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Torino è casa mia

Torino è casa mia
Torino è casa mia
nuova edizione
Edizione: 201411
Collana: Contromano
ISBN: 9788842088578
Argomenti: Narrazioni contemporanee, Viaggi, turismo e sport
  • Pagine 190
  • 12,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

«Questa è una guida a Torino. E Torino è Torino. Non è una città come un’altra.
Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa. E come ogni casa contiene un ingresso, la stazione di Porta Nuova, una cucina, il mercato di Porta Palazzo, un bagno, il Po, e poi naturalmente il salotto di Piazza San Carlo, e quel terrazzo che è il Parco del Valentino, e il ripostiglio del Balon, e una quantità di altre cose e di altre storie. Aprire questo libro è un po’ come entrare in casa nostra. Mia. Vostra».

Leggi un brano

[...] Per molto tempo a Torino si è parlato della Torino ‘che verrà’. Oggi quel futuro si sta delineando. E a tre anni di distanza dalle Olimpiadi invernali del 2006 si può forse provare a fare un check-up della città da un punto di vista architettonico e urbanistico. In che condizioni è il corpo di Torino? Le aspettative della collettività sono state soddisfatte? Le promesse delle autorità mantenute? Ne parlo dall’alto della Torre Littoria con Benedetto Camerana, l’architetto che ha coordinato il team internazionale cui si deve la realizzazione dell’Arco del Lingotto e del Villaggio Olimpico nell’area degli ex Mercati Generali.

«A Torino si è fatto molto, ma molto resta ancora da fare. Per restare alla metafora del corpo, potremmo dire che il centro storico, grandissima eredità della visione dei Savoia e dei loro architetti, è la testa, e dunque il volto della città. Bene. Il lifting cui è stato sottoposto è ben riuscito, privo di eccessi. Nel resto del corpo invece sono stati fatti trapianti, protesi: il Ponte Olimpico per esempio è come un bypass che innesta un’arteria in più, migliorando la circolazione sanguigna tra quelle due parti del corpo urbano. E certo, se si considera l’insieme di questi interventi, si scorgono contraddizioni in termini di qualità.»

È di questi giorni l’appello al sindaco per evitare l’ennesimo abbattimento di una fabbrica, le OGM. Al contrario di quanto accade nel resto del mondo, a Torino l’architettura industriale anziché essere riciclata viene sistematicamente rasa al suolo.

«Le fabbriche per Torino erano muscoli: pompavano dinamismo nella città. Oggi tutti camminiamo meno di un tempo, e al posto dei muscoli si sono costruiti quartieri residenziali. In certi casi il trapianto è stato un po’ rigettato. Senza voler giudicare il lavoro altrui credo si possa dire che sono state fatte cose più belle e altre meno belle, e che i risultati migliori sono venuti dal pubblico. Va anche detto che dal punto di vista della qualità il mercato italiano è quello che è: i quartieri residenziali a Torino non sono granché, ma succede lo stesso anche nel resto del Paese. Bisogna però tenere presente che contestualmente alla chiusura delle fabbriche, nel 1995, è partito il nuovo Piano Regolatore di Cagnardi. Questo ha aperto le porte alla trasformazione di una città che non aspettava altro.»

Resta il fatto che basta andare a Copenaghen o ad Anversa per rendersi conto di come anche in fatto di quartieri residenziali oggi in Europa si possano vedere cose assai diverse rispetto a quelle sorte di recente nella nostra città.

«Da un lato, tutto è stato fatto con grande rapidità, e non c’è stato modo di lavorare gradualmente, così da valutare l’effetto di ciascun cambiamento prima di procedere a quelli successivi. Le varie Spine, per dire, sono nate contemporaneamente. Dall’altro, i costruttori sono in linea di massima sempre gli stessi, cioè quelli locali, e ne consegue che il mercato torinese è chiuso. Naturalmente i mercati chiusi sono quelli che vedono meno innovazioni, ed è per questa ragione che i nuovi quartieri sono così simili tra loro. E, tornando a parlare di fenomeno di rigetto, talvolta sono i cittadini che come globuli bianchi attaccano l’organo trapiantato. Ma siamo in una fase di lavori in corso, e il futuro non è ancora delineato pienamente.»

