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La vocazione minoritaria

La vocazione minoritaria
La vocazione minoritaria
Intervista sulle minoranze
a cura di O. Pivetta
- disponibile anche in ebook
Edizione: 20092
Collana: Saggi Tascabili Laterza [321]
ISBN: 9788842088479
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Storia d'Italia

In breve

«Quel che a me interessa di più sono le minoranze che chiamerei etiche: le persone che scelgono di essere minoranza, che decidono di esserlo per rispondere a un’urgenza morale. Se alla fine ci ritroviamo sempre in un mondo diviso tra poveri e ricchi, oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori, nelle più diverse forme e sotto le più diverse latitudini, bisogna ogni volta ricominciare, e dire a questo stato di cose il nostro semplice ‘no’». Ritratto di un pensatore libero che non ha smesso di credere nello spirito critico.

Indice

1. L’omologazione e il «particulare» - 2. Le minoranze etiche e i loro compiti - 3. Le minoranze etiche, la politica e la stampa - 4. Memorie di un’Italia minore - 5. Educazione e urbanistica, la scuola e la città - 6. «La congiura dei buoni» - 7. E adesso? - Ringraziamenti - Indice dei nomi

Leggi un brano

P. Hai parlato di una politica che muore o che è morta. Qualcuno è morto davvero di politica. Penso, ovviamente, per quanto mi riguarda, a Enrico Berlinguer. Non lo credi anche tu?

F. Consideriamo, appunto, casi concreti. Enrico Berlinguer è morto, credo, anche per la coscienza della deriva del paese e del suo partito, dove erano tanti quelli che irridevano l’insistenza del loro segretario sull’austerità (me lo ricordo bene, ho dovuto litigare a suo tempo con molte persone su questo punto). Nei suoi ultimi anni, ho seguito con molta passione il percorso di Berlinguer, di cui peraltro avevo detestato la formula di «partito di governo e di opposizione», e deplorato l’incapacità di dialogare con la parte più sana della nuova sinistra (che non era necessariamente quella del «manifesto»). Per me Berlinguer non è morto a caso. È stato una vittima della società italiana e dell’orrore della politica. Non diversamente da Aldo Moro, ma credo con meno responsabilità di lui nella cattiva condotta del paese. Più tardi, dentro il movimento, abbiamo dovuto assistere al suicidio di Alex Langer, che era il migliore di noi, vittima anch’egli della politica, della «loro» ma anche della «nostra». Che fossero morti del loro lavoro lo scrissi anche a suo tempo su «Linea d’ombra». Moro e Berlinguer, in particolare, sono stati sacrificati, io penso, sull’altare di una regressione generale, nuda, chiara, che sarebbe venuta dopo di loro e che tanti volevano venisse. Detto per inciso: continuo a scandalizzarmi per le bestialità di alcuni di loro, vicini a loro, corresponsabili del degrado del nostro paese: come si fa a sopportare, per esempio, le oscenità di un Cossiga (consegnate al «Giorno», nella intervista del 22 ottobre 2008 di Andrea Cangini)? Quella sua recente rivendicazione pubblica – a edificazione del governo di oggi – dei suoi metodi «classici» per stroncare le manifestazioni di dissenso e protesta? Ecco che la vecchia abitudine del potere di far rispettare le leggi agli altri e riservare per sé il diritto di delinquere viene dichiarata senza vergogna e senza che susciti molta riprovazione, come se fosse qualcosa di normale. L’anormalità – la novità – consiste nella spudoratezza dell’annunciarlo coram populo. Questo è il paradosso sfacciato di questi anni: la doppia morale non è più tenuta nascosta, ma viene accampata ad alta voce. Ma per tornare a persone di tutt’altro calibro, pur nella loro diversità: la morte di un Moro, di un Berlinguer, e ci aggiungo la più «scandalosa», quella di Alex – perché si trattava di un puro che ha provato a far politica con altri modi, talora anche contro i suoi (noi) – ha segnato la fine di un’epoca e la sconfitta non solo dei movimenti ma anche della Politica. Perché Moro e Berlinguer, per quanto abbiano condiviso scelte spesso sbagliate e criticabili, a un’idea più alta della politica, della politica come servizio, come difesa degli interessi collettivi, come freno degli egoismi delle parti privilegiate e come difesa delle parti svantaggiate o trascurate, penso ci credessero ancora. Come dovevano crederci i politici (non tutti, ma tanti) della Costituente. La loro era una visione forte della politica, che doveva farsi via via tragica, come tentativo di soluzione dei problemi della polis. Nonostante tutti i possibili processi di corruzione e le infinite compromissioni che l’agire politico poteva comportare. Lo ripeto: non ho nessun pregiudizio nei confronti di chi sceglie l’attività politica, anche se ben raramente si può dire che si tratti ancora di una vocazione.

P. Per riprendere quanto si diceva degli anni Cinquanta e Sessanta... Moro e Berlinguer significarono anche l’ultima occasione di un’azione riformatrice?

