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Oggetti smarriti e altre apparizioni

Oggetti smarriti e altre apparizioni
Oggetti smarriti e altre apparizioni
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842090373
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

Sono tanti gli oggetti smarriti e i fantasmi nelle nostre vite. Il catalogo è questo.

Mazzi di chiavi, telefoni, biglietti da visita, occhiali da sole, documenti e palloncini colorati scappati via da mani bambine. Ma anche gli ‘ego’ individuali, i ‘soggetti’ intesi come idee e storie che perdono e si perdono fino a un gesto che affiora in un ricordo. «Mi ha guidato nella scelta un’idea dei margini, forse anche un’idea del fantasma. I fantasmi sono dolorosi, i fantasmi sono necessari. I fantasmi sono quello che ci manca – e se la felicità è quello che ci manca, disse una volta Carmelo Bene, essa ci deve mancare. Oggetti smarriti sono frasi, racconti, avventure, occasioni, protocolli di esperienza, alcuni recentissimi, altri remoti. Hanno in comune, oltre a una scrittura ibrida, tra il documentario e la finzione, il sentimento di essere perduti».

Leggi un brano


Due negli ultimi tempi sono state le suggestioni più forti che ho avuto sui temi del «luogo» e del «viaggio»: una rivedendo un vecchio film che pensavo non avesse più niente da rivelare; l’altra leggendo una biografia di Michel Foucault.

In questa c’è un brano che racconta l’esperienza dell’acido lisergico che il già maturo filosofo fece con due giovani docenti californiani. Restò seduto immobile per ore davanti al deserto della Death Valley, a guardare la Terra e il firmamento, come Cézanne di fronte alla montagna Sainte Victoire. Quando venne buio aveva gli occhi umidi di pianto: «Sono felice», disse. Disse anche che, finalmente, aveva «capito». E poi, due volte: «Adesso posso ritornare a casa». Aggiunse qualcosa sul «rivedere sua sorella».

L’altra scena, quella del film, ha forse anch’essa a che fare con l’Lsd. Ma è poco più di un fotogramma, e per non bruciarla, e anche perché se la dicessi adesso non saprei più come andare avanti, la scriverò solo alla fine.

Mi viene in mente invece un racconto di Pier Vittorio Tondelli, se ricordo bene, in cui narra di un suo giro in macchina scandito da un orizzonte musicale, un vagabondaggio notturno sul filo delle onde radio locali. È un’idea narrativa molto bella, al panorama visivo se ne sovrappone un altro auditivo, ogni mutamento dello spazio si accompagna all’apertura di un paesaggio sonoro, ed è ormai un’esperienza che si può fare ovunque, viaggiare in automobile costeggiando le invisibili frontiere delle varie rock stations. Ma mi suggerisce anche un’altra idea: che non si dà più viaggio, o spostamento nello spazio, che non sia in qualche modo teleguidato; che non si dà più nemmeno una deriva senza un orientamento, e che anche il perdersi ha un suo proprio oriente, spesso rassicurante e frivolo come l’ingresso in un programma Windows, o come un log-in, simbolo dell’universo di esperienze sempre più virtuali con cui stiamo soppiantando, chissà poi perché, tutte le altre nostre esperienze, possibili proprio perché reali.

Penso alla luna. E a quella fatidica notte del luglio 1969 spesso rievocata dai media, di cui, tra i ricordi miei e quelli di amici, ho messo su la scena seguente.

Su un prato di luglio, in campagna, la famiglia si siede davanti a una delle prime televisioni portatili, quelle rivestite di plastica rossa o bianca, alimentata con dei cavi collegati a una batteria da camion. Guardano in diretta il reportage dell’allunaggio. È una notte di luna, naturalmente, e i bambini alternano lo sguardo dalla luna molle e informe sulla televisione in bianco e nero e con la voce off di Tito Stagno, a quella bianca e luminosa che si staglia sulle cime degli alberi nel cielo blu scuro.

