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In principio era la meraviglia

In principio era la meraviglia
Le grandi questioni della filosofia antica
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20197
Collana: Economica Laterza [481]
ISBN: 9788842088134
Argomenti: Filosofia antica e medievale: storia e saggi

In breve

I greci sono stati l'alpha e l'omega della filosofia. Partendo da Aristotele, Enrico Berti offre una appassionante introduzione al pensiero antico e ai suoi grandi problemi, che sono in fondo gli eterni problemi della filosofia: che cos'è l'essere? Chi sono gli dèi? Chi è l'uomo? Come possiamo raggiungere la felicità? Che cosa ci attende dopo la morte?

 

Franco Volpi, “la Repubblica”

La meraviglia, secondo Aristotele, è l’origine della filosofia, ovvero della ricerca disinteressata di sapere. Stato d’animo raro e prezioso, la meraviglia è la sola espressione della vera libertà. Attraverso le domande e le risposte dei filosofi greci, Enrico Berti racconta lo stupore dell’uomo di fronte al mondo.

Recensioni

su: Giornale di Brescia (12/04/2020)

Navigare tra mari e saperi dell'antichità sulle rotte e con le parole di San Paolo

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Franco Volpi su: La Repubblica (26/05/2007)

I greci sono stati l'alpha e l'omega della filosofia, il repertorio originario del pensiero, al quale sempre si è tornati e sempre si tornerà. Ma da dove è nata questa strana arte di inventarsi ragioni per dubitare delle evidenze che è la filosofia? Che cosa rende la vita umana capace di interrogarsi su se stessa e su tutto ciò che è? Il domandare filosofico - spiega Aristotele - nasce dalla meraviglia o dallo stupore, ovvero da una particolare "modificazione emotiva" in virtù della quale l'uomo è spinto a porsi la questione del perché delle cose e a cercarne le ragioni. Partendo dalla testimonianza di Aristotele, Enrico Berti offre una appassionante introduzione al pensiero antico e ai suoi grandi problemi, che sono in fondo gli eterni problemi della filosofia: che cos'è l'essere? Chi sono gli dèi? Chi è l'uomo? E come possiamo raggiungere la felicità? Che cosa ci attende dopo la morte?

L'aspetto interessante è che nel cercare risposta a questi interrogativi la filosofia, nel corso della sua storia, non ha costruito soltanto grandi edifici teorici, ma è stata intesa e praticata al tempo stesso, specialmente nel mondo antico, come la capacità di dare alla propria vita una forma bella e riuscita: come cura di sé ed "estetica dell'esistenza". Insomma: non solo come filosofia teoretica, ma anche come filosofia pratica. Il fatto poi che le risposte siano state molte, ma nessuna definitiva, induce a credere che i veri problemi filosofici non abbiano soluzione, ma solo storia. Forse per questo Plutarco attribuiva a Pitagora, primo a rivendicare per sé il nome di filosofo, la sentenza secondo cui in fondo il filosofo non deve «meravigliarsi di nulla» (medèn thaumàzein, nihil admirari). Quasi come se i problemi filosofici assillassero l'uomo non per essere risolti, ma per essere vissuti.

Maria Bettetini su: Il Sole - 24 ore (27/05/2007)

Anche la storia della filosofia si può dire in molti modi. Proprio come l'essere di Aristotele, anche la storia di chi l'ha studiato può ridursi a un elenco di testi, a una utilissima ma riservata ricerca filologica, a una raccolta archeologica. Oppure a simpatici giochini: Gorgia sembra Wittgenstein, tracce di Platone presenti in Husserl, insospettabile pensiero dello Stagirita alla radice di molte etiche relativistiche dell'ultimo decennio. Il problema è molto semplice: è molto difficile conoscere bene i testi degli antichi (di quanti? E chi sono, poi, ossia fino a quando uno è un antico e poi diventa un tardo-antico e poi un medievale, e poi addirittura un moderno e cosi via?) e insieme avere anche familiarità con i medievali e moderni e contemporanei.