F. In polemica con Pasolini, Elsa Morante sosteneva che in realtà l’Italia era uscita da un Medioevo ed era entrata in un altro Medioevo. Io dico che tra un Medioevo e l’altro, uscendo dall’uno per entrare nell’altro, abbiamo però vissuto un breve tratto di relativa felicità e vitalità, di apertura e di speranza. Gli anni tra il ’43 e il ’63 preludevano ad altro, furono belli perché l’Italia era ancora bella, c’era un popolo in cui credere, classi sociali in lotta o per cui lottare, e in politica c’erano tante persone per bene con cui confrontarsi. Eravamo convinti che alla fine il mondo sarebbe migliorato, grazie anche ai nostri sforzi, al nostro agire nella e per la collettività. Ma alla lunga avrebbe avuto ragione Pasolini, che previde le forme di alienazione corruzione violenza cui stava portando lo sviluppo nell’Occidente industrializzato, corrompendo via via tutto il mondo. Anche se continuo a pensare che, guidato e controllato in maniera diversa, il processo della crescita poteva essere governato meglio, producendo anche qualcosa di buono. Qualcuno deve pur assumersi la responsabilità della gestione, della mediazione, della cosa pubblica. Però, con il tempo, i politici da preferire mi sembrano quelli più «tecnici» e perfino più burocrati, più amministratori che membri di partito. In Italia abbiamo bisogno di buoni amministratori nelle istituzioni e abbiamo bisogno di una società civile variegata e integerrima. Abbiamo anche molto bisogno di intellettuali che sappiano indicare le mete giuste e i meccanismi più utili a raggiungerle e convincerne i più con discorsi razionali e argomentati, non con la seduzione e la chiacchiera. L’imperdonabile colpa della politica è oggi di avere divorato tutto, di aver fatto piazza pulita attorno a sé, senza bisogno di cancellare, ma semplicemente fagocitando, asservendo, imponendo ovunque il proprio costume e le proprie pratiche, portando tutto al proprio livello, che è bassissimo. E ha distrutto il sociale, con la complicità delle sue dirigenze e rappresentanze, trasformate in clientele: ha annichilito quelle minoranze attive che si erano manifestate dal ’68 in poi, e soprattutto dopo il fallimento del ’68, mentre andava facendo delle istituzioni una sua mera estensione. Qui sta lo scandalo: in una distinzione aggredita e cancellata dentro una palude di contiguità e di complicità. La politica ha la responsabilità di non aver lasciato spazio ad altro, ad altri corpi della società, molto più fecondi della politica per la loro vicinanza alla comunità civile. E questo proprio mentre la società moderna, non solo italiana, diventava sempre più criminale e il mondo intero era sempre più palesemente dominato da vari tipi di mafie, nazionali e sovranazionali, «legali» e «illegali», in lotta tra di loro. Sono convinto che oggi l’economia sia, in gran parte, nell’intreccio globale, un’economia criminale, e non importa che lo sia alla luce del sole o nell’oscurità delle alleanze e partecipazioni azionarie, della produzione di armi o del riciclaggio del denaro sporco. Non ci sono solo le vastissime infiltrazioni mafiose e camorristiche, come ormai sappiamo, ma anche altri livelli di criminalità.

P. Di bilanci artefatti, di debiti esportati, di trucchi contabili per accrescere il valore in Borsa di un’azienda è pieno il mondo ed è piena l’Italia. Il mondo è pieno anche di manager che hanno scelto quelle strade per ingrassare le loro stock options, i loro premi azionari. Che cosa ti ha colpito di più in questa vicenda?

F. Un solo esempio recente, tra i tanti possibili: è vero che la crisi d’oggi non è stata determinata da qualche strategia mafiosa, ma sarebbe utile riflettere sulla dimensione dell’inganno che ha fatto fortune e sfortune dei mutui subprime.

P. Se le cose stanno anche solo parzialmente così, la politica ha allora perso il suo senso, è una semplice appendice del sistema economico e finanziario?

F. A voler essere perfidi, potremmo anche dire che l’Italia è amministrata oggi da un’alleanza tra gli interessi dei nuovi ricchi del Nord (come le Leghe), i ricchi tradizionali (con tutte le loro associazioni palesi o nascoste) e le mafie del Sud, che sono ormai sbarcate dovunque con l’assistenza delle banche grandi e piccole. Sotto l’egida e la regia della grande finanza, internazionale per definizione, che ha al suo servizio diretto il progresso scientifico e tecnologico. Se questo quadro è esatto, come credo, è inevitabile chiedersi: che senso ha la politica, e dove potrebbe ritrovarne?

P. La politica ha dunque abdicato nei confronti dell’economia, della finanza, dei soldi?

F. Quello che dico può sembrare superficiale e certo lo è, ma a me pare che Marx abbia fatto tante previsioni sbagliate e imposto un modo di pensare che ha giustificato le cose peggiori, ma diceva anche santamente che tutto è economia, e questo mi pare vero più oggi che in passato, oggi più che mai. Diceva anche che il capitale è anarchico e non rispetta niente e nessuno, neanche se stesso, e che continuerà a divorare se stesso e a divorare il mondo e la natura, e oggi questo lo abbiamo chiaro davanti ai nostri occhi in modo spaventevole. Il capitale è talmente anarchico e talmente incosciente che sta portando il mondo e perfino se stesso alla rovina. I figli dei padroni muoiono, ahi loro, di droga e di cancro come i figli dei loro impiegati e dei loro ex operai. Diventando succube dell’economia dei ricchi, e corrompendo e divorando le istituzioni e la società civile, la politica è rimasta disperatamente sola. Temo che sarà sempre più, invece che forza di mediazione e regolamentazione, forza di distruzione, in mano a gente senza scrupoli che non rispetta niente e nessuno, avendo al suo servizio la cosiddetta comunicazione. Ma questo non vale solo per Berlusconi! Che governo è stato quello di Prodi, Padoa Schioppa e Veltroni se non un governo delle banche invece che del popolo? Per questo «la gente» lo ha punito, ed è anche per questo che invece di sentire tra la gente una nostalgia per quel periodo oggi mi capita di sentire molti che lo maledicono per aver fatto di tutto affinché tornasse Berlusconi... Certo, molti dei falliti di quel governo si ricicleranno. Anzi, lo stanno già facendo: il trasformismo è un carattere dominante del continuismo di cui parlava Gobetti. Ma non c’è da rallegrarsi, perché costoro – questi fantasmi, tanti dei quali vediamo ancora pontificare in televisione – hanno prima anestetizzato e castrato la sinistra e la sua differenza, e per voler parlare il linguaggio della moda e del potere hanno dimenticato perfino l’abc di ciò che definiva nella sua essenza sociale e morale la sinistra, e l’hanno fatto dimenticare a tutti. Ma basta con la rabbia: un po’ di pietà per questi facitori e vittime di disastri politici e morali! A una cosa essi sono serviti: a non farci più avere nessuna illusione sulle potenzialità delle loro tradizioni, sia la «comunista» che la «democristiana».

