Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > La donna perfetta

La donna perfetta

La donna perfetta
Storia di Barbie
con ill.
versione digitale in formato ePub con DRM - richiede Adobe Digital Editions - disponibile anche nella versione a stampa
Edizione: 2014
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788858113370
Argomenti: Attualità culturale e di costume

In breve

Vistosi occhiali da sole, curve voluttuose, lunghe gambe, tacchi mozzafiato: Barbie interpreta magnificamente l'eterno femminino creato dal conformismo consumista del Novecento.

 

Il 9 marzo 1959 fa il suo ingresso trionfale alla fiera del giocattolo di New York una nuova bambola: il suo nome è Barbie. La casa produttrice la presenta come una teen-age fashion model: «un nuovo tipo di bambola dalla vita reale», attenta alla moda come qualsiasi altra signorina. Eppure, più che la ragazza della porta accanto Barbie ricorda le inarrivabili dive che popolano gli schermi e le fantasie delle adolescenti statunitensi. Impeccabilmente abbigliata e accessoriata, fascinosa e perfetta fidanzatina, Barbie nasce e vive con una missione ben precisa: accompagnare le bambine verso l'età adulta proponendo un modello ‘perfetto’ di femminilità. Assolve il suo mandato lungo l'intero arco di una carriera ormai quasi cinquantennale e attraversa le trasformazioni della società, del costume e della moda della seconda metà del Novecento senza mai rinunciare al proprio sguardo sul mondo, algido e glamour fino all'ottusità.

Simbolo dell'Occidente opulento, nel nuovo millennio la pin up californiana sta però perdendo terreno: le bambine si ribellano allo stereotipo di perfezione che incarna e le preferiscono giocattoli meno ‘patinati’. Il mondo tiri un sospiro di sollievo: Barbie, grazie al cielo, sembra ormai roba da museo.

Leggi un brano


Rosa: tutto l'universo di Barbie è incontestabilmente rosa. Rosa carne, rosa cipria, rosa buganvillea, rosa bon bon, rosa salmone, rosa ciliegia, rosa shocking, rosa fragola, rosa malva, rosa baby, rosa peonia, rosa confetto, rosa ciclamino, rosa albicocca, rosa lilla, rosa lampone, rosa lollipop, rosa antico, rosa pesca, rosa fucsia, rosa caramella... Lucido, iridescente, opaco, fluorescente, matto, diafano, scintillante, madreperlato, opalescente, glitterato, velato, paillettato, luccicante... purché rosa.

Barbie non nega di avere una spiccata simpatia per questo colore nelle sue più svariate declinazioni. In un'intervista rilasciata al principio degli anni Ottanta a Laura Jacobs, confessa:"Tutti quelli che mi conoscono sanno che la mia firma è il rosa. Questo colore si addice perfettamente al mio carattere e, in tutti questi anni, l'ho sempre portato con grande gioia. Un rosa morbido era la mia sfumatura preferita tanti anni fa e, a mio parere, l'abito di plumetis rosa pallido del primo anno è ancora incredibilmente grazioso. Due anni dopo ho sfilato con un abito color crema con la gonna drappeggiata, forse la creazione più femminile che abbia mai indossato oltre che un capolavoro di stile. Quando nel 1962 ho vinto il concorso fotografico di un giornale per ragazze e ho passato l'estate a New York lavorando al giornale come modella e giornalista ho imparato che il rosa è uno dei colori che valorizza meglio la carnagione: ecco perché un ombrello rosa riesce a essere un accessorio perfetto e perché alcuni dei cappellini più belli sono rosa. Negli anni Sessanta anche il rosa confetto è entrato a far parte del mio guardaroba con un abito di satin con boa di struzzo che mi faceva il solletico al naso, e con un superbo abito da sartoria bordato in satin rosa: molto parigino! Il mio abito preferito degli anni Settanta era a quadri bianchi e rosa con le maniche di organza e nastri di velluto nero al collo e ai polsi: lo conservo ancor oggi in un portabito, naturalmente rosa! E un maglione che ho molto amato è quello del 1986 con il collo a ruches, naturalmente color rosa chewing-gum. Il rosa carico e il rosa shocking, e molte sfumature del lavanda (il colore delle favole, cugino del rosa) sono entrati a far parte del mio guardaroba negli anni Ottanta, un'epoca di colori più forti, più carichi, e il mio trench di un magenta esagerato del 1988 è portabile altrettanto bene con un abito senza spalline e con una tuta".