Che cosa resta da fare?«Moltissimo, perché i problemi aperti sono tanti, a cominciare dalla cosiddetta Città della Salute. Si è parlato di portarla a Collegno o a Grugliasco, e allora viene da chiedersi: fin dove arriva il corpo di Torino? Un’altra questione da risolvere è quella delle Basse di Stura: che fare di quell’area? E Mirafiori? Dopo le facoltà d’ingegneria arriveranno anche le residenze universitarie? C’è tanto da pensare, insomma, e questo è positivo. Ma si tratta di riflessioni complesse, perché il luogo e la funzione dovrebbero essere integrati con accoppiamenti biunivoci. Tuttavia, anche il discorso sul centro della città rimane aperto».

Ci avviciniamo a una delle finestre al 13° piano della Torre Littoria. Piazza Castello brulica di gente. «Il fatto è che il centro storico della città è stato sempre un luogo abitato, prima soprattutto da fasce economicamente più deboli, ora anche più da benestanti. Accade dappertutto, ma a Torino il centro è ancora molto misto. Vedo però due rischi: innanzitutto lo svuotamento abitativo che potrebbe seguire l’improvviso successo turistico e immobiliare della città. Un centro vive perché ci sono i residenti, in caso contrario si rischia di fare la fine di Venezia: e perciò i residenti vanno trattati bene, senza dare per scontato che siano tutti facoltosi, perché per fortuna così non è. Qui invece si tende a rendere difficile la vita a chi risiede in centro, e soprattutto ai meno abbienti: penso al problema del parcheggio, che i più ricchi risolvono comprandosi un box, o girando in taxi. In secondo luogo, l’effetto circo: le piazze San Carlo, Castello e Vittorio Veneto hanno il loro carattere e la loro vocazione, sono spazi aulici, e dovrebbero essere vissuti come tali, senza cedere alla tentazione di ripetere le innumerevoli baraonde che abbiamo visto in questi ultimi anni. Fino a ieri servivano a ‘lanciare’ Torino, ma oggi non ne abbiamo più bisogno, in centro è meglio alzare il livello e spostare le manifestazioni più allegre e chiassose nelle ‘nuove centralità’ come il Lingotto, il Palahockey, magari la futura Mirafiori.»

Recensioni

Oddone Camerana su: tuttoLibri (30/04/2005)


Specchi frantumati della nostra vita, le città continuano a chiedere di essere rivelate. Di qui l'offerta crescente di guide, domanda di conoscenza cui risponde in modo originale la collana Laterza "Contromano" affidata a scrittori e di cui sono già usciti alcuni testi. Oggi tocca a Torino, città per nulla trascurata, basti ricordare i recenti scritti di Ceronetti e di Messori e Cazzullo. L'aver affidato a Culicchia il compito di scrivere su Torino si spiega per varie ragioni: la sua notorietà e seguito, non solo nel mondo giovanile, la conoscenza della città testimoniata dalle non poche rubriche che questo torinese di acquisto tiene in argomento, la voglia di proporre ai suoi abitanti una lettura secondo una visione in linea con le sensibilità emergenti.

Parafrasando l'autore che, nel confessare di abitare nel cuore profondo, alle spalle del Museo della Sindone, non nasconde la compenetrazione intima con la città, e secondo il quale «Torino che non è Wolfsburg, non è neanche Amsterdam, ma è Torino», si può dire ne sia venuto fuori un libro che non è un romanzo, né un saggio, né un trattato storico e artistico, né un pamphlet, ma che non è neanche una guida. E' tutte queste cose assieme, e soprattutto il libro di uno scrittore che ha sentito il bisogno di leggere la città come si trattasse delle stanze di casa sua. Costruito con la farina di osservazioni dirette, è anche un libro profetico, come quando l'autore racconta di una lite scoppiata in occasione dell'alluvione di qualche anno fa, quando le condotte d'acqua di un quartiere erano saltate e alcune persone stavano per darsele per accaparrarsi una confezione da sei di acqua minerale, «una scena che non prometteva niente di buono».