Inoltre è molto difficile non farsi prendere la mano. Questi antichi, li abbiano in gloria i loro dei, non c'è verso di ridurli a sistema. Non solo gli "antichi" in generale, ma ciascuno di loro: l'anima è intelligenza; l'anima è intelligenza, passione e desiderio; l'anima è lotta fra le sue parti; l'anima si deve sviluppare in tutte le sue parti. Non sono pensieri contrastanti, sono brevi estratti dai dialoghi dello stesso Platone, del maestro di Aristotele, del contemporaneo dei Sofisti. Che fare allora, lasciarsi prendere dal fascino di questi grandi e sconosciuti Greci (spesso nati in Italia o in Turchia) e cedere alla tentazione della ricerca fine a se stessa? Ma «il domandare fine a se stesso è solo una posa», ammonisce Enrico Berti in un saggio in libreria in questi giorni, intitolato alla «meraviglia», origine di ogni ricerca, e soprattutto della ricerca filosofica (In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica, Laterza). «I Greci non avevano il gusto per la ricerca fine a se stessa: essi cercavano per trovare», anche se «oggi a volte si preferisce concepire la filosofia come pura ricerca, o come ricerca senza fine», quasi che «il trovare sia banale, grossolano e dogmatico».

Questi signori, che pure avevano a volte gravi pecche, come il considerare naturale la schiavitù o il disprezzo per la donna, questi uomini benestanti e colti, addestrati nel corpo e nell'intelligenza, non si ponevano problemi da salotto. Non si vergognavano nel presentare una loro idea, nel difenderla, nel definirla vera. E poi, magari, nell'opera (quando siamo fortunati: spesso dobbiamo parlare di frammenti) successiva metterla in dubbio, a causa di nuovi pensieri, nuove discussioni (non furono loro a inventare la dialettica? Certo, bene lo spiega Berti nel quinto capitolo). Proponevano dunque un loro pensiero: siamo fuoco, siamo aria, siamo logos; moriremo del tutto, sopravviverà l'anima, trasmigrerà da qualche parte, andrà a riunirsi all'unica anima del mondo.

A volte si atteggiavano a vati, come Empedocle che per dare veridicità alla leggenda della sua divinità si gettò, o finse di gettarsi, nell'Etna, allora ritenuta la fucina di Vulcano, il dio zoppo e artefice delle meravigliose armi dei figli che le dee concepivano qua e là per il mondo, come il forte e tenero Achille. Gli dei: uomini esagerati (non fu tanto originale Feuerbach), pieni di esagerati difetti e spropositate passioni. Eppure mai messi in dubbio dai filosofi greci. Uno, o due, forse (come Diagora di Melo) sono definiti "atei", Protagora forse si può dire agnostico; gli altri danno consigli per non averne paura (Epicuro), collocano gli dei nelle stelle e nelle intelligenze motrici (55, infine Aristotele decise), li spargono tra le fronde del grande albero che dal primo principio discende fino alla materia bruta (i neoplatonici). Senofonte si altera: come possono questi dei avere le nostre caratteristiche e i nostri difetti? Ma lo fa solo per difendere "il" dio, realtà soprannaturale presente anche nei testi più miscredenti dei seguaci dei Greci (Lucrezio si rivolgerà a Venere all'inizio del suo poema Sulla natura delle cose). Eppure, e questo è il cuore, e forse anche l'origine, del saggio di Berti, i Greci non si rifanno a nessuna rivelazione. Non c'è un "libro", un'apparizione, non ci sono tavole delle leggi. I poemi di Omero e di Esiodo sono "teologia" in senso greco, ovvero "racconti", miti sul mondo degli dei, niente a che vedere con un lavoro razionale sulle grandi questioni dell'umanità.

