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Una famiglia in guerra

Una famiglia in guerra
Una famiglia in guerra
Lettere e scritti (1939-1956)
a cura di A. Casellato
con ill.
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2008
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842079101
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia, Biografie, autobiografie

In breve

Piero, il giurista liberal-socialista che era stato amico dei fratelli Rosselli e che battezzerà la Costituzione repubblicana. Franco, il gappista che aveva comandato il gruppo di fuoco di via Rasella e che diventerà un dirigente del Pci. Sembra una storia ispirata alla continuità dei sentimenti e delle memorie, tra generazioni diverse, all’interno di una delle famiglie protagoniste dell’Italia del Novecento. Invece è una storia di incomprensioni, lacerazioni, sofferenze, vicenda privata che diventa vicenda politica, specchio ideale di un conflitto tra generazioni che ha plasmato la sofferta transizione dal regime alla Repubblica. Questa è la storia raccontata da Una famiglia in guerra, così come emerge da un’ampia selezione di documenti inediti. Le parole di Piero e Franco Calamandrei scrivono e descrivono pagine decisive per l’Italia, dal comunismo ‘esistenziale’ della guerra partigiana alla difesa degli ideali della Resistenza nel dopoguerra, dalla crisi del ’56 al disciplinamento delle coscienze attuato all’interno del Pci.

Indice

Introduzione. Il figlio comunista di Alessandro Casellato

1. Saldi di memorie - 2. Un libro mai scritto - 3. Primavera non bussa - 4. Matrimoni del dopoguerra - 5. I conti col padre - 6. Vita agra a Milano - 7. Rivivere a Londra e a Pechino - 8. I rovesci del ’56 - 9. Scialuppe di salvataggio - 10. Scricchiolii, smottamenti, frane - 11. La felicità è su questa terra - Note

Nota ai testi

PARTE PRIMA Lettere

Piero, Ada e Franco (1939-1944)

Franco, Teresa, Piero e Ada (1944-1956)

PARTE SECONDA Scritti

Storie naturali. Meditazioni di Piero Calamandrei

Tormenti dei pini - Calabroni

Generazioni. Discorsi di Piero Calamandrei

Il tradimento dei giovani - Tre generazioni di studenti

Congedi. Racconti di Franco Calamandrei

Congedo dai genitori - Congedo da Gide

Disciplina. Esercizi di Franco Calamandrei

Il mio ingresso nel Partito - Giansiro Ferrata se ne va - Autobiografia di militante

