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L'elmo di Don Chisciotte

L'elmo di Don Chisciotte
L'elmo di Don Chisciotte
Contro la mitologia della creatività
con ill.
Edizione: 2009
Collana: Saggi Tascabili Laterza [326]
Serie: Festival della mente
ISBN: 9788842089889
Argomenti: Attualità culturale e di costume

In breve

Creatività è sapere che la maggior parte dei problemi non ha una soluzione sola; sapere che la maggior parte delle soluzioni del problema ammette più di un modo per arrivarci; sapere che non c’è un modo univoco per scegliere il più opportuno fra i percorsi che promettono di portarci a una soluzione … Un po’ somaro, un po’ mago, il creativo è Don Chisciotte, el Ingenioso Hidalgo che vede un bacile da barbiere e lo promuove a elmo.

Indice

1. Lo smalto – 2. Parlare di parole – 3. Lavoro creativo – 4. Libertà non è star sopra un albero – 5. Otto affermazioni incoerenti sulla creatività – 6. Apro le parole – 7. Un altro modo per scomporre – 8. Prevedibile e imprevedibile – 9. L’anagramma di Anassagora – 10. Usi attuali del termine: il sostantivo – 11. Usi attuali del termine: l’aggettivo – 12. Munari, aiutaci tu – 13. Le parole – 14. Giochi linguistici – 15. Giochi linguistici di secondo livello – 16. Giochi di parole del terzo livello – 17. Due vie – 18. Apparenza del linguaggio – 19. L’elmo di Don Chisciotte – 20. Chimica e ambigrammi – 21. Per fare un ambigramma – 22. Cinque stadi di creatività – 23. La doppia funzione della linea – 24. Sensus fugit – 25. Ambiguità dell’ambiguità – 26. Nonsenso, senso, doppio senso – 27. Lo zen e l’arte dell’anagramma – 28. Creatività e tecnica – 29. Il godimento della creatività – 30. Ritratto del creativo da stupefatto – 31. Affermazioni finali, ancorché provvisorie, sulla creatività - Nota al testo

Leggi un brano


In uno storico sketch del Trio Reno un personaggio diceva, ispirato, «Motociclista!», e gli altri due lo interrompevano subito, urlando: «o moto, o ciclista!». Parlare di «lavoro creativo» a me pare come dire: «Hai voluto la moto? Pedala!».No.O moto, o ciclista.O lavoro, o creativo.

LIBERTÀ NON È STAR SOPRA UN ALBERO

Sullo stare sugli alberi il Barone rampante andrebbe d’accordo con Giorgio Gaber?

Forse sì: il Barone rampante si è preso la libertà di vivere su un albero (un anagramma: Il Barone rampante: libertà ne promana), ma di lì in poi ha fatto della gran, gaberiana «partecipazione» – costruendo acquedotti, combattendo battaglie, prendendo parte a comitati civici. Non solo: decidere di andare su un albero è una manifestazione fisica e morale di libertà, ma viverci implica – al contrario – una serie di restrizioni, per affrontare le quali l’individuo deve mettere in campo un certo ingegno e una certa capacità di adattamento. Ogni cosa che nella vita normale si fa senza pensarci troppo sopra – dormire, mangiare, bere, evacuare, lavarsi, giocare, passeggiare, fare l’amore – nella vita sugli alberi costa fatica, e quanto meno presuppone uno specifico studio di fattibilità. Andare a vivere sugli alberi, quindi, equivale a tirarsi addosso volontariamente una vasta e articolata maledizione.