Passa un vecchio contadino, mettiamo che si chiami Alfio, è un amico di famiglia, si ferma e si rivolge così al padre dei bambini: «Mi meraviglio di lei, che è una persona così istruita e se ne sta lì a guardare quelle cose. Ma non crederà mica che ci siano andati davvero, sulla luna? È tutta una finzione che hanno inventato loro, quelli lì della televisione...». I bambini guardano la luna sopra le loro teste, il contadino in piedi, il papà seduto per terra, i corpi degli astronauti che galleggiano dentro la televisione sulla luna grigiastra, la televisione rossa sul prato con dentro la Luna e la Terra (il Mondo) in bianco e nero, e poi ancora le stelle e il cielo, gli alberi, e trovano tutto questo molto strano (più strano dei carri armati nel Golan, più strano delle immagini di corpi ammazzati di vietcong), di una stranezza forse affascinante. Capiscono che sono di fronte a una strana storia, e forse quello che ricorderanno è proprio questa sensazione, che le storie sono strane, cioè sono vere ma in modo diverso, ti promettono una verità ma non sai bene quale sia, e non sei mai sicuro di quando arriva, né di riconoscerla, come nelle promesse. Luigi Ghirri, il grande fotografo, diceva questo a proposito della missione sulla luna del 1969: che venne fatta allora «la prima fotografia del Mondo».

Diversi anni fa, all’epoca del pionieristico lavoro di descrizione- narrazione della via Emilia coordinato da Luigi Ghirri e Gianni Celati (Dal fiume al mare..., edito da Feltrinelli e ovviamente esaurito), nel testo che consegnai alla fine omisi una citazione cui tenevo molto. È una frase dell’antropologo Claude Lévi-Strauss singolarmente sentimentale per uno strutturalista, e in cui ritrovavo perfettamente la mia esperienza: «Fra qualche secolo, in questo stesso luogo, un altro esploratore, altrettanto disperato, piangerà la sparizione di ciò che avrei potuto vedere e mi è sfuggito. Vittima di una doppia incapacità, tutto ciò che vedo mi ferisce, e senza tregua mi rimprovero di non guardare abbastanza». Che il problema fosse in realtà una questione di sintassi, cioè di linguaggio – perché nel raccontare un luogo, anche nella lotta contro la cecità e l’assuefazione, il vero problema è sempre quello di raccontare una storia –, lo capii solo dopo. I fotografi mi avevano insegnato comunque a lavorare sul campo, a lasciare lo scrittoio e a uscire fuori dallo studio («fuori dai nostri armadi», cantava Lou Reed). Sono andato in giro per anni a proiettare il mio desiderio di abitare, a fare prove generali di vita cercando di non disprezzarne nessuna – a provare storie come abiti, direbbe Max Frisch – e una volta restai perfino qualche giorno in quel mondo parallelo che è l’autostrada per vedere come si poteva viverci. Alla raccolta di racconti «di luoghi» che pubblicai in seguito, omisi stavolta una sorta di prefazione di cui ricordo solo questa frase: «In attesa di raccontare, di una casa, si dà qui la ricerca del raccontare, della casa. Café Suisse è il luogo, il libro, di quest’avventura».

Il fatto è che mi sembra più avventuroso stare fermi che viaggiare. Abitare, che vuol dire sempre abitare da qualche parte, è in fondo un viaggio condensato e intensivo, e penso che abitare qui, in questo o quel luogo, esposti alla vertigine della domanda «Perché qui, e non invece in un altro posto?», sia l’avventura più intensa che ci possa capitare. Inoltre è sempre già un perdersi. Un po’ perché siamo già tutti perduti, cioè tutti, in qualche modo, dei rifugiati politici, degli stranieri; un po’ perché lo straniero, come spiegava Georg Simmel, non è colui che arriva oggi e parte domani, ma colui che arriva oggi e che domani non parte; che resta indefinitamente, e arricchisce con la sua specifica modalità di relazione il luogo e i suoi abitatori.