Indice dei nomi

Leggi un brano


Ottobre 1943, a Roma. Da due o tre settimane ero riuscito a prendere un contatto periferico con l’organizzazione comunista. Con questo scopo ero venuto a Roma (abbandonando, senza neppure un cenno di saluto, un solitario impiego di archivista di Stato a Venezia che la drammatica rottura dell’8 settembre mi aveva fatto sentire per me definitivamente assurdo): perché amici che supponevo più vicini ai comunisti mi aiutassero a collegarmi con quel partito nel quale contavo di trovare la risposta più decisa alla mia richiesta ormai assillante di essere attivo, di fare e di lottare insieme agli altri, dopo troppi anni di antifascismo inerte, consumato dell’ironia intellettuale, soltanto negativo. La risposta, per tramiti che la mia impazienza avrebbe voluto molto più rapidi, era tuttavia venuta: lavorassi in un settore della città a cavallo tra i Parioli e il quartiere popolaresco intorno a Porta Pia, ai compiti che via via mi sarebbero stati indicati. Si era trattato di trasportare pacchi di stampa clandestina, di uscire in silenziose squadre con pennelli e barattoli di vernice a scrivere sui muri le parole d’ordine della Resistenza, e poi di ritirare da una cantina, gonfiandosene gli impermeabili, le prime armi per le azioni gappiste da iniziare nella città. Erano impegni ognuno dei quali già in se stessi mi si presentava con un senso definito ed una compiutezza, bastante a dare al mio bisogno ansioso ed elementare di attivismo come certezza pratica di partecipazione civile e patriottica, di scelta netta del giusto contro l’ingiusto, che non avevo mai provato. Ma un giorno, all’appuntamento consueto del mattino, mi venne affidato un compito che capii subito essere considerato più responsabile. Mi furono consegnate alcune pagine fittamente ciclostilate, che dovevo studiare per poi riferirne e farne discutere il contenuto ad una riunione quella sera. Gualcite e piene di segni a matita, si vedeva che erano già passate attraverso parecchie mani. Ricordo ancora l’avidità con cui le lessi e rilessi, e lo sforzo che feci per afferrare il significato di ciò che esse mi chiedevano di comprendere a fondo. Vi si spiegavano il senso e il valore della politica di unità nazionale antifascista, la linea unitaria che i comunisti italiani avevano elaborato e attuato senza posa e che ora giungeva con la Resistenza a un momento culminante di conferma e ad uno sviluppo decisivo. La lotta a cui ero stato ammesso a partecipare importava dunque non solo in quanto giorno per giorno infliggeva colpi al nemico ma in quanto, isolando il nemico, tendeva a raccogliere nel proprio alveo, sulla base dei comuni obiettivi antifascisti e nazionali, il più largo schieramento di forze politiche e sociali diverse. Il partito nel quale militavo non solo esprimeva la classe più risoluta a combattere e distruggere l’ingiustizia mostruosa del fascismo ma di quella classe rendeva consapevole la capacità storica di creare le condizioni per la ricostruzione e il rinnovamento nell’interesse di tutto il popolo e con tutte le forze del popolo italiano. La riunione, alla sera (nell’unica stanza di un artigiano di via Alessandria, lui e la moglie, altri artigiani, un tranviere, un bottegaio, cinque o sei compagni su due sedie e sul letto) fu lunga e animata. Non era facile per nessuno di noi portare al livello di quella visione unitaria, di quell’organico disegno politico e storico che il partito ci proponeva, i moventi istintivi che, in vario modo, da varie provenienze di classe, avevano sospinto la nostra rivolta. Fu solo un primo passo nell’acquisizione della linea che ci veniva chiarita. Ma quella riunione resta nondimeno nella mia esperienza politica un punto fermo, una tappa significativa, un esempio di come, fino dai primordi e nel vivo della Resistenza, il partito comunista chiedesse ai suoi militanti, al di là della quotidiana battaglia contro l’oppressore, un impegno democratico di discussione, di riflessione e di maturazione per gettare nelle proprie coscienze le fondamenta di una nuova Italia.

Recensioni

Simonetta Fiori su: La Repubblica (06/03/2008)


Un padre che ammonisce il figlio aspirante scrittore «in te non vedo il colpo d'ala del grande romanziere» è un genitore brusco, forse spietato. Se poi quel padre è un insigne giurista, nonché modello pubblico di probità, è un padre fin troppo ingombrante, difficile liberarsene. Piero e Franco Calamandrei: più che un conflitto generazionale, una pagina tormentata della storia italiana, ora documentata da un importante corpus di lettere, memorie, scritti inediti raccolti nel volume Una famiglia in guerra, 1939-1956 (Laterza).

Ben oltre il confronto padri-figli si colloca la storia dei Calamandrei, epopea di lacerazioni e risentimenti inasprita dal ferro e dal fuoco di quella stagione. Da una parte un maestro degli studi giuridici, amico dei Rosselli e futuro costituente; dall'altra un giovane irrequieto e angosciato, il "Calamandrei sbagliato", destinato a trovare nel Pci «la tavola di salvataggio nel mare nero della disperazione borghese» (così Romano Bilenchi). Piero gentiluomo dell'altro secolo, classe 1889, che guarda con iniziale diffidenza alla guerra partigiana condotta da combattenti senza divisa; Franco figlio del Novecento, nato nel '17, prima sedotto dalle sirene del fascismo, poi pronto a gettarsi nel fuoco di via Rasella. Il giurista e il gappista. Due modi diversi di rapportarsi alla storia, di vivere l'antifascismo e la lotta armata. Due codici distanti anche nelle liturgie sociali e nelle vicende di cuore, Piero provvisto d'una sicurezza di classe che s'esplicita nel gesto morbido e nel vestire elegante, Franco eternamente irrisolto, perfino negli occhi buoni con cui ti scruta dalle fotografie d'epoca. Un'estraneità dolorosa, tra il padre liberalsocialista e il figlio comunista, destinata però poi a ricomporsi, anche in un gioco di doppi e rispecchiamenti.

