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La marcia su Roma

La marcia su Roma
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2008
Collana: Economica Laterza [482]
ISBN: 9788842088141
Argomenti: Storia contemporanea, Storia d'Italia
  • Pagine 304
  • 10,50 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Roma, ottobre 1922: un sistema apparentemente saldo come lo Stato liberale crolla nell’inconsapevolezza di tutti. Com’è stato possibile? Un saggio affidato a fonti poco note o del tutto inedite sottrae l’ingresso nella capitale degli squadristi alla cifra romanzesca dell’improvvisazione e lo restituisce alla sua dimensione violenta e organizzata, nella cornice d’una capillare occupazione delle città italiane. Una tesi incontestabile.

 

Simonetta Fiori, “la Repubblica”

In questo prezioso lavoro, Giulia Albanese esamina la violenza fascista dal 1919 al 1923 e segnala come essa sia stata, a dispetto di oblii e revisioni postumi, un ingrediente inseparabile dell’avanzata del regime. Non ha scoperto nulla di segreto, la documentazione è fitta e agli atti. Perché viene così facilmente obliterata? Giulia Albanese parla di ottanta anni fa, ma chi legge riconosce con allarme più di una eco di oggi, o almeno degli ultimi vent’anni.

Rossana Rossanda, “il manifesto”

Recensioni

Simonetta Fiori su: La Repubblica (25/03/2006)

Tra i simboli dell'immaginario fascista resiste tenacemente la marcia su Roma, ancora oggi celebrata ogni fine ottobre da agguerriti gruppi di nostalgici (gli stessi che ora fiancheggiano Alessandra Mussolini nello schieramento elettorale di centro-destra). Un evento spesso raffigurato con tinte avventurose e rocambolesche, non prive di risvolti grotteschi con quei «diavoli neri» infangati dopo due giorni di attesa sotto una pioggia battente. Ora, anche grazie al nuovo saggio storico di Giulia Albanese, l'ingresso nella capitale degli squadristi viene sottratto alla cifra romanzesca dell'improvvisazione e restituito alla sua dimensione violenta e organizzata, nella cornice d'una capillare occupazione di molte altre città italiane.

Più che una marcia su Roma, si trattò infatti di un'aggressione articolata e ben progettata in ogni angolo del paese, con la conquista di prefetture, uffici postali e stazioni in piccoli e grandi centri. «Le azioni delle camicie nere e le violenze perpetrate in quei giorni sono state per lo più sottovalutate», denuncia l'autrice, estendendo la critica alla stessa storiografia antifascista. Nel secondo dopoguerra, sostiene Albanese, la storia della marcia su Roma sarebbe stata soprattutto la storia delle trattative parlamentari che indussero il re ad affidare a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo. «A partire da questa prospettiva, molti storici hanno evidenziato soprattutto la continuità istituzionale, piuttosto che le fratture», considerando l'ingresso nella capitale un "bluff" e non un grave vulnus allo Stato liberale. «Anche i contemporanei, perfino coloro che ne avevano colto la portata eversiva, preferirono ritenere che non fosse successo niente di nuovo». E, nonostante l'enorme mole di saggi sul fascismo, solo con Adrian Lyttleton, al principio degli anni Ottanta, sarebbe cambiato l'approccio alla marcia romana, finalmente innalzata ad evento d'avvio della dittatura fascista. Entro questo solco s'è sviluppato lo studio di Giulia Albanese, affidato a fonti archivistiche poco note (le relazioni dei prefetti) o del tutto inedite (come le memorie dell'esercito). Con un impianto interpretativo che molto deve agli studi del suo maestro Mario Isnenghi.