In modo più scientifico e severo di quello che ho trovato ora io, lo ha detto un semiologo che era anche amico di Italo Calvino, Algirdas Julien Greimas:

Il gioco appare allo stesso tempo come un sistema di restrizioni – che si possono formulare come regole – e come un esercizio di libertà, come una distrazione. Ma questa libertà non è, a prima vista, che un atto puntuale che si limita all’entrata in gioco, tramite un’assunzione volontaria di regole restrittive. (A.J. Greimas, «À propos du jeu», Actes Sémiotiques, École de Hautes Études en Sciences Sociales, Paris, II, 13, 1980)

Libertà è andare sopra un albero; star sopra un albero non è libertà.Infatti:L’entrata è libera, non così l’uscita: il giocatore non può abbandonare il gioco, lo svuoterebbe; né cessare di obbedire alle regole, barerebbe. Il codice del fair play è, a modo suo, tanto rigoroso quanto il codice d’onore. (Greimas, ibidem)

Forse la mia associazione mentale fra creatività e libertà è appunto solo mia: però a me non sembra. Chi parla di « lavoro creativo» intende, magari in un modo un po’ maldestro, un lavoro che in realtà è come un gioco, in cui si è liberi di «creare». Moto o ciclista?

C’è un punto molto struggente, alla fine del terzo capitolo del Barone rampante, e alla fine della prima giornata che Cosimo Piovasco di Rondò ha passato sull’elce. Il fratello minore e narratore si corica nel suo letto e ripensa ai memorabili eventi di cui è appena stato testimone. Per la prima volta avverte «la gioia dello stare spogliato, a piedi nudi, in un letto caldo e bianco», per la prima volta si rallegra di questa sua fortuna di «aver un letto, lenzuola pulite, materasso morbido», e questo gli càpita proprio mentre lo rimorde il pensiero del fratello maggiore all’addiaccio, nella sua prima notte sull’albero, «legato lassù nella coperta ruvida, le gambe allacciate nelle ghette, senza potersi girare, le ossa rotte». Direste che il fratello minore non è creativo perché si è tolto le ghette ed è andato banalmente nel suo solito letto, mentre il fratello maggiore è creativo perché deve arrangiarsi sull’albero? Se sì, siete ancora convinti che la creatività è il migliore dei mondi o anzi dei modi possibili?

Recensioni

Marco Belpoliti su: tuttoLibri (13/06/2009)


In una giornata di novembre del 1978 Italo Calvino, invitato a parlare sul tema della creatività alla Fondazione Cini di Venezia, si mise a leggere alcune pagine di Se una notte d'inverno un viaggiatore che stava scrivendo. Ma prima fece precedere la lettura da una sorta di piccolo discorso sul metodo della creazione. Meglio: sull'invenzione. In questa prolusione spiegò come l'ispirazione esiste certo, ma si tratta di un tipo d'intelligenza tecnica più veloce, «capace di saltare una serie di passaggi, e quando gli va bene gli va bene».

Le parole di Calvino mi sono venute in mente mentre leggevo il brillante e interessante discorso sul metodo creativo di Stefano Bartezzaghi; anzi, contro la creatività, come dice il sottotitolo: L'elmo di Don Chisciotte. Contro la mitologia della creatività. Senza dubbio Bartezzaghi è uno che fa un mestiere creativo ― mi si passi per il momento il termine ―, e tuttavia è anche, per dirla con Calvino, un artigiano. Dato che mi è capitato di fare qualche viaggio in compagnia di Bartezzaghi, o di essere suo vicino di tavolo in riunioni, convegni o altro, ho potuto notare come, armato di matita e brogliaccio, lavori alla costruzione dei suoi giochi linguistici: scrive e cancella, prova e riprova. L'ispirazione unita alla tecnica.

