, affidato all'idea che i maîtres à penser dovessero influire sulle scelte della politica con i propri strumenti, dunque in modo autonomo e spesso contrappositivo rispetto ai partiti tradizionali e ai loro intellettuali.

D. Nasce cioè il progetto d'un «partito degli intellettuali», altra costante della storia d'Italia.

R. Sì, nasce la «classe dei colti» di Giuseppe Prezzolini e non è casuale che essa trovi espressione in una rivista che si chiama «La Voce»: i suoi artefici aspirano a essere «una voce» che non si identifica nei partiti esistenti e negli schieramenti dominanti. Manifestano una critica serrata nei confronti dell'esistente. Sono antisocialisti e insieme antigiolittiani (ne parlarono molti anni fa alcuni miei giovani allievi, Abruzzese, Micocci, Strappini, nel bel volume laterziano intitolato appunto La classe dei colti). Il rifiuto dell'Italia contemporanea è totale. «Questa Italia non ci piace» era il loro motto. Nasce una sorta di «psicologia intellettuale collettiva» - se così possiamo chiamarla - che attraverserà anch'essa la storia italiana, anche in tempi più recenti. Questo filone a un certo punto urta clamorosamente - questo è un passaggio fondamentale - con l'insorgenza di una terza ipotesi politico-istituzionale, quella rappresentata dal fascismo, che non è né socialista né giolittiana esattamente come non lo erano loro, gli attivisti della «classe dei colti». In presenza di questa terza strada - che, diversamente dalla loro, si fa pratica e diventa politica e storia - il partito degli intellettuali si dissolve. A quel punto Prezzolini fonda la Società degli Apoti, cioè di quelli che non la bevono, in dura polemica con il suo allievo prediletto, Piero Gobetti. Essa altro non è che la riproposizione d'un partito degli intellettuali che in presenza d'un conflitto radicale, come quello che si manifesta negli anni Venti tra proposta fascista e sistema liberaldemocratico, rinuncia a prendere partito, con il pretesto di «volare alto». Non si schiera, né di qua né di là. Una fenomenologia intellettuale che perdura fino a oggi.

D. Sta dicendo che la Società degli Apoti in Italia non s'è mai sciolta?

R. È un filone che, spesso senza dichiararsi, attraversa tutto il Novecento italiano. Quando nel 1931 il fascismo impone il giuramento di fedeltà ai professori universitari, soltanto quattordici su circa milleduecento rifiutano di firmare. Non è che tutti gli altri fossero fascisti: la maggior parte apparteneva al perdurante partito degli Apoti, nel senso che giuravano fedeltà a una specie di nicodemismo di massa, cioè la bugia collettivizzata e interiorizzata.

D. Una volta lei ha scritto che il corpo letterario italiano è indissolubilmente legato a un destino di sconfitta e di dolore. Estenderebbe il giudizio a tutto il ceto dei colti?

R. No, esso mi sembra assai più vano, più ondivago. I grandi letterati sono doloranti, il ceto colto oscilla tra sofferenza e vanità. Il rapporto con il fascismo da questo punto di vista è significativo: solo in pochi si schierano «contro», a costo di sofferenze e sacrifici; la gran parte si piega. Anche la pratica dell'esilio fu molto più forte in Germania; da noi coinvolse soltanto eroiche minoranze. Emigrarono (in fretta) dal loro paese personalità del calibro dei fratelli Mann, di Theodor Adorno, di Walter Benjamin. Quando l'Austria fu invasa, furono costretti a fuggire Sigmund Freud, Franz Werfel e altri. Quando anche la Francia fu invasa, Benjamin, in fuga verso i Pirenei, preferì uccidersi che cadere nelle mani dei nazisti. Dall'Italia scapparono solo gli studiosi più politicizzati, gruppi ristretti di antifascisti militanti. È vero che il totalitarismo nazista ebbe caratteristiche più cruente rispetto al totalitarismo italiano, ma i nostri intellettuali non mostrarono davvero una tempra da resistenti.

D. Una pagina ancor più nera fu quella rappresentata dall'ossequio della cultura italiana alle leggi razziali. Le ricerche tratteggiano un'intellettualità codarda, servile, in alcuni casi zelante nel rivendicare il proprio arianesimo. Quando nel 1938 fu diffuso negli istituti di cultura un foglio di censimento per discriminare gli ebrei, l'intero corpo culturale italiano - con la sola eccezione di Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis - accettò di compilarlo. Come è stato possibile?

R. All'origine di tutto, ancora prima della nascita del fascismo, c'è lo scollamento di ampie zone della cultura italiana rispetto allo stesso modello liberaldemocratico. Non è possibile dimenticare che, quando Mussolini prese il potere, poté contare sul contributo di personalità di alto profilo quali Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, Gioacchino Volpe e Luigi Pirandello. Il mondo accademico nazionale presto vi si adeguò, non opponendo resistenza. Questa subalternità, corale e con poche increspature, raggiunse il suo fondo più vergognoso con l'accettazione delle leggi razziali, con il beneficio tratto dall'esclusione degli ebrei dalle università e dalle case editrici, in qualche caso con il delirio di una fiera rivendicazione di arianesimo. Perché accadde tutto ciò? Ma questo è il destino storico della cultura italiana, soprattutto quando non c'è all'orizzonte la possibilità di un'alleanza con una forza o un potere che si presenti seriamente come alternativo. Gli intellettuali, in Italia, si sono sempre adeguati, salvo che nei momenti di più acuta crisi (la Resistenza, ad esempio, cambia le cose per alcuni, soprattutto giovani, se non per molti).

D. Il nicodemismo è una malattia nazionale permanente?

R. Anche oggi, dinanzi a una democrazia fortemente degradata sul piano politico ed etico, non vedo moltissime sentinelle pronte a lanciare l'allarme. La tendenza più diffusa è quella a «non schierarsi» oppure, ma è più o meno la stessa cosa, a «stare sopra la mischia». Ma sulle analogie che legano il fascismo al berlusconismo torneremo più avanti. Per continuare con la famiglia degli Apoti, essa è andata raccogliendo nel corso dei decenni simpatizzanti organici come Giovanni Ansaldo o Mario Missiroli, non provinciali, abbastanza cosmopoliti ed europei, ex liberali o ex filosocialisti, e pure accomunati agli altri da questo inesorabile, estenuato scetticismo, strumento di qualsiasi opportunismo, e dunque destinati esemplarmente a far da ponte tra il fallimento delle testate indipendenti prefasciste e la soggezione delle stesse testate nel postfascismo alla volontà dei potentati democristiani. È insomma quella tipologia intellettuale che dice male con gran gusto e con grande umorismo del potere, per poterlo poi servire meglio. La frase di Indro Montanelli «Mi turo il naso e invito a votare Democrazia cristiana» è la cifra immortale di un'educazione: poi negli ultimi anni di vita il giornalista si riscuoterà dal suo atteggiamento più consueto, opponendosi a Berlusconi con tutte le sue energie. Berlusconi aveva passato il segno anche per il suo estenuato scetticismo.

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