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Al largo di Okinawa

Al largo di Okinawa
Al largo di Okinawa
Petrolio, armi, spie e affari nella sfida tra Cina e Usa
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089308
Argomenti: Attualità politica ed economica, Economia e finanza

In breve

Da un lato ci sono 1.300 milioni di persone che aspirano a vivere nel benessere a ogni costo; dall’altro 300 milioni circa che quel benessere non hanno intenzione di perderlo. Non è più questione di ideologie, la posta sul piatto è molto più basilare: materie prime, petrolio, mercati, tecnologia. In una parola, la sopravvivenza e un nuovo equilibrio di potere. La battaglia tra Stati Uniti e Cina per il controllo globale è appena cominciata. Nessuna mossa è esclusa.

«In Zambia i cinesi stanno costruendo una ferrovia di 1.800 chilometri. In Sudan la diga di Merowe sul Nilo, un progetto da 1,8 miliardi di dollari. In Etiopia la maggiore diga del continente, in Nigeria lanceranno il primo satellite per le telecomunicazioni, in Uganda stanno introducendo nuovi farmaci antimalaria e in Tanzania farmaci antiretrovirali contro l’AIDS, in Kenya la radio di Stato cinese ha aperto una stazione che trasmette programmi per 19 ore al giorno.»

Dall’Africa al Pacifico, Alessandro Spaventa e Salvatore Monni collezionano storie di vita e di affari, spionaggio e impresa, satelliti e petrolio, per spiegare perché le relazioni Usa-Cina sono oggi a un delicato punto di svolta, fra la crisi globale e il nuovo corso della politica americana. «La Cina sarà anche solo un ‘competitor’ e non un nemico, come ha sostenuto Obama, ma sta tirando fuori i denti per prepararsi ad affrontare a viso aperto la maggiore potenza del mondo. L’aquila è in difficoltà, si dibatte. Il drago, uscito dalla tana, è pronto a mordere.»

Indice

1. Supermarket Africa - 2. Dall’Africa al Pacifico - 3. Spie - 4. Miracoli cinesi e depressioni americane - 5. Nella tana del drago - 6. Epilogo - Note - Bibliografia

Leggi un brano


28 ottobre 2005. Blandwood Road, Downey, contea di Los Angeles, California. Incastrata tra la Santa Ana Freeway, una delle arterie di Los Angeles, e Telegraph Road, non troppo lontano dal centro e a poca distanza dalla ferrovia, Blandwood Road è una piccola strada fatta di casette dignitose, di quelle con il prato davanti e il vialetto che porta al garage accanto alla casa. Non certo una zona residenziale di lusso, ma chi ci abita tutto sommato non si può lamentare. Le abitazioni sono ad un piano, spaziose, alcune con il campo di pallacanestro sul lato o sul retro. Il numero 8261 è una casetta beige dal tetto marrone, due cipressi e un’altra conifera tagliati a siepe a coprire le finestre sul davanti, qualche pianta nelle aiuole, il prato un po’ meno curato di quello dei vicini. Nel vialetto di accesso al garage una monovolume a sette posti Plymouth Voyager blu del 1998; parcheggiata sulla strada, una berlina Oldsmobile Cutlass marrone, sempre del 1998. All’inizio del vialetto di accesso, una piccola bandiera americana piantata nel prato. Una bandiera più grande sventola sopra la porta.

È mattino presto. Davanti alla casa si fermano due berline, ne scendono alcuni uomini in completo d’ordinanza, aria di chi non è abituato a rispondere alle domande, semmai a farle. Bussano. Dopo poco la porta si apre e sulla soglia, sotto la bandiera a stelle e strisce, compare un signore di 65 anni, aria distinta, occhiali, chiaramente di origine cinese. Gli uomini tirano fuori i distintivi, mormorano le frasi di rito e poco dopo il padrone di casa si ritrova in macchina diretto verso gli uffici del Federal Bureau of Investigation (FBI). Li segue un’altra macchina. All’interno la moglie.