Se certamente non ignoto è lo spadroneggiamento delle camicie nere in ampie zone del paese - indagato tra gli altri più recentemente da Gianpasquale Santomassimo e Salvatore Lupo - la mappatura dettagliata proposta dal volume laterziano illustra un progetto sovversivo assai complesso e di respiro nazionale, che è certamente riduttivo classificare sotto il luogo simbolico di «marcia su Roma». Impressionanti sono le dimensioni della violenza in quel mese di ottobre del 1922, che secondo l'autrice sarebbe stata evidenziata soltanto dalla storiografia d'ispirazione fascista, ma in chiave celebrativa se non eroicizzante perché in funzione antisocialista. Violenze diffuse non solo nella città di Roma, dove nei giorni della marcia persero la vita ventidue persone, e assai fosco fu il quadro di devastazione con le aggressioni nei quartieri popolari, l'olio di ricino agli avversari, le case dei deputati antifascisti distrutte, bastonature, incendi e distruzioni di sedi di partito, di giornali, di case del popolo. Ma soprattutto violenze perpetrate in molte città italiane, da Bari a Torino, da Catania a Venezia, e ancora Padova e Brescia, Caserta e Civitavecchia: ovunque l'occupazione armata dei centri del potere cittadino e la distruzione dei luoghi appartenenti alle forze politiche avversarie, come le case del popolo, i circoli cooperativi, le tipografie dei giornali non asserviti. A Milano il principale obiettivo, oltre l'Avanti!, fu il Corriere della Sera, costretto per un giorno a cessare le pubblicazioni: infausto presagio del bavaglio presto imposto ai giornali. Ma fu Bologna il teatro più insanguinato della violenza nera, con una decina di morti nei giorni della marcia. Interessante (e forse meno noto) è il caso della città emiliana, dove i militari guidati dal generale Ugo Sani si distinsero da gran parte delle forze armate per la robusta resistenza all'aggressione squadrista. Significativa la relazione finale del coraggioso comandante, il quale - in un contesto di generale resa alle camicie nere, premiate con l'incarico governativo a Mussolini - fu costretto in qualche modo a giustificare i suoi soldati scrivendo che non c'era stata «nessuna ostilità» nei confronti dei fascisti.

L'occupazione di larga parte del paese, nei giorni immediatamente ante-marcia, era infatti avvenuta con la connivenza dell'esercito e dei prefetti. Da Ancona a Ferrara, da Genova ad Alessandria, le camicie nere erano riuscite ad occupare gli uffici delle questure, delle poste e dei telegrafi, con l'acquiescenza o l'aperto favoreggiamento delle autorità statali, talvolta legate da un rapporto confidenziale con i dirigenti fascisti. Espressivi i telegrammi riportati nel volume, che documentano un sentimento assai fragile di fedeltà - da parte dei rappresentanti periferici -verso un Ministero dell'Interno percepito come debole e ambiguo.

Pisa fu la prima delle città occupate, la mattina del 27 ottobre, con le linee telegrafiche e telefoniche interrotte, e le auto private requisite dagli insorti. Poi Siena, dove furono saccheggiate le caserme. A Cremona, patria di Farinacci, le cose non andarono nel verso giusto: i militari reagirono uccidendo quattro fascisti, mentre rimasero feriti sette soldati (gran sconcerto tra le camicie nere che, confidando in colpi a salve, gridarono a Farinacci: «Onorevole, tirano a palla e diritto!»). A Foggia arrivarono la sera in millecinquecento, distribuiti tra caserma, prefettura, posta e telefono. Fu occupata anche la centrale elettrica e sulla città scese il buio.

Nel cuore della notte, sempre quel 27 ottobre, fu annessa anche Perugia, "quartier generale della rivoluzione fascista". Lì s'erano dati appuntamento i quadrumviri Michele Bianchi, diciannovista e segretario del Pnf, Italo Balbo, comandante dello squadrismo padano, Cesare Maria De Vecchi, vicino agli ambienti monarchici e militari, ed Emilio De Bono, ufficiale cooptato dal partito. A mezzanotte il prefetto Sante Franzé telegrafa a Roma che - dopo «un rifiuto fermo e dignitoso» - ha dovuto cedere i poteri all'autorità fascista. I documenti in realtà ridimensionano sia «fermezza che dignità», ma tant'è: Perugia passa nelle mani degli scherani neri. Stesso destino per Firenze, Treviso, Rovigo, Piacenza, Verona, Bologna, Venezia, Portomaurizio, Pavia, Udine, Novara, Trieste, Gorizia e Brescia. Un bollettino della disfatta accoglie il governo all'alba del 28 ottobre: il Consiglio dei Ministri proclama lo stato d'assedio. Dispositivo tanto grave quanto disatteso. La resa di prefetti e militari appare unanime, spesso con l'argomento che scarseggiano i mezzi. A mezzogiorno da Roma arriva un nuovo telegramma: lo stato d'assedio è revocato. Esplicito il segnale: i fascisti hanno vinto. Il giorno seguente, l'incarico a Mussolini, in un'escalation di ferocia che il futuro duce faticherà a placare. La mattina del 30 ottobre l'ingresso degli squadristi a Roma, su autorizzazione delle massime cariche dello Stato. Ma la vittoria non era concepibile - così pensavano in molti - senza la soppressione degli avversari. O dei loro simboli.

