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La sfida educativa

La sfida educativa
La sfida educativa
pref. di C. Ruini
Edizione: 201011
Collana: Percorsi [122]
ISBN: 9788842090670
Argomenti: Pedagogia e didattica
  • Pagine 240
  • 14,00 11,20 Euro
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In breve

«L’educazione è un processo umano globale e primordiale, nel quale entrano in gioco e sono determinanti soprattutto le strutture portanti – potremmo dire i fondamentali – dell’esistenza dell’uomo e della donna: quindi la relazionalità e specialmente il bisogno di amore, la conoscenza, con l’attitudine a capire e a valutare, la libertà, che richiede anch’essa di essere fatta crescere ed educata, in un rapporto costante con la credibilità e l’autorevolezza di coloro che hanno il compito di educare».
Camillo Ruini

«Ci vuole l’educazione e ci vogliono maestri capaci di insegnare. Ma è difficile avere l’una e gli altri se non c’è un patrimonio di valori e di saperi, diciamo pure una tradizione, ritenuta degna di essere tramandata».
Il rapporto curato dal Comitato per il progetto culturale della CEI vuole sollecitare una riflessione sullo stato dell’educazione e, più in generale, sulla realtà esistenziale e socioculturale dell’uomo d’oggi, alla luce dell’antropologia e dell’esperienza cristiane. L’obiettivo è quello di promuovere una consapevolezza che possa dar luogo, nel nostro Paese, a una sorta di alleanza per l’educazione in grado di coinvolgere tutti i soggetti interessati al problema, dalla famiglia alla scuola, al mondo del lavoro, a quello dei media.

Leggi un brano


In ogni epoca l’educazione delle nuove generazioni ha rappresentato per ciascun gruppo umano un compito fondamentale, a cui dedicare attenzione, risorse ed energie, dando vita a regole, percorsi, usanze e anche riti formativi. Nel nostro tempo però, almeno in Occidente, l’educazione è diventata, in maniera nuova, problema: un nodo, cioè, che sembra ogni giorno più difficile affrontare, un territorio assai cambiato e quasi sconosciuto. Sono divenuti più incerti e problematici i rapporti tra le generazioni, in particolare riguardo alla trasmissione dei modelli di comportamento e di vita, tanto che specialmente sotto questo profilo si tende a parlare di frattura o di indifferenza tra le generazioni. E, quel che più importa, appaiono ridotte e precarie le possibilità di un’autentica formazione della persona, che comporti una buona capacità di orientarsi nella vita, di trovarvi significati e motivi di impegno e di fiducia, rapportandosi agli altri in maniera costruttiva e non smarrendosi davanti alle difficoltà e alle contraddizioni. In altre parole, mentre sono assai aumentate, sotto diversi profili, le opportunità e le facilitazioni a nostra disposizione, diventa più arduo tenere insieme la consapevolezza di sé e del mondo in cui viviamo, la libertà e la responsabilità delle nostre decisioni, cioè quegli elementi che sembrano essenziali per una vera educazione.

La Chiesa si sente interpellata da una situazione di questo genere. Fin dall’inizio, infatti, spinta dalla sua sollecitudine per l’uomo, ha esercitato una particolare vocazione educativa nei confronti delle persone, delle famiglie e di intere popolazioni. «L’uomo è la via della Chiesa», si legge nell’enciclica Redemptor hominis di Giovanni Paolo II. Per questo essa non può non essere interessata alla formazione del soggetto umano. Suo compito specifico è certamente l’educazione alla fede, la formazione del cristiano, non però in modo astratto, non prescindendo cioè dalla consistenza umana delle persone, bensì interessandosi all’autentica umanità di tutti coloro che incontra sul proprio cammino, compresi i non cristiani, come mostra una lunga esperienza di lavoro educativo in molti paesi.

In questi anni la Chiesa italiana ha più volte richiamato l’attenzione sull’attuale «emergenza educativa». Si rende conto infatti che la posta in gioco riguarda il senso stesso che attribuiamo all’uomo e alla nostra civiltà. Nei limiti del possibile cerca quindi di farsi carico del compito e della sfida davvero grandi che questa emergenza ci pone davanti. La Chiesa sa però altrettanto bene che non si tratta in alcun modo di un suo compito esclusivo e che occorre invece promuovere una collaborazione aperta a tutto campo, così come sono condivise da molte parti le preoccupazioni per la qualità dell’educazione.