Contemporaneamente, all’aeroporto internazionale di Los Angeles, altri uomini in giacca e cravatta si avvicinano a un uomo e a una donna, anche loro di origine cinese, che aspettano di imbarcarsi sul volo per Hong Kong. Stessi distintivi, stesse parole di rito, macchine simili, stessa destinazione.

Il signore con gli occhiali arrestato a casa sua dagli agenti del FBI è Chi Mak, colui che la procura americana ha definito ‘la spia perfetta’. Anche se, a dire il vero, della spia Mak non ha proprio l’aria, ma forse proprio per quello è la spia perfetta. Nato nel Guangzhou (Canton), in Cina, nel 1940, Chi Mak arriva negli Stati Uniti negli anni Settanta. È un bravo ingegnere, uno che lavora sodo, di quelli che quando serve si portano le carte a casa, e non faticano a trovare un posto. Ben presto entra in una delle numerose aziende californiane fornitrici del dipartimento della Difesa. Stile di vita morigerato, ineccepibile sul lavoro; pian piano fa carriera e riesce a comprarsi una casa nei sobborghi di Los Angeles. Le promozioni, tuttavia, non portano solo una busta paga più pesante, comportano anche l’accesso a dati sempre più riservati. Ma la cosa non sembra un problema. Tanto più che dal giugno 1985 Mak è divenuto cittadino americano a tutti gli effetti. E così nel 1996 all’ormai cinquantenne di origine cinese viene riconosciuto l’accesso ai dati classificati dalla difesa americana come segreti. Il lavoro va bene. Alla Power Paragon, un’impresa specializzata in tecnologia avanzata per la propulsione dei sottomarini, Mak lavora come ingegnere elettrico su oltre 200 progetti per la difesa e l’esercito americani. Una storia di immigrazione, operosità e integrazione come se ne vedono tante negli Stati Uniti. Già. Peccato che Mak, oltre ad essere un cittadino americano, dal 1985 sia anche una spia cinese.

Negli anni Novanta Mak diviene il responsabile del team di ingegneri che lavora ad un progetto di ricerca su un sistema di propulsione elettrico silenzioso per le navi della marina, il QED (Quiet Electric Drive propulsion system), un progetto molto ‘sensibile’, a dire del FBI, ritenuto dalla marina ‘apparecchiatura militare significativa’ e la cui esportazione è vietata verso la maggior parte dei paesi del mondo. Tecnologia all’avanguardia. Che potrebbe far gola a molti. E che qualcuno potrebbe molto apprezzare. Così Mak decide finalmente di muoversi. Copia i progetti su dei cd e invia al suo computer di casa foto e report sul sistema QED. Dopodiché lui e sua moglie, Rebecca Lai-wah Chiu, consegnano il tutto al fratello Tai Wang Mak che, ad ogni buon conto, provvede a criptare i cd. Il 28 ottobre 2005 Tai Wang Mak e sua moglie Fuk-heung Li si sarebbero dovuti imbarcare su di un volo per Hong Kong per poi, a quanto pare, volare nel Guangzhou per incontrare il loro contatto cinese preavvertito con delle telefonate in codice. In una delle telefonate che precedono il viaggio, Tai Wang Mak accenna al fatto che avrebbe viaggiato con sua moglie ed una terza persona, che lui descriveva come suo ‘assistente’, un riferimento, secondo gli investigatori, ai cd nascosti nel suo bagaglio. La famiglia Mak non sa però che tutti i suoi movimenti vengono seguiti dal FBI che due anni prima ha avviato una serrata indagine federale con ricorso a intercettazioni, perquisizioni segrete e installazione clandestina di una videocamera nella casa di Chi Mak. Quando gli agenti scoprono che i quattro sono in procinto di realizzare il loro obiettivo, decidono di intervenire.

