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Lipari 1929

Lipari 1929
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Lipari 1929
Fuga dal confino
con ill.
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842089810
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia

In breve

“Nella notte dal 27 luglio al 28 luglio sono evasi da Lipari i confinati ex deputato Emilio Lussu, prof. Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti.” IL POPOLO D’ITALIA, 8 SETTEMBRE 1929

Bum bum: nella calda notte di luglio si odono dei rumori sordi, come di martellate provenienti dal fondo marino. Un’ombra nera si profila, là a ottanta metri verso il porto. Cosa sarà? Non può essere, quello non è il luogo dell’appuntamento. Eppure il cuore ci dice che sono loro, che non possono essere che loro. Carlo Rosselli

Il mare era calmissimo. Ad un tratto, appena percettibile, il palpito di un motore. Un motoscafo si avvicinò. Il segnale era il nostro. Emilio Lussu

È una notte senza luna quella del 27 luglio 1929. Sono le 21.30 quando un motoscafo si avvicina alla costa di Lipari. L’imbarcazione, motori spenti, è ancora immersa nell’oscurità quando tre ombre, che hanno eluso la sorveglianza della Milizia fascista e dei Carabinieri, la raggiungono a nuoto. Braccia amiche issano a bordo i tre uomini. Il motoscafo riparte. Una settimana dopo, a Parigi, Gaetano Salvemini accoglie Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti evasi dal confino. Sono gli stessi uomini che, pochi giorni dopo, fondano Giustizia e Libertà. Lipari 1929 è la storia di quella fuga, un collage narrativo dei ricordi, delle lettere e dei dispacci dei protagonisti dell’impresa, dei testimoni e dei sorveglianti. Una voce narrante accompagna l’alternarsi di entusiasmi e delusioni dei confinati, spiega i retroscena internazionali, chiarisce le strategie.

«Abbiamo lavorato come registi di un documentario, tagliando e ritagliando le immagini a disposizione: sono il montaggio e la sequenzialità a dare un senso alla narrazione. Un documentario a parole che lavora sul contrasto dei punti di vista, sul contrappunto del detto e del non detto, sull’ironia della distanza del narratore e sulla tensione morale che sola ha reso possibile una tale impresa.»

Indice

Avvertenza - Personaggi principali e testimoni - Introduzione - 1. Un mondo a parte (marzo-dicembre 1927) - 2. Piani per l’avvenire non ne faccio (estate 1927-gennaio 1928) - 3. Il dove, il come, il quando (febbraio-maggio 1928) - 4. Nelle mani di un eroe (giugno-inizio settembre 1928) - Intermezzo Il tentativo di fuga di Magri e compagni (luglio 1928) - 5. Lo scarafaggio blu (settembre-novembre 1928) - 6. Mare grosso (novembre-dicembre 1928) - 7. Entra in azione Caio (dicembre 1928-aprile 1929) - Intermezzo Di nascosto scrivo - 8. Una scatola di sigari per il capitano Oxilia (marzo 1929-8 luglio 1929) - 9. Stasera fuggiremo (9-27 luglio 1929) - 10. La notte degli equivoci (27 luglio 1929) - Intermezzo La gente mormora - 11. L’Africa finalmente (28 luglio-1° agosto 1929) - 12. Un abbraccio fraterno (agosto 1929) - Titoli di coda – Note - Bibliografia - Archivi consultati - Elenco delle illustrazioni - Ringraziamenti

Leggi un brano


L’ozio forzato eccita la fantasia. Nitti e Dolci, ai quali ora si aggiunge Lussu, iniziano a progettare una fuga per gli ultimi giorni del 1927. Ma c’è un imprevisto. Una improvvisa retata dei carabinieri, con centinaia di arresti tra i confinati, costringe ad abbandonare il piano.

L’iniziativa e la sorpresa sfuggono se il complotto non rimane mascherato in tutte le sue fasi. Per sorpresa s’intende il privilegio di poter scatenare l’offensiva quando la reazione non se lo attenda.

Ci si incontrava spesso al bar Eolo nel corso, luogo di passaggio e di ritrovo. Nitti e Dolci avevano creato un giochetto di domande e risposte: uno pensava e scriveva di nascosto su un foglietto il nome di un personaggio storico e l’altro con 25/30 domande doveva individuare il personaggio stesso; si rivelò così un passatempo ed un gioco istruttivo. In questo bar si trovava il modo di trascorrere qualche ora divertente, non mancando i tipi allegri e sempre pronti a qualche scherzetto, assaporando anche la famosa granita al limone.

Ma Nitti e Dolci non si dedicano solo ai passatempi da bar. Giocare in pubblico è anzi un utile diversivo, le loro intenzioni sono ben più audaci.