Ma non sono solo la maggior parte degli abiti di Barbie a essere inesorabilmente rosa. Rosa è la scatola dalla quale sorride civettuola dagli scaffali dei grandi magazzini. Rosa sono le pareti della sua casa, rosa le sue automobili, dalla vecchia Corvette ai più nuovi e rombanti modelli, rosa la roulotte e rosa la moto, rosa i decori della piscina e i mobili delle diverse stanze, rosa sono la lavatrice, la lavastoviglie, il frigorifero, e rosa sono ancora piatti, bicchieri, posate. E virata in rosa è ogni cosa che parla di lei: profili rosa hanno le pagine pubblicitarie che la vedono protagonista, volute rosa ornano le copertine dei libri a lei dedicati. Sfidando ogni parvenza di buon gusto, a partire dagli anni Settanta, Barbie coltiva la monomaniacalità cromatica con una dedizione incrollabile e insospettata fino a quel momento. Nei suoi primi dieci anni di vita, infatti, la fanciulla ha fatto uso di tutte le sfumature dell'arcobaleno, non ostentando alcuna preferenza fra le diverse tinte che i disegnatori della Mattel le propongono di utilizzare in ogni occasione, sia per gli abiti che per diversi oggetti. Ma quando, negli anni Settanta, la fanciulla, in un momento deludente, decide di andare alla conquista di nuovi spazi, si costringe giocoforza a inforcare le lenti dell'ottimismo e colora la sua vita di un rosa inequivocabile.

Negli anni Quaranta, nell'Europa ingrigita dal conflitto, Edith Piaf cantava: «Quand il me prend dans ses bras / Il me parle tout bas / Je vois la vie en rose» (quando lui mi prende fra le braccia e mi parla sussurrando vedo rosa la vita). La vie en rose è una vita priva di ennui, di malumori, di chagrin, di rimpianti, piena di amore, di fiducia, di entusiasmo, di felicità. Il colore rosa serviva nel testo scritto dalla stessa cantante a evocare quei particolari significati che all'interno della cultura occidentale tradizionale generalmente sono attribuiti al rosso.

Il rosa è un parente stretto del rosso, appartiene alla medesima scala cromatica ed è, nella cultura occidentale, il colore per antonomasia delle femminucce appena nate, così l'azzurro lo è per i maschietti. L'uso di attribuire ai bebè, rispettivamente, l'azzurro se maschi e il rosa se femmine era una pratica nata nell'Ottocento tipica dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Si sarebbero dati ai neonati i colori della Vergine, al fine di essere protetti nel periodo difficile e pericoloso della prima infanzia. Tuttavia, mentre l'azzurro sin dal XII secolo è il colore della Vergine Maria, il rosa non lo è e non lo è mai stato. Il secondo colore della Vergine, dopo la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione nel 1854, è il bianco. Inoltre, il fatto che questa abitudine sembri più radicata nei paesi protestanti che in quelli cattolici rimarca il fatto che essa non può essere messa in relazione al culto mariano.

La coppia azzurro/rosa può essere invece una declinazione della coppia blu/rosso. Si tratta di colori pastello, ovvero bianchi leggermente colorati, in cui il bianco richiama la purezza e l'innocenza, legate alla nascita di un nuovo individuo, mentre il viraggio diverso rispetto al sesso riprende una distinzione nata alla fine del Medioevo: il blu è maschile e il rosso è femminile. La definizione di genere che il blu e il rosso assumono e la loro opposizione si fondano su vaghe considerazioni simboliche e hanno valore solo quando i due colori sono giustapposti: il blu è maschile nella misura in cui è abbinato al rosso e viceversa; soli, o associati ad altri colori, rosso e blu sono sprovvisti di questa connotazione. Invece celeste e rosa, e soprattutto quest'ultimo, anche se non sono appaiati, mantengono il loro significato legato al genere e in base a esso vengono attribuiti, indossati e utilizzati. E mentre il celeste, malgrado indichi preferibilmente il maschio, può essere portato anche dalle femmine, senza tema che l'identità sessuale simbolica ne soffra, il rosa, quando è attribuito al maschio, indica lo scherno, è beffa della virilità: non a caso, rosa era il triangolo che nei campi di concentramento nazisti gli omosessuali erano costretti a esibire sulla giubba. Il rosa, quindi, nel Novecento, è il colore femminile per eccellenza e nel corso del secolo arriva a rappresentare tutti i valori positivi della femminilità, senza che conturbanti bagliori amaranto ne vengano a ricordare possibili aspetti spiacevoli. Presente in natura in piccolissime quantità, quasi mai in una tonalità uniforme, ma sempre compatto, il rosa, nelle sue gradazioni più sature, è uno dei colori che conosce un grande successo nella rivoluzione cromatica e del gusto operata dai movimenti hippy. Contro la «cromoclastia» di origine protestante, che viene ereditata dalla civiltà borghese di fine Ottocento e che in parecchi ambiti importanti della vita religiosa e sociale (il culto, l'abito, l'arredamento, l'arte, gli affari e così via) raccomanda ancora in pieno Novecento un sistema di colori interamente costruito attorno all'asse nerogrigio-bianco, i figli dei fiori dimostrano un amore sviscerato, e naturalmente contestatario, per i colori accesi, carichi, vibranti: giallo, arancio, verde erba e verde acido, turchese e, naturalmente, rosa, nelle sue molteplici nuance. I maschi non si fanno scrupolo di indossare abiti rosa: la loro ribellione è accesa anche contro la rigidità borghese dell'identità sessuale. Vestirsi di rosa per un uomo significa far mostra di accettare anche la propria parte femminile, di costituire quel perfetto insieme Tao in cui yin e yang, il maschile e il femminile, il freddo e il caldo, il luminoso e l'oscuro si compenetrano, formando un essere completo.

