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Il tempo di Woodstock

Il tempo di Woodstock
Il tempo di Woodstock
con ill.
Edizione: 20092
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089964
Argomenti: Attualità culturale e di costume
  • Pagine 182
  • 15,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Cosa è stato davvero Woodstock? Di sicuro molto di più che un semplice festival di musica. Diciamo una singolarità della storia, un monumento costruito in tempo reale a una rivoluzione che si stava sbriciolando nello spazio di un sogno. Ernesto Assante e Gino Castaldo raccontano, minuto per minuto, la madre di tutti i raduni rock del mondo.

Dobbiamo pensare a Woodstock come l’effetto generato da anni di controcultura, come la materializzazione di visioni coltivate da una generazione che, come mai prima nella storia, aveva varcato il confine tra la realtà e l’immaginazione. Non ultimo come l’aggregazione di alcune tra le migliori menti musicali che circolavano in quel momento nel mondo, e in quel momento la musica parlava il linguaggio alato della rivoluzione delle coscienze. Dobbiamo pensare a Woodstock come una foto di gruppo dell’energia esplosiva e liberatoria sperimentata da un’intera generazione. Una immagine mossa, sovraesposta, successivamente manipolata, truccata, imbellettata, ma pur sempre una foto. Rimane da svelare il negativo originale.

Indice

Alle porte dell’Eden - PARTE PRIMA TEORIA E PRATICA DI UNA RIVOLUZIONE MANCATA: La rivoluzione mancata (I) - Il brodo primordiale - San Francisco - Hippy - La droga - Il grande laboratorio. Prove generali per un mondo libero - L’estate dell’amore – Yippie - L’anno della rivoluzione - La musica - La rivoluzione mancata (II) - 1969, l’anno di Woodstock - Il lato oscuro della forza - PARTE SECONDA IL RACCONTO. I TRE GIORNI DI WOODSTOCK, OVVERO IL ROMANZO DI FORMAZIONE DELLA CULTURA GIOVANILE: Prologo - La vigilia. Giovedì 14 agosto - Venerdì 15 agosto. La prima giornata - Sabato 16 agosto. La seconda giornata - Domenica 17 agosto. La terza giornata – Epilogo - PARTE TERZA1969-2009: IL DOPO WOODSTOCK. IL FUTURO CHE NON C E: Il futuro non è più quello di una volta - Lo stereotipo - Foto di gruppo con fiori tra i capelli - Il film - La mitologia del raduno pop - Visioni e trasformazioni dell’idea del concerto - La sconfitta - Epilogo - Indice dei nomi

Leggi un brano


«Sapevamo che c’era la possibilità di avere un grande pubblico, ma non avevamo idea di quanta gente davvero potesse arrivare. Alla fine la polizia mi disse che c’era almeno un milione e mezzo di persone che non riuscirono ad arrivare a Woodstock», ricorda Lang. In prevendita la Woodstock Ventures aveva venduto 186.000 biglietti, e già questo sarebbe stato un assoluto trionfo, ma gli organizzatori sapevano che altri ragazzi si sarebbero presentati direttamente nei giorni del festival. I biglietti costavano 18 dollari in prevendita, 24 se acquistati in loco. «Pensavamo che sarebbero arrivate 200.000 persone, ed eravamo abbastanza organizzati per riceverle». Ma ogni previsione si rivelò insufficiente. Il reporter del «Times Herald-Record», John Szefc, scrisse che il 14 agosto, un giorno prima dell’inizio del festival, le strade, soprattutto la Route 17, erano già bloccate fino a dieci miglia di distanza dal luogo del concerto. Si era creato un colossale ingorgo. La mattina del 13 agosto c’erano già 25.000 persone e poche ore dopo, prima che arrivassero i ragazzi che dovevano controllare i biglietti agli ingressi, erano già entrate nell’area quasi 50.000 persone. Il concerto era diventato gratuito ancor prima di cominciare. Wavy Gravy ricorda bene quel momento: «Arrivarono una dozzina di ragazzi con le giacche arancione e dissero: ‘Beh, dobbiamo far uscire e rientrare tutti, così possiamo controllare i biglietti’. Uno dei nostri rispose: ‘Stai scherzando, ci sono 50.000 persone lì dentro’. Il capo della biglietteria mi chiese cosa potevano fare, e io risposi che l’unica cosa da fare era tirare giù le barriere e fare entrare tutti». Romney e i suoi abbatterono più di cento metri di recinzione e la gente iniziò a entrare senza controlli. Molti erano arrivati anche in virtù di un ampio volantinaggio fatto dagli yippies, che avevano stampato dei flyers che invitavano la gente ad andare a Woodstock e non pagare il biglietto. A mettere su i «ticket booths» gli organizzatori ci avevano anche provato: ne avevano affittati una dozzina e avevano incaricato Ken Van Loan, proprietario di un grande garage a Bethel, di sistemarli. «Ci provammo – ricorda Van Loan – ma c’era gente ovunque, macchine ovunque, tende ovunque. Era difficilissimo, se non impossibile, muoversi. Per metterne due perdemmo talmente tanto tempo che alla fine rinunciammo». Iniziarono a tirare giù l’enorme recinzione del festival, che in pochi minuti fu completamente aperta. A decidere che il festival era diventato gratuito non furono gli organizzatori, ma l’evolversi della situazione. Lang si limitò a dare l’annuncio dal palco. «Era come rendere ufficiale quello che era ovvio a tutti».