Il Rapporto-proposta che presentiamo non si concentra in primo luogo sulle tecniche educative, che sono utili e importanti ma non decisive: oserei dire tanto più utili quanto più consapevoli di non costituire il tutto dell’educazione. Consideriamo cioè l’educazione come un processo umano globale e primordiale, nel quale entrano in gioco e sono determinanti soprattutto le strutture portanti – potremmo dire i fondamentali – dell’esistenza dell’uomo e della donna: quindi la relazionalità e specialmente il bisogno di amore, la conoscenza, con l’attitudine a capire e a valutare, la libertà, che richiede anch’essa di essere fatta crescere ed educata, in un rapporto costante con la credibilità e l’autorevolezza di coloro che hanno il compito di educare. «Il rapporto educativo – scrive Benedetto XVI – è anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà». In concreto, le difficoltà di questi ultimi decenni stanno facendo riemergere quella necessità di precise regole di comportamento e di vita che si ritrova in tutte le grandi tradizioni educative. Ancora più profondamente, rilanciano un decisivo principio antropologico: quello per cui abbiamo bisogno di educazione, non tanto per essere buoni cittadini o buoni cattolici, ma semplicemente per essere uomini. Per questo abbiamo insistito in modo particolare sul carattere generativo dell’educazione, sull’importanza che ha per l’uomo e per la donna l’essere accompagnati, educati, sia nella vita intellettuale che in quella affettiva, nella capacità di ascolto come in quella di comprensione e di giudizio critico.

Questo Rapporto-proposta non è dunque settoriale: prende in attenta considerazione ciascuno degli ambiti specificamente deputati all’educazione, come la famiglia e la scuola, o che comunque possono svolgere in essa un ruolo significativo, ma ha l’ambizione di riflettere sui motivi più profondi delle attuali difficoltà e affronta pertanto alcune fondamentali questioni antropologiche. Avendo come suo scopo la formazione e lo sviluppo del soggetto umano, l’educazione è infatti intrinsecamente connessa con le risposte che vengono date ai grandi interrogativi riguardo all’uomo. Il libro si occupa quindi anche di quei pervasivi fattori educativi che sono la società nel suo complesso e la sua cultura: in realtà, pur con diversi gradi di responsabilità secondo il ruolo sociale di ciascuno, siamo tutti in qualche modo attori del processo educativo. Proprio per rivolgersi a tutti il linguaggio del Rapporto-proposta ha cercato di evitare i tecnicismi e di limitare al minimo il ricorso a termini specialistici.

Gli orientamenti di fondo qui proposti vengono assunti come ipotesi di lavoro nell’esame delle situazioni concrete dell’educazione in Italia, con i loro aspetti positivi, problematici o anche francamente negativi. La descrizione e l’interpretazione di ciascuna di esse sono sintetiche ma cercano di essere accurate. L’obiettivo non è comunque soltanto descrittivo e interpretativo: è soprattutto offrire un contributo al fine di fare evolvere positivamente la situazione. Perciò questo libro è, oltre che un «rapporto», una «proposta» di linee orientatrici e anche di correzioni di rotta. Esse ambiscono a una valenza di medio e lungo periodo, ma riguardano anzitutto ciò che appare da farsi in questi anni e in particolare l’approccio che sembra richiesto per far crescere e irrobustire quella che è, sotto ogni profilo, la prima risorsa di un corpo sociale, cioè la persona, il soggetto umano.

Recensioni

Sergio Belardinelli su: L’Avvenire (17/09/2009)


Da anni, come è noto, la Chiesa richiama l'attenzione sull’"emergenza educativa", come una delle sfide antropologiche più impegnative del nostro tempo. In questo contesto va collocato il «Rapporto-proposta sull'educazione» elaborato dal Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, e pubblicato da Laterza con un titolo significativo: La sfida educativa .