Quel che rimarca questo nuovo saggio è la violenza esercitata nella "marcia dopo la marcia", l'opera di devastazione nascosta dietro la bandiera della normalizzazione sventolata dal premier: furono più d'un centinaio gli assassinii nell'anno successivo all'occupazione della capitale. Emblematica la sopraffazione praticata nel dicembre del 1922 durante il voto amministrativo a Milano, città tradizionalmente guidata dai socialisti riformisti. Il grave clima di minacce - tra bastoni e pistole all'ingresso dei seggi - colpì un osservatore distaccato quale il console inglese inviato in quella città. Così come sistematica apparve la campagna di aggressioni contro quei comuni amministrati da forze politiche estranee alle alleanze del Pnf: anche nei piccoli centri la geografia politica uscì ridisegnata sotto i colpi dei randelli. Un fenomeno che, secondo Albanese, è stato sottovalutato dalla storiografia.

D'altra parte, nei giorni e nei mesi successivi alla marcia, Mussolini poté inveire contro una delle principali istituzioni liberali, il Parlamento, senza che la classe politica liberale opponesse la minima resistenza. Solitario fu l'urlo di Giustino Fortunato - «quante bassezze, quante viltà, quante sconcezze!» - perfino in quel tempio di civiltà che era casa Croce a Napoli. Alla fine del volume sembra incontestabile la tesi dichiarata sin da principio, e cioè che la dittatura nera ebbe inizio in quei giorni di pioggia battente sul finire di ottobre («piove che è un piacere», scrisse entusiasta Dino Perrone Compagni, comandante della colonna Lamarmora a Santa Marinella). Preludio d'un diluvio che sarebbe durato oltre vent'anni.

Pasquale Chessa su: Panorama (04/05/2006)

Fu la doppia strategia il vantaggio politico che consentì al fascismo la presa del potere. Da una parte l'uso politico della violenza dei fascismo-movimento, dall'altra il rispetto sostanziale delle procedure costituzionali. Il mito di fondazione della rivoluzione fascista fu un'invenzione postuma. Un'invenzione politica, fatta però di atti concreti di violenza che consentirono a Benito Mussolini di realizzare un colpo di stato legale.

Rossana Rossanda su: Il Manifesto (26/05/2006)

Come è successo che la Marcia su Roma sia rimasta nella memoria più come una passeggiata cialtronesca che come il culmine di quei tre anni di agitazioni e violenza squadrista? Non che Mussolini lo nascondesse: la esaltò come una salutare frustata al paese infiacchito, ne irrise il parlamento. Quella che era avvenuta non era una crisi di governo, era una rivoluzione in senso pieno.

È però garantita nella continuità simbolica della nazione dall'accordo della monarchia e dall'essere state le istituzioni stesse a chiamare Mussolini come capo del governo. Meno di dieci anni dopo questa era la versione che trovavo nelle scuole dalle elementari all'università. Degli anni torbidi, appena alle spalle, poco si parlava, e come d'un periodo sovversivo dal quale la saggezza del re e la determinazione di Mussolini ci avevano scampato. La violenza andò sullo sfondo, in ogni caso apparve una sana reazione a una pessima violenza dei rossi, che retrospettivamente non andava enfatizzata a ogni buon conto neanche quella, e quindi un dato secondario. Si era fatto qualche falò di associazioni perente, gazzette insesitenti. Nelle antologie restava un episodio crudele, un giovane fascista fiorentino, Berta, che si aggrappava con le mani sul bordo e i sovversivi gli pestavano le dita fino a farlo precipitare. Qualcuno, ma non i testi, ricordava l'olio di ricino, più umiliante che tremendo.

