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Aggressore e vittima

Aggressore e vittima
Per una storia integrata dell'Olocausto
postfaz. di N. Frei, trad. di S. Deon
Edizione: 2009
Collana: Sagittari Laterza [171]
ISBN: 9788842087038
Argomenti: Storia contemporanea

In breve

«Mi è chiaro già da molto tempo che si scrivono soltanto storie parziali dell'Olocausto. Ma dobbiamo comprendere l'accaduto nella sua totalità. Non si tratta unicamente di politica e dei provvedimenti di nazionalsocialisti e collaborazionisti in tutta Europa. Anche le vittime erano parte di questa storia con la loro vita e la loro morte». In queste pagine, la summa degli studi di Saul Friedländer, il più importante storico della Shoah, premio Pulitzer 2008.

«Nessuno aveva ancora illustrato l'incredibile processo di perdita di civiltà di una nazione con una grande tradizione culturale in questo modo: con una assillante insistenza, da una molteplicità di prospettive e con una eccezionale ricchezza di sfumature, senza aver mai perso né il senso dell'essenziale né l'empatia per le vittime, né quel sentimento iniziale di smarrimento che assale lo storico o chiunque si avvicini al tema dell'Olocausto».

Dalla Postfazione di Norbert Frei

Indice

Parte prima: 1. Descrivere l’Olocausto. Verso una storia integrata - 2. «Antisemitismo salvifico». Sull’ideologia della «soluzione finale» - Parte seconda: 3. I bambini di Belaja Cerkov’. Ovvero: cosa sapevano i tedeschi? - 4. Storici in situazione estrema. Ernst Kantorowicz e Marc Bloch di fronte all’Olocausto - Parte terza: 5. «Conservare il senso primario di smarrimento». Conversazione con Saul Friedländer - 6. Percezioni che creano la realtà. Una conversazione sulla psicologia sociale dei colpevoli - Note - Bibliografia degli scritti di Saul Friedländer - Postfazione di Norbert Frei - Indice dei nomi

Leggi un brano


David Moffie conseguì il titolo di dottore in Medicina il 18 settembre 1942 all'Università di Amsterdam. Una foto scattata per l'occasione lo mostra con il prof. C.U. Ariens Kappers (suo tutore) e il prof. H.T. Deelmann alla sua destra, e con l'assistente D. Granaat alla sua sinistra. Un altro membro del corpo docente, visto da dietro, probabilmente il decano della facoltà di Medicina, si trova di fronte a loro, al di là di una grande scrivania. Sullo sfondo sono riconoscibili - un po' sfocati - i volti di alcune persone che affollavano la sala, senza dubbio familiari e amici. Gli appartenenti al corpo docente vestono l'abito accademico da cerimonia, mentre Moffie e l'assistente indossano uno smoking con una cravatta bianca; ma sul risvolto sinistro della giacca di Moffie spicca una stella grande come il palmo di una mano con la scritta «Jood»: Moffie fu l'ultimo studente ebreo dell'Università di Amsterdam all'epoca dell'occupazione nazista; di lì a poco fu deportato nel campo di Auschwitz-Birkenau. Come il 20% degli ebrei olandesi sopravvisse; ma la maggioranza degli ebrei presenti a quella cerimonia perse la vita.

La fotografia solleva però alcune questioni. Ad esempio, come fu possibile che quella cerimonia si svolgesse nello stesso giorno in cui gli studenti ebrei vennero esclusi con effetto immediato da tutte le università olandesi? I curatori del volume Photography and the Holocaust hanno trovato la risposta: quel 18 settembre era l'ultimo giorno dell'anno accademico 1941-1942, un venerdì; il semestre invernale sarebbe iniziato il lunedì successivo. I tre giorni intermedi permisero a Moffie di conseguire il titolo di dottore sebbene l'esclusione degli studenti ebrei fosse ormai diventata obbligatoria. Questo significa che le autorità accademiche si mostrarono disposte ad applicare il calendario amministrativo contro le intenzioni del decreto tedesco. Questa decisione esprime un comportamento che ebbe larga diffusione nelle università olandesi a partire dall'autunno del 1940; la fotografia documenta una forma di caparbia opposizione alle leggi e alle disposizioni degli occupanti.

Ma va aggiunto dell'altro. Le deportazioni dai Paesi Bassi iniziarono il 14 luglio 1942. Quasi ogni giorno i tedeschi e la polizia locale arrestavano ebrei per le strade delle città per adempiere al loro dovere settimanale. Moffie non avrebbe potuto partecipare alla pubblica cerimonia accademica se non avesse ricevuto uno dei 17.000 permessi speciali (e solo temporanei), che i tedeschi avevano distribuito al Consiglio ebraico. In tal modo, seppur in maniera indiretta, la foto rievoca la controversia sui metodi del Consiglio, che mentre proteggeva temporaneamente alcuni ebrei di Amsterdam, abbandonava al proprio destino la grande maggioranza degli ebrei olandesi e stranieri.

