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Suggestioni indiane

Suggestioni indiane
Suggestioni indiane
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842090342
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Storia delle religioni
  • Pagine 198
  • 15,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

L’India è una miniera inesauribile e stratificata: di religioni, di miti e fiabe, di costumi, di arte. Ha sempre attirato l’Occidente, per qualcosa di inconfondibile e prezioso: l’intensità delle sensazioni, il legame diretto con il divino, il moto perpetuo della vita associato all’immobilità della contemplazione. Giuliano Boccali racconta i tanti volti di un Paese sospeso sul filo dei millenni.

L’India è l’unico luogo al mondo dove si può assistere ancora oggi a un rito seguendone con precisione il cerimoniale su un testo scritto oltre 2500 anni or sono. È il luogo dove l’ininterrotta continuità della tradizione – una tradizione che supera i tre millenni – fa sì che il presente e l’attuale si intreccino al passato in un groviglio inestricabile, generato dalla narrazione inesausta delle meraviglie su cui poggia l’universo, e noi con esso. Questo libro è il viaggio in un mondo fantasmagorico e contraddittorio di cui Giuliano Boccali rivela le molte sorprese, in netto contrasto con gli stereotipi che lo identificano tradizionalmente: dalle religioni alla teoria politica, dai poemi epici immensi, come il Mahabharata e il Ramayana, alle raffinate strofe classiche, dalle coppie di amanti divini che affollano le pareti dei templi agli asceti coperti di cenere immersi nella meditazione, fino alle incredibili storie dei film di Bollywood.

Indice

Prefazione - I. In principio era il mito - II. L’azione e la rinuncia - III. Fra materia e sentimenti: la natura - IV. Immagini della bellezza - V. Tra passato e futuro - Glossario - Riferimenti bibliografici

Leggi un brano


Non è difficile ancora oggi, viaggiando in India, incontrare e conoscere un maharaja, o comunque un nobile appartenente alla classe sociale aristocratica dei guerrieri; a costoro la Costituzione non riconosce ovviamente nessun titolo e nessun particolare diritto, come pure quella italiana alla nobiltà del nostro paese, ma la società riconosce tuttora, soprattutto nelle campagne, un prestigio visibile. L’occidentale colto, se appena informato della tradizione indiana, sa che in questi casi è cortese domandare all’interlocutore se egli appartenga alla stirpe del Sole, della Luna o del Fuoco. Senza troppe differenze, sarebbe come chiedere a un principe italiano se discende, per esempio, da Ercole o da Porsenna. Ma per rendersi conto anche delle proporzioni temporali (per noi) inimmaginabili di questa domanda in India, si pensi che il mitico sovrano Rama, l’esponente più famoso della dinastia discendente dal Sole, secondo la cronologia ciclica originale regnò circa 800000 anni or sono!

Quelli del Sole, della Luna e del Fuoco, cioè dei tre rispettivi dèi, sono i tre lignaggi a cui l’intera nobiltà indiana è fatta risalire: ma qual è la fonte su cui poggia questa genealogia, tuttora comunemente accettata? La fonte autoritativa è rappresentata dalla mitologia antica e perciò non ha nessun valore storico: così si sarebbe tentati di rispondere senza esitazione, pensando a testi come il Mahabharata, il grande poema epico nazionale, o come i Purana, sterminate raccolte di testi di «Antichità». Con gli stessi testi nella mente, ogni interlocutore indiano colto risponderebbe invece: la fonte è rappresentata dalla storia dell’India. Per la visione indiana, infatti, i libri che per noi sono epici, cioè gli equivalenti dell’Iliade, dell’Eneide, della Chanson de Roland per esempio, sono né più né meno libri di storia.

Non è perciò vero che la civiltà indiana, nella propria autoconsapevolezza, manca di storia, essa manca della storia come è intesa e sviluppata in Occidente a partire soprattutto da Tucidide e come, naturalmente, può essere praticata anche in Asia da chi desidera attenersi alle finalità e ai metodi della storiografia occidentale. L’incommensurabilità tra le due concezioni nasce da due visioni della realtà profondamente diverse: per quella occidentale un fatto è tale se si è svolto nel tempo e nello spazio e se ha lasciato tracce concrete e verificabili. Per credere alla realtà della guerra di Troia ci sono voluti gli scavi di Schliemann. Tale convinzione è così insita, quasi presente nei cromosomi dell’Occidente, che perfino per credere alla realtà della discesa di Dio sulla terra – evento realissimo, ma esclusivamente interiore – la si è dovuta storicizzare: in questo senso, il santo più adatto a patrocinare l’Occidente sembra proprio san Tommaso.

Nulla di tutto questo in India: tra un fatto oggettivamente documentato e un fatto interiore o un fatto leggendario non c’è nessuna differenza; anzi, se si vuole radicalizzare la contrapposizione, sono semmai questi ultimi a godere di maggiore consistenza e verità, al punto da essere ritenuti il fondamento degli altri. Ne deriva che l’intera manifestazione è sostanzialmente mitica, e che per credere alla discesa del divino nel mondo – per esempio alle incarnazioni, o meglio manifestazioni, del dio Vishnu – non occorrono le prove concrete, ma è sufficiente, e perfino sovrabbondante, l’evidenza interiore che si avvera da millenni nel cuore di milioni di indiani.

Se si applicano invece all’India le premesse occidentali e magari si cercano gli equivalenti di Erodoto e di Tito Livio, ne scaturisce fatalmente la conclusione che una coscienza storica nell’India antica mancava del tutto, come rileva Romila Thapar, grandissima storica (in senso occidentale) indiana contemporanea. Nello scritto recente al quale ci riferiamo, la studiosa argomenta poi sul piano strettamente storiografico e conclude in maniera assai persuasiva che testi tradizionali come il Mahabharata e i Purana, o come le cronache monastiche buddhiste e le biografie o i panegirici regali, non sono affatto insensibili allo scorrere del tempo lineare, alla stratificazione del passato, ai riflessi del cambiamento: in una parola, possiedono un orizzonte storico preciso, per quanto diverso da quello occidentale e, volendo, anche da quello cinese e da quello arabo.

Con grande finezza intellettuale e metodologica, Thapar precisa che non è in gioco nella sua presa di posizione il problema, certo connesso ma sostanzialmente diverso e pertinente a ogni fonte, della «esattezza storica delle informazioni contenute in questi testi», quasi sempre assolutamente inaffidabile, ma la dimostrazione della «esistenza di una coscienza storica nell’India antica». L’operazione riesce brillantemente, offrendo nelle coordinate rigorose del metodo storico la stessa conclusione suggerita poc’anzi sul piano più generale della visione della vita. Questa conclusione ha tanto più valore in quanto il pregiudizio smentito non era (non è) solo accademico e non è affatto neutrale, ma pericolosamente correlato con il pregiudizio, pure diffuso, sulla staticità della società indiana; in epoca coloniale e postcoloniale questo pregiudizio non ha mancato di fornire ottimi (e naturalmente illuminati) pretesti teorici al rapace dispotismo britannico. Come ogni pregiudizio eurocentrico, esso appare pericolosissimo anche oggi, non solo riguardo all’India e, dall’altra parte, al Regno Unito: l’asserto non ha bisogno, temo, di nessuna dimostrazione particolare.

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