Nella perquisizione che segue all’arresto, nella spazzatura della casa di Chi Mak gli agenti del FBI trovano una serie di documenti passati al tritacarte. In uno dei documenti, scritto in cinese, si chiede a Mak di darsi da fare per entrare in un numero maggiore di associazioni professionali e di partecipare di più a seminari su argomenti ritenuti di particolare interesse, raccogliendo il materiale che viene reso disponibile così da poterlo inviare oltreoceano. Tra gli argomenti ritenuti interessanti vi sono, tra gli altri: sistemi di intercettazione e di lancio, sistemi di artiglieria elettromagnetici, siluri sottomarini, sistemi elettronici per le portaerei, sistemi e tecnologie di propulsione marina, tecnologia per la difesa contro attacchi nucleari e sistemi per la comunicazione satellitare.

Un’operazione clamorosa, salutata con dichiarazioni altisonanti che esaltano il lavoro del controspionaggio del FBI e lanciano grida di allarme sulla crescente minaccia dello spionaggio cinese. Dichiarazioni che però vengono presto ridimensionate dal giudice Marc L. Goldman, chiamato a decidere la convalida degli arresti della famiglia Mak. Dopo aver valutato i capi di accusa e le prove portate dalla procura, il giudice Goldman ritiene che gran parte delle accuse non stiano in piedi. Il nodo cruciale è che, come poi riconosciuto dalla stessa procura, le informazioni in possesso della famiglia Mak sono sì ‘sensibili’, ma non riservate. Parte di esse vengono addirittura discusse apertamente in seminari e conferenze. Ma ciò non basta a togliere dai guai l’ingegnere cinese e la sua famiglia. Seppur non riservati, su quei dati vige il divieto di esportazione verso la Cina. Così i due fratelli Mak vengono incriminati per non essersi registrati come agenti di uno Stato straniero e devono rimanere in cella. Stessa accusa per la moglie di Chi Mak, Rebecca, che però viene rilasciata dietro pagamento di una cauzione di 300.000 dollari, mentre contro la moglie di Tai Mak, Fuk-heung, vengono lasciate cadere tutte le accuse. Un bel passo indietro rispetto alle pesanti accuse per le quali erano stati arrestati – furto di proprietà del governo, associazione a delinquere e trasporto di beni rubati – e per le quali rischiavano fino a 30 anni di prigione. Ma comunque roba non da poco. Se condannati, i due fratelli e Rebecca rischiano fino a 10 anni.

Nel processo, che viene celebrato nei primi mesi del 2007, le cose prendono di nuovo una brutta piega per i Mak, ai quali nel frattempo si è aggiunto, con la stessa accusa, anche il figlio di Tai e Fuk-heung, Yui. Chi Mak nega di essere una spia, ribadisce che le informazioni copiate erano disponibili su internet e la sua difesa fa sfilare testimoni che confermano la cosa, sebbene aggiungano che la trasmissione in Cina di quelle stesse informazioni sia vietata dalle leggi sulle esportazioni. L’avvocato di Mak, Ronald O. Kaye, si spinge fino ad affermare che il suo cliente non è altro che un capro espiatorio dei fallimenti dell’intelligence americana e un «simbolo della guerra fredda condotta dal governo americano contro i cinesi». Ma serve a poco. Anche perché se in questione è l’interpretazione da dare, i fatti, tuttavia, sono chiari e inoppugnabili. E non aiuta che Tai Mak, sua moglie e il figlio si riconoscano colpevoli delle accuse loro mosse.

La sentenza arriva a maggio 2007. Chi Mak viene riconosciuto colpevole da una giuria federale di associazione a delinquere, tentata violazione delle leggi sulle esportazioni, mancata registrazione come agente di uno Stato straniero e false dichiarazioni. Tai Mak, sua moglie Fuk-heung Li e suo figlio Yui ammettono tutti di essere colpevoli del reato di mancata registrazione in qualità di agenti di uno Stato estero e di altri reati minori. Nel marzo del 2008 Chi Mak viene condannato a 24 anni e 6 mesi. La famiglia del fratello viene condannata ed espulsa dagli Stati Uniti.

