Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > La civiltà del riuso

La civiltà del riuso

La civiltà del riuso
La civiltà del riuso
Riparare, riutilizzare, ridurre
Edizione: 2010
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842093015
Argomenti: Attualità culturale e di costume

In breve

Usato come nuovo, usato perché è ecologico, usato perché non posso fare altrimenti, usato perché mi ricorda qualcosa o qualcuno: le cose hanno una vita che ci riguarda da vicino. Molto di più di quanto crediamo. Potrebbero essere loro il fulcro della civiltà del terzo millennio.

Non facciamo mai caso che in albergo, al ristorante, al bar, al cinema, dormiamo tra lenzuola e mangiamo in piatti già usati centinaia di volte, ci mettiamo in bocca posate che altri hanno già utilizzato, ci accomodiamo su sedie e poltrone che hanno già sostenuto molti altri corpi. L’appartamento dove viviamo, se non è di nuova costruzione, è già stato abitato da molte altre famiglie. Le città che frequentiamo sono già state utilizzate per centinaia o migliaia di anni. L’intero pianeta è stato ed è usato e condiviso da miliardi di altri esseri umani. Dono, baratto, condivisione, abbandono, esproprio e saccheggio hanno da sempre un peso molto maggiore di quanto si pensi: l’atteggiamento, i sentimenti e le finalità che accompagnano queste azioni ci svelano la realtà del nostro rapporto con le cose, che è quasi sempre carico di senso e di affetti, ben più delle pulsioni o dei ragionamenti che guidano all’acquisto del ‘nuovo’, dove prevalgono invece sensazioni e scelte imposte dal mercato. Ma il riuso ha potenzialità nascoste: perché le cose che scartiamo ogni giorno sono tantissime e perché il recupero conviene sia a chi cede che a chi acquisisce, riduce il prelievo di materie prime e la produzione di rifiuti, promuove condivisione e commistione di gusti e stili di vita, aumenta l’occupazione. Promuovere il riuso si può fare in breve tempo e con poche risorse.

Indice

1. La vita delle cose - 2. Il distacco: tenerezze e rancori - 3. Ambigue passioni - 4. In cammino verso il riuso - 5. Cose da recuperare - 6. La cultura del riuso - 7. Condividere i beni - 8. Il souk della sostenibilità - Bibliografia

Leggi un brano

Il ricorso all’usato è oggi un fattore di «distinzione» ambivalente. Può innalzare, in forme che possono sconfinare con lo snobismo, chi vi fa ricorso armato di una cultura e di un gusto che rendono le sue scelte sicure e disinvolte. Ma può precipitare in una sorta di tacita o esplicita riprovazione sociale chi non riesce a dimostrare di aver adottato abiti, oggetti o apparecchiature fuori moda per costruirsi ed esibire uno stile personale; ma di averlo fatto solo perché escluso da un più o meno ampio accesso a ciò che di ultima moda o di più recente restyling offre il mercato. L’esempio più evidente di ciò è il fatto che ci sono nel mondo – e ci sono state e ci sono ancora anche in Europa – intere comunità che vivono setacciando le discariche per ricavarne oggetti da vendere: evidentemente destinati ai più poveri ed emarginati mercati di materiali e beni di recupero. Tuttavia ci sono anche non solo individui, ma interi gruppi che, a tempo debito – cioè soprattutto in occasione di un passaggio di massa dalla vita rurale a quella urbana, dalla cascina alla fabbrica, o in concomitanza con un processo di «gentrificazione» e ristrutturazione di vecchi edifici o abitati –, hanno trovato proprio nelle discariche materiali con cui non solo arredare in modo originale la propria abitazione, ma anche realizzare cospicui guadagni sul mercato dell’antiquariato. Tutto dipende, apparentemente, dallo statuto del soggetto che fa ricorso al mondo dell’usato. Ma quello statuto non è altro che il frutto di un capitale sociale e culturale che può essere moltiplicato, diffuso e ripartito – facendogli perdere le prerogative di esclusività e distinzione che lo connotano  – dal lavoro di legittimazione di un gruppo di riferimento. È evidente allora che una vera promozione dell’usato richiede una grande operazione culturale: riportare al centro dell’attenzione e dell’approvazione sociale di tutti il valore della memoria, della continuità con il passato, o con contesti sociali e culturali diversi dal nostro. Una continuità e una prossimità che si manifestano negli oggetti usati nella vita quotidiana ancora fungibili, anche se appartenuti a estranei di cui non conosceremo mai la storia personale. Ma sono gli stessi oggetti che ci sono stati lasciati o ceduti a offrirci una testimonianza non scritta ma loquace del loro mondo e a promuovere una contaminazione di gusti, culture e abitudini che ci può allontanare, almeno un po’, dal solipsismo seriale a cui ci condanna la dipendenza compulsiva dai prodotti della moda. Dare o promuovere una seconda o una terza vita agli oggetti che non ci servono più può non solo andare incontro ai gusti, ai desideri o alla convenienza di chi se ne aggiudica il possesso. Ma, come vedremo meglio in seguito, può dare sollievo e gioia, o placare eventuali sensi di colpa, anche in chi se ne deve o vuole liberare, ma sente che quegli oggetti hanno un’anima, una vita che non si vorrebbe spegnere; anche perché quella seconda o terza vita degli oggetti potrebbe arricchire l’esistenza di un’altra persona. E così via. Basta l’enunciazione di questo programma di massima per far tremare le vene ai polsi: sia a noi consumatori, abituati a sbarazzarci di tutto non appena si manifestano i primi segni di obsolescenza o malfunzionamento, o i primi scarti rispetto ai canoni estetici del momento; sia a chi finora è prosperato, o ha campato, e intende continuare a prosperare e a campare, alimentando uno dei tanti mercati di sostituzione. Ma perché un programma del genere abbia successo occorre non solo che l’economia dell’usato trovi una vera legittimazione etica e culturale; ma anche che si sviluppi l’infrastruttura materiale e istituzionale necessaria a sostenerla: in tutte le modalità praticabili di recupero e di valorizzazione dei prodotti dismessi: dono, eredità, baratto, compravendita, raccolta e redistribuzioni a scopo benefico, collezionismo. Per questo la rivalutazione dell’usato si iscrive con piena legittimità in quel processo di «conversione ecologica» auspicato e promosso da Alexander Langer: un processo che per farsi strada e avere successo deve riguardare sia il nostro foro interiore, le nostre convinzioni, la nostra etica, i nostri atteggiamenti, i nostri consumi e stili di vita, sia il «mondo esterno», il tessuto delle relazioni in cui siamo inseriti, le istituzioni, i mercati, le infrastrutture economiche e sociali, le imprese.