A Lipari conobbi Francesco Fausto Nitti, detto «Cecchino», e con lui cominciammo a tramare, o piuttosto a sognare, piani di fuga. Il nostro guaio era che ci mancavano i soldi per comprarci una barca, mezzo indispensabile per fuggire da Lipari. Così avevamo pensato di impadronirci d’un motoscafo della polizia. A Lipari infatti c’era una lunga spiaggia che terminava con un porticciolo dove erano concentrati tutti i motoscafi della polizia. Alla sera molti uscivano in perlustrazione e nel porto ne rimanevano solo tre. Noi, d’accordo con un altro confinato, che era stato adibito alla manutenzione di questi motoscafi, avevamo architettato di impadronirci di un motoscafo, mettere fuori uso gli altri due e fuggire in Tunisia. Il piano doveva scattare la notte di Natale del ’27.

Quando a Lipari giunge anche Emilio Lussu, i due giovani repubblicani sanno di poter contare sul suo sostegno e cercano di coinvolgerlo nei piani di evasione.

Il gruppo dei giovani repubblicani romani fu quello che vidi con maggior piacere. Erano cari compagni che formavano l’avanguardia antifascista, con i quali mi incontravo spesso a Roma, durante le sessioni parlamentari. Con questi giovani repubblicani romani, continuammo subito il discorso sull’evasione che essi avevano già iniziato, in tre, prima del mio arrivo. Il piccolo gruppo era composto da Gioacchino Dolci, disegnatore, Botturi, un tecnico che per ragioni di lavoro aveva l’autorizzazione a recarsi ogni giorno a Canneto, frazione vicina, e Fausto Nitti, studente in legge. Il capo squadra portava l’esperienza di uno solo, ma aggravava le difficoltà dei tre. Io avevo al mio seguito quattro poliziotti, che con un turno di due si davano il cambio, di giorno e di notte. I miei giovani amici, senza di me, sarebbero stati più liberi nei loro movimenti. Vi mettemmo tuttavia della buona volontà e riuscimmo a sviluppare un piano che prima del mio arrivo avevano studiato attentamente.

Mentre Lussu e compagni non pensano che alla fuga, altri confinati tessono trame sediziose. Il servizio di sorveglianza sull’isola è attento a reprimere ogni tentativo di cospirazione. La mobilitazione di forze è notevole, ma non basta. I confinati giocano di astuzia e le forze dell’ordine devono lavorare con infiltrati e crittografi.

L’agente provocatore arriva nell’isola come un deportato: tutti lo credono tale, tranne la polizia fascista che ne è informata. L’agente recita la parte dell’uomo politico e suggerisce congiure e complotti per rovesciare il regime. In che modo può mai rovesciarsi il regime a Lipari? Questo non ha importanza. Quello che occorre è la buona volontà. L’agente l’ha tutta. La maggioranza, diffidente, sospetta; i più ingenui l’ascoltano. Lo Stato quindi è in pericolo. L’agente, all’ultimo momento, è colto dal rimorso di aver pensato a perdere la patria, e parla. Piovono gli arresti.

Nelle primissime ore dell’8 dicembre 1927 giunse a Lipari una nave cisterna; ma, al contrario delle solite che trasportavano acqua potabile, questa trasportava un forte contingente di carabinieri che, unitamente a quelli di stanza nell’isola, alla milizia e agli agenti, si sguinzagliarono in pattuglie fornite di liste di nomi e operarono circa 250 arresti di confinati, creando una situazione di sbigottimento fra la stessa popolazione locale che si domandava cosa potesse essere avvenuto. Era dilagato il sospetto che qualche grave avvenimento fosse accaduto nel continente e che per i confinati fosse quello l’ultimo giorno di relativa libertà se non di vita.

Si avvicinava il Natale del 1927. La colonia si preparava a celebrare la festa. Erano già pronti gli alberi e i doni per i bambini dei nostri compagni. Quando ecco arrivare, nella notte, una nave da guerra. Sorpresa generale per il fatto straordinario. Scesero 200 carabinieri, militi, ufficiali, commissari, ispettori e il Procuratore del Re presso il Tribunale Speciale. Duecentocinquanta confinati furono arrestati nella notte e condotti al Castello. Il giorno dopo, la città sembrava in istato di assedio. Gli arrestati furono interrogati il giorno successivo. A notte tarda duecento di essi furono messi in libertà. Solo allora il mistero si chiarì. Si trattava di un «complotto» contro la sicurezza dello Stato, miracolosamente sventato. Quattrocento deportati politici, in un’isola così vigilata, mettevano in pericolo l’autorità dello Stato! I cinquanta più indiziati furono imbarcati, all’indomani, sulla stessa nave da guerra. Squadre di ammanettati, tenuti uniti tra di loro con lunghe catene, sfilarono per la città. Agli altri deportati era vietato assistere alla partenza e avvicinarsi alle banchine. Ma l’ambiente era elettrizzato. Tutti i confinati si ribellarono al divieto e si riversarono sulla banchina. I cordoni armati furono impotenti a respingerli. Era la prima rivolta collettiva contro un ordine superiore. In seguito a questi arresti, furono fatte chiudere le trattorie cooperative che i deportati si erano organizzate per risparmiare sul vitto, i piccoli clubs sportivi. La vita divenne più pesante.

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