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Classici dietro le quinte

Classici dietro le quinte
Classici dietro le quinte
Storie di libri e di editori. Da Dante a Pasolini
Edizione: 2009
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842088424
Argomenti: Letteratura: testi, storia e teoria, Storia del libro e delle biblioteche

In breve

Anche le trame più note, le pagine indimenticabili, i personaggi immortali della letteratura sono usciti, un giorno, in libreria. ‘Novità’ che qualcuno ha pensato, scritto, ritoccato e infine dato alle stampe. Un pubblico le ha comprate, lette e discusse. Tutto quello che è successo nel mezzo è oggetto di questa controstoria dei classici italiani.

Ludovico Ariosto decide di tramutarsi in editore di se stesso, compra una montagna di carta per stampare il Furioso, ma tre quarti delle copie restano invendute. Dalle prime due edizioni dell’Ortis Ugo Foscolo non riceve alcun guadagno: con la scusa dell’anonimato l’editore gli ruba la paternità del libro. Nel 1878 Treves lancia per Cuore una campagna pubblicitaria senza precedenti, anche se sa bene che De Amicis non ha scritto ancora una sola pagina. Carlo Emilio Gadda invece è solito promettere le sue opere sempre a editori diversi (anche in contemporanea), ed Einaudi dovrà pazientare quasi un ventennio – e sopportare più di una ‘mattana’ – per pubblicare La cognizione del dolore. Nel 1955, a bozze già pronte, Livio Garzanti costringe Pasolini a ‘purgare’ e riscrivere Ragazzi di vita, preoccupato che un ‘libro di racconti’ venda meno di un romanzo vero e proprio. Fin dagli albori della stampa nel Quattrocento, dalle prime edizioni di Dante e Petrarca, di Pulci e Boiardo, la letteratura trabocca di storie come queste, vicende di libri irresistibilmente portati a generare un proprio doppio romanzesco: quello editoriale. Fra ripensamenti, traversie e strategie mercantili – a volte clandestine – che hanno scandito, pilotato, e spesso segnato la nascita dei più grandi capolavori della letteratura italiana, nel serrato racconto di Giovanni Ragone si rivelano gli ambienti della Galassia Gutenberg: l’insospettato retroscena dei nostri classici.

Indice

Introduzione di Giovanni Ragone - 1. La «Commedia» del padre Dante, dal manoscritto alla tipografia - 2. Il «Canzoniere», Manuzio e il mercato del libro - 3. Un gigante sotto inchiesta: il «Morgante» del Pulci - 4. Cavalieri sotto torchio: l’«Innamorato» e il «Furioso» - 5. I «Ragionamenti» di Pietro Aretino e di Francesco Marcolini - 6. «Il corriero svaligiato»: quel libro vituperoso del Pallavicino - 7. I «Viaggi» editoriali di Zaccaria Seriman - 8. Il testo in esilio: «Le ultime lettere di Jacopo Ortis» - 9. I tormenti dei «Promessi sposi» - 10. «Cuore»: un titolo in cerca di un libro - 11. «Éditer» un autore e/o lanciare un bestseller: la storia del «Piacere» - 12. Il romanzo degli editori giovani: «La Voce» e Piero Gobetti - 13. «Americana»: Vittorini e i censori - 14. Tra due mondi editoriali: «La cognizione del dolore» di Gadda - 15. I «Ragazzi di vita» di Pasolini e «La vita agra» di Bianciardi - Note - Bibliografia - Indice dei nomi

Leggi un brano


Pasolini accetta di incontrare il giovane editore. Che secondo la buona tradizione milanese va subito al punto: se Pier Paolo terminerà il romanzo sulle borgate romane che già da qualche anno ha cominciato a scrivere, si può raddoppiare il suo basso stipendio da maestro di scuola media. Lasciare o raddoppiare (gli anni sono quelli). Così Garzanti diventa, da quel momento, il suo editore. Ma come nasce Ragazzi di vita?[…]La struttura più o meno definitiva del romanzo probabilmente viene elaborata solo nel 1954, quando Pasolini ne dà testimonianza a Livio con una lunga lettera. Anzi è ormai provato che all’inizio non volesse scrivere un romanzo sulle borgate, ma una raccolta di racconti. D’altronde una città che non ha conosciuto la modernità industriale e non ha mai avuto una classe borghese fatica a produrre romanzi di formazione. Quando Pasolini proverà a farne uno nella seconda parte di Una vita violenta i risultati saranno per lo meno discutibili: come aveva già intuito Gadda, il romanzo romano sembra passare per una Roma direttamente post-moderna. Prima dell’incontro con Garzanti l’idea è di un libro di racconti (Ragazzi de Vita), fatto con i «pezzi» già usciti su varie riviste e da pubblicare con la Sansoni, che stampa la rivista «Paragone». E lo stesso Livio avrà sempre molti dubbi su quello che giustamente si ostina a considerare «un romanzo di racconti» privo di un solido intreccio. In ogni caso, dopo mille revisioni e ripensamenti il 13 aprile 1955 Pasolini invia il manoscritto completo a Garzanti e un mese dopo sono pronte le bozze.