Oggi quindi mi interessa soprattutto il restare fermo sul posto, fare l’esperienza del qui, del questo, dell’ora; del linguaggio capace di indicare, di dare del tu alle cose e ai luoghi – «il melo, il pero, il muro» (Pascoli), «quest’ermo colle», «questo mare» (Leopardi): e si noti che ho nominato due tra i nostri maggiori raccontatori del paesaggio. È un caso che tutti i testi sapienziali, terapeutici (ammesso che dei testi possano essere sapienziali e terapeutici) abbiano un rapporto stretto con la consapevolezza del qui, del questo? «Conoscere se stessi, per dimenticare se stessi», recita una massima zen. Ma si potrebbe dire: conoscere a fondo il qui, poi dimenticarlo.

[…]

Scrivo queste ultime frasi sullo schermo luminoso del computer nella stanza buia, e dalla finestra aperta vedo la città notturna, il fascio di linee oblique delle case, le sponde del fiume, gli alberi (tigli) sul lungofiume, un lembo di strada, le luci dei lampioni, il riflesso della luce sull’acqua, la luminosità oscura della notte. Più lontano, dietro le chiazze buie dei tetti e delle case invisibili, vedo le strade invisibili e la periferia invisibile; e dietro il cielo notturno vedo i colori e i rumori invisibili del giorno.

C’era Easy Rider alla televisione, stasera (è questo il vecchio film di cui dicevo all’inizio), e ho rivisto le famose scene dell’Lsd preso al cimitero. Ma c’erano scene nuove subito prima (c’è sempre una scena nuova quando si rivede un film, o quando si legge un libro), di cui non mi ricordavo (anche ora nonme le ricordo: penso solo al blues di Dylan prima della loro morte). Il carnevale, ecco, Hopper e Fonda, in una sosta del loro viaggio infinito, che vanno fuori dal bordello con le loro donne e camminano (le donne che escono dal bordello e camminano con i loro uomini), camminano e vanno per le strade e guardano il carnevale isterico nella città – ci sono tante cose da vedere – finché arrivano quasi all’uscita e si trovano ora in una periferia molto vasta, ci sono poche case, bianche e quadrate, sembrano molto abitabili, loro si fermano, restano chini a guardare, osservano un cane morto accostato al marciapiede – ecco, la scena è questa, questo indugio.

Forse loro lo sanno perché stanno lì a guardarlo, il cane morto. Poi senza una parola proseguono, camminano fuori dalla città e arrivano al cimitero.

Recensioni

Antonio Pascale su: Il Sole - 24 ore (05/07/2009)


Tento di fornire una sintetica definzione di Beppe Sebaste: uno scrittore pioniere. Del pioniere ha l'inquietudine, la curiosità, l'entusiasmo e una sorta di fiducia nel mondo che si trova ad attraversare. Ha, poi, la sua scrittura, una vocazione, anch'essa pionieristica, interdisciplinare. Infatti, Sebaste si è spesso trovato a scrivere in compagnia di fotografi, un modo per amplificare lo sguardo, circoscrivere e analizzare un oggetto con più strumenti conoscitivi. La sua poetica ha un'altra caratteristica: l'antiretorica. Sebaste, a questo proposito, fornisce lui stesso una definizione: la retorica dell'antiretorica.

Non ha paura di arrivare sulla scena quando questa si è raffreddata, e magari non emette più quelle calde onde di indignazione, molto facili da raccontare, ma in fondo, a lungo andare, sterili. È sintetico e preciso. Ai grandi temi, preferisce una descrizione caso per caso. Da un punto di vista formale è rigorosamente attento allo stile. Del resto Carmelo Bene, il nostro grande filologo e poeta della voce, ha ripetuto spesso che la vera urgenza non è nel dire, ma nella forma. La scrittura di Sebaste è in effetti contenuta in una speciale forma poetica: distratta ed eclettica.

