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Camosci e girachiavi

Camosci e girachiavi
Storia del carcere in Italia
pref. di G. Neppi Modona
versione digitale in formato ePub con DRM - richiede Adobe Digital Editions - disponibile anche nella versione a stampa
Edizione: 2014
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788858113455
Argomenti: Diritto positivo, Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

Il carcere è un mondo immerso nella società, ma è anche un'istituzione sempre pronta a ripararsi dagli sguardi estranei, nascondendosi dietro le mura di cinta. Un'istituzione che si trasforma, ma che rivela anche un'impressionante continuità nei meccanismi che dominano il suo funzionamento quotidiano, nella sua materialità fatta di sbarre, cancelli e camminamenti di ronda. È per questa ragione che sin dalle pagine introduttive di questo volume il lettore è gettato in modo forse irriguardoso tra celle e sezioni, 'domandine', 'infami' e cortili dell''aria'. Già il titolo in verità lo ha proiettato dietro le sbarre: nel gergo carcerario i 'camosci' sono i detenuti, i 'girachiavi' sono gli agenti di custodia. Da questo inusuale e scomodo punto di vista, utilizzando fonti in gran parte inedite, Christian G. De Vito guarda ad alcune pagine centrali della storia politica e sociale italiana. Dagli istituti penitenziari osserva la fase conclusiva della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra, racconta un miracolo economico sfocato perché vissuto da dietro le sbarre, segue la trasformazione del sistema carcerario sotto la spinta della contestazione post-1968 per addentrarsi poi negli anni di piombo e negli anni Ottanta e rivivere le più recenti trasformazioni legate ai flussi migratori globali e alle politiche fondate sulla sicurezza.

Indice

Prefazione di Guido Neppi Modona

Introduzione. In carcere

I. Carceri in guerra, carceri del dopoguerra

Le carceri della Repubblica sociale italiana - Le carceri dell’Italia liberata e del dopoguerra - Speranze di riforma - Ricostruzione, normalizzazione

II. Immagini dal carcere pacificato

Il carcere morale - Il carcere-laboratorio - Carcere e società negli anni Cinquanta e Sessanta

III. Rivolte, riforme, repressione

Il carcere sottosopra - I dannati della terra - «Ci siamo presi la libertà di lottare» - Aria di riforma - La virata conservatrice - La «riforma fantasma»

IV. Modernità penitenziaria

Massima sicurezza - Lo scontro frontale - Camorristi, pentiti e «irriducibili» - Le due dissociazioni e la «legge Gozzini» - Il nuovo che avanza - Antigone e i volontari - Carceri vecchie, carceri nuove

V. Dallo Stato sociale allo Stato penale

La fine della «nuova cultura penitenziaria» - Il carcere tra globalizzazione ed «emergenza sicurezza» - Hotel a cinque stelle - Indulto e sacchi neri

Fondi di archivio e abbreviazioni

Note

Bibliografia

Ringraziamenti

Indice dei nomi

Leggi un brano


«Mi trovo a Bologna nel bar Capital. Mi si avvicina un signore, mi chiede i documenti e mi dice: 'Polizia, mi segua'. Sono in sei e cioè: Impossibile fuggire. Mi portano al Comando Carabinieri, poi telefonano a Forlì e si sente che dicono: 'L'abbiamo preso, venitelo a prendere'. Poi arriva il fotografo, fa alcune fotografie, prendono le impronte delle dita e si attende.Ore 18: arrivo a Forlì si entra al Comando Carabinieri. Qui entro in una sala, attendo 30 minuti in compagnia di 2 carabinieri, poi mi viene portato un foglio su cui si dice che sono accusato di aver compiuto un furto la sera di sabato 4 in concorso con G.T. e B.G. per un valore di lire 7.180.000. Senza chiedere di discolparmi mi associano alle Carceri di Forlì, poi domani mi interrogherà il Giudice. Mi mettono le solite manette [...]Ore 20: arrivo alle carceri, ci consegnano ai secondini. Solite foto, impronte, perquisizione, il numero: 126. Mettono i nostri valori sotto chiave. Andiamo uno per volta a prendere le coperte per fare il letto. Dobbiamo restare isolati, cioè in una camera da soli perché finché il Giudice non ci ha interrogato non possiamo parlare con nessuno [...] C'è una piccola branda e con le coperte mi faccio il letto. Dalla porta non passa uno spillo, la camera è 5x2, ha una finestra da cui entra molta aria (fredda), due piccole mensole, il gabinetto ed il lavandino. Mi viene consegnato un catino, un bicchiere, una forchetta ed un cucchiaio, una brocca ed un altro recipiente che deve servire per tutto il resto. Tutto di plastica. La sera stessa, siccome non ho ancora mangiato niente, mi viene portato un piatto con due polpette e patate fritte. Da notare che in isolamento la luce deve restare sempre accesa».3 febbraio 1969. Alle sei della mattina successiva - continua il detenuto nella sua lettera clandestina - viene data la sveglia, accompagnata da un bicchiere di latte caldo e di caffè; due ore dopo, la passeggiata nel cortile: isolato, sorvegliato da una guardia armata di mitra e per il solo tempo necessario a scaldare i piedi congelatisi al freddo della cella. Alle undici va dal comandante per una firma, a mezzogiorno riceve una fetta di mortadella, due pagnotte e un piatto di maccheroni per pranzo. Più tardi nel pomeriggio la visita del medico, poi la cena, poi in branda. Stessa scena nei giorni successivi: sveglia, passeggio, pranzo, cena, freddo, sonno. Nel più completo isolamento. «Del giudice nessuna traccia. Speriamo domani.»