Questo nuovo volume laterziano, curato da Alessandro Casellato, ha il merito di rimettere a fuoco una relazione complicata, oggetto in anni recenti anche di interpretazioni caricaturali. Quel «Sor Piero» che rischiava d'essere ridotto a pavida macchietta e vile disertore — nella disinvolta introduzione di Sergio Luzzatto a Uomini e città della Resistenza — qui riacquista la sua più naturale dimensione di paladino di una legalità che all'indomani dell'8 settembre gli impedisce di far proprie le ragioni d'un conflitto senza leggi, quella Resistenza che per il figlio rappresenta invece il rito di passaggio all'età adulta. La sua guerra l'aveva fatta trent'anni prima — annota opportunamente Casellato — sotto il crisma dell'ufficialità, con eserciti regolari e la benedizione di tutti, padre incluso. A cinquantaquattro anni, fa fatica a comprendere le dinamiche di questa nuova guerra irregolare, condotta con azioni a sorpresa. Dei "ribelli" diffida profondamente, così come dei rivolgimenti sociali che intravede nel buen retiro di Coltello. Partigianato e criminalità, ai suoi occhi, rischiano di confondersi.

Nella sua bella introduzione, Casellato sottolinea — ma senza scandalismi — il giudizio terribile pronunciato da Piero sull'attentato di via Rasella, proprio l'evento più discusso della resistenza romana guidato dal figlio Franco. A metà del 1944, quando è stato già informato della faccenda, il giurista attribuisce all'amico Pietro Pancrazi un dubbio che gli tarla la coscienza, il sospetto che il coraggio per compiere gli attentati contro tedeschi e fascisti sia "molto simile a quello dei criminali, non dei soldati in campo". Un coraggio da deboli, in sostanza, che rivela «il disprezzo per l'individuo, proprio dei partiti di massa». Il coraggio vile del figlio comunista.

L'antifascismo di Piero appare quanto mai distante da quello di Franco. La tesi di Alessandro Galante Garrone, secondo cui la Resistenza avrebbe compiuto il miracolo di avvicinare le due generazioni, è destinata a infrangersi contro questa incolmabile distanza. Nell'agosto del 1944 Franco tenta di spiegare al padre la sua scelta di vita, ma Piero ne è deluso: «Ieri sera a cena Franco ci ha detto il suo credo: bisogna assolutamente credere che la felicità è di questa terra e operare di conseguenza. Lo dice in tono assertivo, autoritario, come cinque anni fa parlava dell'ermetismo. Non fede, ma volontà di fede, volontà di credere. La felicità è su questa terra: raccontatelo a Leopardi, Manzoni o a Dante».

Eppure, quando nel dopoguerra proprio dal processo contro via Rasella partirà l'offensiva per demolire la Resistenza, Piero Calamandrei non esiterà a impugnare la bandiera dei partigiani. «I figli devono educare i genitori», annota Franco nel diario. E la "rieducazione" di Piero passa attraverso quel figlio così complicato, ma anche attraverso una generazione di allievi — Enzo Enriques Agnoletti, Tristano Codignola, Carlo Furno, tutti protagonisti della lotta clandestina — che all'indomani della Liberazione lo aiutano a recuperare il credito appannato dalla sua imbarazzante lontananza di Coltello. Figli spirituali, con i quali il rapporto fatalmente è più semplice. «Caro Enriques, vorrei abbracciarLa come un babbo», gli scrive Piero nell'estate del 1944, mentre a Firenze ancora si combatte. Quell'abbraccio che il figlio Franco ancora gli nega.