Questo libro, Oggetti smarriti, si può leggere come una biografia. Personale e collettiva. Sebaste inserisce in rubrica non fatti epici o azioni eroiche, ma semplici oggetti smarriti. Cose che ci sono appartenute e sulle quali abbiamo fatto affidamento che poi, per contingenze o mutazioni varie, abbiamo lasciato andare. Canzoni, libri, versi poetici e musicali, bar e angoli di caffè parigini, palloncini colorati gonfiati a elio in occasioni di feste e ricorrenze e strade fuori mano che percorriamo per caso. Campi rom (i veri oggetti smarriti) e le banche dei poveri, ovvero il Monte dei Pegni. I fantasmi tornano, gli oggetti smarriti si materializzano, Sebaste li osserva di nuovo, li rigira, li riposiziona. Individua un dettaglio sfuggito ai più e la nostra memoria torna a essere inquieta. Niente nostalgia. Per fortuna. Solo descrizioni più attente. Correzioni in corso d'opera e nuove misurazioni.

Tommy Cappellini su: Il Giornale (02/08/2009)


C’è una malinconia degli oggetti che viene da lontano. Come nella poesia di Borges: «Le monete, il bastone, il portachiavi,/ la pronta serratura, i tardi appunti/ che non potranno leggere i miei scarsi/ giorni, le carte da gioco e gli scacchi,/ un libro e tra le pagine appassita/ la viola.. Quante cose/ atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi... Dureranno più in là del nostro oblio; non sapranno mai che ce ne siamo andati».

Dev'essere la crisi, ma quest'anno un certo numero di saggi si sono appuntati proprio su una malinconia di questo tipo. [...] non perdetevi Oggetti smarriti e altre apparizioni di Beppe Sebaste (Laterza): brevi prose descrittive dove fotografie (su tutte quelle di Francesca Woodman), pagine di giornali, angoli di città, passeggiate, momenti storici o semplici oggetti (come quelli personali dei passeggeri del volo IH870, inabissatosi a Ustica) assumono un peso struggente, collettivo, di cui non ci si dimentica. Una prosa dolorosa («Le stelle più luminose sono le stelle spente») e intimista, pur essendo di tutti («A cosa ti aggrapperesti nella deriva? ― All'amore») e per tutti. [...]

Chiara Valerio su: L’Unità (18/11/2009)


Qual è l'uso di un relitto aereo, mi chiedo. Forse lo stesso di un corpo morto. E mi accorgo che nella loro concentrazione assorta i vigili del fuoco lavorano al più antico dei rituali della nostra era: la deposizione. La penna di Beppe Sebaste confina con la nostalgia, e alla nostalgia tende. La nostalgia per lui è una specie di madre patria narrativa. Manda avanti la memoria a disegnarne le mappe, ci trasborda i personaggi e alla fine ci trasferisce le storie. È uno scrittore pieno di altrove. In Oggetti smarriti e altre apparizioni (Laterza Contromano) non fa che muoversi in mezzo a escerti di vita passata, talvolta lacerti, non fa che seguire i sentieri delle vite perdute e ricomposte. Che Sebaste sia un raccoglitore di voci, uno che riesce a catalogare a memoria senza bisogno di teche è una sensazione che si ha immediatamente, dall'ufficio oggetti rinvenuti a Milano, fino a Comprai occhiali da sole fuori stagione e passai le ore a guardare il mare fuori stagione, la spiaggia vuota come nelle vecchie cartoline o nelle pagine di Scott Fitzgerald a Nizza. Ho scritto spesso degli anni Settanta sui giornali, ogni volta opponendomi con forza all'ostinato cliché che li vuole «anni di piombo». Al contrario, erano anni di carne. Che gli anni di carne siano pure anni di sangue è una notazione immediata, che arriva però differita. Perche Oggetti smarriti non commenta la Storia e non la studia, la corregge con la lente dei ricordi, la chiude in una casa degli specchi. La storia è la storia è la storia è la storia e non c'è da voltare pagina e nemmeno da farcirla. La prosa di Sebaste rivendica con successo la possibilità di raccontare in forma scritta storie parlate. Tutti abbiamo amato più cose di quelle che siamo riusciti a portarci a casa o a letto, e di certo pure Sebaste, ciò nonostante, il tono dei suoi racconti personalissimi e impressionali (se esistesse in italiano e avesse proprio quel suono accentato sulla o) non lascia indietro nemmeno un granello di polvere, o una cicca di sigaretta. Anzi, avvolge. Perché Sebaste evoca i fantasmi. Li accarezza, li seduce, li mette in epigrafe insieme a Carmelo Bene. E alla fine li condivide.