Il talento, spiega in questo libro, non si può insegnare, le tecniche per scrivere ― o comporre cruciverba ― invece sì. L'elmo di Don Chisciotte è un ottimo esempio del metodo-Bartezzaghi, un metodo in progress, fatto di costruzioni minime, spostamenti millimetrici, accelerazioni improvvise e conclusioni interessantissime. Parte piano, come snocciolando le parole, quasi le tirasse fuori da un sacchetto nero. Le posa con cura sulla pagina, e poi compone il suo Scarabeo di termini e concetti. Bartezzaghi fa ampio uso di un metodo su cui per lungo tempo era calato l'interdetto degli epistemologi: l'analogia, ma anche l'omologia. L'analogia, come ha spiegato in un saggio degli anni Settanta Konrad Lorenz, il padre dell'etologia, è un'importante fonte di conoscenza propria degli spiriti osservativi, curiosi, inventivi. L'analogia non va in profondità, tuttavia indica la strada giusta; è un procedimento ― come l'ornologia che si occupa delle strutture similari ― che permette di procedere per la via più spedita, quella indicata da Calvino: «E quando gli va bene gli va bene».

Bartezzaghi è un campione d'analogie. Le vede dentro le parole, là dove, per gli altri, le lettere e le sillabe appaiono solo forme inerti. Lì scorge omologie tra «forme» che sono poi «segni», e anche «significati». Scivola continuamente dagli uni agli altri; possiede quella che Hofstadter, l'autore di Göedel, Escher e Bach: un'eterna ghirlanda brillante, definisce «l'abilità di trovare costantemente nuovi punti di vista». Nel punto cruciale del suo libro contro la creatività Bartezzaghi spiega cosa sia questa «qualità», usando le tesi di Hofstadter, ma parlando sempre di sé ― questo è un libro autobiografico, metodologicamente autobiografico. Il processo si sviluppa attraverso atti creativi minori, per slittamenti successivi, analogie successive, il tutto per via tellurica, per affondamenti. Poi, alla fine, si riaffiora. Come il pescatore di perle, bisogna andare molto sott'acqua per reperire qualcosa di prezioso.

L'autore fa esattamente questo. L'elmo di Don Chisciotte è un' immersione progressiva secondo i tre gradi della creatività: creatività che rispetta le regole, che modifica le regole, che aggiunge regole. Senza dubbio Bartezzaghi si batte per quest'ultima soluzione, dopo aver sperimentato le precedenti. Le regole: ecco il punto centrale del suo discorso sul metodo. Senza regole non c'è creatività ― e neppure gioco, che della creatività è parente stretto, il figlio prediletto. Le regole ― la contrainte dell'Oulipo, l'opificio della letteratura potenziale di Queneau, Perec, Calvino ― permettono l'esistenza della creatività. Senza regole non c'è nessuna sfida da affrontare.

Per esemplificare il tutto, l'autore, che è uno che pensa per immagini, ovvero per lettere e cifre, ricorre all'ambigramma, parole che si possono leggere secondo due versi opposti, grazie alle proprietà grafiche delle lettere medesime: la parola CREATIVITÀ, scritta in un certo modo, si può leggere anche alla rovescia. Hofstadter e una poetessa spagnola citata nel libro, Sofia Rehi, sono disegnatori di ambigrammi.

Nell'elencare le regole per realizzare un disegno di una parola ambigrammata, l'autore mette a punto anche la propria artigianale ricetta della creatività per punti: scheletro concettuale, schizzo, equilibratura, corpo, rifinitura. Un insieme di micro-regole che vanno bene anche per dipingere un quadro, scrivere un racconto o un articolo, per stendere una relazione, o inventare uno slogan. I «creativi» non sono solo i pubblicitari, ma anche i maestri di scuola, i disegnatori di fumetti, gli studiosi di semiotica e persino i cuochi. Basta aver metodo, e applicarlo.

Dunque, tutti creativi? E, no! Esclama Bartezzaghi. Non tutti, ma tutti. Il punto sta in quel «ma», che è una congiunzione avversativa con tendenza congiuntiva: avversare per congiungere. Come del resto fa Don Chisciotte. La creatività consiste, come nel caso dell'elmo, nel cambiar destinazione d'uso di qualcosa. Il creativo, come il personaggio di Cervantes, è un po' asino e un po' mago. Facile, non è vero?

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