Ma qui arriva la sorpresa: Livio all’ultimo momento si fa prendere dal panico e pretende che tutte le parolacce siano sostituite da puntini, siano attenuati o addirittura cassati alcuni dialoghi e scene e soprattutto che il testo sia sfrondato per far risaltare meglio il seppur scarno nucleo narrativo. Insomma Garzanti è disposto a pubblicare un romanzo scandaloso, ma da editore che bada alle vendite vuole appunto un romanzo non un libro di racconti. Non sembra tanto preoccuparsi di un eventuale processo (che magari farebbe pubblicità) quanto della vendibilità del libro, e non c’è niente da fare: i racconti non hanno mai raggiunto le tirature dei romanzi. Inoltre lo hanno impressionato le reazioni negative ricevute dai librai che hanno letto le bozze. Pasolini prende male la cosa e interpreta le resistenze di Garzanti come «scrupoli moralistici». In questa lettera a Vittorio Sereni:

Sono vari giorni che di giorno in giorno rimando lo scriverti. Sai come succede. D’altra parte sono vissuto in una specie di incubo (e ancora non ne sono del tutto fuori): Garzanti all’ultimo momento è stato preso da scrupoli moralistici, e si è smontato. Così mi ritrovo con delle bozze mezze morte fra le mani, da correggere e da castrare. Una vera disperazione, credo di non essermi trovato mai in un più brutto frangente letterario.

In realtà, non è la prima volta che Pasolini si trova di fronte al dilemma dell’autocensura, e sullo stesso testo. Già Anna Banti infatti, su consiglio di Giorgio Bassani, gli aveva chiesto due anni prima di intervenire sul lessico dei primi racconti romani per pubblicarli su «Paragone». Stavolta però c’è poco tempo e soprattutto il rischio di veder vanificati cinque anni di lavoro. Pasolini quindi si mette all’opera e fa anche di più di quello che gli viene richiesto: trasforma «Ragazzi di vita in un altro libro, meno violento, più letterario, meno sporco, ma anche meno espressionista e immediato». Non si limita quindi a togliere qualche «cazzo», «froscio» o bestemmia o a eliminare alcune scene pornografiche o splatter: rivede completamente lo stile. Garzanti è soddisfatto; nel maggio 1955 esce il romanzo; nel luglio cominciano i problemi giudiziari; quasi subito iniziano le stroncature: dalla Sinistra.

Recensioni

Paolo Di Stefano su: Il Corriere della Sera (31/03/2009)