«Consideriamo l'educazione ― scrive nella prefazione il cardinale Camillo Ruini ― un processo umano globale e primordiale, nel quale entrano in gioco e sono determinanti soprattutto le strutture portanti ― potremmo dire i fondamentali ― dell'esistenza dell'uomo e della donna: quindi la relazionalità e specialmente il bisogno d'amore, la conoscenza, con l'attitudine a capire e a valutare, la libertà, che richiede anch'essa di essere fatta crescere ed educata, in un rapporto costante con la credibilità e l'autorevolezza di coloro che hanno il compito di educare». Il semplice fatto di nascere uomini implica dunque che abbiamo bisogno d'educazione. È solo grazie all'educazione che diamo un senso alla nostra vita, trovando buone ragioni per amarla e per soddisfare veramente i nostri desideri di libertà e di felicità. Di qui la riflessione affascinante e nel contempo decisiva che, con questo «Rapporto-proposta sull'educazione», il Comitato per il Progetto culturale dei vescovi italiani offre all'attenzione dell'opinione pubblica del nostro Paese. Lo fa con la consapevolezza di chi ha alle spalle una pratica educativa secolare, ma anche con grande apertura, ben sapendo che il fine dell'educazione non è quello di creare buoni cittadini, o buoni cattolici, o altro ancora, ma uomini veri, uomini che sappiano intraprendere la propria strada in un mondo che altri ci hanno lasciato, che possiamo anche voler cambiare, ma nel quale dobbiamo sentirci in primo luogo a casa. Sentirci a casa nel mondo, appassionarci alla vita: questo è in ultimo il fine dell'educazione.

Una certa pedagogia dominante in questi ultimi quarant'anni ha ridotto progressivamente l'educazione a mera socializzazione, nonché a trasmissione tecnica di saperi e di particolari "abilità". In questo modo ci siamo come dimenticati della vera posta che è in gioco nell'educazione: un ideale di umanità, un ideale antropologico, tutta una tradizione, una storia, che ci interpellano e di cui dobbiamo farci carico, ognuno con la nostra libertà. Anziché puntare su un percorso formativo della persona, ci siamo come affidati a una pedagogia che ha prodotto soltanto metodologismo, neutralità delle nozioni e dei valori insegnati, disinteresse psicologico e relativismo ideologico, ma nessuna vera formazione.

Forse non è casuale che in questo processo siano andati in crisi sia il significato della tradizione, sia la figura del "maestro" chiamato ad attualizzarla con intelligenza, partecipazione e passione. Quanto ai nostri figli, essi non solo non sanno più nulla di storia, ma non conoscono più nemmeno il passato delle loro famiglie, il nome dei loro nonni. È venuto meno insomma il senso di appartenenza a una catena generazionale e, con esso, il carattere "generativo" dell'educazione, che rappresenta un po' la chiave di volta del presente "Rapporto-proposta".

Solo l'esperienza suscita esperienze, ci rende cioè capaci di fare esperienza per nostro conto. Sta qui la libertà, il legame strettissimo che sussiste tra educazione e libertà. Contrariamente a quanto pensano i fautori del "pensiero debole", la libertà è l'esito di un paziente, faticoso percorso di scoprimento di sé, del proprio bene, che non ha nulla a che fare con le chiacchiere sulla spontaneità di fare ciò che ci piace e cose simili. Per essere liberi, occorre soprattutto sapere perché vogliamo fare una determinata cosa. E l'educazione è la strada maestra attraverso la quale impariamo questa libertà. Con le parole di Benedetto XVI, potremmo anche dire che «il rapporto educativo è anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà».

Questo nesso tra educazione e libertà schiude un'altra importante dimensione del "Rapporto-proposta" che qui presentiamo: la dimensione "pubblica" dell'educazione. Nelle pagine introduttive viene detto che l'educazione rappresenta «il bene pubblico per eccellenza», il luogo privilegiato «dove si gioca il destino dell'intera comunità nazionale». Altro che dibattiti tra scuola "statale" e scuola "privata", spesso senza sapere nemmeno di che cosa veramente si parla. L'educazione è sempre "pubblica", poiché è implicata e tocca l'umanità di tutte le relazioni sociali. In essa, lo ripeto, ne va di ciò che ci costituisce come uomini: il senso che attribuiamo alla nostra vita e alla nostra libertà, i legami con coloro che ci hanno generato biologicamente e quelli con coloro che ci hanno generato culturalmente, i legami con la nostra famiglia e quelli con la nostra comunità, con coloro che sono venuti prima e con coloro che verranno dopo.