Ventiquattro anni e sei mesi: una pena esemplare che, come ha scritto il giudice Cormac J. Carney nelle motivazioni che hanno accompagnato la sentenza, «intende rappresentare un forte deterrente alla Cina affinché la smetta di inviare agenti a rubare i segreti militari americani». Una sentenza meritata perché, come scrive ancora il giudice, «non sapremo mai la reale portata dei danni apportati da Chi Mak alla nostra sicurezza nazionale».

Il giudice Carney non è l’unico a ritenere che giustizia sia stata fatta. Dopo la sentenza le dichiarazioni colme di retorica sulla sicurezza nazionale si sprecano. «La pesante sentenza assicura che Chi Mak non ruberà mai più segreti militari americani. Chi Mak ha tradito gli Stati Uniti e messo a repentaglio la nostra sicurezza nazionale e i coraggiosi uomini e donne delle nostre forze armate», dichiara il procuratore Thomas P. O’Brien. Un funzionario del FBI dichiara che «ora i cinesi sanno più del nostro esercito di quanto noi sappiamo del loro intero paese». Dello stesso tenore le dichiarazioni di altri esponenti della procura e del FBI. Ma il commento più interessante lo fa forse Joel Brenner, a capo dell’ufficio del direttore della National Intelligence, il superorganismo che coordina tutte le agenzie di intelligence americane: «Chi Mak ha riconosciuto di essere stato mandato negli Stati Uniti più di venti anni prima, così da integrarsi nell’establishment dell’industria della difesa e poi rubare segreti. La storia rivela una forte perseveranza e pazienza», e secondo Brenner è solo una delle tante.

Recensioni

Francesco Longo su: il Riformista (23/05/2009)


«Shenzen. Nel 1980 era una cittadina di pescatori di 70-80.000 anime. Quasi un paesino per gli standard cinesi. Oggi è una città di quasi 9 milioni di abitanti fatta di moderni grattacieli che superano i 200 metri». La Cina non è vicina, ma si è talmente estesa che ormai è qui.

Qualche anno fa, in Italia, uscì un libro intitolato Safari cinese, che raccontava l'espansione commerciale cinese in Africa: patti economici tra società industriali, accordi privilegiati tra governi dei singoli stati e Pechino. Più di recente, è stato pubblicato il testo Cinafrica, espressione che rimanda chiaramente a quella stessa nuova forma di colonizzazione, una fusione a Oriente sempre più visibile e irreversibile. Esce in questi giorni in libreria un nuovo testo intitolato Al largo di Okinawa (Laterza) che porta un sottotitolo piuttosto esplicito: Petrolio, armi, spie e affari nella sfida tra Cina e Usa.

Il testo, scritto a quattro mani da Alessandro Spaventa (economista ed esperto di politica internazionale) e Salvatore Monni (docente di Economia dello sviluppo), si muove proprio dal cuore di quei libri appena citati e cioè dalla capillare e invasiva presenza cinese nel continente africano. L'analisi degli autori mostra (con un'enorme quantità di dati) che i cinesi hanno un nuovo modo di guardare l'Africa rispetto alla storia del colonialismo d'impronta europea. I cinesi, che in Africa vedono un Eldorado di materie prime, costruiscono strade, creano impianti per l'irrigazione, reti per la telefonia, ferrovie, dighe, portano nuovi farmaci, aprono radio, lanciano satelliti per nuove comunicazioni. Questa loro occupazione non prevede ingerenze politiche: non pongono condizioni, donano aiuti, senza pretendere vincoli, «non hanno remore a sostenere dittatori spesso feroci».

Prendono tutto quello che c'è da prendere. Ma i capi di stato africani, logorati dal finto paternalismo bianco, ricambiano con consenso lo sguardo asiatico che si mostra lungimirante e scaltro: «La Cina ci tratta da pari a pari, mentre l'Occidente ci tratta da ex sudditi».