Il romanzo delle incomprensioni è destinato a ricomporsi negli anni Cinquanta, con la scoperta d'un terreno condiviso che s'estende dal laburismo inglese alla rivoluzione cinese. Il lavoro di Franco corrispondente dell'Unità — da Londra prima, poi da Pechino — avrà riflessi nelle scelte operate da Piero sul Ponte. Ma in questa ricucitura ideale oltre che affettiva una parte importante spetta a una donna speciale, Teresa Regard, la moglie gappista di Franco. Se è vero che le guerre sono tragedie non sprovviste di un lato erotico, l'incontro tra Franco e Teresa s'iscrive nel genere classico degli amori al tempo della rivoluzione. Coraggiosa, passionale, trascinante lei; introverso, anche incline a tentazioni omosessuali lui. La guerra partigiana è per entrambi un rito di rinascita individuale e collettiva. Franco rimane incantato dalla sua forza vitale. "Contegno virile ed esemplare", scrissero di lei nella motivazione alla medaglia d'argento al valor partigiano. «Virile levatelo, perché proprio non lo reggo», protestò Teresa.

È lei, ancor più che il partito, la vera rivoluzione di Franco, finalmente liberato dalla dannazione del "Calamandrei sbagliato". Al principio, l'accoglienza della giovane comunista in famiglia non è tra le più calorose. Piero la considera un po' invasata, umorale, una "beghina marxista". Nelle sue lettere Teresa lamenta una sorta di esclusione dalle liturgie borghesi dei suoceri: «I Calamandrei partono domani in littorina, ma capirai per me è troppo cara, dice tua madre. Non credevo fosse così, chissà forse anch' io sono un po' sgarbata. Loro sono d'un altro mondo». Negli anni il rapporto si rinsalda, Piero l'accoglie anche nell'augusto consesso del Ponte. Fino a quella inattesa confidenza, riportata da Teresa a Franco in una lettera del luglio 1956: «Tuo padre è meraviglioso. Vorrebbe iscriversi al P., ma dice che non lo fa perché ormai è troppo vecchio. É assolutamente con noi, ma quando gli scrivi naturalmente non parlar di questo. Ci sarà tempo a voce».

Piero Calamandrei pronto al "salto mortale" coi comunisti, come Salvemini paventa? Il tempo per parlarne a voce non ci sarà. Il 27 settembre, la morte inattesa di Piero, a 67 anni. Franco è in Cina, non riesce a rivederlo, né a partecipare ai funerali. L'ombra paterna lo accompagnerà fino alla fine, quando nell'82 gli rende pubblico omaggio introducendo il Diario paterno. «Finito Piero Calamandrei mio padre, con un senso di conto saldato con me stesso. Mi sono messo in regola con mio padre, mi sento liberato dalla sua ombra, proprio perché le ho reso l'onore dovuto». Franco morirà due settimane più tardi, finalmente libero dal peso di una vita.

Giovanni De Luna su: tuttoLibri (15/03/2008)


Ci sono uomini-enzimi che aiutano un Paese a transitare attraverso le fratture della storia, a metabolizzare il brusco passaggio alla «terra di nessuno» di una nuova stagione politica e istituzionale.

Per l'Italia che usciva dal fascismo e dalla guerra, Piero Calamandrei fu uno di questi. Lo fu come giurista, per il ruolo che assunse nell'elaborazione della nostra Carta Costituzionale. Ma lo fu soprattutto nel suo impegno intellettuale, nei suoi articoli, nei suoi libri, nelle sue lapidi, in tutti i segmenti di un suo «discorso» che puntava a restituire una religione civile all'Italia repubblicana, fondandolo sulla Resistenza e sull'antifascismo.

