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Filologia dell'anfibio

Filologia dell'anfibio
Filologia dell'anfibio
Diario militare
Edizione: 2009
Collana: Contromano
ISBN: 9788842090366
Argomenti: Narrazioni contemporanee

In breve

Già il destino di essere nati non è privo di stranezza, ma all’interno della condizione umana vi è qualcosa di più strano: il servizio militare.

«Cammina e cammina, giungo finalmente alla caserma Gaetano De Cordevolis sede del 23° Battaglione di Fanteria: immensa e scrostata, senza segni di vita. Fra poco sarò dentro, pensavo macchinalmente avvicinandomi al portone, fra poco sarò dentro fra poco...». Un diario-trattato triste e comico, che a passo d’anfibio ripercorre l’esperienza della vita da recluta, fra brandine e armadietti, celle di rigore e marce sotto il sole e la pioggia. Una testimonianza di quella «enorme, flagrante demenza, non priva di una astuzia tignosa, che fa del non-senso il proprio unico senso» e che si chiama servizio militare.

Leggi un brano


Morto all’Università il 26 aprile, in quei venti giorni di interregno non vissi nemmeno nel limbo: fui piuttosto come Casella, che per molte settimane, alla foce del Tevere, aspettò di essere raccolto dall’angelo nocchiero e traghettato al Monte del Purgatorio. Ogni mio gesto significava chiusura, archiviazione, congedo: ordinai i diletti quaderni di appunti e disposi come poi restaron per anni; selezionai, tipologicamente aggruppai ed acconciamente allogai materiali di ogni tipo; spolverai e ricopersi tutti gli scaffali di libri con velarî formati da giornali incollati insieme. Anche le letture incominciate dovevano essere concluse prima della partenza: avvertivo la portata della novità, e tutto, anche i libri che mi sarei portato dietro, avrebbe dovuto parteciparne. Tanto (sapevo), a mantenere la continuità, l’identità con il passato restavo io, che non sarei mai cambiato né lo volevo o potevo.

Ai giorni 13, 14 e 15 maggio la mia agenda si riempì di lunghissimi elenchi di quanto mi sarebbe stato bagaglio. Temevo di dimenticare qualcosa di essenziale, ed ignorando il destino mi studiavo di coprire ogni possibilità: quindi aghi, fili e bottoni d’ogni forma e colore, saponi, detersivi, lucidi, spazzole, spugne, nastri adesivi, pinze, spille, forbici, temperini, articoli di cancelleria, medicine, cerotti, buste, sacchetti, elastici, fiammiferi... All’ultimo istante, colto da un impeto di stoico fatalismo, lasciai a casa quattro quinti di codesto bagaglio. Ma a ripensarci non fu fatalismo né tantomeno stoicismo: era invece la paura del ridicolo, una delle più forti passioni che mi agitassero in quella vigilia. Per la medesima ragione trasferii tutta la mia roba dal rigido, romantico, vistoso valigione di cuoio in cui l’avevo ammassata ad una verdastra borsa di plastica appositamente (abiurevolmente) acquistata alla Standa: e ancor ne arrossisco.

PARTENZAFu ancora la paura del ridicolo a sconsigliarmi di partire troppo presto: mi immaginavo solo, davanti alla caserma in un enorme piazzale deserto, interrogato con ironia dagli occhi delle guardie. Al tempo stesso temevo di giungere troppo tardi, quando (forse) le brande migliori fossero già occupate, quando qualcosa di pulito avesse già fatto in tempo a insudiciarsi. Scelsi alfine la giusta mediocrità, le tre del meriggio per arrivare alle quattro: proprio il lasso, giorni prima, della mia Laurea.

Grandissimo, struggente, lancinante, come preventivavo da tempo, il rimpianto di non avere una mia bella da salutare in stazione: e mi tiene tuttora. Provvide, ambiguo surrogato, mia madre: il culmine della commozione fu raggiunto quand’ella, io già sistemato nel treno, ritornò con un ghiacciuolo all’arancio: io ’l succiai contenendo a stento le lagrime.

Poi la mamma e la stazione si allontanarono, e io sentii di entrare in un periodo nuovo dell’esistenza. Sapevo anche che mi attendeva la notte più triste della mia vita (dono sgradito, questo di saper prevedere le ripercussioni precise di un nuovo evento nel cuore, questo di non farsi mai coglier sorpresi). La mia vita... Dicono che nell’intensissimo (?) punctum della morte ci si ricordi, in successione o in sinossi, di tutta la propria vita, che la si riveda come solo Dio può vedere i tempi diversi nell’identità puntual del presente. Io ci ho messo un po’ di più: un’ora, il tempo di arrivare a Como.

ARRIVOScendere a Como Camerlata, Como Borghi o Como Lago? Ecco già qualcosa alla quale, con tutto il mio zelo di pianificazione, non avevo pensato. Anche in questo caso m’attenni al medium, e fu Como Borghi. Era effettivamente la fermata più vicina alla caserma, ma lì per lì fui convinto del contrario: ero solo, deserta la stazione nel pomeriggio assolato. Nessun soldato incaricato di raccoglierci e accompagnarci (seppi poi che questo servizio, previsto nelle stazioni dello Stato, disdegnava le Ferrovie Nord), e soprattutto nemmeno un essere che al guardo sgomento e al capace borsiglio potessi divinar per consorte: inquietante stranezza, nessuno di coloro che in quella giornata si servirono delle Nord aveva scelto il mio treno.