P. Ma siamo alle solite: chi può sostituirli? Che cosa può sostituire questa politica? Ti chiederei anche, senza attendermi una risposta: chi può sostituire Prodi?

F. Ti ripeto, io non sono un politologo e neanche un sociologo, e al momento, beh, non so dirlo. So dire e vorrei dire solo del piccolo che si può controllare e far bene. A me basterebbe che avessimo davvero un maggior numero di buoni amministratori e di buoni intellettuali, o anche di buoni giornalisti.

P. Ma i buoni giornalisti ci sono. O no? Non si leggono inchieste accurate o denunce convincenti?

F. Nel mondo dei giornalisti quelli che mi mettono più in imbarazzo sono i denunciatori di professione. Si domandano mai, i giornalisti, se qualcosa è cambiato in meglio grazie alle loro denunce, se hanno contribuito alla formazione di zone di resistenza alla corruzione? L’Italia non è certo migliorata, grazie a loro, ma almeno i più onesti di loro sapevano di condurre una battaglia minoritaria e perdente, e si comportavano di conseguenza, non avevano la spavalderia un po’ trucida degli attuali denunciatori. Guardiamo al cinema. Perché un film come Gomorra ha spiazzato tutti? Perché non denuncia proprio niente, o semplicemente denuncia limitandosi a mostrare una realtà. Ed è stato come se per la prima volta gli italiani avessero visto e capito cos’era la camorra, il contesto in cui prospera una camorra, dopo che giornali, televisioni e cinema si sono sbizzarriti per decenni a fare inchieste, film e telefilm, romanzi e fumetti e persino poesie contro la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la Sacra Corona.

Recensioni

Filippo La Porta su: il Riformista (18/06/2009)


Ogni libro di Goffredo Fofi configura una specie di epica della cultura. Così anche La vocazione minoritaria ― Intervista sulle minoranze, a cura di Oreste Pivetta (Laterza). In queste pagine la storia culturale (e sullo sfondo quella sociale) del nostro paese diventa una narrazione avvincente, movimentata, fatta di molteplici e inattesi scambi, raccordi, collegamenti sotterranei, accostamenti imprevisti e convergenze parallele. Danilo Dolci e Calogero, Lelio Basso e Olivetti, Godard e don Milani. Gigliola Venturi e Fabrizia Ramondino, Viale e Donolo, Fachinelli e monsignor Di Liegro, Tempo presente e Quaderni rossi, sociologi, storici, preti, militanti, letterati, giornalisti, pedagoghi, terroristi, e fino alle esperienze della Mensa dei bambini proletari a Napoli (nei primi anni 70) e alle tante belle riviste fondate da Fofi stesso (Ombre rosse, Linea d’ombra, ora lo Straniero). Una genealogia spesso inedita, una mappa intricata e vitalissima di cui l'autore è testimone prezioso e inesauribile artefice, sempre impegnato, come dichiara, «nella difficile arte di connettere». Uno dei tanti meriti del libretto è l'indicare sempre il necessario alimento morale di qualsiasi rivolta: una critica dell'esistente che non si fondi sull'adesione emotiva a una parte di quello stesso esistente (anche solo a ciò che concretamente siamo stati), su una esperienza vissuta di uguaglianza creaturale, sull'amore tangibile per le persone, su un senso spontaneo di giustizia, si condanna all'aridità e all'ideologia. Vorrei anche essere grato a Fofi per aver rimesso in circolo un termine decisamente in disuso, e di origine medievale, quando afferma che la sinistra dovrebbe aiutare l'uomo a superare la sua «pravità» (depravazione). Resta invece per me problematico, e in definitiva fuorviante, il concetto stesso che innerva l'intera intervista, quello di minoranza. E su questo vorrei sollecitare una riflessione.

A questo proposito mi richiamo a Nicola Chiaromonte, che Fofi stesso definisce il maggior intellettuale italiano del ‘900. Non mi soffermo qui su alcuni aspetti che riguardano la profonda, mediterranea laicità di Chiaromonte, che mai avrebbe accettato la formula parareligiosa di Aldo Capitini, assai cara a Fofi, per cui «Non accetto la creazione così com'è, un mondo dove il pesce grande mangia il piccolo, dove c'è la morte e il dolore, etc». Il punto è invece accettare i limiti di questo mondo sublunare, con le sue leggi, la sua logica ― per noi insondabile ― , e insomma agire secondo coscienza senza la pretesa (e hybris) di rifarlo (meglio non proporsi di rifare nulla, dato che solo ciò che cresce secondo il suo ritmo è vero!). Né mi intrattengo su certa diffidenza di Chiaromonte verso inchieste e indagini dal basso, etc.: per lui occorre solo capire la «situazione di massa» che oggi abbiamo tutti in comune, «partendo dall'esperienza soggettiva, nessuna inchiesta sociologica può deciderla». Ma andiamo al mito delle minoranze, siano esse virtuose, inquiete. etiche, trasparenti, nomadi, religiose, eretiche, etc. Credo che nell'idea stessa di autoeleggersi a minoranza operi una suggestione gnostico-manichea, l'illusione di salvarsi in pochi, alla quale i padri della chiesa saggiamente contrapposero l'universalismo cristiano). Su Tempo presente Chiaromonte scrive ― nel 1956 ― che in una società di massa non possono esserci dei privilegiati: «Non ci può essere cioè da una parte una massa anonima, volgare, e dall'altra gli individui che riescono a mantenere intatta la loro nobiltà». O per meglio dire l'una e gli altri esistono, però mescolati: «Vivendo tutti nella stessa società, insieme, ci troviamo tutti ad essere, in certi momenti, degli individui dotati di sentimenti, bisogni, esigenze morali che non sono quelli della folla anonima!». A volte, prosegue, può anche esserci bisogno di una secessione radicale, in compagnia e in gruppo, ma al centro del suo discorso resta il concetto di una contraddizione che riguarda ogni individuo, appartenga egli a una maggioranza (spesso conformista, gregaria, tendenzialmente prepotente) o a una minoranza (così autogratificante, capace di dare una identità, insieme antagonista e microcomunitaria). Anche il riferimento a Christopher Lasch, in queste pagine, può risultare equivoco: la sua personalità narcisista non è per niente l'egocentrico o l'egoista, ma si caratterizza perché la propria autostima ― sempre vacillante ― esige continuamente l'ammirazione e approvazione degli altri. Ed ecco che proprio il gruppo minoritario, attraverso l'identificazione con forti personalità, gli dà quella approvazione di cui ha disperatamente bisogno. Credo invece con Kierkegaard che ci sono milioni di persone che anzitutto «hanno paura di starsene da soli» e che Dio nel Giorno del Giudizio non ci chiederà a quale organizzazione ― ancorché minoritaria ― siamo appartenuti. L'unico dovere dell'individuo è quello di esplorare, socraticamente, se stesso, di capire con onestà e limpidezza i propri moventi.