Una società che non si cura dell'educazione è una società che non ha a cuore l'umanità delle sue relazioni e, in quanto tale, è destinata prima o poi a dissolversi anche come società. Per questo trovo assai importante l'esortazione che viene da questo "Rapporto-proposta", affinché la nostra comunità si impegni in quella che viene definita «una sorta di alleanza per l'educazione», che sappia coinvolgere «il maggior numero possibile di interlocutori, nei diversi luoghi in cui sappiamo che l'istanza educativa è cruciale». «Ci muove — dicono i membri del Comitato per il Progetto culturale dei vescovi italiani — la speranza di suscitare un dibattito, che abbia il punto di vista dei cattolici come uno dei suoi riferimenti e che sappia incontrare l'interesse di un pubblico il più ampio possibile». Vista la posta in gioco, c'è da augurarsi davvero che questa speranza diventi la speranza di tutta la società civile del nostro Paese.

F.Gia. su: Il Messaggero (23/09/2009)


Intellettuali di tutta Italia unitevi. Il presidente emerito dell'episcopato, il cardinale Camillo Ruini, ha lanciato un accorato appello ai serbatoi di cultura nel Paese, sia cattolici che non cattolici, a formare «un'alleanza educativa» in grado di fronteggiare quella che, a suo avviso, costituisce una delle sfide più gravi: la difesa identitaria. Il porporato ha spiegato la sua idea, o meglio la sua «ambizione», come l'ha chiamata, durante la presentazione del libro «La sfida educativa», un progetto-proposta della Cei, edito da Laterza. Accanto al cardinale nominato da Papa Ratzinger a capo del Progetto Culturale ― al tavolo dei relatori, sedevano i rappresentanti di quei soggetti che dovrebbero essere coinvolti: in primis la scuola, col ministro dell'Istruzione, Gelmini, il mondo dell'impresa, con il presidente di Confindustria Marcegaglia, la televisione pubblica, col presidente della Rai Garimberti. «Abbiamo l'ambizione di raggiungere un'alleanza educativa di lungo periodo con le istituzioni e con tutti coloro che hanno una responsabilità in questo settore. La nostra proposta ― ha detto Ruini ― è quella di offrire orientamenti. Tutti sappiamo la gravità, in Italia e nel mondo occidentale, dell'educazione. Vogliamo offrire un contributo, uno stimolo su un tema urgente». Ciò che occorre è una convergenza che superi gli interessi individuali o di parte. Secondo la Gelmini si dovrebbe agire su due fronti, da una parte lavorare sull'integrazione, dall'altra sulla difesa dell'identità del Paese. «Mi sto battendo affinchè i bambini stranieri immigrati imparino subito la lingua italiana, il primo vero passo verso una pacifica integrazione anche se la scuola deve essere anche un momento di difesa dell'identità del Paese». Ciò implica «l'esigenza dell'ora di religione e dei crocifissi nelle aule». Sul fronte del piccolo schermo, il presidente Garimberti, ha fatto notare che non si può chiedere alla Rai di fare «programmi di qualità e al tempo stesso di avere un bilancio in pareggio, con un'evasione del canone pari al 30 per cento». «Credo che un metodo per risolvere il problema sia il ripensamento profondo del sistema televisivo italiano poichè, non vi sono dubbi, sul fatto che esiste un'emergenza educativa sotto gli occhi di tutti».

Nella prefazione del libro, il porporato fa notare di quanto siano divenuti più incerti e problematici i rapporti tra le generazioni. La trasmissione dei modelli di comportamento e di vita è resa difficile dalla difficoltà a comunicare. Non è dunque un caso, dunque, se si parla di frattura o di indifferenza generazionale. «Quel che più importa, è che appaiono ridotte e precarie le possibilità di una autentica formazione della persona». Che fare dunque? Da tempo i vertici della Chiesa si interrogano sul da farsi nella consapevolezza che senza la collaborazione con la scuola, le università, il mondo del lavoro, i mass media, si può fare ben poco per frenare questa deriva. «La Chiesa sa bene che non si tratta in alcun modo di un suo compito esclusivo e che occorre, invece, promuovere una collaborazione aperta a tutto campo».