Questa banalizzazione è la prima cosa che colpisce chi ha la mia età leggendo l'appena uscito La marcia su Roma di Giulia Albanese (Laterza), che esamina la violenza fascista dal 1919 al 1923, e segnala come essa sia stata, e perfino teorizzata, un ingrediente inseparabile dell'avanzata del regime. La giovane storica, allieva di Mario Isnenghi e studiosa dell'Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, se ne era già occupata, ma in questo volume ne traccia l'intero quadro e il contesto.

Contesto che muta: è nella tarda primavera del 1919 che si sa del complotto di palazzo Braschi vagheggiato dalla destra interventista e nazionalista con sicure complicità nell'esercito e del duca d'Aosta. È ancora questa destra a rilanciare propositi di riscatto di Fiume - impresa gloriosa di Gabriele D'Annunzio e, questa sì, a lungo celebrata - e di altre terre, fino a un delirio di marcia su Vienna, che offrirà a Mussolini il destro per dire: Ma perchè luoghi così lontani mentre c'è Roma su cui marciare? Poco dopo l'acutizzarsi della crisi postbellica chiarisce e in parte muta la fisionomia dello scontro, fra destra proprietaria e sinistra del lavoro, dei sindacati, delle amministrazioni socialiste: quando le elezioni del 1921 le confermano, le squadre fasciste le attaccano, e le prefetture, invece che proteggerle, le commissariano con il pretesto dell'ordine pubblico. La classe dirigente liberale prima ha taciuto, poi minimizzato, poi approvato la violenza fascista come reazione al pericolo di sovversione rossa, poi la finanzia e la aiuta.

Ancora sorprende la sordità delle dirigenze politiche e imprenditoriali. Alla Camera il solo a cogliere la gravità del pericolo è Nitti che chiamerà a resistere, facendo appello anche ai finora temuti lavoratori e alle loro organizzazioni. Ma sarà accusato lui di incitare alla sovversione mentre le camere del lavoro bruciano, i giornali sono occupati, le tipografie devastate e dopo Trieste e Venezia, gli scontri e gli assassinii si moltiplicano in Emilia - Bologna, Ferrara, Piacenza, poi Rovigo ne sono le più colpite: invasione di prefetture, bastonature e omicidi, assalti a gruppi o a singoli, urla e minacce. Giulia Albanese non ha scoperto nulla di segreto, la documentazione è fitta e agli atti, sta nei rapporti della polizia e delle prefetture, nelle discussioni alla Camera, nelle relazioni degli ambasciatori. Perchè viene così facilmente obliterata?

È vero che l'aura di bonomia che circonda il fascismo è un'operazione del dopoguerra, che lo ha volentieri confrontato con il nazismo, traendo la conclusione che il fascismo, sì, è nato da noi, vero prodotto nazionale, ma non è in Italia che sono stati sterminati sei milioni ebrei, polacchi, russi, comunisti, non siamo noi che in Francia abbiamo messo a ferro e fuoco Oradour. Del nostro comportamento in Abissinia si occupano in pochi (Del Boca) e di quello in Grecia, soprattutto nei Balcani, ancora meno.