Nei retrobottega dell'editoria è sempre successo di tutto. Lo racconta Giovanni Ragone in un bel libro intitolato Classici dietro le quinte (Laterza). Dove si ripercorrono le tormentate storie di grandi opere (anche più utili del Ponte di Messina) dal Medioevo al Novecento. Per esempio si ricorda che l'inesausto lavorio alle tre diverse edizioni dell'Orlando furioso non risparmiarono all'Ariosto dispiaceri enormi dovuti alle copie pirata. L'ultima edizione, poi, voluta dall'autore nel 1532, gli procurò anche un dissesto finanziario mica da ridere, poiché il poeta volle acquistare in proprio 400 risme di carta prevedendo una tiratura eccezionale per il periodo, tra le 2650 e le 2900 copie, i tre quarti delle quali rimasero invenduti.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis, che Ugo Foscolo riscrisse più volte, produssero un secondo intricato romanzo, che coincide con le disavventure editoriali del libro. A cominciare da quando il poeta, in Toscana nel settembre 1800, si imbatté in una Vera storia di due amanti infelici, mediocre rifacimento del suo libro, che costrinse l'autore a pubblicare una diffida urbi et orbi. I tormenti del Manzoni, nel passaggio dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi, sono noti: anche il Gran Lombardo, per l'edizione '27, è attanagliato da preoccupazioni tipografiche, fa la spola tra casa e lo stabilimento Ferrario, ritira le bozze, corregge, riconsegna, interrompe le operazioni, fa smontare le pagine. Dalla fortuna del romanzo, Manzoni non trarrà alcun beneficio economico, a causa della pirateria che impazza, ma pochi giorni dopo l'uscita parte per la Toscana per riscrivere il libro. La cosiddetta «quarantana» prevede 108 dispense messe in vendita per abbonamento dal dicembre 1840: due anni dopo delle 10 mila copie stampate solo 4600 sono state vendute. Così, il povero Manzoni, che ha anticipato 80 mila lire di tasca propria, non rientrerà mai nelle spese. Un altro capolavoro, La cognizione del dolore, ebbe disavventure ventennali causate da quel cacadubbi di Carlo Emilio Gadda in persona. Il quale, dopo la prima uscita su rivista tra il 1938 e il '41, promise il volume a destra e a manca: nel '42 alla Sansoni, nel '52 all'Einaudi, nel '57 alla Ricciardi di Mattioli. E nel '49, l'ingegnere scriveva al suo amico Contini: «gli editori (Longanesi, Mondadori, Bompiani) mi ballano intorno la tragica giga dell'opzione». Sarà l'Einaudi a spuntarla nel '63 pubblicando il romanzo sia pure incompiuto.

Tante storie editoriali mostrano come in qualche caso il futuro classico abbia avuto un successo immediato: insomma, in passato la «classifica» non decretava necessariamente la bassa qualità, come si tende a credere oggi. C'è però un filo che accomuna i testi in questione: l'eterna insoddisfazione degli autori, i tormenti, i continui ripensamenti. Esattamente come è successo di recente a Claudio Baglioni, che a distanza di oltre trent'anni ha riscritto la sua canzone «Questo piccolo grande amore» in forma di romanzo (Mondadori). Riscritto con gioia? «No, con gran tormento», ha detto in Tv a Fabio Fazio. È già in classifica, ma che fatica! QPGA entrerà accanto a Dante, Ariosto e Pasolini nella nuova edizione dei Classici dietro le quinte. Sicuro.

Matteo Sacchi su: Il Giornale (15/04/2009)


Romanzi fatti solo per vendere e preparati come fossero panini di McDonald's. Editor che mettono le mani nel testo per renderlo più commerciale. Giurie di "saggi" che storcono il naso. Il mercato tiranno. Ancora: autori geniali dimenticati dagli editori, autori mediocri trasformati in geni dai medesimi. Autori geniali (pochi) che fanno le bizze (tante), autori mediocri (molti) che fanno anche loro le bizze (tantissime) per sembrare geniali. Quella sintetizzata qui, con dimentica brevità, potrebbe essere una silloge delle polemiche letterarie dell'ultimo decennio (o dell'ultimo mese). Quelle polemiche che fanno sempre urlare alla morte della letteratura. Volendo essere un po' provocatori, si potrebbe, invece, scrivere che la letteratura è proprio questa, e che quindi oggi è sanissima. A farci dire una cosa del genere, consci della boutade, è la lettura di Classici dietro le quinte di Giovanni Ragone (Laterza). Il saggio di questo "mediologo" è infatti costruito curiosando nel retrobottega della storia editoriale di molti dei capolavori della prosa e della poesia italiane. Leva i libri dei nostri grandi autori dalla bacheca dorata delle antologie e li cala nelle viscere dell'editoria dove sono nati. Viscere non molto più pulite di quelle di oggi.

Qualche esempio. Quando a fine quattrocento Dante finì in mano ai tipografi il testo della Commedia (non ancora divina) era tutt'altro che univoco. Il risultato fu che nella corsa alla stampa ne fecero scempio (basti il verso d'inizio di tre edizioni del 1472): «Nel mezo delcamin di noftra uita,; «El mezo del camin di noftra uita»; «El mezo del chamin di nostra uita». E non parliamo della selva che poteva essere «scura», «oscura», «obscura» o «schura». Ma lo scempio editoriale era solo uno dei possibili problemi.