Libro di scrittore dunque che non si preoccupa di rispondere alle domande a cui non si può rispondere, quale lo strano potere di via Po di farti al contempo rimpiangere e rallegrare di percorrerla, una volta tornati a Torino; che non cerca di approfondire il motivo per cui i torinesi sono fatti a compartimenti stagni. Propenso a ritenere che la realtà esiste solo come narrazione, l'autore si limita a descriverla e invece del virgolettato, o dell'intercalare di comodo «in qualche modo», usa i più leggeri «che dir si voglia», «oggi come oggi», «va da sé», «già che ci siamo», «sia come sia», «per così dire», «a dire il vero», «se ci fate caso», «se non ricordo male», pause che alleggeriscono la prosa e consentono di prendere le distanze.

Per contro, chiama le cose col loro nome, non è lagnoso, non si indigna, ma, da scrittore, è idiosincratico e amabilmente bizzoso. Non sopporta la cacca dei cani sui marciapiedi, la sporcizia dei giardini, dei fiumi, delle piazze e dei treni, gli odori di cucina dei ristoranti, i gazebi, sorride delle passerelle rosse stese a Natale davanti ai negozi e della passione torinese per i primati, e nel dire che gli studenti delle facoltà umanistiche non si laureano per via della bruttezza della sede e per colpa dell'ascensore insufficiente usa la retorica di negare quello che sta sostenendo. Una serie di brevi saggi, dunque, di reveries, istantanee urbane, meditazioni, riflessioni, ritratti, elenchi, gags surreali, in cui si respira l'aria leggera, «per così dire», del Voyage autour de ma chambre di Xavier de Maistre o del Sentimental Journey di Laurence Sterne, o «già che ci siamo» quella del disimpegno di Hugh Grant.

Marco Belpoliti su: L’Espresso (07/07/2005)


A Torino vivono molti scrittori. Hanno tutti in comune qualcosa di malinconico, una forma di affezione languorosa verso la propria città. Giuseppe Culicchia è uno dei più giovani. Ci è nato nel 1965, figlio di un immigrato siciliano, e l'ha raccontata più volte da un punto di vista "basso", rasoterra: è uno scrittore di storie giovanili. Adesso ha pubblicato un libro tutto dedicato alla propria città, probabilmente il suo migliore: rapido, leggero, spigliato. Vi racconta Torino, i suoi luoghi, gli abitanti, le loro attività, passioni e astruserie; vi spiega anche la storia delle vie, piazze, strade, palazzi, negozi, bar, locali. Il volume sembra una guida, ma non lo è. Si tratta infatti di un romanzo contemporaneo congegnato come se fosse la visita a una casa: s'inizia con l'ingresso e si termina con la cantina. C'è anche una curiosa cartina, all'inizio, con i luoghi "neri" dell'ex capitale sabauda: prostituzione, droga, malavita. Tuttavia il tono del libro non è questo. Culicchia racconta la propria abitazione quotidiana con una strana nostalgia. Dice, ad esempio: nel resto dell'Europa, a Parigi, a Milano, è così, mentre a Torino è in quest'altro modo. Torino come città dell'eccezione? In una certa misura sì. È la città dove è impazzito Nietzsche e dove si sono suicidati alcuni dei suoi scrittori. Città ortogonale, con cardo e decumano, ma anche città attraversata da un fiume, il Po, che ne spezza e ne complica la forma. Città razionale, ma anche pervasa da forme d'irrazionalismo. La visione che ne offre Culicchia è quella di un passeggiatore solitario che, quasi con noncuranza, e sovente con sottile ironia, l'attraversa nottetempo e la descrive. È la sua città, ma non è la sua città. La ama, tuttavia la sente anche distante. Forse perché Torino non la possiede fino in fondo? Oppure, perché è Torino a non possedere fino in fondo lui? Difficile dirlo con certezza.

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