Non è quindi un caso che Barbie scelga il rosa, colore femminile e romantico. Rosa è anche il colore dell'alba e dell'aspettativa inconsapevole e felice, il colore della fiducia: indossare gli occhiali rosa significa guardare alla vita con ottimismo, confidando nelle proprie capacità per raggiungere gli obiettivi propostisi. Una dichiarazione di intenti, formulata da Barbie a partire dalle pink box, le scatole rosa che le fanno da cornice proprio negli anni Settanta, in uno dei momenti più difficili della sua esistenza. Il rosa dell'involucro, come quello dei mille particolari che compongono il suo consumistico universo, altro non sono che la dichiarazione della volontà di sopravvivere in un mondo sempre più insidioso per le giovinette di narcisistici costumi degli anni Cinquanta. Poco importa se spesso le sfumature utilizzate tendano a essere squillanti e un tantino vistose, volgari. Barbie, che non ha mai nascosto la sua passione per i lustrini, non teme la volgarità. Come non teme l'ambivalenza che caratterizza il rosa. Barbie sembra giocare con questa ambivalenza; reginetta del ballo e, in spregiudicate interpretazioni della sua personalità da parte di artisti buontemponi, irretiti dalle sue formosità, disinibita intrattenitrice in fumosi, e non sempre raccomandabili, luoghi del sottobosco urbano occidentale, la fanciulla sembra nutrire una sola, grande paura: che un mondo dove viga una signorile sobrietà condanni lei, i suoi capelli a partire da questo momento ossigenati (almeno nello stereotipo), le sue forme procaci e la sua «vie en rose» alla scomparsa.

Recensioni

Corrado Augias su: Il Venerdì di Repubblica (25/07/2008)

Nicoletta Bazzano, ricercatrice di storia moderna a Teramo, è andata a indagare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti ricostruendone antecedenti e sviluppi. Si tratta di La donna perfetta. Bella, moderatamente viziata, silenziosa, eternamente giovane, la donna perfetta è la celebre Barbie, la bambola diventata un simbolo, anzi addirittura un mito, quello della ragazza occidentale anni Sessanta (e seguenti).

Da vera storica l'autrice è andata in primo luogo a vedere dov'è nata Barbie, scoprendone le origini in una bambola battezzata Lilli che vide la luce nella Germania ancora distrutta dei primi anni Cinquanta. Lilli, nata quasi per caso come il libro racconta, aveva però significato e destinatari diversi. Bamboletta tutta curve di circa trenta centimetri, era per lo più destinata a diventare un ammiccante dono tra adulti per lo più maschi: una strizzata d'occhi, un segno di riconoscimento virile. Poi un giorno del 1956, una famigliola americana in viaggio in Svizzera si sofferma a guardare Lilli in una vetrina e l'idea scintilla. Sono Elliot Handler e sua moglie Ruth, i figli Barbara e Kenneth. Chi ha familiarità con il mondo di Barbie avrà riconosciuto quei nomi: Barbie come diminutivo di Barbara, Ken come elisione di Kenneth. Breve: il 9 marzo 1959 fa il suo ingresso trionfale alla fiera del giocattolo di New York la bambola Barbie. Da allora la sua diffusione nel mondo sarà inarrestabile grazie a una serie di invenzioni a cascata, di cui l'autrice dà conto nel libro. La prima di queste invenzioni resta il guardaroba della bambolina, poi i mobiletti della sua casina e poi ancora tutti gli accessori (dall'auto agli elettrodomestici) di una vera vita americana, o europeo-occidentale, puntata sul consumo.

Della vita di Barbie fa anche discretamente parte la sessualità con tutta una scelta di abiti da sposa (bouquet e diadema compresi) e ovviamente lo sposo, anzi l'eterno fidanzato, Ken. In una «rosa» di tre modelli venne scelto quello i cui attributi virili erano meno evidenti sotto gli abiti. Parallelamente alla vita di Barbie, la Bazzano racconta evoluzione e traversie del mondo femminile nella seconda metà del Novecento e come queste abbiano influenzato un mondo di giochi solo all'apparenza fatato.

su: Fahreneit”, Radio3 Rai (09/03/2019) su: Donna Moderna (06/03/2019)

Barbie è diventata un gioco

Leggi recensione in pdf

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su