Da un punto di vista generale, siamo testimoni di una semplice celebratività quotidiana mediante la quale un giovane si vedeva ufficialmente riconosciuto il diritto a esercitare la professione di medico, a occuparsi di ammalati e, nell'ambito delle possibilità umane, a utilizzare le sue competenze per ridare la salute ai pazienti. Eppure quello «Jood» attaccato alla giacca di Moffie trasmette un messaggio del tutto differente: i caratteri hanno una forma curva, scostante e indefinitamente minacciosa, che rammentava l'alfabeto ebraico e nondimeno doveva restare facilmente decifrabile; tali caratteri erano stati concepiti appunto a questo scopo (e disegnati in modo simile in tutti i territori del Reich). Come tutti gli appartenenti alla sua «razza» nell'intero continente, il neopromosso dottore in Medicina doveva essere ucciso. Quella scritta, con la sua forma caratteristica, fa apparire nella sua quintessenza la situazione rappresentata nella foto: i tedeschi erano fermamente decisi ad annientare gli ebrei come individui e a cancellare quello che la stella e la sua scritta rappresentavano: «l'ebreo». Avvertiamo nella foto l'eco appena percettibile di un'aggressione furiosa che aveva come scopo quello di cancellare ogni traccia di «ebraicità», ogni segno «dello spirito ebraico», ogni residuo di presenza ebraica (reale o immaginaria) dalla politica, dalla società, dalla cultura e dalla storia. Per il conseguimento di questo scopo i nazisti ricorsero a ogni mezzo nella loro campagna militare nel Reich e nell'intera Europa occupata: propaganda, educazione, ricerca, pubblicazioni, film, proscrizioni e tabù in tutti gli ambiti sociali e culturali, ogni pensabile procedimento di annientamento e soppressione - dal riscrivere testi religiosi o libretti d'opera dai quali spirasse un segno di «ebraicità», fino a ribattezzare strade il cui nome commemorava degli ebrei, dal vietare musica e opere letterarie di compositori o scrittori ebrei, fino alla distruzione di monumenti, dall'eliminazione della «scienza ebraica» fino alla «pulizia» delle biblioteche e infine, secondo le famose parole di Heinrich Heine, dal rogo dei libri al rogo degli uomini.

Una sola foto trasmette all'osservatore la sensazione di tante interazioni diverse tra le allucinazioni ideologiche tedesche e le elucubrate disposizioni amministrative, tra le istituzioni olandesi e le decisioni individuali, tra le istituzioni ebraiche e, al centro di tutto, il destino di un singolo ebreo. Tradotta in parole, spiegata nel suo contesto, interpretata su diversi piani di significato, la foto si può leggere come rappresentazione metonimica di una storia con tante sfaccettature, come punto di partenza per una storia integrata dell'Olocausto.

Recensioni

Guido Vitiello su: il Riformista (14/01/2010)


Saul Friedländer non si sente a casa in nessun luogo. Da anni ormai è cittadino americano, ma è stato a lungo, ed è tuttora, anche israeliano. Ormai vicino agli ottant'anni, sente nostalgia dell'Europa. Il francese è la sua lingua madre, ma è nato a Praga da ebrei assimilati, permeati dalla lingua e dalla cultura tedesca, che allo scoppio della guerra si rifugiarono in Francia e lo affidarono alle cure di un convitto cattolico per metterlo in salvo, prima di finire deportati nei lager. Ha insegnato a Ginevra, poi per molti anni a Tel Aviv e a Los Angeles. La biografia di quello che è probabilmente il massimo storico vivente dell'Olocausto attraversa continenti, lingue, culture, stagioni. Eppure, lungi dal rifugiarsi nello stereotipo - a volte un po' civettuolo - dell'ebreo errante, Friedländer ha fatto del suo spaesamento un metodo, e di questo carattere apolide il suo punto di forza come studioso. Aggressore e vittima, appena pubblicato da Laterza, è un plaidoyer per una «storia integrata dell'Olocausto», una storia cioè che sappia tener conto di tutti gli attori coinvolti in quella serie terribile di eventi, come pure dei loro punti di vista e delle loro mentalità. Ed è anche l'occasione per dare una sbirciatina nel capanno degli attrezzi di un grande storico.