C'è un ultima considerazione che vorrei fare a proposito di questo peraltro stimolante libro-intervista. Giustamente e a più riprese Fofi rivendica il suo ruolo nell'aver fiutato mode e tendenze culturali, nell'aver scoperto autori, etc. Vero, ma tutto questo in che relazione si trova con le pratiche qui celebrate del ben fare, con la carità e il dono spontaneo di sé, con l'aiuto attivo ai sofferenti, con la assoluta gratuità dell'amore per il prossimo? A volte le due dimensioni si sovrappongono ma senza che sia chiaro il legame che le unisce. Suggerisco un teorema paradossale: e se le due dimensioni ― il ben fare e la cultura ― fossero diventate tra loro incompatibili, inconciliabili, specie nel momento in cui la cultura è perlopiù ridotta a consumi culturali (ovvero soltanto un diversivo e un alibi in più) ? A me sembra cioè che oggi chi svolge coscienziosamente il proprio mestiere, chi aiuta gli altri disinteressatamente e seguendo una propria vocazione, chi rinuncia gioiosamente ai privilegi e al potere del proprio ruolo (e dunque sospende per un attimo la ineluttabile legge di gravità del comportamento umano) si trovi oggi più volentieri lontano dalle pagine culturali dei quotidiani, dagli inserti-libri, dal supplemento domenicale del Sole 24 ore, dai festival, da anticipazioni e avanguardie letterarie, e da ogni minoranza ― benché benintenzionata ― di salvati.

Lorenzo Fazzini su: L’Avvenire (23/06/2009)


Essere minoranza significa impersonare il seme del Seminatore della parabola evangelica: «Un riferimento politico costante è da molti anni in qua, per me, la parabola del seminatore. Si semina senza saper bene dove il seme andrà a cadere, e se attecchirà, e se darà una pianta fruttuosa. Dipende da dove cade, prevederlo non è possibile». Nonostante questo, bisogna rischiare di essere «minoranza etica», ovvero «persone che scelgono di essere minoranza, che decidono di esserlo per rispondere a un'urgenza morale. [...] Don Milani fa dire ai suoi scolari, alla fine della Lettera a una professoressa, che gira e rigira, la cosa fondamentale è per sempre l'amore del prossimo, e io vedo in questo anche l'inizio di ogni tentativo di agire nella storia per portarvi più giustizia, la realizzazione dei principi di libertà, uguaglianza e fraternità. È dall'amore del prossimo che sono nate le grandi rivoluzioni sociali e politiche. Questo deve essere il nostro orizzonte, vecchio e nuovo insieme: l'orizzonte della solidarietà con gli oppressi e tra gli oppressi».

Per uno che, per tanti anni, è stato considerato un'eminenza grigia di prim'ordine della cultura progressista italiana, è alquanto singolare tale valutazione ammirata del cattolicesimo sociale. Goffredo Fofi, critico cinematografico, intellettuale ed animatore sociale, giornalista ― anche su queste pagine ―, lancia più di una suggestione nel racconto autobiografico a due voci con Oreste Pivetta confluito in La vocazione minoritaria. Intervista sulle minoranze , in uscita questa settimana per Laterza. L’autore umbro sgombera subito il campo: il suo interesse per i gruppi minoritari non è esotico, bensì ha un interesse primariamente etico: «Credo che gli intellettuali dovrebbero avere l'obbligo morale, determinato dalla possibilità che hanno di studiare e capire di più e meglio degli altri, di osar essere minoranza, di scegliere di esser minoranza, di mostrare una diversità reale, di legare la propria ricerca a una qualche forma di intervento sociale».

Per Fofi questa «vocazione minoritaria» ― simboleggiata da un quadro, La vocazione di Matteo di Caravaggio, che egli possiede nella sua camera da letto ― ha assunto i tratti di un pluriforme impegno educativo: l'immersione nel proletariato torinese, in quello “marginale” a Napoli come collaboratore ad una mensa popolare, tra gli italiani emigrati a Parigi. «In Sicilia avevo raggiunto Danilo Dolci, per tre anni condivisi in modo pieno la vita dei disoccupati di Partinico e di Palermo e dei bambini di Cortile Cascino», rievoca Fofi, riferendosi all'esponente pacifista siciliano. Altra esperienza di minoranza raccontata è quella della comunità Agape di ambito valdese, e di Nomadelfia di don Zeno Saltini. Ambienti minoritari decisivi per Fofi furono poi Aldo Capitini e la sua non violenza attiva, e Alex Langer, l'attivista-politico bolzanino, «il migliore di tutti noi». Tutte vicende di minoranza rispetto all'omologazione dominante che per Fofi scaturiscono da un preciso assioma: «Il rifiuto di partecipare a un sistema di sopraffazione e di violenza».