Al largo di Okinawa si occupa però di fornire al lettore anche meno esperto un quadro completo delle trasformazioni della galoppata economica cinese. Nelle pagine si affrontano temi come il rapporto diplomatico con gli Stati Uniti, il riarmo nucleare cinese, la questione Taiwan («elemento cruciale nelle relazioni tra Cina e Usa»), il dominio nel Pacifico, l'eventualità di un confronto militare con gli Usa e la giostra delle alleanze con gli stati orientali. Tra i capitoli più interessanti del volume c'è sicuramente quello dedicato allo spionaggio. Non solo quello di stampo classico (con doppi passaporti e relazioni amorose con dame in incognito), ma anche le nuove forme di spionaggio, che non riguarda più solo competenze militari, ma sempre di più quelle informatiche e elettroniche. «I cinesi non fanno intercettazioni, non ascoltano le chiamate. Preferiscono far venire le persone in Cina e parlare con loro». Si parla di "aspirapolvere intellettuale".

Finalmente in Italia, come dimostra questo testo, si inizia a leggere una saggistica fruibile, seria e altamente leggibile. Che include voci in presa diretta, reportage pubblicati su riviste internazionali, e analisi, il tutto, per quanto possibile, con ritmi narrativi. Nel libro non mancano parole evocative come il riferimento al mega-gasdotto transsahariano, la finlandizzazione della Corea, le feste al Fbi per gli agenti che vanno in pensione, le spie che diventano amanti. Per la nostra tradizione saggistica-accademica un libro erudito e leggero è un piccolo evento. Visti gli impressionanti progressi e la capacità di elaborare modelli e imporsi sul mercato a prezzi concorrenziali, ci si può chiedere cosa accadrà alla saggistica quando la Cina produrrà per il mercato europeo libri dotti e a buon mercato.

Galapagos su: Le Monde diplomatique (01/06/2009)


Un mesetto fa il ministero del Commercio di Pechino ha fatto sapere che nei primi 4 mesi del 2009 gli ordini a contractor cinesi sono cresciuti del 59,5% rispetto al primo quadrimestre del 2008 toccando i 44,5 miliardi di dollari. Soltanto in aprile gli ordini firmati sono aumentati del 64,2%. In totale il valore dei contratti dall'estero per i gruppi cinesi sfiora i 488 miliardi e l'attività dei contractor si concentra soprattutto in Africa. E proprio dall'Africa inizia il bel libro Al largo di Okinawa. scritto a quattro mani da due giovani economisti: Alessandro Spaventa e Salvatore Monni in libreria da alcune settimane. Il sottotitolo del libro è «Petrolio, armi, spie e affari nella sfida tra Cina e Usa». E questo perché la battaglia per il controllo globale oggi si svolge tra Stati Uniti e Cina. E nessuna mossa è esclusa. E la Cina impegna in questa sua battaglia le massime cariche dello stato a cominciare da Hu Jintao, il Presidente della repubblica popolare.

Tornando all'Africa, in 6 anni l'interscambio commerciale della Cina (55 miliardi nel 2006) si è quasi quintuplicato e arriverà a 100 miliardi entro il 2010, facendo di Pechino il primo partner commerciale del continente nero dove finora hanno dominato gli Usa. Attualmente due terzi delle importazioni petrolifere del colosso cinese arrivano dall'Africa. Spiegano gli autori: «in tutti questi paesi le società cinesi stanno entrando nel capitale delle società petrolifere locali o stanno formando joint venture» per controllare direttamente la produzione e accrescere la produttività fornendo assistenza tecnica. La merce di scambio utilizzata dai cinesi è la costruzione di infrastrutture: la rete ferroviaria in Botswana, l'autostrada tra Tunisia e Marocco, una diga in Ghana, strade e opere di irrigazione in Ciad. In Zambia stanno costruendo una ferrovia che con un percorso di 1.800 chilometri attiverà al porto di Dar es Salaam in Tanzania. A costruirla saranno soprattutto 50 mila lavoratori cinesi dei circa 750 mila che secondo alcune stime attualmente operano in Africa. Ma le opere citate sono solo una piccola percentuale dell'impegno globale di Pechino che non si tura più di tanto il naso per fornire armi a regimi di dubbia democraticità. Ma la Cina non guarda per il sottile e oltre agli affari punta sui paesi africani per aumentare il proprio consenso internazionale. Non a caso a tutti viene chiesto (e quasi tutti i paesi hanno accettato) il disconoscimento di Taiwan, fedele alleato degli Usa.