Matteo Maria Boiardo, dopo aver avuto altre grane molto prosaiche (tipo un tentato avvelenamento) ebbe enorme fortuna con il suo Inamoramento de Orlando. Quanto ai guadagni invece: poca roba. Venne piratato a un ritmo che sembrerebbe mostruoso persino nell'epoca di Internet. Al suo libro mancava un finale? Pazienza: il mercato dei libri cavallereschi nel cinquecento sfornò per la sola Italia quasi 500mila copie. Non si potevano certo rallentare i torchi a causa di un finale! Ogni tipografo si inventò una "gionta" e i giontatori del Boiardo diventarono delle piccole star editoriali oggi giustamente dimenticate: Raffaele Valcieco, Nicolò degli Agostini...

Una guerra editoriale che fece venire in mente a Ludovico Ariosto di premunirsi per non finire vittima di questo far west letterario. Decise di fare tutto da solo e comprò una montagna di carta per stampare il Furioso. Risultato? Quello che di norma capita ai bravi autori che si credono anche bravi editori. Tre quarti delle copie gli restarono sul groppone.

Ma lo si può considerare un brutto risultato solo sino a che non si incappa nelle pagine che Ragone dedica a Ugo Foscolo. Le antologie raccontano il Foscolo morto a Londra in povertà. Mettono meno l'accento sul Foscolo costretto a leggere Vera storia di due amanti infelici ossia ultime lettere di Jacopo Ortis. Un pastone miserrimo di cui lui non aveva mai autorizzato la stampa. Provò la battaglia a colpi di diffide morali. Senza grossi risultati: il mercato tirava.

Se la cavò meglio il Manzoni con il suo Fermo e Lucia, trasformato negli Sposi promessi e poi nei Promessi sposi. L'editore Vincenzo Ferrario era competente e paziente. Lasciò che Manzoni si arrovellasse sul testo dal 1825 al 1827. Tre anni di fatica, angoscia e attese, subito bruciati: quando il libro uscì le edizioni pirata si moltiplicarono con rapidità folle. Tanto che la nuova edizione degli anni quaranta, quella risciacquata in Arno, serviva sì per andare a caccia della bella lingua ma anche per avere qualcosa di nuovo da buttare sul mercato saturato dai plagi (Manzoni si era rivolto alla polizia conscio che delle 60mila copie vendute della sua opera 59mila erano piratate).

Che dire invece del duo composto dall'editore Emilio Treves e dallo scrittore Edmondo de Amicis. Qui, infatti se c'è una vittima è il Treves. Geniale talent scout alla mercé di un De Amicis bizzoso che svicolava dai contratti, non rispettava scadenze e soprattutto vendeva titoli inesistenti. Treves credeva di avere in mano Cuore, ma in realtà correndo l'anno 1886 il capolavoro era solo annunciato e stava, in gran parte ancora nella testa di De Amicis. Così Treves, che aveva già iniziato una gigantesca campagna pubblicitaria ed era sull'orlo della disperazione, fu costretto a un feroce "corpo a corpo" di missive per ottenere che il libro fosse in libreria in coincidenza con l'apertura delle scuole. E se non altro almeno in questo caso gli introiti furono tali da fare dimenticare a entrambi le arrabbiature (salvo poi litigare per la divisione dei medesimi). E l'elenco potrebbe tranquillamente continuare: Carlo Emilio Gadda. prometteva i suoi lavori a più editori contemporaneamente, Livio Garzanti costrinse Pasolini a purgare i suoi Ragazzi di vita... Ma sarebbe inutile sciorinare altri casi (ben raccontati da Ragone). Limitiamoci a dire: polemica dopo polemica, pirateria commerciale dopo pirateria commerciale e plagio dopo plagio la letteratura va come è sempre andata. E se qualche lettore osservasse: «Ma se fosse rimasto solo l'affarismo e il genio fosse andato perso?». Le risposte sono solo due. Una tranchant rubata ad un titolo di Nick Hornby: «Shakespeare scriveva per soldi». La seconda più complessa: «Devono dircelo i critici...». Ma i critici ci riportano all'inizio del pezzo.

Guido Davico Bonino su: tuttoLibri (23/05/2009)


Quando è stata pubblicata la prima volta la Divina Commedia? È una domanda non certo da odierno quiz televisivo, ma da esame universitario di quelli d'una volta... Salvo prova contraria, è accaduto a Foligno l'11 aprile 1472, lo stampatore si chiamava Johann Numeister, veniva da Magonza (dove poi se ne tornò): il compositore-correttore si chiamava Evangelista Angelini di Trevi.