«Ho cercato di tracciare una raffigurazione complessiva che includesse tutte le parti: i tedeschi, l'ambiente europeo e le stesse vittime, le comunità ebraiche e gli individui ebrei», spiega Friedländer in una lunga conversazione con storici e giornalisti, che occupa la terza e più interessante parte di Aggressore e vittima. Il titolo dell'edizione italiana echeggia quello che vent'anni prima un altro grande storico dell'Olocausto scomparso in anni recenti, Raul Hilberg, aveva scelto per una delle sue opere: Carnefici, vittime, spettatori. A Hilberg, l'autore del fondamentale La distruzione degli ebrei d'Europa, Friedländer riconosce immensi meriti, ma gli rimprovera un'attenzione eccessiva al meccanismo burocratico-amministrativo della Soluzione finale che finisce per eclissare le vite e le storie delle vittime. Al contrario, Friedländer ha scelto di raccontare la storia dell'Olocausto attingendo anche a tutte quelle fonti che Hilberg relegava in secondo piano: la sconfinata mole di diari, testimonianze e memoriali. Il risultato è il monumentale dittico La Germania nazista e gli ebrei, frutto di decenni di lavoro.

Friedländer si è lasciato guidare da un insopprimibile senso di smarrimento, di sbigottimento davanti all'insensatezza della catastrofe, e ne ha fatto un perno del suo metodo di lavoro. Niente era prevedibile o ineluttabile, nessun destino era scritto, l'Olocausto non è stato il compimento fatale di grandi forze impersonali come la modernità, la tecnica, l'essenza dell'Occidente, la ragione illuministica "capovolta" dei francofortesi o l'antisemitismo perenne; e, per dirla con George Mosse, se alla fine del diciannovesimo secolo ci fossimo chiesti dove si sarebbe potuta compiere un'infamia come Auschwitz, la risposta sarebbe stata inequivoca: in Francia, nella Francia dell'affaire Dreyfus. Non per caso Friedländer confessa che a lasciarlo più sgomento sono le lettere e i diari di chi, magari poche ore prima della deportazione, non aveva sentore di nulla e si ostinava a rassicurare i propri cari. O la terribile nota di sollievo del filologo e linguista antinazista Viktor Klemperer del dicembre del 1941, quando l'ordine segreto di sterminio era stato appena diramato da Adolf Hitler: «Gli ultimi cinque minuti difficili, a testa alta!».

Che cosa dire, invece, degli aggressori? Friedländer se ne è occupato a lungo e variamente, in opere come Memory, History and the Extermination of the Jews of Europe, nello studio sul caso dell'SS "pentito" Kurt Gerstein e, più indirettamente, nel libello Réflets du Nazisme. Ai tedeschi - uomini comuni, soldati, SS, burocrati o esecutori materiali dello sterminio - e alla loro psicologia, è dedicata la tavola rotonda che chiude il libro, e che al lettore italiano suonerà più nuova e originale di quanto non parrà al suo omologo in Germania o, più ancora, negli Stati Uniti. Al centro del dibattito, infatti, è un tema su cui da anni si vanno riempiendo biblioteche, al punto da far sospettare che si tratti in qualche misura anche di una moda accademica: quello del "trauma", nella fattispecie del perpetrator trauma o trauma dei carnefici categoria controversa in quanto rischia di essere usata in chiave apologetica o assolutoria. Che cosa avviene nella mente di chi è stato responsabile in prima persona di atrocità e uccisioni di massa? E come reagirono, dopo la fine della guerra, i tedeschi comuni davanti alle immagini dei campi appena liberati? E i loro figli ignari, la generazione del Sessantotto? Sono domande a cui si tenta di rispondere da quarant'anni almeno, da quando due psicoanalisti di Monaco, i coniugi Mitscherlich, scrissero il loro libro sull'«incapacità di lutto» dei tedeschi dopo la caduta di Hitler. Poi sono arrivati gli studi di Christopher Browning sugli «uomini comuni» implicati nello sterminio e quelli di Daniel J. Goldhagen sui «volenterosi carnefici». Il romanzo di Jonathan Littell, Le Benevole, grazie al quale molti hanno compiuto l'esperimento mentale di calarsi nella mente del boia, è in parte figlio di questo lungo dibattito di cui i conferenzieri ― tra cui studiosi come Harald Welzer o Norbert Frei ― ripercorrono le tappe, in contrappunto con la storia della Germania del dopoguerra.

Oggi Friedländer fa progetti per il futuro. Sogna di scrivere un libro sul suo grande concittadino Franz Kafka e, a ben vedere, non stupisce che lo storico per cui «nulla era inevitabile» voglia cimentarsi con il "profeta ignaro" per eccellenza. Quel Kafka che, nella Metamorfosi, descrisse la trasformazione dell'uomo in insetto, usando la stessa parola ― Ungeziefer ― che i nazisti avrebbero riservato agli ebrei, nel loro piano di "disinfestazione" della Germania; quel Kafka che, nel Castello, offrì una lancinante definizione non già dell'apolide ma del paria rigettato dai suoi simili, della nuda vita disponibile per i carnefici: «Non sei del castello, non sei del villaggio, non sei niente».

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