Ma la verità cui Giulia Albanese ci mette davanti in queste sue pagine compatte perfino fredde, tanto raramente lascia trasparire lo sgomento che l'ha presa nella ricerca, è che la banalizzazione della violenza si è costruita fin dagli inizi: Mussolini perseguì ed impose una cesura totale nella legalità ma con la copertura delle istituzioni, la monarchia e il governo Facta. E chi la subì pensava o diceva che era già tanto che l'esercito non si schierasse sanguinosamente dalla parte del fascismo. Le prefetture occupate finsero di non esserlo perchè dialogarono subito con le squadracce che le invadevano, solo i giornali protestarono quando non furono del tutto chiusi, perfino il sindacato, e non solo d'Aragona pensarono che fosse meglio conciliare. Nella corrispondenza di Anna Kuliscioff con Turati è lei che percepisce per prima il pericolo. Benedetto Croce neppur vi pone attenzione. Non sono molti quelli che, come Gaetano Salvemini o Luigi Albertini sul Corriere, non si ingannano. Ma anche chi vede perlopiù pensa che un appeasement sia il meno peggio. Lo stato d'emergenza dichiarato da Facta è derisorio: viene ritirato subito. Tanto che, appena Mussolini è chiamato al governo, il suo problema è come gestire i bollori delle sue truppe, e lo farà istituendo le sue Milizie a fianco dell'esercito, che non apre bocca come non la apre il re. Occorrerà che l'establishment si trovi addosso il cadavere mutilato di Giacomo Matteotti perché ci sia un sussulto, ma siamo già nel 1924, è tardi, Mussolini può giocare la sua carta più azzardata e rivendicame la responsabilità. Poi saranno le leggi eccezionali. Per Gramsci nel 1926 è il carcere, per Turati l'esilio. Il libro di Giulia Albanese si ferma al 1923, anniversario della Marcia su Roma, anno primo dell'Era Fascista.

Il fascismo in Italia s'è insediato così, scavandosi con la violenza e molte complicità uno spazio che diventerà presto anche di rappresentanza formale con trentacinque deputati. I quali tenteranno di impedirne l'ingresso al deputato comunista Misiano. E vi consumeranno enormità verbali che sgomentano, Mussolini ottenendo di regola il voto finale. Il fascismo in Italia è cresciuto così. Anche il nazismo matura non illegalmente nella Repubblica di Weimar, dove giungerà a un certo punto a vincere le elezioni per poi tosto abolirle. C'è in quegli anni - e su questo tema di una ulteriore ricerca si chiude il lavoro di Giulia Albanese - una destra sovversiva in Europa che tira fuori la testa dovunque. Proprio mentre matura il complotto di palazzo Braschi viene sconfitto in Germania quello del generale Kapp. Sconfitto - si consolano una torpida borghesia e una Camera che si scopre, leggendo i resoconti parlamentari, a trovare davvero sorda e grigia. Più Mussolini la prende a schiaffi e più si inchina. In verità, alla luce della storia che segue, i tentativi di colpi di stato appaiono goffe accelerazioni; quando la democrazia era sufficientemente fradicia da potersi liquidare senza strappi. Non è Francisco Franco che fa la regola, nel 1936 farà l'eccezione e seguirà una lunga guerra civile. Da noi è seguito, salvo fra pochissimi, un blando oblio.

Questa è la conclusione più tragica. Sul Corriere della Sera dello scorso 8 aprile, Aurelio Lepre si lascia andare a una invettiva scomposta contro Giulia Albanese: perfido libro! Non che quel che scrive sia falso, ma perché ricordare quelle violenze opportunamente dimenticate? Per fini politici dell'oggi? Per polemica, o peggio, ignoranza il definitivo sigillo storico posto da Renzo de Felice con la prova che il fascismo ebbe il consenso della maggioranza degli italiani? Certo che lo ebbe, e se non di tutti, di molti. Lo ebbero anche le sue violenze. È qui che la faccenda brucia. Lo ebbero per l'inclinazione all'illegalità di gran parte della classe dirigente liberale e per la debolezza endemica della sinistra. Giulia Albanese parla di ottanta anni fa, ma chi legge riconosce con allarme più di una eco di oggi, o almeno degli ultimi venti anni.

Un solo appunto a questo prezioso lavoro: è stata così grande e determinata la rimozione del secolo scorso, che gioverebbe alla lettura, e non solo dei più giovani, una breve tavola cronologica. Chi prova a citare agli amici il complotto di Kapp o, peggio, le giornate di Cremona incontra il buio più assoluto.

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