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Scritture a perdere

Scritture a perdere
Scritture a perdere
La letteratura negli anni zero
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2010
Collana: Il nocciolo [59]
ISBN: 9788842092650
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Letteratura: testi, storia e teoria

In breve

«Oggi assistiamo al paradosso di una letteratura che si moltiplica e contemporaneamente arretra, assediata dall’impero dei media, dalla vacuità della comunicazione, dalla degradazione del linguaggio e della vita civile.»

Sottrarre anziché accumulare, ritrovare la passione e la bellezza dell’essenziale. Scrivere di meno, scrivere meglio. «Insieme ad una radicale ecologia dell’ambiente fisico abbiamo sempre più bisogno di un’ecologia della comunicazione, che agisca come ecologia della mente, che liberi le nostre menti dagli scarti infiniti che le tengono in ogni momento sotto assedio, con una variegata catena di manipolazioni a cui ben pochi arrivano a resistere. Ed è sempre più necessaria un’ecologia del libro e della letteratura, capace di operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto».

Indice

1. Il tempo dell’eccesso - 2 Evaporazione di una cultura «critica» - 3 Scrittori di successo - 4 Frammenti del bestiario italiano - 5 Qualche strada praticabile:dal racconto all’«autofiction» - 6 Responsabilità e destino

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La letteratura che va per la maggiore, che imperversa nei media, nei premi e nei festival, continua ad essere quella romanzesca o presunta tale, anche con romanzi fluviali, la cui velocità di scrittura è resa particolarmente agevole dal computer, che tra l’altro permette anche giochi di copia-incolla, con la possibilità di appropriazioni e riciclaggi da Internet di testi di varia origine raramente identificabili (riciclaggi sempre giustificabili rinviando alle teorie dell’intertestualità, del postmoderno e della combinatoria universale).

Questa letteratura romanzesca pretende spesso di raccontare l’Italia, passata, presente e magari futura: con romanzi storici o romanzi sul presente, romanzi storici del presente, ecc. Col proposito di chiamare a raccolta una vasta generazione di narratori, qualcuno ha coniato un’apposita etichetta, piuttosto balzana in verità, quella di New Italian Epic; distorcendo completamente ogni possibile accezione di «epica», con un proposito di valorizzazione e monumentalizzazione di testi che sono perfettamente agli antipodi di ogni epica possibile, giocati su di una scrittura neutra e priva di respiro o su artifici esteriori e ripetitivi. Quale che sia l’effetto di formule promozionali di questo tipo (che rivelano presto la loro effimera vacuità, come è accaduto precedentemente per il cosiddetto pulp), è comunque certo che, se si guarda alla narrativa italiana che oggi sembra andare per la maggiore, quella che emerge nelle classifiche e nei premi letterari, il quadro appare per lo più desolante. Non ha certo una carica critica l’insopportabile arcadia truce del noir, che produce romanzi in serie con la pretesa di mostrare i mali d’Italia, ma che in realtà non dà luogo ad altro che assuefazione al già dato, trasforma la violenza e le trame criminali in ripetitivo consumo dell’ineluttabile. Lo sguardo a ciò che si presenta come estremo, la reduplicazione narrativa della cronaca nera, con i suoi annessi e connessi, non è certo in grado di rivelare il sottile alterarsi del tessuto connettivo della vita quotidiana, lo sfaldarsi del quadro civile.

Si prendano intanto due autori (Paolo Giordano e Margaret Mazzantini) che richiamano un grande pubblico, incoronati dai maggiori premi e circonfusi di una certa aura mediatica. I loro libri si dispongono in un orizzonte di spettacolo, fanno leva su elementi di tipo esterno alla loro scrittura, offrono linee di attualità: indicano di per sé, attraverso l’immagine e la presenza dell’autore, quello che appare un modo di porsi «letterario» perfettamente all’altezza della comunicazione corrente, con qualche leggera vena «progressista» e con qualche asettico e ben protetto commercio con il «negativo».

La vittoria «a sorpresa», per così dire, de La solitudine dei numeri primi (Mondadori) di Paolo Giordano al Premio Strega del 2008 ha costituito una sorta di apoteosi di quel mito dello scrittore «giovane» che da parecchi decenni agisce sull’editoria; e mentre in passato avevamo assistito più volte alla varia affermazione di giovinezze «in negativo», talvolta con risultati formidabili, con esiti di grande rilievo stilistico (dal giovane Arbasino di Fratelli d’Italia al Busi di Seminario sulla gioventù: ma non trascurerei il più recente Lagioia di Occidente per principianti), talaltra con qualche acerba ma vivace tensione provocatoria (la giovane Ballestra di La guerra degli Antò e de Gli orsi), spesso con una programmatica e cinica immersione nella degradazione e nel trash (il cosiddetto pulp, con annessi e connessi), qui la giovinezza si è presentata nella veste di una educata borghesia progressista, per giunta con pedigree scientifico e non senza la bella presenza del giovane dottorando in fisica, tutto condito e cucinato entro una famosa scuola di scrittura, che inscrive la giovinezza nella propria stessa denominazione e il cui leader, de cuyo nombre no quiero acordarme, si è dato anche al cinema, in un film che ha preteso di rivedere il «canone» dei classici musicali, e che poi si è messo sulla strada di Emmaus. Il titolo del libro, frutto dell’acume della redazione mondadoriana, ha peraltro messo in evidenza a priori l’orizzonte «scientifico» del giovane autore, suscitando universale compiacimento per l’avvenuto intreccio tra letteratura e scienza, facendo balenare negli acquirenti l’idea di trovarsi finalmente di fronte a quel doveroso, sempre invocato ma da noi raramente realizzato connubio: caspita! un dato matematico come principio strutturale di un romanzo, scritto per giunta da un giovane ricercatore! In realtà, dopo i primi capitoli, che presentano in parallelo i drammatici traumi di due ragazzi torinesi, destinati ad incontrarsi, a comunicare le proprie solitudini, senza poter da esse definitivamente uscire, il romanzo procede con una scrittura neutra e plastificata, senza nessuna accensione, sostando nelle banali occasioni, tra prevedibili cattiverie e accartocciati desideri, dei giovani della media borghesia torinese. La scienza non c’entra nulla, non diventa in nessun modo principio di organizzazione del racconto; quella dei numeri primi è solo una generica metafora per connotare la solitudine dei due protagonisti. Il mondo che ci scorre davanti è di quelli che si sono visti tante volte, anche al cinema: mondo chiuso in se stesso, nelle abitudini di quella borghesia «buona», impegnata a guardarsi addosso, a considerare i propri scontati malesseri, infelicità, fallimenti, deviazioni della comunicazione, senza nessuno sguardo al di fuori, a tutto ciò che pullula intorno, a Torino e altrove. Così la narrazione scorre senza intoppi, levigata e pettinata, con qualche accenno di sospesa malinconia, che si specchia in se stessa, nella propria impalpabile esilità, in una recitazione di incanto esistenziale, ma con frequenti cadute nella più disarmante banalità. Forse la cosa più interessante resta proprio il titolo: ma è certo che nel titolo c’è una sola delle ragioni del successo del libro e dell’autore; le vertiginose cifre di vendita raggiunte risaliranno piuttosto all’insieme del gioco di apparenze che emana dal libro e intorno al libro, a un intreccio di formule e presupposti mediatici, alla superficialissima disponibilità sentimentale, all’immagine di dolore «incantato» e addomesticato che esso viene a suggerire. Versione laica e torinese di Va dove ti porta il cuore? Si aspetta naturalmente il film, ormai in stato di allestimento.

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