Dall'Africa al Pacifico, il quadro non cambia se non per un particolare: in quell'area si gioca anche un risiko strategico-militare con una presenza inquietante di spie e una crescita esponenziale della spesa militare cinese. ancora non dotata di portaerei, ma di una flotta di sommergibili nuovi e terribilmente efficaci. E molto bella e documentata è la storia della «spia perfetta», Chi Mak, arrestato dall'Fbi nel 1988. Insomma, gli Usa ― il vecchio imperialismo ― non vuole mollare al «nuovo» imperialismo che avanza da Pechino. Ma la situazione di crisi economica degli Usa non aiuta. Come non aiuta la debolezza dello yuan, la moneta cinese, che Pechino ha rivalutato appena un pochino, ma non così tanto da dare respiro alla competitività Usa. Interessante è la pubblicazione di una lettera spedita il 13 giugno 2007 dall'allora senatore Barack Obama al segretario del Tesoro Henry Paulson con la quale il futuro presidente degli Stati Uniti denuncia la sistematica manipolazione della moneta «così da ottenere scorrettamente un vantaggio commerciale sugli Usa». Ma la Cina, forte dell'enorme debito pubblico americano sottoscritto e che continua a sottoscrivere (e che registrerebbe una enorme perdita patrimoniale in casi di rivalutazione dello yuan) non ci sta e respinge le accuse. Solo per rimanere agli ultimi giorni, il 14 maggio il governo cinese ha nuovamente respinto le critiche statunitensi sostenendo che «il governo cinese non ha mai tratto beneficio nel commercio internazionale da alcuna forma di manipolazione dei tassi di cambio» e mette in guardia il governo Usa dall'adottare misure di stampo protezionista.

In realtà, però la Cina manovra con discrezione il cambio. In un paragrafo (Il viaggio del dollaro) Monni e Spaventa, citando un esempio concreto (lo spazzolino elettrico Oral-B) ci raccontano l'itinerario in base al quale la banca centrale cinese riesce ad accumulare tonnellate di dollari, anche se a guadagnare di più sugli spazzolini elettrici, non sono i produttori cinesi, ma gli americani.

Il tutto viene riassunto con una affermazione: da un lato ci sono 1.300 milioni di persone che aspirano a vivere nel benessere: dall'altro poco più di 300 milioni che quel benessere non hanno intenzione di perderlo. Per ora la Cina è solo un «competitor» e non un «nemico», come ha sostenuto Obama. Ma la tensione è altissima.

Valerio Castronovo su: Il Sole - 24 ore (02/08/2009)


Erano in molti, poco più di trent'anni fa, a pensare che il Giappone avrebbe surclassato prima o poi i paesi dell'Occidente continuando a marciare a un passo sempre più spedito in alcuni importanti settori industriali (dalla cantieristica all'automobile, dall'elettronica ai transistor) e contando su un'organizzazione del lavoro all'avanguardia (come quella del just in time ricalcata sul modello della Toyota). Per di più il Sol Levante, con una popolazione risparmiatrice per eccellenza, aveva nelle proprie casse tanti soldi da prestarne pure agli Stati Uniti e da finanziare inoltre crescenti investimenti diretti all'estero.

Adesso che il Sol Levante non è più riuscito a riprendere quota dopo la recessione in cui è piombato al volgere degli anni Novanta, è la Cina a tenere sulle corde l'Occidente. Da quando il vecchio Deng Xiaoping, abbandonando il ruralismo marxista di Mao e mettendo al bando gli epigoni della "rivoluzione culturale", ha avviato l'ultimo pianeta rosso sulla strada del "socialismo di mercato", l'ex Impero Celeste è cresciuto a ritmi così vorticosi da divenire uno dei giganti dell' economia globale e una stella di prima grandezza anche nello scacchiere geo-politico mondiale.