«Ingoiato dal carcere», l'individuo arrestato per la prima volta rimane incredulo. Trasportato verso la cella, il detenuto attraversa lo spazio carcerario, percepisce lo squilibrio tra l'inquietante imponenza del carcere nel suo insieme e la soffocante esiguità dei volumi concessigli. Dallo spazio complessivo interno al muro di cinta a quello degli edifici delle sezioni; da questo alla superficie del singolo piano; da qui ai pochi metri quadrati della cella: ecco il repentino restringimento dello spazio carcerario, che rende l'idea di una reclusione che non è soltanto separazione del detenuto rispetto a ciò che è all'esterno della cinta muraria, ma anche ulteriore delimitazione dello spazio interno allo stabilimento penitenziario, separazione tra individui rinchiusi in sezioni e celle differenti, creazione di zone vietate del tutto ai reclusi.

Stretto in un angolo del grande edificio carcerario, ciascun recluso cerca di conservare una propria identità, ma è forzato a dipendere completamente dagli altri: dagli agenti, dalle autorità carcerarie, dagli altri detenuti. Per utilizzare gli oggetti di sua proprietà depositati nel magazzino, per fare la spesa al «sopravvitto» con il denaro versato sul proprio conto corrente, per richiedere trasferimenti, visite mediche e colloqui con i familiari, egli deve fare la cosiddetta «domandina», ossia quella richiesta al direttore che quotidianamente sancisce la perdita della sua capacità di autogestirsi.

Come poi il recluso non può muoversi liberamente negli spazi del carcere, così egli non ha neppure la facoltà di decidere quando muoversi all'interno delle zone consentite: deve rimanere in cella in certi orari e uscire in altri, consumare i pasti in un dato periodo di tempo e passeggiare nel cortile solo in determinati momenti della giornata. Le ore trascorse in carcere scandiscono così il lento procedere di una pena della reclusione definita anch'essa in anni, mesi e giorni.

L'individuo incarcerato è continuamente espropriato del proprio tempo, che diviene per lui il terreno del conflitto permanente tra sé, interessato solo ad accelerarlo, e le autorità penitenziarie che mirano a riempirlo di contenuti morali, dentro il quadro più generale dell'ideologia della sua «redenzione», della sua «rieducazione», della sua «risocializzazione».

Contro ogni fuga, in larga parte illusoria, dalla monotonia del tempo carcerario concorrono anche prassi direttamente determinate dalle esigenze di sicurezza. L'operazione della «battitura dei ferri», ad esempio. Per tre volte al giorno si controlla l'integrità delle sbarre poste alle finestre delle celle: nella prima mattinata, nel tardo pomeriggio e nel corso della notte, gli agenti in servizio entrano nelle celle e con un piccolo ferro battono ripetutamente contro le grate. Una finalità analoga ha anche la «conta generale», operata dagli agenti due volte al giorno, che consiste appunto nel contare i detenuti presenti nell'istituto per accertare eventuali evasioni o tentativi di evasione in corso. Vengono così spezzate le ore spese dai detenuti in attività associabili a quelle condotte fuori dallo stabilimento penitenziario. Viene così riaffermata la assoluta preminenza delle esigenze carcerarie e, con esse, l'impossibilità per il recluso di decidere fino in fondo sulle modalità di impiego del tempo.

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