Traggo questa notizia, insieme ad una miriade d'altre, una più interessante dell'altra, dal denso, ma fascinoso libro Classici dietro le quinte. Da Dante a Pasolini, che aduna 16 Storie di libri e di editori, ad opera di un italianista della Sapienza di Roma, Giovanni Ragone, e di un drappello di suoi collaboratori (la Capaldi, il Ceccherelli, il Di Pietro, l'Ilardi, il Tarzia).

La «ridda» delle affascinanti e spesso contrastate, talvolta drammatiche, vicende editoriali di altrettanti capolavori si apre, per l'appunto, con Dante, per proseguire con Petrarca, per cui sale in cattedra la Venezia quattrocentesca, capitale dell'editoria, con le duecento e più tipografie attive tra il 1463 e il 1500, sino all'arrivo nel 1489 di un genio, il laziale Aldo Manuzio. Dopo di lui sfilano sul dotto proscenio Luigi Pulci e il suo Morgante (e qui l'antagonista è il tonante Girolamo Savonarola, che ancora dieci anni dopo la morte dell'autore ― 1494 ― avrebbe voluto «farne fuoco e sacrificio a Dio»); poi è la volta dell'Orlando innamorato del Boiardo, con cui il conte di Scandiano, tra la gotta e le incombenze del governo, rinnova e nobilita nel 1482 l'enorme successo dei cosiddetti «libri di bataia», qualcosa, secondo le stime del Ragone, come mezzo milione di esemplari venduti nel corso del Cinquecento; ed infine vi fa la sua bella sfilata l'Ariosto col Furioso, stampato il 22 aprile del 1516 da Giovanni Mazzocchi da Bondeno, dopo sei mesi di costante applicazione ai 40 canti: ma già tre mesi dopo, grazie anche agli sforzi di messer Lodovico, si lavorava alla distribuzione tra potenti, letterati, ma anche un bel po' di lettori comuni, della seconda edizione.

Abbiamo citato i casi di alcuni tra i «maggior nostri» e delle loro opere sublimi: ma il Ragone scava anche tra i cunicoli della controeditoria, quella pornografica (ma a che livello di stile! altro che le nostre Melissa P.!): quella che vede a Venezia, dove corrispondeva con i Grandi d'Europa, evitando accuratamente di pagare l'affitto, il focoso Aretino dei Ragionamenti impegnato a creare, con alcuni giovani aristocratici della Serenissima, un vero e proprio atelier di libri «scandalosamente erotici».

La galleria del Ragone ― inutile negarlo ― si fa via via più avvincente quanto più ci si approssima all'Otto-Novecento. Il capitolo sul Cuore, anzi ― per essere precisi ― fra il torinese De Amicis e il milanese Treves è il «gioiello della corona»: si tratta della minuziosa ricostruzione d'una vera e propria maratona di tallonamento, a colpi di lettere e cartoline, tra l'ingiurioso e il patetico («Sono sgomentato. Tu mi scrivi ogni cosa fuorché del Cuore... Io aspetto il Cuore, il Cuore, il Cuore», missiva del Treves del 27 maggio 1879), durata la bellezza di otto anni, dal 2 febbraio 1878 al 15 ottobre 1886: ma i risultati ripagano largamente autore ed editore, diciottomila copie vendute in 13 giorni, quarantamila in soli 2 mesi: nel 1907 ― precisa Ragone ― Cuore era giunto alla venticinquesima edizione.

A rileggere di alcuni casi del secondo dopoguerra, a cui assistemmo di persona o di cui fummo ragguagliati dai protagonisti o da loro testimoni ― Vittorini e Valentino Bompiani impegnati contro la censura politica a difesa della (ancor oggi) mirabile antologia Americana; Livio Garzanti inquieto per le reazioni moralistiche dei benpensanti in vista dei pasoliniani Ragazzi di vita; Giulio Einaudi in sorniona attesa, come il gatto col topo, dell'interminabile, ed alfine incompiuta, Cognizione del dolore gaddiana ― c'è da provare un misto di commozione e di sgomento. Che tempi eran quelli, quando il pubblicare ― magari in disagiate condizioni economiche ― significava condividere una privilegiata avventura della mente e del cuore! Che tempi son questi, in cui il dare alle stampe si riduce ad aride strategie di marketing e di comunicazione, al tempestivo acquisto di adeguati spazi pubblicitari ed alla garanzia certa di prestigiose (?) comparsate televisive...

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