Cammina e cammina, giungo finalmente alla caserma Gaetano De Cordevolis sede del 23° Battaglione di Fanteria: immensa e scrostata (conto quattro diversi strati di giallo-ocra sovrapposti), senza segni di vita. Fra poco sarò dentro, pensavo macchinalmente avvicinandomi al portone, fra poco sarò dentro fra poco...

Recensioni

Roberto Carnero su: L’Unità (30/08/2009)


«Sono stato uno dei pochi della mia classe a farlo», ricorda Michele Mari. Cosa? Il servizio militare obbligatorio negli anni ‘70. Da un'esperienza «completamente negativa» uscì nel '95 un libro. Che ora ritorna.

Esce da Laterza una nuova edizione di uno dei libri più belli e più originali degli ultimi decenni, Filologia dell'anfibio di Michele Mari, una sorta di diario-saggio sull'esperienza, per l'autore drammatica, del servizio militare. La prima edizione era stata pubblicata da Bompiani nel 1995, ma la scrittura del testo ― ci spiega Mari ― data al 1984, cinque anni dopo lo svolgimento del servizio militare. Un libro scritto per archiviare definitivamente un momento negativo della vita. «Non credo», ci dice Michele Mari, «che tutte le esperienze, anche quelle meno felici, abbiano in sé qualcosa di positivo. Ci sono cose che sono negative e basta. E questo è stato, per me, il caso del servizio militare».

In realtà il libro si sofferma sui primi due mesi, quelli del cosiddetto CAR (corso addestramento reclute), una sorta di corso di formazione avanzato, seguito dal giovane Mari a Como. Nel testo, corredato dai disegni dello scrittore, Mari ha cercato di applicare la filologia (cioè gli strumenti scientifici della propria disciplina, la letteratura italiana, materia di cui oggi è titolare all'Università Statale di Milano, e che all'epoca insegnava nei licei) a quel «guazzabuglio immondo» (parole sue) che è stato per lui il servizio militare. La filologia ― ovvero l'attitudine all'analisi e allo spirito critico ― consente a Mari di evidenziare tutta l'assurdità dell'apparato militare: spreco, sporcizia, conformismo.

Erano, gli anni '70, quelli dei primi obiettori di coscienza. Ma il servizio civile li sfavoriva: doppia la durata rispetto a quello militare. «Nella mia classe di liceo», ci racconta Mari, «sono stato uno dei pochi a partire: la maggior parte dei miei amici sono riusciti a evitarlo, con certificati medici falsi o grazie alla raccomandazione di qualche generale».

Nel 1982 Pier Vittorio Tondelli aveva pubblicato anch'egli un romanzo, Pao Pao, dedicato al servizio militare. Ma lo scrittore emiliano salvava qualcosa, pur nella critica delle molte assurdità. Ad esempio il senso dell'amicizia tra commilitoni. «Ho letto Pao Pao soltanto dopo l'uscita di Filologia dell'anfibio nel 1995», ci confessa Mari, «perché molti critici avanzarono questo accostamento. Tuttavia sono molto lontano da Tondelli: non ho la sua apertura verso il mondo, il suo ottimismo, la curiosità verso le mode del momento. Mi sono sempre sentito più vecchio di almeno un paio di generazioni rispetto alla mia. Forse per questo ho trovato insopportabile la convivenza forzata in caserma. Dai miei superiori potevo aspettarmi il sopruso, ma lottavo con le unghie e con i denti contro le prevaricazioni subite dai miei colleghi, dagli scherzi al nonnismo. Ma spesso da parte dei miei compagni non c'era solidarietà: temevano che ribellandosi ai 'nonni', questi sarebbero diventati ancora più cattivi, e che quando io alzavo la testa, avrebbero pagato tutti quanti».

Ma a Mari il servizio militare non ha insegnato proprio nulla? «Paradossalmente», ci dice, «avrebbe potuto avere un senso se fosse stato più serio, più rigoroso. Invece si è trattato di un'esperienza in nulla discontinua rispetto alla vita civile. Nel microcosmo dell'esercito si riproducevano gli stessi difetti, gli stessi vizi della nazione italiana nel suo complesso: l'omertà, il disprezzo di ciò che è pubblico (di tutti, quindi di nessuno), l'ipocrisia, la cialtroneria, l'approssimazione. Una cosa di questo tipo non può certo educare o insegnare qualcosa. Caso mai può soltanto corrompere». Dunque nessun rimpianto per un servizio di leva che oggi ― fortunatamente per i figli di Michele Mari ― non esiste più.

su: il Riformista (15/08/2009)


[...] la collana Contromano di Laterza propone una nuova edizione di "Filologia dell'anfibio" del vulcanico e finissimo Michele Mari. Come affrontare quell'esperienza ormai perduta, quell'esperienza di non-sense assai più che bellica, infima più che infernale, che era il servizio militare? Mari lo fa con la perizia del catalogatore positivista, con la poesia stupita e sfrenata di un Cyrano in viaggio nello spazio, fino a costruire uno sciocchezzaio puntuale che forse avrà per le nuove generazioni il fascino di un'archeologia fantastica. La vecchia caserma ― e limitiamoci alla vecchia ― era in sostanza il luogo principe dell'antieconomia, perché impostato sullo spreco di tempo, pensiero, energie. La caserma era il regno dei contrari, ed era un po' la luna di Ariosto (anche se Mari ingannava le ore leggendo Boiardo), dove si andavano ad accumulare gli scarti del mondo regolare. Eppure era un caos capace di reggere, e di entrare pesantemente a fare parte della nostra esistenza. Così il ricordo si colora dei toni del romanzo d'esplorazione d'antan, una peripezia in un'isola amena, grottesca, surreale, comicissima. Per chi l'ha vissuta e per chi l'ha scampata, sicuramente da non perdere.

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