Recensioni

Domenico Ribatti su: La Gazzetta del Mezzogiorno (26/05/2010)

Guido Viale è stato uno dei leader della protesta studentesca nel '68 e in seguito dirigente di «Lotta Continua». Da diversi anni i suoi interessi si sono rivolti alla analisi di politiche attive del lavoro in campo ambientale.

In questo ambito ha pubblicato diversi saggi, come Un mondo usa e getta (Feltrinelli ed.), Governare i rifiuti e Vita e morte dell'automobile (entrambi dall'editore Bollati-Boringhieri). Nel primo saggio Viale definiva i rifiuti «il lato oscuro delle merci»: ci allontaniamo da loro il più velocemente possibile, li spediamo il più lontano possibile, quasi con il desiderio di rimuovere la loro esistenza, non ci preoccupiamo della loro sorte, fino al momento in cui non ci si trova a dover affrontare situazioni critiche come le discariche colme oltre ogni limite con conseguenti difficoltà di smaltimento o la questione delle navi cariche di rifiuti tossici fatte affondare nei nostri mari.

Con la casa editrice Laterza Viale ha da poco pubblicato l'ultimo libro, intitolato La civiltà del riuso.

Viviamo in un mondo nel quale quotidianamente vengono letteralmente buttati quintali di beni materiali di ogni genere, dagli alimenti ai capi di vestiario agli elettrodomestici, che potrebbero essere ancora utilizzati, se ne sapesse solo fare un uso corretto ed oculato. La nostra può essere definita come la civiltà dello spreco. Ovviamente queste considerazioni valgono per il cosiddetto mondo occidentale o industrializzato. Dall'altra parte ci sono ampie fette della popolazione all'interno del nostro stesso mondo, così come l'altra metà del pianeta, che passa il suo tempo a rovistare tra i nostri rifiuti alla ricerca di qualcosa che possa ancora essere impiegata.

La domanda più semplice che ci si pone è che razza di mondo è mai questo nel quale viviamo. Non ci rendiamo conto che le cose che scartiamo ogni giorno sono tantissime e che il recupero riduce il prelievo di materie prime e la produzione di rifiuti, aumenta l’occupazione. Il riciclaggio e il riuso, sono facili accorgimenti che si possono adottare nella vita di tutti i giorni e rappresentano i metodi praticati per ridurre i rifiuti alla fonte. Una accorta raccolta differenziata può facilitare il recupero di rifiuti, che una volta separati sono pronti per essere riciclati. Il riuso diventa una pratica fondamentale perché permette di diminuire il flusso dei rifiuti destinati a smaltimento finale rimettendo sul mercato un bene già usato. Bisognerebbe recuperare abitudini che non appartengono più alla cultura consumistica oggi dominante.