Come tutti i padri fondatori, anche Calamandrei ha sempre corso il rischio di essere trasformato nel monumento di se stesso. A evitarlo è però recentemente intervenuta la straordinaria generosità degli eredi (in particolare la nipote Silvia), che hanno aperto agli storici gli archivi della famiglia. Una mole straripante di documenti a cui hanno attinto prima Sergio Luzzatto e ora Alessandro Casellato che ci regala uno splendido libro, Una famiglia in guerra. Lettere e scritti 1939-1956, in cui pubblica i carteggi di Piero e Ada Calamandrei con il figlio Franco - fino al 1944 - e anche con la nuora Maria Teresa Regard - fino al 1956 -, oltre a quattro inediti (due di Piero e due di Franco). Casellato ci guida con mano sicura lungo i sentieri impervi dei complessi intrecci tra pubblico e privato, tra slanci sentimentali e scelte politiche, che affiorano dalle lettere e dagli scritti di una famiglia in guerra in tutti i sensi: un conflitto tra padre e figlio, tra Piero e Franco, è lo scenario in cui si collocano le vicende della Resistenza, della guerra civile, dello scontro tra fascismo e comunismo, tra comunismo e democrazia.

Nella sua introduzione affronta senza reticenze un groviglio di nodi politici ed esistenziali; ma lo fa con un senso della misura che lo assiste anche quando si sporge sull'abisso dei recessi più remoti dei suoi personaggi. A Piero vengono restituite le sue sofferenze di padre e i suoi tormenti - tutt'altro che «monumentali» - di uomo che abita con un certo disagio gli eccessi del Novecento; a Franco le inquietudini di una generazione che Croce definiva le «forze centrifughe» di quello stesso secolo; a Maria Teresa la capacità di coniugare l'impegno rigoroso nella lotta armata con lo spensierato abbandono agli slanci della giovinezza.

Ci sono storie d'amore che si incrociano con le dure leggi della clandestinità: Maria Teresa e Franco si conobbero e si amarono mentre militavano nei Gap, partigiani di città, allenati a un confronto fisico, diretto, con il nemico, anche quando si sparava e si uccideva.

Ma c'è soprattutto la storia di Franco: che rompe dolorosamente con il padre diventando prima fascista poi comunista; che sceglie il Pci come per placare un tumulto esistenziale, un fondo di inquietudine in cui «il partito» appare come un approdo plumbeo ma pacificato, una crosta, un tappo di roccia per spegnere il vulcano interiore. La cospirazione fu per lui la scoperta delle «regole».

Nel Pci, Franco si sentì depositario di grandi certezze e di grandi «verità». Per tutta la sua vita Franco fu nel partito con dedizione e fedeltà. Poi, alla fine, quella crosta si spezzò e il magma del vulcano ricominciò a fluire, gonfio di delusione. Guardò alla sua vita e si scoprì militante comunista, metà eroe popolare e metà gelido funzionario. Non si piacque. Scoprì che la rinuncia a ogni autonomia individuale aveva comportato sacrifici restati vani: la trasformazione radicale dell'uomo e della società non c'era stata, la grande scommessa dell'artificialismo politico novecentesco era stata perduta.

Prima di morire, nel 1982, a proposito del Diario di suo padre si lamentava per tesi storiografiche «troppo disegnate in bianco e nero, poco attente oppure restie ad esplorare e descrivere la vasta area grigia tra il fascismo e l'antifascismo attraverso le quali da un lato il regime trovò in quell'area più di una condizione di acquiescenza, convenienza, inerzia, paura, per la propria durata, e dall'altro il versante antifascista attinse sì in essa crescente alimento per il proprio sviluppo fino all'insurrezione ma anche, prima, attinse remore, incertezze, ambiguità, smarrimenti».

Era una preziosa indicazione per gli storici dell'antifascismo, ma era anche un modo per riavvicinarsi ai tormenti di Piero.

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