E invece i maître a penser della cultura italiana, soprattutto a sinistra, hanno deluso il direttore della rivista Lo straniero: «Non si sono più voluti davvero "diversi", dai loro committenti.

Ridotti ad appendice strumentale del potere o funzionari di questa o quella istituzione, a intrattenitori delle masse teleguidate dal "principe", a educatori senza amore e interesse per gli educandi e senza libertà di metodo e di proposta».

Però Fofi individua alcune «minoranze della minoranza» che resiste e porta avanti un discorso culturale fatto di resistenza etica all'omologazione. Ammira quei cattolici, in diverse forme, che sono stati a suo parere il prodotto migliore del Sessantotto: «Credo che il meglio è venuto da certe minoranze cattoliche, che hanno preso molto dal '68, ma che ne hanno tradotte le istanze nelle pratiche di organizzazione e difesa di chi vive ai margini». Esempi? Nel testo si fa il nome di don Vinicio Albanesi e della sua comunità di Capodarco, «che si occupa di handicap. Credo che se la condizione degli handicappati in Italia è enormemente cambiata in meglio dopo il '68 sia stato per merito di questi gruppi». Poi ci sono i nomi "storici" delle minoranze cattoliche che Fofi ammira per la loro lucida ed evangelica testimonianza: Mazzolari, Milani, Dossetti, Turoldo, Balducci, Vannucci, il defunto direttore della Caritas di Roma don Luigi Di Liegro. E risalta una speciale venerazione per don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, «un uomo eccezionale, un altro il cui magistero è stato poco ascoltato».

Che dovrebbero fare le "minoranze etiche" oggi di fronte alla crisi della cultura (Fofi ha parole molto dure per l'attuale pensiero di sinistra, per non parlare dei politici ed ex comunisti ...)? Ripartire dall'educazione. Anche con una proposta che farà inorridire molti dalle parli della gauche nostrana: «Oggi che la scuola di Stato è diventata il disastro che sappiamo ormai tutti [...], se tu volessi dar vita a qualcosa di tuo, magari in forma cooperativa, non riusciresti a farlo: una quantità di leggi e regolamenti assurdi te lo impedirebbe». Anche un pensatore lucido e fuori dagli schemi come Fofi, conterraneo del Poverello d'Assisi, condivide così l'idea che la libertà di educazione può rimettere in moto il Paese.

Pino Corrias su: La Repubblica (04/07/2009)


Davvero la storia di una vocazione, come dice il titolo, e anche quella di un viaggio, intrapreso da Goffredo Fofi in questi 50 anni lungo la diagonale ferroviaria di una Italia minore e minoritaria, la Sicilia di Danilo Dolci, la periferia dei ragazzi di Barbiana, le città dei giovani operai meridionali. Pronunciando ― in questa lunga conversazione con Oreste Pivetta ― parole anche desuete come pacifismo, utopia, non violenza, rivolta etica. Frequentando maestri eccentrici ai movimenti di massa, da Hannah Arendt a Nicola Chiaromonte, da Albert Camus a Aldo Capitini, da Elsa Morante a Alex Langer, occupandosi più di scuola che di rivoluzione, più di cinema che di politica, più di letteratura che di potere. Sempre mettendo in relazione gruppi e persone («che non vogliono diventare maggioranza»), traversando gli anni della rivolta e quelli del silenzio. Fondando a ogni stazione, una rivista, dai Quaderni piacentini, con Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, fino a Lo Straniero, passando per Ombre rosse, Linea d'Ombra, la Terra vista dalla Luna e altri fogli anche ciclostilati, dispersi, ma non smarriti.

Partì da Gubbio nel 1955, dove il padre riparava biciclette. Approdò nel latifondo delle lotte contadine. Poi tra i macchinari di Torino. Tra le case editrici di Milano, il sole di Roma, le quinte di Napoli. Declinando, nei molti passaparola, sempre quella piccola verità minoritaria «che il bene del singolo sia effetto del bene collettivo».

Pierluigi Battista su: Il Corriere della Sera (10/07/2009)


Tra i maestri di cui bisognerebbe riprendere la lezione, scrive Goffredo Fofi concludendo La vocazione minoritaria curata da Oreste Pivetta (Laterza), si segnalano «anche Albert Camus e Simone Weil, George Orwell e Nicola Chiaromonte, Paul Goodman e una certa Hannah Arendt». Ripetiamoli ancora: Camus, Weil, Orwell, Chiaromonte, Goodman, Arendt. Sono in gran parte gli stessi nomi che ricorrono con una certa frequenza anche nei libri scritti o fatti scrivere da intellettuali che più o meno, anche con meno anni alle spalle, hanno incrociato lo stesso percorso politico-intellettuale di Fofi. Più o meno sono di sinistra. Più o meno sono scontenti e delusi dalla tradizione «maggioritaria» della sinistra. Più o meno hanno preso a coltivare quel piccolo ma nutrito Pantheon di maestri che seppero reggere un destino di «minoranza» quando era molto difficile essere «minoritari». Perché i «maggioritari» erano ferocemente conformisti, intolleranti, refrattari a ogni dubbio, guardiani dell'ortodossia e dell'ordine, titolari di un potere di scomunica che prevedeva l'isolamento e l'ostracismo del reo. I «minoritari» non hanno avuto la vita facile. L'hanno avuta difficilissima.