Alessandra Sarchi su: Alias (24/12/2009)


Oggetti smarriti e altre apparizioni di Beppe Sebaste, pubblicato da Laterza nella collana di ricognizioni geografico-antropologiche «Contromano», parla di oggetti persi, trovati e dati a pegno, di persone intraviste nell'approssimazione di situazioni di precarietà — la strada, il campo rom, l'alloggio abusivo in mezzo a una pineta, il monte dei pegni — di tracce interrogate come indizi, gusci esistenziali in cui la vita ha preso forma per essere poi abbandonata e proseguire altrove. Gli oggetti smarriti sono anzitutto sintomo, in senso psicanalitico, dello smarrimento individuate e collettivo di un Occidente oppresso da merci e 'cose', raccontato con una scrittura in equilibrio tra autoriflessività e neutralità descrittiva. Sebaste va oltre il dato sociologico, attratto dal potere evocativo e fantasmatico di tutto ciò che si perde. Un filo rosso segue ciò che sta ai margini, scartato, rimosso, perduto; una marginalità intesa come limite che (ci) definisce. Sebaste con Derrida: Nulla di meno marginale della questione dei margini, e con Godard: È il margine che fa la pagina. Emerge una poetica del frammento che non si compiace di mera nostalgia — anche se la nostalgia come 'essere altrove' è sempre presente — ma è interrogazione sulla dialettica tra significanza e insignificanza, tra il permanere delle tracce e il disfarsi delle civiltà, il venire meno delle persone. Ne risulta un'archeologia del contemporaneo, dove risuona l’eco dei moralisti francesi del Sei-Settecento, ma anche di Leopardi. Alle rovine delle civiltà passate, scaturigine di riflessione sul tempo e sul senso delle cose, si sostituisce qui l'oggetto smarrito. Il tono non è mai intimistico, la memoria è intesa come coscienza rispetto alle tante forme di disumanità e immoralità che passano principalmente attraverso la rimozione, la dimenticanza, l'occultamento.

Una ricognizione prima di tutto linguistica: l'ufficio degli oggetti smarriti parigino si chiama Bureau des objets trouvés, all'opposto che in Italia, e poste en souffrance, il vecchio fermoposta, è metafora della sofferenza dei gesti e dei messaggi che non trovano destinazione. La visita a una fabbrica di palloncini gonfiabili — oggetto effimero caro all'arte contemporanea da Piero Manzoni a Jeff Koons — dipana una riflessione sul loro uso propagandistico (in campagna elettorale ad esempio) e sul paradosso di affidare a uno scoppio le proprie sorti: la parola inglese boom, così temerariamente associata all'economia. Le fotografie di Francesca Woodman, maestra di dissolvenza, messe in ardita e inedita consonanza con quella di uno dei covi delle Brigate Rosse, inconsapevoli (forse) portatori di una estetica del fare perdere le tracce che se avesse avuto il coraggio di farsi gesto artistico, anziché idiozia politica, avrebbe cambiato la storia.

Il libro chiude con il catalogo degli oggetti del volo abbattuto IH 870 Bologna-Palermo, i cui resti sono stati allestiti da Christian Boltanski per il Museo della Memoria di Ustica a Bologna. Elenchi di passeggeri, di bagaglio, di effetti personali — ciò che è rimasto una terrificante carcassa vuota — le parole non vanno oltre. A chi si domanda perché esista un simile museo Sebaste risponde con Derrida: «L'archivio non riguarda il passato, riguarda l’avvenire».

Oscar Iarussi su: La Gazzetta del Mezzogiorno (25/02/2010)


«L’archivio non riguarda il passato, riguarda l'avvenire». È una citazione del filosofo Jacques Derrida che casca a fagiolo in una recente raccolta di testi di Beppe Sebaste, Oggetti smarriti e altre apparizioni (Laterza ed.). Derrida è il teorico della «decostruzione» della realtà, sebbene rifugga dall'idea stessa di «teoria», preferendole di gran lunga l'esperienza vertiginosa del pensiero. In particolare, Derrida è il filosofo dei margini, delle smarcature, delle evidenze-assenze, delle finzioni, degli interstizi e dei vuoti. Una ricerca tipicamente francese: Barthes, Deleuze, Baudrillard, Nancy...