Che è proprio quello che fecero questi uomini, a noi noti per frammenti, trascrizioni, traduzioni dal greco al siriaco all'arabo al latino (è il percorso di Aristotele). L'origine dell'universo, la domanda sull'essere, sugli dei, sull'uomo; la giustificazione del proprio dire (ovvero l'arte dialettica); il senso della poesia e delle arti mimetiche; l'essenza della felicità, il destino dell'uomo dopo la morte: non v'è uomo che non sia interessato a queste questioni. E non v'è uomo che non possa trovare nei testi di Anassimandro, Platone, Aristotele, e Parmenide, e Plotino, e Zenone e tanti altri, delle risposte. Non una, non "la" risposta, ma alcune possibili risposte: ottima è la guida di chi ha trascorso la vita a leggere onestamente e intelligentemente i testi greci, sono pagine che scorrono come un romanzo, lontane dai manuali e dalle monografie specialistiche. E si leggerà, prima delle risposte, il sorgere delle domande, che è infine lo scopo più nobile dell'arte del filosofare: non cercare sistemi e quadrature, ma nemmeno fare il gioco di chi cerca senza voler trovare. Saper domandare, spinti da quel sentire primigenio che i Greci individuarono come l'origine di ogni sapere: la meraviglia. Saper thaumazein, sapersi far possedere dalla domanda su quello che si vede: la vita, la morte, la felicità, il dolore, il sole che ogni giorno insiste nel voler sorgere.

Marco Unia su: L’Avvenire (23/06/2007)

In circostanze fortunate può accadere che una tradizione millenaria, scrupolosamente tramandata e custodita, sia in grado di esercitare la propria influenza anche nell'epoca presente. Un caso simile sembra avverarsi all'università di Padova, dove insegna Enrico Berti, il più autorevole studioso italiano di Aristotele ed in tal senso erede dell'aristotelismo padovano che si sviluppò e fiorì tra XIV e il XV secolo. Fedele alle proprie radici, con In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica, Berti dà prova di una notevole capacità di mediazione aristotelica, trovando il giusto mezzo tra un approccio ermeneutico al pensiero degli antichi e modalità argomentative di tipo analitico. Il libro si configura infatti come una storiografia filosofica del periodo classico, tracciando un percorso che copre l'arco di tempo che va dal VI secolo a.C. ― l'età presocratica ― fino al III secolo d.C, caratterizzato dal neoplatonismo. All'interno di una trattazione cronologicamente vasta, Berti dimostra tangibilmente alcuni caratteri peculiari del sapere filosofico, in primo luogo il particolare rapporto che esso intrattiene con il proprio il passato. Leggendo questo quadro sintetico del pensiero antico, risulta del tutto evidente il carattere dialogico e confutatorio che la filosofia assume sin dalle origini, un tratto che lungo i secoli ne costituirà il suo carattere permanente. Pur dando il giusto rilievo all'importanza delle scuole all'interno delle quali il sapere filosofico si evolve, il testo di Berti lascia emergere soprattutto le costanti discussioni, i ripensamenti, le innovazioni che i filosofi apportavano alle speculazioni dei loro predecessori. Non solo il pensiero platonico si dimostra chiaramente come dialogo e superamento dell'esperienza socratica, ma anche l'opera aristotelica vive all'interno del confronto con Platone e con i presocratici, al punto tale che Aristotele può a buon diritto essere considerato il primo autore di una storiografia filosofica, poiché nel De Anima e nella Metafisica riassume e interpreta i risultati delle filosofie precedenti. Sempre in un'ottica ermeneutica, di particolare efficacia risulta l'analisi condotta da Berti sullo sviluppo del concetto di felicità all'interno della filosofia classica. In queste occasioni ciò che colpisce è la capacità di «fusione degli orizzonti» tra autore e interprete, perché Berti riesce a calare il lettore all'interno dello spirito dell'epoca, evidenziando la straordinaria persistenza nel tempo delle questioni di fondo, senza timore di mostrare le differenti risposte che antichi e moderni hanno dato ai medesimi interrogativi. Grazie a questa sincerità interpretativa diventa così possibile capire il particolare concetto di felicità dei Greci, per i quali non costituiva un traguardo utopico ― come invece è diventata per l'epoca moderna ― ma una meta certa dell'esistenza, un obbligo morale da perseguire, al cui raggiungimento era finalizzato anche l'esercizio filosofico. L'articolazione del libro in capitoli tematici ― relativi alle grandi questioni della filosofia classica quali ad esempio gli interrogativi sull'essere, sull'uomo, sugli dei, sul cosmo oltre che sulla felicità ― costituisce la nota più innovativa del saggio, offrendo un approccio ai filosofi antichi che ne rende più agevole la comprensione. Da questa strutturazione del testo derivano altri benefici, tra cui è importante sottolineare l'attenzione posta dal Berti nel riproporre con fedeltà le argomentazioni con cui venivano sostenute le diverse tesi. Tale modo di procedere permette infatti di riconoscere il carattere «scientifico» della filosofia antica, che si distingueva con forza dalla poesia e dalle altre arti proprio per la propria capacità di argomentare secondo logica: una caratteristica spesso trascurata dalla storiografia, che ha finito per ridurre il pensiero classico ad una successione di idee e intuizioni, facendo passare in second'ordine quel metodo logico che costituisce la base stessa del filosofare.