Ma si deve perciò ritenere che la Cina sia destinata a crescere sempre più di forza e statura, al punto da sopravanzare l'Europa e da insidiare, di qui a pochi anni, persino l'egemonia degli Usa? A questo assillante interrogativo, che tiene oggi campo in una vasta letteratura, cerca di rispondere anche un saggio, firmato da due giovani studiosi, Alessandro Spaventa e Salvatore Monni, in capo a una ricognizione densa di ragguagli e osservazioni puntuali.

Al di là dei dati di dominio comune sul massiccio afflusso di merci cinesi, che hanno suscitato in Occidente una sorta di "sindrome da invasione'', la parte più interessante dell'analisi dei due autori riguarda l'espansione del raggio d'azione di Pechino dal Sud-est asiatico all'Africa e all'America Latina. Perché questa direttrice di marcia dà l'idea che la nomenclatura cinese abbia messo in cantiere una strategia altrettanto accorta quanto pervasiva, tendente ad accerchiare da più parti gli Stati Uniti e i principali paesi europei mediante una batteria di investimenti in imprese locali e di accordi commerciali, di prestiti a media-lunga scadenza e di aiuti a fondo perduto. E ciò non solo per procurarsi materie prime e altre risorse necessarie alla propria economia, ma anche per scalzare i suoi competitori da certe loro tradizionali posizioni di rendita e influenza politica.

Tuttavia, se la Cina sta impegnandosi con ogni mezzo e a tutto campo per scalare le cime del firmamento economico e imporsi quale attore politico di assoluto rilievo nello scenario internazionale, essa è ancora ben lungi dal poter gareggiare con successo sul versante scientifico e tecnologico e, tantomeno, dal colmare l'ingente divario che la separa sul terreno militare dagli Usa. Per quanto riguarda il versante delle innovazioni, le imprese cinesi potranno certamente avvalersi anche dei nuovi sistemi informatici ed elettronici di spionaggio per carpire quanto loro può servire di volta in volta; ma continuerà intanto a far aggio la ricerca scientifica e la "materia grigia" preminente nei paesi più avanzati. E per il resto è ancora abissale l'inferiorità della Cina nei confronti degli Usa, che possiedono notevoli armamenti aereonavali altrettanto sofisticati che di pronto impiego dovunque, per cui, in caso di un eventuale conflitto, essa può riuscire semmai a reggere l'urto solo circoscrivendo il teatro delle operazioni belliche in alcune aree dove risulta meno vulnerabile.

Comunque sia, sta di fatto che nel mezzo della attuale crisi la Cina e gli Usa dovranno pensare innanzitutto a come agire di concerto, non solo in quanto dipende da loro, per primi, la possibilità di una ripresa economica, ma anche perché sono strettamente legati da rapporti di reciproco interesse. Se gli americani hanno finora potuto spendere largamente al di sopra delle proprie risorse, indebitandosi sino al collo, sono stati infatti i cinesi a consentirglielo acquistando una quota consistente di bond statunitensi, per poter così esportare, a loro volta, una crescente quantità dei loro prodotti sul mercato statunitense. E se gli Usa non si rimetteranno presto in sesto, ridando così vigore ai redditi e ai consumi, la Cina cesserà di correre come ha fatto finora e si troverà inoltre alle prese con pesanti problemi sociali al suo interno, a causa di vari malanni di ordine strutturale che ha continuato a trascinarsi dietro.

Insomma, al di là di certe bordate polemiche, per cui da Washington si accusa la Cina di manipolare la sua valuta per avvantaggiarsi sul piano commerciale, e da Pechino si addebitano agli Usa tentazioni protezionistiche, sembra che prevarrà alla fine la convenienza per entrambi divenire a patti e darsi da fare insieme per affrontare la crisi. Come ha osservato il segretario di Stato americano Hillary Clinton, incontrando in febbraio il presidente cinese Hu Jintao, i due paesi sono destinati a «crescere o a cadere insieme». Almeno per il momento così stanno le cose; dopo, se e quando passerà la bufera, si vedrà chi ha più filo da tessere.

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