Arrivò anche la polizia: un centinaio di uomini selezionati dagli organizzatori per il loro atteggiamento positivo, per la loro abitudine a trattare con hippies e altri dropouts, e soprattutto per la loro generale rilassatezza. Cento poliziotti, in libera uscita dal loro lavoro quotidiano, con il beneplacito del Nypd, che sarebbero stati pagati 50 dollari al giorno. Giunsero a Bethel il venerdì mattina, su tre autobus scolastici, ma all’arrivo fu comunicato loro che il dipartimento di polizia di New York aveva cambiato idea e non ne autorizzava il lavoro «fuori zona». Quindi risalirono sugli autobus e tornarono indietro. Ma non tutti. Alcuni restarono, correndo di buon grado il rischio, e lavorando per la Woodstock Ventures sotto falso nome. A capo di questi poliziotti in borghese c’era Wes Pomeroy, che aveva una splendida reputazione per la sua esperienza nel gestire situazioni difficili e affollate. Aveva coordinato la sicurezza alla convention repubblicana del 1964 ed era molto interessato ai giovani e alla controcultura. Pomeroy decise che tutti gli uomini della security sarebbero stati disarmati, e che sarebbero stati vestiti semplicemente, con jeans e una t-shirt con il marchio del festival, senza altri badge. L’idea era che anche loro avrebbero dovuto essere dei «peace officers». Nella divisione dei compiti fatta dagli hippies, la direzione delle operazioni della security era affidata ai Merry Pranksters. Ken Babbs fu quello che diede a tutti le informazioni sulle droghe. «Credo che scelsero me perché avevo esperienza con gli acidi ed ero stato nei marines. I ragazzi mi chiesero cosa avrebbero dovuto fare con le droghe. Io dissi che non dovevano preoccuparsi, ce ne sarebbero state così tante che nessuno sarebbe stato in grado di controllarne la diffusione».

Nel frattempo l’ingorgo di traffico attorno al sito del concerto era diventato mostruoso. «Non c’era alcun traffico da dirigere – ricorda Fred Cannock – perché c’erano soltanto macchine parcheggiate in mezzo alla strada, senza nessuno a bordo. Era una lunga, interminabile fila di nove miglia di auto ferme». Secondo gli organizzatori la colpa di quell’ingorgo era proprio della polizia dello Stato che, sperando di creare maggior caos, lasciò andare le cose senza controllo. «Volevano che fosse un disastro», disse Roberts. E, almeno da questo punto di vista, così fu. Un piano per il traffico e i parcheggi c’era, ma non venne mai messo in atto dalla polizia dello Stato. Alcuni responsabili locali cercarono di intervenire, ma quando ci provarono, il venerdì, era già troppo tardi. Tutte le strade d’accesso erano bloccate. Chi arrivava al festival non poteva tornare indietro, c’erano auto e tende dovunque. Persino la troupe che doveva girare il film restò bloccata alla fattoria di Yasgur: «dormimmo tre giorni sotto il palco», ricorda Michael Wadleigh.

La situazione era diventata difficile per tutti e ancora prima che il concerto cominciasse arrivarono lamentele all’ufficio del governatore Nelson Rockefeller, ad Albany. Girava voce che il governatore avrebbe dichiarato l’area disastrata e Roberts e Rosenman speravano che lo facesse, perché questo avrebbe reso meno complessa la situazione per il pubblico, con l’arrivo di generi di conforto, e meno rischiosa la posizione legale della Woodstock Ventures in caso di incidenti. Lang e Kornfeld temevano invece che la dichiarazione avrebbe portato all’arrivo della Guardia Nazionale, e quindi ad un aumento del rischio di un confronto violento. Ma il governatore prese tempo: «vedremo quello che accade man mano», disse alla stampa.