Luigi Vaccari su: Il Messaggero (24/07/2007)

Enrico Berti, insigne studioso di Aristotele, ha immaginato d'intraprendere il viaggio nella filosofia quando l'ha incontrata al liceo. «E' stato un amore a prima vista», racconta. «L'insegnante ha illustrato i problemi principali: la conoscenza, Dio, la politica, l'arte, la storia. Li ho trovati interessantissimi e ho deciso di approfondirli tutti».

Aveva qualche timore, disponendosi all'avventura?«Deludere i miei genitori, che desideravano una professione più tradizionale: medico, ingegnere, avvocato. Ero abbastanza bravo in matematica e fisica per permettermi una facoltà scientifica. Ma la filosofia mi interessava molto di più, perciò volevo ― per usare una frase di Paul Ricoeur che ho scoperto più tardi ― una professione che coincidesse con la mia passione».

Sperava di rintracciare la capacità di possedere la vita?«Attraversavo, come accade a molti adolescenti, una crisi religiosa: nutrivo forti dubbi sulla religione cattolica a cui ero stato educato. La filosofia mi ha convinto dell'esistenza di Dio e consentito di superare quella crisi», risponde Berti, veneto di Valeggio sul Mincio, 71 anni, ordinario prima di Storia della filosofia antica e poi di Storia della filosofia nelle università di Perugia e di Padova, titolare della "cattedra Perelman" nell'università di Bruxelles, iscritto per quasi 30 anni all'Ordine dei giornalisti, e, fra l'altro, due volte presidente della Società filosofica italiana, accademico dei Lincei, membro della Pontificia accademia delle scienze. «Mi resta ancora un anno di insegnamento universitario di ruolo. Dopo, spero di continuare a insegnare nella Scuola Galileiana di Studi superiori di Padova, come faccio da un biennio».

Perché ha scelto la filosofia antica e, un giorno, ha concentrato l'attenzione su Aristotele?«Veramente ho scelto la metafisica: la disciplina filosofica che ricerca le cause prime, cioè la spiegazione di tutto, e perciò mette in questione tutto. Studiando, mi sono convinto che la metafisica più critica, perché non influenzata dal cristianesimo, era la metafisica classica, il cui maggiore esponente è senza dubbio Aristotele».

Le sue considerazioni l'hanno esposta al dissenso di altri studiosi?«Quando ho cominciato a occuparmi di Aristotele, quasi nessun filosofo italiano se ne occupava perché era ritenuto del tutto inattuale. I miei colleghi mi guardavano con aria di compatimento. Allora, parlo degli Anni Cinquanta, non avrei mai immaginato quello che sarebbe successo due o tre decenni più tardi, quando è diventato il filosofo forse più attuale», sottolinea Berti, autore di svariati saggi, ultimo, appena uscito, In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica (Editori Laterza).

Quali aspetti della riflessione contemporanea sono stati maggiormente influenzati dalla filosofia greca?«Tutti: la logica, la metafisica, l'etica, la politica, l'estetica. Oggi si riscopre dovunque la grandezza dei filosofi antichi, cioè di coloro che hanno inventato la filosofia, ne hanno formulato per primi i problemi e spesso li hanno anche risolti».

La saggezza, dice Aristotele, è la virtù del buon politico. Ma si può esercitarla anche all'interno della famiglia e di se stessi. L'esercizio della virtù richiede a ciascuno comportamenti che dipendono dalla posizione e dal ruolo occupati all'interno della società?«La saggezza è la virtù non solo del politico, ma di tutti coloro che hanno una responsabilità. Il saggio è colui che sa prendere le decisioni giuste, per sé e per coloro che si affidano a lui. Ma non confondiamo la filosofia con la saggezza. Tutti dovrebbero essere saggi; non tutti devono essere filosofi. Anzi: i filosofi hanno bisogno di governanti, di produttori, di artigiani saggi. E anche di artisti, di sacerdoti, di poeti».