Marco Bellizi su: L’Osservatore Romano (24/09/2009)


L'obiettivo sarebbe quello di arrivare a una grande alleanza, con le istituzioni e il mondo del lavoro, per il bene dei giovani e del Paese intero. Nell'attesa e nella speranza che diventi un traguardo raggiungibile, la Chiesa in Italia si fa carico intanto di indicare una strada per superare quella che è stata indicata da tempo come un'emergenza sociale. Il rapporto La sfida educativa (Editori Laterza, Roma-Bari, 2009) a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana (Cei) ― presentato a Roma nel pomeriggio del 23 settembre ― è per questo motivo anche una proposta. Si tratta di superare da una parte l'impostazione, contestata, dell'educazione delle nuove generazioni intesa come esercizio e trasmissione della disciplina, e, dall'altra, lo spontaneismo individualistico in virtù del quale, nella scuola così come nelle altre agenzie educative, i discenti sono lasciati liberi di sperimentare, scegliere i contenuti educativi, dare libero sfogo alle esigenze di autoaffermazione della propria personalità. Modelli, come è stato osservato, risultati sconfitti alla prova dei fatti, se è vero — e il rapporto in questione lo conferma con puntuali dati statistici — che i giovani faticano a riconoscere modelli credibili cui fare riferimento e devono affrontare i pericoli di un processo di formazione della propria identità insidiato da un pluralismo di messaggi e contenuti educativi che troppo spesso sconfinano nel relativismo. La nostra società — ha scritto nella prefazione al volume il presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, il cardinale Camillo Ruini ― «ha abdicato al suo compito educativo. In nome di una sterile neutralità, ha abbandonato i giovani alla loro solitudine, sempre più in balia della violenza e della volgarità e sempre più incapaci di venire a capo della loro vita». La Chiesa — scrive il cardinale — è cosciente dell'attuale «emergenza educativa»; «sa però altrettanto bene che non si tratta in alcun modo di un suo compito esclusivo e che occorre invece promuovere una collaborazione aperta a tutto campo».

L'educazione, pur essendo oggi riconosciuta come un'urgenza, rimane per sua natura — ha ricordato il cardinale Ruini presentando il rapporto — una sfida di lungo periodo: «Per questo è indispensabile realizzare intorno a essa una convergenza che superi, almeno in qualche misura, il variare delle situazioni, delle idee, degli interessi». Per questo motivo il libro è «rivolto non solo alla Chiesa, ma all'intero Paese e alle sue classi dirigenti, per offrire un contributo per un'alleanza educativa di lungo periodo». Il rapporto — ha aggiunto il porporato — «analizza la situazione italiana, ma è anche una proposta che cerca di offrire un orientamento, un'indicazione di massima per il breve ma anche per il medio e lungo periodo», a partire dalla consapevolezza della «gravità che la questione dell'educazione ha in Italia, nel mondo occidentale e forse nel mondo intero», Un «approccio globale, e non settoriale», dunque, quello del volume curato dalla Cei, che «prende in considerazione certo le agenzie educative classiche, come la famiglia, la scuola e la Chiesa, ma anche gli ambienti e i contesti di vita che plasmano le persone, sia nel fare — il lavoro, l'impresa, il consumo — sia nell'immaginare: la comunicazione, lo spettacolo, lo sport».

Al centro del rapporto ― ed è questa la terza via che si indica ― c'è l'educazione intesa come «processo umano globale e primordiale, in cui entrano in gioco gli aspetti fondamentali dell'uomo e della donna, come la relazionalità e il bisogno di amore e di essere amati». In gioco, quindi, è la «credibilità degli educatori», all'interno di una concezione di educazione «come nascita, generazione, genesi del soggetto umano», e nella quale è dunque «decisiva la domanda antica e sempre nuova su chi è l'uomo, chi siamo noi». Oggi — ha detto ancora il cardinale Ruini — «c'è una grande difficoltà a fare sintesi sull'idea di uomo, sottoposta a molte tensioni: quando, non si sa con precisione cosa sia l'uomo, è difficile educare». Di qui la necessità di «incrociare» l'idea di educazione alle «situazioni umane in cui ha luogo l'educazione in Italia». Per quanto riguarda il «versante interno», il rapporto si ricollega agli orientamenti pastorali della Cei per il prossimo decennio, ma «la sua finalità principale è molto più vasta».