Recensioni

Pino Corrias su: La Repubblica (28/06/2009)


Quella volta, dai cieli elettrici d'America, scese davvero la rivoluzione e prese la forma gentile di un concerto. Era il 15 agosto del 1969, l'anno in cui l'uomo salì sulla Luna, scese sul mondo l'Era dell'Acquario, e i fuochi del napalm bruciavano il Vietnam. Durò tre giorni e per sempre. Si addensò a Woodstock, ottanta miglia a nord di New York City. Divenne «il più grande spettacolo rock di tutti i tempi». Divenne un sogno che sognava il futuro, ma non un'illusione. Si riempì di musica indimenticabile e di pioggia. La pioggia danzò dal venerdì alla domenica, trasformando quelle migliaia di ragazzi bagnati in una comunità e poi in una generazione. Che all'inizio intonò Freedom di Richie Havens come uno spiritual, cantò mantra ai tramonti, si prese per mano, dormì sotto le stelle, e all'alba dell'ultimo giorno, ai bordi della fine, ascoltò le distorsioni dell'inno nazionale, Star Spangled Banner, come una rivelazione d'identità, come un destino, scegliendo suo sacerdote un meticcio mancino che suonava a occhi chiusi, e si chiamava Jimi Hendrix.

L'onda di quei giorni reinventò la giovinezza. Chiedeva pace & amore. Portava fratellanza. E addirittura una colomba bianca su chitarra acustica, come mostrava il logo disegnato da Arnold Skolnich. Metteva insieme tutte le strade dell'Altra America — quelle degli hipster e di Jack Kerouac, dei treni merci e di Bob Dylan, dei figli dei fiori californiani e dell'urlo all'idrogeno di Allen Ginsberg, dei campus in rivolta e dei renitenti alla leva — per farle convergere nella New York Interstate Thruway, fino alla conca verde della fattoria di Max Yasgur, trecento acri circondati dalle Catskill Mountains.

«Tutti accampati sul terreno», scriverà Joni Mitchell, sparpagliati «come oro, come polvere di stelle», per via dei fuochi nella notte e dei joint di marijuana che passavano di mano in mano, lampeggiando viaggi mentali. Veloci come le motociclette di Easy Rider, appena decollate sugli schermi del nuovo sogno americano, con scia di smalti colorati e il sangue di due spari, invece del lieto fine.

«C'era un sacco di energia in giro», racconterà Michael Lang, ventisei anni, il più vecchio tra i quattro organizzatori del concerto. «L'idea nacque perché volevamo guadagnare qualche soldo, d'accordo. Ma anche perché avevamo bisogno di guardarci in faccia, di conoscerci come generazione. Di uscire allo scoperto, creare una festa. Avevamo bisogno di un raduno».

Woodstock divenne l'apoteosi di tutti i raduni. Divenne un gigantesco ingorgo di pulmini Volkswagen, di capelloni e di significati. Tutti e tre mai quantificati del tutto, ora che sono passati quarant'anni, meno che mai il numero dei ragazzi affluiti dalle due Coste, forse cinquecentomila, forse un milione e mezzo, con biglietto a diciotto dollari e cinquanta, il sacco a pelo in spalla, i sandali, i bikini, i foulard, le barbe, i fiori, i bambini, i coriandoli di lsd e il viatico di Timothy Leary che recitava: «Turn on, Tune in, Drop out», accenditi, sintonizzati, lasciati andare.

Nessuno ancora sapeva che sarebbero stati loro il programma, loro l'evento, loro l'energia. Come mai accadde prima, per esempio al festival di Monterey, anno 1967, quando Otis Reading performò Satisfaction in versione rhythm and blues. Né mai sarebbe più accaduto in seguito, neppure nei Live Aid di iridescenza planetaria, e diritti tv contesi tra studi di avvocati e manager e satelliti. Fu l'energia di quella generazione a torso nudo a scalare il palco di Woodstock e a issarlo dentro la Storia del Ventesimo secolo, a accendere i suoi cento amplificatori per sintonizzarli alle vibrazioni della nuova Era, e lasciarli andare lungo gli incanti di una sequenza musicale che si sarebbe rivelata tra le più sontuose di tutti i tempi.