Il discepolo di Platone propone, nell'"Etica Nicomachea", il suo concetto di felicità: la piena realizzazione, cioè, di tutte le potenzialità dell'uomo. Non è un volo dell'immaginazione?«Non riesco a immaginare un altro modo di concepire la felicità. Il problema è realizzarla. Per quanto riguarda la professione, mi accontento: credo di averla realizzata, grazie a una buona dose di fortuna. Quando andrò in pensione, potrò continuare a fare le cose che ho sempre fatto: leggere libri, soprattutto di filosofia; forse (se sarò lucido) scrivere; forse (se mi inviteranno) tenere conferenze e relazioni in convegni filosofici. Molte cose non dipendono da noi e anche il filosofo che più si è realizzato può essere terribilmente infelice. Infine bisogna realizzare la felicità degli altri, senza la quale è impossibile essere pienamente appagati. Per questo è necessario anche un impegno etico e politico».

Perché Aristotele è diventato uno dei punti di riferimento più frequentati, citati e discussi della filosofia contemporanea?«Perché è stato un filosofo, come si direbbe oggi, "laico", cioè razionale, e tuttavia audace, capace di affermare alcune grandi verità, senza disprezzare il senso comune e darsi arie da iniziato, ma cercando di parlare a tutti. Ha elaborato in tutti i campi, dalla logica all'etica, dalla biologia e psicologia alla politica e alla poetica, un patrimonio di riflessioni utilizzabili da tutti, e che tutti di fatto utilizzano, da più di 2000 anni, anche senza saperlo. La riscoperta di Aristotele è stata resa possibile dalla scomparsa pressoché totale dello storicismo: quella filosofia secondo la quale ciò che è più recente vale sempre di più di ciò che è venuto prima. Oggi per fortuna quasi nessuno la pensa più così».

Il discorso filosofico aiuta a chiarire il significato del tempo, a rendersi conto che per sopravvivere bisogna aprire gli occhi o le risposte che dà sono problematiche e accrescono le domande?«Hegel disse che la filosofia è essenzialmente la comprensione del proprio tempo. Non so se sia vero, e in ogni caso è possibile capire il proprio tempo solo, come diceva lo stesso Hegel, "a tempo scaduto", quindi senza poter fare previsioni. Certamente la filosofia formula domande, ma non le considera fini a se stesse. Se un filosofo è sincero, veramente interessato a quello che cerca, cerca per trovare, non per cercare, e a volte trova. Parlo della buona filosofia, non di una filosofia qualsiasi».

Indagando Aristotele ha fatto scoperte sorprendenti di sé?«Ne ho fatta una niente affatto sorprendente: che si può essere molto più intelligenti di quanto sono io. Se penso a tutto quello che Aristotele ha scritto, essendo vissuto poco più di 60 anni e non disponendo dei mezzi straordinari di indagine che abbiamo noi, provo solo una profonda ammirazione. Tuttavia mi sono anche reso conto che noi, vissuti dopo l'avvento del cristianesimo, siamo molto più fortunati di lui, perché abbiamo accesso a verità e valori che gli erano preclusi, sia che siamo credenti, sia che non lo siamo. Penso, ad esempio, alla dignità della persona umana o alla solidarietà verso tutti gli uomini».

Quali insegnamenti ha ricavato dalla filosofia, dopo oltre 40 anni: quando si guarda dentro che cosa scorge?«Ho cercato di riformulare la metafisica, di origine aristotelica, in una forma più semplice, cioè più povera di contenuto conoscitivo, ma insieme più rigorosa, cioè più difficile da confutare. Essa consiste essenzialmente, come mi ha insegnato il mio maestro Marino Gentile, nel rilevare la problematicità dell'esperienza, cioè l'incapacità del mondo dell'esperienza (vita, società, scienza, storia) a spiegare interamente se stesso, e la conseguente necessità di un assoluto trascendente. Non pretendo di aver trovato una verità definitiva, ma attendo che qualcuno mi faccia delle obiezioni per vedere se riesco a confutarle. Finora mi sembra di esserci riuscito».

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