La produzione di una grande quantità di rifiuti costituisce da lungo tempo un enorme problema a livello planetario, che è la espressione di procedimenti industriali e commerciali che impiegano una quantità eccessiva di risorse rispetto a quello che diventa il prodotto finale. Già negli anni Settanta un gruppo di studiosi riuniti a costituire il «Club di Roma» pose la questione del carattere finito delle risorse disponibili, destinate inesorabilmente all'esaurimento qualora non si fosse posto un limite ed una sorta di moratoria ai nostri consumi.

Allo stato attuale, abbiamo più che mai la responsabilità collettiva di proteggere la terra usando in modo equo e sostenibile le risorse disponibili ed i meccanismi e le priorità dell'economia vanno ripensati in questa prospettiva, puntando all'eliminazione della povertà e al miglioramento della qualità della vita.
Michela Finizio su: Il Sole - 24 ore (11/07/2010)

L’uso e il riuso delle cose, con il passare del tempo le consuma. Città, strade, ponti, edifici, così come le lenzuola di un albergo. E poi i vestiti, gli elementi d'arredo e i vecchi televisori. Tutti gli oggetti hanno un loro periodo di vita e, in tempi di crisi, tende ad allungarsi.

A riflettere sui cicli e ricicli della materia è il giornalista Guido Viale nel suo ultimo libro La civiltà del riuso, una specie di fenomenologia del nostro rapporto con gli oggetti, nata dall’urgenza di raccontare una vera e propria rivoluzione culturale in atto: il paradigma che contrappone il nuovo all'usato viene scalzato dall'affermarsi del concetto di riciclo.

Con la crisi del 2008 l’usato è più che mai di moda. In tutti i campi, dall'abbigliamento al mercato immobiliare. Soprattutto sotto forma di riuso, di re-invenzione o riparazione. A contribuire in modo determinate, in questo senso, è la creatività: si affermano nuove mode e nuovi filoni artistici, dall'eco-design al re-fashoning, fino alla condivisione come stile di vita (car-sharing, co-housing, e così via). Ne ha parlato Lea Vergine nel suo libro Quando i rifiuti diventano arte (Skira, 2006). Qualcuno ha parlato perfino di un nuovo filone letterario "alla Robinson Crouse", dove in tempi di crisi si racconta l'arte di arrangiarsi (come in La strada di Cormac McCarthy dove i protagonisti sopravvivono tra i rifiuti, dopo la fine del mondo). Stilisti, designer e artisti di fama internazionale si immergono nei stuff exchange di New York, oppure nei mercatini delle pulci, in cerca di ispirazione. La fiera del baratto di Napoli viene clonata in altre città e gli atelier milanesi aprono le porte agli swap party, all’insegna del baratto di cose usate.

Queste logiche sovvertono completamente le caratteristiche della società consumistica, della produzione seriale, continuamente protesa verso il nuovo: per decenni l'innovazione tecnologica, il meccanismo pubblicitario e la moda hanno accelerato il ciclo di vita delle cose, fino a renderle effimere. Eppure, come ricorda Viale, l'attitudine al riciclo ha origini molto antiche. Basta pensare all'espressione: «È tutto un altro paio di maniche»: prima della rivoluzione industriale i vestiti logori venivano riparati e le parti più esposte, come le maniche, venivano cambiate. Poi, piano piano, gli oggetti dismessi si sono accatastati nei solai delle case borghesi e presto è arrivato il trionfo dell'antiquariato. Questa nostalgica rivisitazione del passato, però, è stata soppiantata dal design industriale e dal razionalismo: se l'oggetto coincide con la sua funzione, esaurita quella non serve più. Da qui nasce il concetto di rifiuto, di scarto.

In questo senso l'ecologia è l'ultimo passaggio chiave: la conversione green rappresenta una grande operazione culturale. Il riuso di un oggetto va oltre il semplice desiderio di possesso, non si esaurisce solo nel risparmio economico ed energetico. Può dare sollievo e gioia, placare eventuali sensi di colpa, restituire emozioni e ricordi che arricchiscono l'esistenza di una persona. Queste sono le radici il collezionismo, le stesse che si nascondono dietro il fascino contemporaneo di una notte passata su eBay per aggiudicarsi un'asta.

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su