Alla presentazione del volume hanno preso parte anche alcuni dei principali interlocutori di questa sfida educativa, in rappresentanza del mondo della scuola e delle istituzioni, come il ministro Mariastella Gelmini, del mondo del lavoro, come il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, e dei media, come il presidente della Rai, Paolo Garimberti. Il ministro dell'Istruzione, università e ricerca ha concordato sulla necessità di un nuovo patto educativo: «Occorre — ha detto — ripristinare un'alleanza tra i due pilastri che reggono l'educazione, ovvero la famiglia e la scuola» ma, allo stesso tempo, occorre allargare il dibattito a tutta la società. C'è bisogno — ha aggiunto — di «suscitare più attenzione e c'è bisogno che gli educatori, le famiglie, i media e le migliori menti del Paese offrano un contributo prezioso al dibattito». Il ministro ha poi affrontato il tema dell'integrazione degli immigrati, sottolineando come sia necessario «un dialogo e non una resa» di fronte a culture e religioni diverse, e come debba esigersi dunque «un momento di difesa dell'identità del Paese».

Occorre naturalmente investire sulle nuove generazioni, anche perché ha osservato Emma Marcegaglia — l'Italia è «un Paese che sostanzialmente non premia i giovani», e una scuola migliore «è il migliore ascensore sociale che possiamo offrire».

La principale agenzia educativa rimane però la famiglia. Se la terza via fra educazione-disciplina e spontaneismo individuale è la relazione fra chi insegna e chi apprende, con ruoli che inevitabilmente si scambiano, la famiglia continua a essere imprescindibile. «La nostra società — ha osservato il sociologo Pierpaolo Donati, dell'università di Bologna, che ha collaborato alla realizzazione del rapporto — non è più capace di orientare i propri figli». La famiglia — ha osservato è «mediatrice fra le generazioni, in essa si generano tutte le diverse educazioni. Eppure in Italia è stata lasciata sola in questo suo compito. Alla famiglia oggi si imputa, e l'accusa è falsa, di non educare più ma di discriminare». Ma è da qui, dalla verità sull'uomo, che occorre ripartire.

Lorenzo Ornaghi, Rettore università Cattolica di Milano su: Tempi (03/03/2010)


L’emergenza educativa non è solo uno tra i tanti problemi dell'Italia, ma rappresenta la metafora di un paese che appare colto perennemente di sorpresa, perché — se così si può dire, in termini sintetici e forse un po' troppo generici e deresponsabilizzanti — disattento o impreparato. Ci troviamo in uno stato di emergenza, proprio perché in ognuno di noi è prevalsa una colpevole trascuratezza nella lettura dei «segni dei tempi». In effetti, anche nelle aule universitarie si riscontra, in questi anni, una mutata "disposizione d'animo" — non saprei definirla in altro modo — da parte degli studenti. Non si tratta solo del pur innegabile ridimensionamento delle conoscenze, o della debolezza del metodo di studio, acquisiti nel percorso di istruzione media superiore. Si avverte piuttosto un diffuso, talvolta cosciente e dolorosamente vissuto, smarrimento di motivazioni profonde. Questo rende i giovani più incerti di fronte alle impegnative scelte legate al curriculum accademico e alla vita professionale, meno capaci di orientarsi in un contesto sociale che, va riconosciuto, si rivela essere sempre più freddo e talvolta ostile, sempre più indeterminabile e, almeno all'apparenza, immodificabile. Tuttavia, a essere cambiati non sono i giovani; o lo sono soltanto di riflesso. I giovani, che oggi passano per le aule universitarie, hanno per lo più qualità positive e grandi potenzialità. In misura non dissimile da altre epoche storiche, mi verrebbe da aggiungere.