Alfonso Berardinelli, curatore di una collana di saggistica dell'editore Scheiwiller, ha voluto tradurre in Italia il ritratto di George Orwell scritto da Christopher Hitchens. Filippo La Porta ha incluso tra i suoi «maestri irregolari» Camus e Chiaromonte, Simone Weil e Orwell. Vittorio Giacopini ha riproposto gli scritti politici di Camus. Francesco M. Cataluccio si è impegnato nella diffusione delle opere di Gustaw Herling, che collaborò lungamente con la rivista «Tempo Presente» di Chiaromonte e Silone. Hannah Arendt, che pure ha rappresentato una figura poliedrica e sfaccettata, viene sempre più spesso ricordata per il suo pensiero originale, per le sue battaglie condotte in solitudine, per la sfrontatezza con cui affrontò temi destinati a metterla in urto con il suo milieu intellettuale di appartenenza. Tutte personalità, quelle rilette da Fofi, Berardinelli, La Porta, Giacopini e Cataluccio, che hanno messo l'umanesimo, la ripulsa del terrore rivoluzionario, l'attenzione ai mezzi con cui perseguire anche i fini più generosi, al centro della loro elaborazione culturale. Erano i campioni di un pensiero di sinistra antitotalitaria che ha combattuto i1 totalitarismo quando era al suo apogeo. E proprio perché antitotalitari furono anche, e non si capisce se la parola susciti in Fofi, Berardinelli, La Porta, Giacopini e Cataluccio un certo fastidio e una persistente irritazione (forse in Fofi sì, negli altri quattro è più improbabile), fieramente anticomunisti. Nel nome degli stessi valori che li portarono ad essere antifascisti e nemici di ogni forma totalitaria.

Chissà cosa sarebbe stata la sinistra se avesse dato retta a quegli irregolari «minoritari». Camus aveva offerto con L'uomo in rivolta una radiografia della malattia totalitaria che stava divorando il comunismo, e pervertendo a tal punto gli ideali originari di rivolta e di giustizia da creare un numero elevatissimo di vittime da sacrificare sull'altare del nuovo mondo. Ma, trascinata da Sartre, la sinistra «maggioritaria» non volle dargli ascolto e anzi ne fece il bersaglio di una terrificante campagna di denigrazione. Camus era guidato da una logica molto semplice: i campi di concentramento e di sterminio sono sempre un male, chiunque abbia srotolato il filo spinato, qualunque sia il colore e la bandiera dei carnefici. Un principio semplice, che rimase inascoltato, essendo maggioritario il principio secondo cui i lager allestiti in nome del bene non meritano indignazione e del Gulag è meglio tacere per non scoraggiare il morale della classe operaia occidentale. Una partita perduta. Come quella di Orwell, che stentò addirittura a trovare editori che pubblicassero il suo straordinario trittico antitotalitario, composto da Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali e 1984. Come quella di Nicola Chiaromonte, che dovette chiudere la sua rivista per mancanza di fondi e che aveva descritto con precisione e senza indulgenza il «tempo della malafede» in cui era immersa la maggioranza degli intellettuali che non volle vedere gli orrori del totalitarismo comunista. Come quella della Arendt, le cui Origini del totalitarismo, scritte alla fine degli anni Quaranta, dovettero aspettare due o tre decenni prima di essere tradotte in Italia e in Francia, trincee dell'intellighentsia filocomunista («communisti sant», come la definiva Raymond Aron).

Erano intellettuali che non nascondevano le cose ignorate dalla cecità ideologica dominante. E vissero la loro «vocazione minoritaria» con spirito combattivo e persino temerario. Se c'è un pericolo nella rilettura che Fofi, Berardinelli e gli altri ne danno è la messa tra parentesi del carattere conflittuale del loro lavoro intellettuale. Fino al punto di uscire dai ranghi in cui avrebbero potuto condurre una vita decentemente confortevole anziché affrontare scomuniche e diffamazioni. Simone Weil vide le atrocità che anche la parte «giusta» stava commettendo nella guerra di Spagna (come Georges Bernanos dalla parte opposta) e non esitò a denunciarle fino al punto di rompere con il proprio fronte. Come Orwell nella Catalogna di sinistra martirizzata dai sicari di Stalin (e diversamente da Hemingway, che inviava in America reportages ridicolmente enfatici e monchi). Camus non rinunciò a mettere sullo stesso piano la Spagna di Franco e le «democrazie popolari» dei processi farsa Rajk e Slansky. La Arendt attirò su di sé l'ira della cultura ebraica per il suo resoconto del processo Eichmann: ma non fece atti di contrizione. Chiaromonte non edulcorò i suoi giudizi sprezzanti per i chierici che avevano tradito la loro missione di verità (a cominciare dallo stesso Julien Benda, che del «tradimento dei chierici» fece un bersaglio salvo tradire l'intelligenza e la decenza giurando sull'assoluta «correttezza» dei processi di Mosca basati su confessioni estorte con le torture più spaventose). Orwell non si rassegnò all'idea di interrompere la sua battaglia contro la sinistra che non sapeva essere «antitotalitaria», e dunque necessariamente antifascista e anticomunista insieme. Tutti «minoritari», certamente. Ma agguerriti, testardi, convinti che valesse la pena sostenere le buone ragioni di una sinistra «minoritaria», liberata dalla schiavitù della menzogna e dell'ipocrisia.

La lezione dei Camus, degli Orwell e delle Arendt, al contrario degli algidi e imperturbabili «erasmiani» di cui l'ultimo Ralph Dahrendorf ha tessuto un vivido elogio, sta proprio in questo carattere pugnace della loro militanza intellettuale. Persero, ma non si piegarono. Ricordarli oggi è un omaggio ai nobili protagonisti di una sconfitta che ebbero ragione anche quando era più facile stare dalla parte del torto.

