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Sumphilosophein

Sumphilosophein
La vita nell'Accademia di Platone
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2012
Collana: Economica Laterza [596]
ISBN: 9788842098645
Argomenti: Filosofia antica e medievale: storia e saggi

In breve

Platone, Aristotele, Speusippo, Senocrate, Dione di Siracusa, Eraclide Pontico e tanti altri fra protagonisti e comparse: Enrico Berti entra nelle stanze della prima scuola di filosofia in Occidente, eccezionale laboratorio di ricerca del bene comune.

‘Filosofare insieme’ per arrivare alla conoscenza del vero nel campo delle scienze, della filosofia, dell’etica e della politica: questo era lo spirito dell’Accademia di Platone. Ma di cosa si discuteva e quali idee vi sono nate? Quale valore ha avuto la scuola fondata e diretta da un filosofo della grandezza di Platone e frequentata per vent’anni dal suo non meno famoso discepolo, Aristotele? Nata nel 387 a.C., l’Accademia era una scuola anomala, dove non c’erano solo un maestro che insegnava e allievi che apprendevano, ma una comunità che discuteva e interloquiva in un’atmosfera di ricerca fatta di «domande, risposte e amichevoli confutazioni». Fisica, astronomia, matematica, etica, i principi primi del filosofare, ma anche politica, nulla era estraneo alla riflessione che si è svolta per quarant’anni in quel giardino di Academo dove, come per miracolo, si era radunata la più straordinaria concentrazione di cervelli filosofici e scientifici, come mai più sarebbe accaduto nella storia del pensiero occidentale. Enrico Berti racconta questa singolare palestra delle menti, il suo contesto storico, il luogo fisico, le persone che la frequentavano, le strutture che la componevano, i dibattiti che la animavano e dai quali «sprizza come scintilla la conoscenza del vero».

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Recensioni

Maria Bettetini su: Il Sole - 24 ore (04/07/2010)

Tra gli umani «vi è chi beve insieme, altri giocano a dadi, altri fanno ginnastica in comune o vanno a caccia», oppure «fanno insieme filosofia». Il migliore allievo di Platone così descriveva la felicità, ovvero «ciò per cui gli uomini desiderano vivere». Aristotele aveva trascorso venti anni nell’Accademia di Platone, tra l’adolescenza e la maturità, prima come allievo poi come collega o assistente, si direbbe oggi, se pur su posizioni diverse dal maestro. Ma anche i successori di Platone non furono mai ripetitori sterili delle dottrine del fondatore dell’Accademia. Un luogo che evoca sapere, studio, eccellenza, e che prendeva il nome dai giardini dedicati all’eroe Academo o Ecademo: un ginnasio ovvero una palestra prima di diventare una scuola, un luogo pubblico che fu concesso al maestro per insegnare a un gruppo ristretto di allievi.

Insegnare? No, questo è un burocratico retaggio del nostro modo di intendere il professore di filosofia. All’Accademia si filosofava insieme, secondo il verbo sunphilosophein, utilizzato per quanto sia a noi noto per la prima volta nel testo di Aristotele citato sopra. Abbiamo certo traccia di questo intenso discutere nei dialoghi platonici, verso i quali però l’autore stesso manifesta poca fiducia rispetto alla possibilità di riprodurre lo scontro e l’incontro delle menti. Ma molto si è detto sul Platone scritto e non scritto e siamo ora grati a Enrico Berti per la gradevole capacità di introdurci nella vita dell’Accademia senza pesantezze che paradossalmente oggi definiremmo “accademiche”.

La fonte principale è la controversa Lettera VII di Platone, o di un suo discepolo molto vicino, dove a proposito della filosofia si legge che «questa mia non è una scienza come le altre: essa non si può in alcun modo comunicare, ma come fiamma s’accende», infatti «nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune, e poi si nutre di sé medesima». Ecco la vita degli accademici: «confutazioni amichevoli», «domande e risposte senza ostilità» che con l’aiuto del tempo entrano in ripetuto contatto e producono quella scintilla frutto di «tutti gli sforzi che può fare un uomo». Così si sono formati Speusippo e Senocrate, primi successori di Platone, così Aristotele e altri meno noti ma fondamentali per la storia delle scienze matematiche e astronomiche, come Eudosso di Cnido. Perché sotto gli alberi del parco di Academo (secondo la tradizione platani) non si discuteva solo di questioni fini a se stesse o esageratamente astratte, come vorrebbe il Plauto delle Nuvole o il commediografo Epicrate citato da Berti (secondo cui i filosofi litigherebbero sulla definizione di zucca: vegetale rotondo, albero o verdura?). Uno dei temi principali riguarda le “cose” così come appaiono, quindi anche la struttura dell’universo visibile, intesa dagli accademici come a due sfere (Platone, autore della teoria che Khun definì come prima teoria scientifica sull’universo), a sfere omocentriche (Eudosso), a sfere retrograde (Aristotele), con gli astri animati (Filippo di Opunte e lo stesso Platone).

Berti poi racconta della vita intellettuale dell’Accademia – con qualche concessione a pettegolezzi storicamente provati sulla presenza o meno di donne e sui costumi degli studiosi – soffermandosi sul mondo ideale. Chi non ha mai capito, o ha dileggiato, il mondo delle Idee legga le pagine in cui ci viene raccontata l’attualità delle Idee eterne con riferimento alla nostra fede nelle verità matematiche e a valori etici ai quali, nonostante tutto, è davvero difficile non credere: giustizia, coraggio, amicizia, saggezza, onestà. Si passa poi alle discussioni accademiche sul principio del tutto, sul governo di sé stessi, quindi sul piacere, per concludere con il governo della città, ovvero con la “regale” scienza della politica, della quale si occuparono con scarsi successi immediati Platone e Isocrate e Aristotele. Credevano che la dote di saper vedere questo e l’altro mondo, e il privilegio di discuterne sotto i platani, fossero da usare infine per il bene dei cittadini. E non era un cattivo pensiero.

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