Sebaste è un poeta, romanziere e saggista, che spesso esercita su riviste letterarie e quotidiani il suo sguardo tanto acuto quanto distratto, di quella distrazione cara ai mistici, ma pure all'orientalista Elemire Zolla e allo psicoanalista Cesare Musatti. Il primo ― ricordiamo ― raccontava degli ufficiali giapponesi che lasciavano vagare l'occhio lungo il filo dell'orizzonte per riuscire a individuare i sommergibili nemici. Mentre l'allievo italiano di Freud rivendicava un ascolto «intermittente» dei pazienti sul lettino, non scevro di momenti sonnolenti del terapeuta.

In tal guisa, l'archivio provvisorio di Sebaste è frutto del suo andare a caccia, sì, delle «apparizioni», cioè di minuscole epifanie nella trama della vita quotidiana, ma soprattutto di folgoranti «altre disparizioni», come forse sarebbe stato più corretto completare il titolo del libro. D'altronde, questo volume è arrivato in libreria subito dopo un suo testo dedicato alle pause, ai silenzi, alla metafisica molto terrestre delle Panchine (Laterza, 2009).

Oggetti smarriti si fa leggere con piacere ― innanzitutto ― perché libera implicitamente dall'«obbligo» di farsi ricordare. Sebaste riserva infatti talune pagine memorabili ― pensiamo a quelle sugli anni Settanta come «decennio fantasmatico» ―, ma le concepisce sotto il segno della smemoratezza, della virtù dell'oblio. Solo chi dimentica, potrà un giorno ricordare. Solo chi smarrisce, disperde, dissipa elementi di sé, lascia ad altri l’opportunità di affabulare identità perdute, di costruire storie.

E, soprattutto, solo chi lascia che le immagini disertino dalla cornice, dai contorni, dai tratti rigidi, asseconda quell'ardua riconciliazione tra cultura e natura, ha accesso al deserto, al grado zero, al cuore delle cose cui pochissimi artisti si avvicinano (il «cinema naturale» di Gianni Celati).

A introdurre la mostra di Edward Hopper che tanto successo ha ottenuto a Milano e ora è allestita a Roma, c'è una frase del pittore americano: «Tutto quello che vorrei dipingere é la luce del sole sulla parete di una casa». In tale scia si collocano il sublime lavoro fotografico di Luigi Ghirri, emiliano come Sebaste che gli dedica pagine molto belle, e l'arte delle emulsioni evanescenti di Francesca Woodman.

Di quest’ultima, americana suicidatasi giovanissima a Roma nel 1981, Sebaste scrive: «È lo sfumato, o sfuocato, la tenuitas, l’ectoplasma, la parte più viva e insistente della storia dell'arte, la "vera icon", la Veronica, la Sìndone. L'assenza, le tracce che si lasciano quando si vogliono cancellare le proprie tracce... Ecco, tutto questo per me è la quintessenza degli anni Settanta, qualcosa che non è mai morto, solo (forse) scomparso, tornato cioè nel suo alveo originario, alla sua condizione naturale. Quello di fantasma».

Un «regno dello sfumato» che Sebaste rivisita sia a latitudini familiari sia in esotiche lontananze, ritrovandolo negli incontri con amici maestri amori, lungo le autostrade e nelle dimore delle «sue» città (Roma, Parigi, Ginevra). O nella serena evasione di Aldo Moro dal covo delle Br alla fine del film Buongiorno, notte di Bellocchio. Fino alla sorpresa nel cimitero di Samarcanda, dove le immagini dei defunti sulle lapidi non ritraggono volti; sono foto sgranate, sfuggenti, tendenti al bianco nel sole di una Spoon River asiatica. Qualcosa che ha a che vedere con la mancanza e quindi col desiderio: una nostalgia di futuro.

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