Davide Gianluca Bianchi su: Il Giornale (26/07/2009)


La sociologia – la scienza dell’ovvio, più spesso – ci dice, una volta tanto, una cosa interessante: il concetto di minoranza non è numerico, ma legato alle risorse disponibili. Sono minoranza quei gruppi che soffrono una forte decurtazione di risorse, tanto da trovarsi in una condizione di drammatica inferiorità, se non addirittura di «minorità», rispetto al gruppo, o ai gruppi, dominante/i.Come dite? Leggendo queste parole vi sono venute in mente le primarie del Partito democratico? Vecchia oligarchia ed «emergenti», esterni all’apparato? Non stento a crederlo! In effetti il problema ha radici lontane e, volendo essere molto concreti, risiede nel fatto che Togliatti lesse Gramsci. La prendo alla lontana? Meno di quanto potrebbe sembrare, se solo si pensa che, in perfetto stile sovietico, Togliatti non avrebbe mai voluto pubblicare i Quaderni del carcere, per non fare sapere a chi era dovuta la linea del Pci.Ma andiamo con ordine: il problema, si diceva, è che Togliatti ha letto Gramsci – come è noto fu il primo a farlo, maneggiando direttamente i manoscritti che gli portava Sraffa – e ha cercato di tenergli fede là dove Gramsci parlava del ruolo dell’intellettuale e dell’egemonia culturale che questi avrebbe dovuto creare in società. «Come ha sempre fatto la Chiesa attraverso i preti», aggiungeva ingenuamente. Riprendendo la nozione sociologica dell’attacco, quindi, il popolo era trattato come una «minoranza» da chi aveva le risorse, culturali e di potere, per farlo.E nella cerchia intellettuale? Stessa dinamica, cercando innanzitutto di permeare gli ambiti in cui si faceva cultura, a partite dall’università, per avere la possibilità stabilire un’ortodossia. Il passo successivo era la messa al bando delle minoranze, interne ed esterne. Il libro di Goffredo Fofi, La vocazione minoritaria, Intervista sulle minoranze (Laterza, pagg. 164, euro 12) parla a nome delle minoranze interne, anzi di coloro che «per vocazione» – l’espressione gli viene suggerita da La vocazione di Matteo del Caravaggio, a cui è molto legato – si sono sempre sentiti tali: Hannah Arendt, Nicola Chiaromonte, Albert Camus, Aldo Capitini, Elsa Morante, Alex Langer. Sarebbe davvero paradossale se per presentare Fofi si ricorresse all’immagine del «vecchio saggio», del «grande maestro» odi qualcosa di simile, essendo proprio questo tipo di atteggiamento qualcosa di simile al «culto della personalità»a reiterare continuamente i vecchi apparati, in nome della continuità e delle discendenze.Non è forse vero che d’Alema e Veltroni dominano da più di vent’anni il maggior partito di sinistra in quanto «di oscuri» di Enrico Berlinguer? Non era forse questo uno dei meccanismi tipici della nomenclatura socialista? Le minoranze di cui parla Fofi somigliano molto ai dissidenti, anzi lo sono. Certo, nessuno li ha mai perseguitati e mandati nei campi di lavoro, ma è mancato loro il riconoscimento del Valore della loro opera, della statura che li caratterizzava, dalla forza delle loro idee, solo perché non. erano inclini ad unirsi al coro. Vi sembra poco?

Wlodek Goldkorn su: L’Espresso (30/07/2009)


«Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi». Goffredo Fofi cita questo paradosso di Albert Camus per spiegare che per opporsi allo stato esistente delle cose, non basta la politica, «occorre qualcosa di più». Quel «qualcosa di più» lo cerca di definire nel bel libro intervista (“La vocazione minoritaria” a cura di Oreste Pivetta, Laterza, pp. 164, € 12). A 72 anni compiuti, il critico militante, organizzatore instancabile della cultura, ispiratore invisibile di tanti (tra i migliori) intellettuali di questo Paese, Fofi, con l’ausilio delle domande di Pivetta prova a tracciare la propria, inusuale biografia. Ne viene fuori una storia straordinaria: la storia delle minoranze, degli uomini e donne che raramente (o mai) hanno fatto parte dello star system mediatico e che tuttavia hanno avuto un ruolo importante nell’Italia del dopo guerra. I maestri veri di Fofi sembrando essere due: Danilo Dolci e Aldo Capitini. E poi ci sono altri punti di riferimento, italiani e non: da Nicola Chiaromonte ad Hannah Arendt a Pier Paolo Pasolini. Ma quello che interessa a Fofi non è tanto la teoria, quanto la pratica quotidiana delle minoranze etiche, appunto. Essere minoranza etica, non significa però «indignarsi», ma cercare di creare modi alternativi di vita collettiva: dalle celebri mense per bambini proletari a Napoli, alle pratiche di contaminazione culturale, oggi. Da non perdere il racconto delle riviste (“Linea d’ombra”, “Lo straniero”, per citarne due) e case editrici (Edizioni dell’Asino) ideate da Fofi.

su: Liberazione (08/08/2009)


«Quel che a me interessa di più sono le minoranze che chiamerei "etiche": le persone che “scelgono” di essere minoranza, che decidono di esserlo per rispondere a un'urgenza morale. Se alla fine ci ritroviamo sempre in un mondo diviso fra poveri e ricchi, oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori, nelle più diverse forme e sotto le più diverse latitudini, bisogna ogni volta ricominciare, e dire a questo stato di cose il nostro semplice "no"». Goffredo Fofi in questo libro-intervista curato da Oreste Pivetta, tesse un elogio dello spirito critico. Lo fa ripercorrendo le esperienze della sua carriera di educatore e animatore prima e di critico dopo. Ha diretto e fondato i “Quaderni piacentini”, “Ombre rosee”, “Linea d'ombra”, “Lo straniero”. Fofi si tiene lontano dal formulare un programma politico. «Le minoranze ― dice ― non hanno alcun dovere di diventare maggioranze, di mirare alla conquista delle maggioranze. Il loro compito è un altro. E' di essere minoranze, appunto, e in quanto tali, cunei di contraddizione, modelli di alterità positiva e di buone pratiche, esploratrici del presente, espressione nel pensiero e nei modelli pratici di tutto ciò che le maggioranze non possono essere, e sempre senza disprezzo per le maggioranze».