In quei tre giorni nascono stelle, miti, epopee. Gli Who che salgono sul palco alle cinque del mattino, litigano con Abbie Hoffman, leader della contestazione, suonano My Generation, sfasciano le chitarre sugli amplificatori e Pete Townshend le lancia tra il pubblico. E poi l'interminabile assolo di Alvin Lee, solista dei Ten Years After, che rincorre per diciotto minuti il suo I'm Going Home. E John Sebastian che dalla chitarra acustica estrae il dolcissimo I Had a Dream che plana come un riverbero lungo l'intera vallata. E Ravi Shankar, maestro di sitar, che trasforma il suo concerto in una meditazione collettiva. E Carlos Santana che suona strafatto di mescalina, trascina l'onda dei ragazzi dentro la trance di Soul Sacrifice, aperta dal crescendo dell'assolo di batteria di Michail Shrieve, diciassette anni, anche lui completamente perso di fronte allo spettacolo del pubblico: «Erano talmente tanti, sembrava di ammirare l'oceano, vedevo solo acqua, orizzonte e cielo». E i Canned Heat, i Jefferson Airplaine, i Greatheful Dead già stelle dell'altra costa, e Janis Joplin che aveva passato notti insonni all'Holiday Inn di Bethel, con bottiglie di bourbon e speedball, per poi inventarsi la più bella e addolorata versione di Summertime. Fino all'exploit di Joe Cocker, maglietta psichedelica e gesti sincopati da chitarrista sognante che diventa di colpo la star del concerto, quando l'organo Hammond scandisce il giro di note che apre With a Little Help from My Friends, trasformato nell'inno rauco di quel raduno. Seguito, nel buio della notte dal set acustico dei Crosby, Still, Nash and Young, insieme per la prima volta, con il loro scintillante Suite: Judy Blue Eyes.

Convergono in quel catino di massima libertà temporanea tutti i nodi emotivi e le rivelazioni, anche politiche, degli anni Sessanta. Dagli ultimi sorrisi di John Fitzgerald Kennedy, sotto il sole di Dallas, fino agli spari di Memphis, che uccidono il reverendo Martin Luther King e rendono immortale il suo sogno. Nelle università è cresciuta un'altra America che vuole archiviare il presente nel passato, abolire la guerra e i dolori del mondo, ma anche le cravatte e l'ipocrisia. Tra i ragazzi la parola d'ordine è: «Non fidarti di nessuno che abbia più di trent'anni». L'onda si infrange come uno scandalo sull'America puritana. Nelle scuole sono proibiti i jeans e i capelli lunghi, ma il musical Hair, da un anno in cartellone al Biltmore Theater, sta cambiando la moda, la musica, inattesa del prossimo avvento, quello di Jesus Christ Superstar. Insieme con l'Acquario, preme l'amore universale, versione hippy. Differenti costellazioni musicali sembrano appaiarsi — dal blues nero dei ghetti, al rock bianco di Elvis Presley — e convergere a Woodstock. Per addensarsi in quel «magnifico incidente» di cui parlerà Arlo Guthrie, «che non sarebbe potuto succedere una seconda volta».

È a quel punto che arrivò la pioggia. Prima i temporali, poi i nubifragi. I torrenti d'acqua, le tende travolte, il cibo finito, gli elicotteri degli approvvigionamenti bloccati dal maltempo, il fango che sommergeva tutto. «Già alla fine del primo giorno avevamo perso il controllo, ci aspettavamo la catastrofe da un momento all'altro», racconterà Michael Lang. Invece accadde il contrario. Dal massimo disordine, fiorì un nuovo ordine. I ragazzi cominciarono a giocare con la pioggia e il fango. E non trovando riparo, a spogliarsi. Racconterà uno di loro: «Da nudi scoprimmo che le nostre identità non erano poi così importanti». Un altro: «Capimmo che stavamo tutti sotto lo stesso cielo e se il destino ci bagnava, potevamo affrontarlo insieme». Stando insieme si poteva fare a meno di tutto, compresa la musica dal palco — anche se Joan Baez stava cantando We Shall Overcome —, e sedersi e respirare, fare il bagno nelle acque del Filippini Pond, aspettare il sole, rimettersi in viaggio.

L'incantesimo durò fino alle otto del mattino del quarto giorno, quando Jimi Hendrix e la sua Fender Stratocaster scelsero di trasformare quell'accordo in un risveglio. Volavano carte sul prato. I ragazzi se n'erano andati, ne rimanevano quarantamila, sparpagliati tra piccoli fuochi e spazzatura. Hendrix suonò in quel vuoto e lo riempì, trasformando l'inno d'America nel suo specchio. Le note, in bombardieri B52. Fu lo shock del raduno. Fu la vita vera che torna dopo la festa. Lui scrisse: «Per una volta, e per ciascuno, la verità aveva cessato di essere un mistero».

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