Forse, diversamente da età precedenti e nonostante le prime apparenze, sono costretti a subire un ambiente o un contesto sociale che sembra poco propenso a destare emozioni e passioni, a rafforzare desideri e aspettative, a far nascere la voglia di cambiare in meglio ciò che può essere cambiato. Della durezza del contesto sociale i giovani sono consapevoli. Qui si apre la forbice, larga e pericolosa perché disorientante, tra la registrazione realistica dell'ambiente in cui i giovani crescono e il loro bisogno, anzi la loro ricerca (onesta e intelligente, anche se troppe volte inquieta perché inappagata) di profonde motivazioni ideali e spirituali. Motivazioni non astratte o soltanto dichiarate, bensì incarnate in persone concrete. I giovani chiedono guide, maestri e testimoni. Ne avvertono la necessità, per poter dare senso e risposte alle proprie aspettative. I giovani devono perciò ricevere dai "meno giovani" la testimonianza di volere e sapere costruire, per quanto possibile, la propria vita, guardando al domani con il cuore e la ragione. L’intelligenza nel costruire la propria vita però implica pensiero, metodo e responsabilità. Richiede una visione culturale sempre aperta: i giovani — per usare un'espressione di padre Agostino Gemelli — devono entrare, ed essere aiutati a farlo da testimoni attendibili, nel «cuore della realtà». L’università, in questo senso, gioca certamente un ruolo cruciale nel trasmettere e far crescere simili orientamenti. E deve mantenere questo ruolo anche in circostanze, come le attuali, non sempre favorevoli, sia per la difficoltà del sistema formativo nel suo complesso e dell’“atmosfera sociale” di cui abbiamo accennato, sia per le incalzanti riforme che da alcuni anni hanno interessato il mondo universitario. Tali riforme, pur contribuendo a migliorare in alcuni aspetti il percorso formativo, lo hanno reso piuttosto instabile a causa di continui cambiamenti e revisioni. Soprattutto, rischiano di far passare in secondo piano il nesso strettissimo, e oggi sempre più necessario, tra formazione ed educazione. Ma i tentativi continui di riforma universitaria non possono comunque risolvere, né tanto meno arginare, se non solo in modo farraginoso, la questione educativa. Infatti, su tale questione vi è innanzitutto la responsabilità (ma anche la bellezza di una missione e di un impegno insostituibili) delle famiglie, degli educatori a tutti i livelli scolastici, della persona stessa che viene educata. Non vi è dubbio, peraltro, che in questa nostra fase storica le grandi questioni, e in particolare quelle che condizionano il futuro di un'intera comunità, non possano non essere di interesse della società nel suo complesso, oltre che delle istituzioni politiche. Perché la politica non commetta troppi errori rispetto al tema dell'educazione, è necessario che la società faccia sentire la sua voce.

Un compito per la società
In questo senso, lungimirante si mostra l'approccio multidisciplinare, attento cioè all'uomo in tutti gli ambiti della sua vita, che il Comitato per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana ha posto come architrave del rapporto-proposta La sfida educativa. È, infatti, soltanto da una visione dell'uomo nella sua interezza che è possibile ridare la speranza di un senso a un paese che — come ho ricordato all'inizio — appare sempre più disattento e impreparato. Non è certamente un compito facile, o demandabile ad altri. È un compito che riguarda tutta la società. Ma, in particolare, chiama a un rinnovato impegno i cattolici, proprio perché — come ricorda Benedetto XVI — «quando in una società e in una cultura segnate da un relativismo pervasivo e non di rado aggressivo, sembrano venir meno le certezze basilari, i valori e le speranze che danno un senso alla vita, si diffonde facilmente, tra i genitori come tra gli insegnanti, la tentazione di rinunciare al proprio compito, e ancor prima il rischio di non comprendere più quale sia il proprio ruolo e la propria missione. Così i fanciulli, gli adolescenti e i giovani, pur circondati da molte attenzioni e tenuti forse eccessivamente at riparo dalle prove e dalle difficoltà della vita, si sentono alla fine lasciati soli davanti alle grandi domande che nascono inevitabilmente dentro di loro, come davanti alle attese e alle sfide che sentono incombere sul loro futuro». Ciascuno nel proprio ambito — la famiglia, la scuola, l'università — può e, forse, deve essere il testimone attendibile a cui i giovani possano guardare per affrontare il presente e rivolgersi con fiducia al futuro.

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