Bruno Pischedda su: Il Sole - 24 ore (11/10/2009)


A distanza di un trentennio dalla polemica rovente che oppose Giorgio Amendola e Leonardo Sciascia sul tema del terrorismo e dello Stato, il dibattito circa il ruolo degli intellettuali sta riprendendo quota. E si capisce: in un momento tra i più delicati nella storia del Paese, tutti auspicano la presenza di voci addestrate capaci di orientare autorevolmente la pubblica opinione. Ben venga dunque l'iniziativa dell'editore Laterza, che in separati volumi dà spazio a due protagonisti esemplari della battaglia culturale come Alberto Asor Rosa e Goffredo Fofi. Anche perché il confronto che ne esce appare stringente, e tanto più proficuo quanto più ricca di chiaroscuri, revoche parziali e aggiornamenti è la vicenda biografica di cui essi riferiscono.

Il superamento dei miti operaisti coltivati in gioventù, per il primo, e la luttuosa elaborazione di un populismo a forti tinte etico-religiose per il secondo, sembrerebbero facilitare un percorso di avveduta revisione. Nulla a che vedere, beninteso, con istanze neomoderate o con opportunistici accomodamenti entro le pieghe di un tempo ingrato. La radicalità opponente dell'intellettuale novecentesco, a base umanistica e piccolo borghese, ne resta se mai confermata. Tuttavia si avverte, rispetto agli orizzonti palingenetici delle origini, una ragionevole acclimatazione con i criteri di un interventismo riformatore, socialdemocratico, fondato su immagini oggi tanto chimeriche di cittadinanza e di buongoverno. Gli elementi di maggior frizione tra i due, invero, riguardano proprio gli attributi distintivi del maître à penser. Entrambi sono convinti che suo compito precipuo è, o era, mutare la realtà, divinando per meriti intrinseci i cambiamenti in atto e additando vie possibili d'intervento collettivo. Differiscono di molto, però, le tipologie indicate. Tre, secondo Asor Rosa, erano le prerogative del chierico militante emerso dalla civiltà dei Lumi, «pensiero forte, pensiero critico, valori»: giusto quegli aspetti che la globalità postmoderna avrebbe poi revocato in causa. Dal canto suo, Fofi pensa piuttosto a individui che partecipano a gruppi qualificati e contribuiscono a renderne consapevole la diversità. «Io credo ― scrive ― che gli intellettuali, nel rispetto del loro ruolo, dovrebbero avere l'obbligo morale, determinato dalla possibilità che hanno di studiare e capire più e meglio degli altri, di osare esser minoranza, di scegliere di essere minoranza».

C'è un nocciolo inestinguibile di comunitarismo compartecipe, nel discorso fofiano circa la praticabilità di una strategia di resistenza insieme culturale e politica. Un tratto di condivisione evangelica e laicamente solidale, che elegge sì l'intellettuale a motore del cambiamento, ma per il tramite di una ristretta élite "persuasa", modello di " alterità positiva", saldamente coesa attorno alla figura che ne fa da sprone. Mentre per Asor Rosa il crisma dell'unicità saliente, affiorato con la società liberalborghese, è la sola garanzia di un approfondito e non supino pensare: «Non so se sia ortodosso in termini marxistici ― ammette oggi l'autore di Intellettuali e classe operaia ―, ma io stabilirei una relazione molto stretta tra rilevanza dell'individualità e atteggiamento critico nei confronti del contesto circostante». E se è vero che un ridimensionamento degli slanci utopici si percepisce in entrambi, pure permane in Fofi un obiettivo pedagogico largamente in sintonia con le aspirazioni delle élite colte novecentesche. Un progetto da realizzarsi meglio fuori che dentro le istituzioni preposte, e proprio perciò inteso a una rigorosa metafisica dei valori, la domanda suprema essendo: «Come aiutare l'uomo a superare i suoi limiti attuali, come aiutare a far nascere il cittadino del futuro».

Moltissimi e nient'affatto secondari sono i motivi lambìti appassionatamente in queste interviste parallele. Chiarissima, per esempio, è l'antitesi che si stabilisce tra chi, come Asor Rosa, ha per decenni interpretato l'agire politico secondo un equilibrio dinamico di rapporti di forza, attribuendo al gruppo o al partito il ruolo di moderno principe. E chi come Fofi ostenta un atteggiamento radicalmente antimachiavellico, estraneo a mete prioritarie e a immorali commistioni tra mezzi e fini da perseguire. Ma una questione, infine, dispone il loro dire in modo asimmetrico. Riguarda i criteri di autorevolezza che contraddistinguono l'intellettuale nel momento in cui si accinge alla parola pubblica, civilmente impegnata. Per il saggista romano il presupposto è rigido: ha titolo per orientare il giudizio dei concittadini soltanto colui che sa trarre «da un ambito conoscitivo circoscritto interpretazioni e proposte e critiche di carattere generale». Conseguentemente non ha spazio il pastore d'anime, il monitore vate che ancora negli anni Settanta del secolo scorso pontificava senza limiti di convenienza sulle pagine di quotidiani e periodici. «A me ― conchiude Asor Rosa, intollerante di autoinvestimenti ispirati ― interessa rimarcare il valore dello specialismo contro la tuttologia».

Diverso, ma non meno reciso, è l'atteggiamento di Fofi. Pur sensibile al fascino che promana dai grandi maestri (Capitini in primis), egli si sforza di fondare sulla prassi quotidiana l'affidabilità di qualunque sapere. Alla fine ― obietta a distanza ― le persone che più ci aiutano a comprendere il mondo e a muoverci in esso, «sono quelle che hanno un rapporto diretto con le pratiche», che partecipano individualmente della realtà che investigano. Si tratta di motivi forse non contrapposti, ma distinti, e non sarebbe male se la discussione intorno al ruolo o al mandato civico degli intellettuali ripartisse da qui.

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