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Antropologia dei disastri

Antropologia dei disastri
Antropologia dei disastri
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2009
Collana: Percorsi [116]
Serie: Antropologia
ISBN: 9788842086093
Argomenti: Antropologia ed etnologia

In breve

Cosa hanno in comune lo tsunami che si è abbattuto sulle coste dell’Indonesia, la contaminazione ambientale da scorie chimiche di Love Canal o quella radioattiva che ha inquinato i pascoli saami della Lapponia svedese? Che differenze ci sono fra i disastri dell’Occidente e quelli nei Paesi in via di sviluppo? Qual è il modello interpretativo più efficace di cui disponiamo? Un evento naturale estremo o una catastrofe tecnologica non sono pure fatalità ma il prodotto di rapporti economici, politici, culturali e affettivi che legano comunità umane, tecnologia e ambiente. Le teorie e i metodi di ricerca dell’antropologia culturale, applicati allo studio dei contesti di emergenza di massa, offrono una lettura efficace del grado di vulnerabilità di una comunità, delle sue percezioni del rischio, delle sue possibilità di reazione.

Indice

Premessa

1. Concetti di disastro

1. Problemi di ricerca e definizioni - 2. Nozioni tecno centriche e nozioni socio-antropologiche - 3. Il disastro di Halifax - 4. Che cos’è un disastro? Le molte anime di un dibattito interdisciplinare - 5. Le coordinate sociali di un disastro - 6. La Scuola ecologica di Boulder

2. Un mondo fragile

1. «Tuguri da trogloditi» e il paradosso delle catastrofi - 2. Temi di antropologia dello spazio e del paesaggio per lo studio dei disastri - 3. Microcosmi e disastri - 4. Case, paesaggi e vulnerabilità: l’esperienza dei Saami - 5. Il disastro ambientale di Brurskanken in Lapponia - 6. La debole ragione dei numeri

3. Storicizzare la vulnerabilità

1. Rifare il mondo - 2. Il sole di movimento - 3. «L’acqua coi denti»: saperi nativi, vulnerabilità, sviluppo - 4. Disastri e mutamento sociale - 5. Percezioni locali di rischio e vulnerabilità

4. La costruzione culturale del rischio

1. Comprendere il male - 2. Astrologie e disastrologie: rappresentazioni native della catastrofe - 3. Il problema di Giobbe e il terremoto di Lisbona - 4. La teoria forense del pericolo - 5. «Non nel mio cortile!» - 6. Il concetto di rischio e i limiti della «risk analysis» - 7. Il disastro di Love Canal: la natura sociale della razionalità - 8. La percezione del rischio fra costruzionismi e realismo critico

Epilogo. Nemici svelati?

Riferimenti bibliografici

Indice dei nomi

Recensioni

Gianfranco Marrone su: tuttoLibri (18/04/2009)


Che cos'è un disastro? Diremo che si tratta di un evento fisico, naturale o tecnologico, che ha gravi conseguenze sull'ambiente e sulla popolazione. Un terremoto, un'eruzione vulcanica, lo scoppio di una centrale elettrica, un ponte che crolla. Sì, certo: ma che cosa significa «conseguenze», e chi decide quando e quanto esse sono «gravi»?

Non è evidente, né è possibile rispondere senza una serie di precisazioni e distinguo. Per esempio, molte conseguenze del disastro, di qualsiasi origine ed entità esso sia, dipendono dalla casualità e dall'imprevedibilità dell'evento, nonché dalla sua supposta ineluttabilità. Si poteva far qualcosa per evitarlo? Si era in grado di prevederlo? A chi attribuire le responsabilità? E poi, come organizzare i soccorsi? In che termini avviare una ricostruzione? E inoltre: accadrà ancora? O forse: come mai è accaduto?

Come sottolinea a gran voce la corrente di studi che va sotto il nome di Antropologia dei disastri ― ben illustrata e problematizzata da Gianluca Ligi nel suo saggio omonimo ―, non appena si prova a rispondere a queste domande, ecco che le differenze etniche, sociali e psicologiche portano a opinioni tutt'altro che univoche e oggettive. Facendo del disastro, più che un evento fisico, uno choc antropologico, e considerando il rischio un dato eminentemente culturale piuttosto che un destino ineliminabile.

Non appena c'è una catastrofe, per quanto casuale e ineluttabile, ecco che si corre immediatamente a cercare significati (perché?) e attribuire colpe (chi?), provando in un modo o nell'altro a ridimensionare il sopravvenuto caos ― morale prima ancora che sanitario ―, a ricostruire un qualche ordine simbolico entro cui riprendere a vivere e a pensare. Così in tutti i tempi, dai diluvi universali (sumerici prima ancora che biblici) a Edipo che vuol motivare la peste in Atene, dagli untori manzoniani indicati come colpevoli di distribuire lo stesso male per le vie di Milano sino alle odierne ossessioni ecologiste che accusano le multinazionali della minima variazione climatica. Come dire: «Piove, governo ladro».

Gli esempi sono innumerevoli. In Cina i terremoti sono il presagio di imminenti rivoluzioni politiche, al punto che un grosso sisma a Tangshan annunziò la scomparsa di Mao e le trasformazioni successive. In Lapponia la radioattività proveniente dalla centrale nucleare di Cernobil fu tanto più disastrosa antropologicamente quanto più invisibile e incomprensibile ai più: il governo evitò il commercio della carne di renna, e i pastori si trovarono senza lavoro, preoccupati più del senso delle loro vite che non dei sussidi pubblici per sopravvivere comunque. In India l'idea di metempsicosi modifica l'idea della morte come fine di tutto, di modo che ogni individuo guarda ai disastri naturali a seconda della posizione che in quel momento occupa nel suo ciclo di reincarnazioni.

I disastri, in tal modo, assumono tutto il loro senso (umano e sociale) non appena vengano inseriti in apposite narrazioni, mitiche nella loro essenza, anche se romanzesche o mediatiche: esistano catastrofi finali (le apocalissi), iniziali (il «big bang» di molte culture amerinde) o cicliche (lo tsunami per gli indù). L'evento in sé è lo stesso, ma la struttura narrativa entro cui è inserito gli conferisce una funzione, e dunque un valore, molto diversi. Divenendo in tal modo un po' meno disastroso.

Il problema, sottolinea Ligi, è difatti quello del cosiddetto «paradosso delle catastrofi»: per la maggior parte dei gruppi sociali è molto più grave il rischio di perdere la propria identità collettiva, per esempio vedendo distrutti i propri monumenti-simbolo, che non quello di essere fisicamente annientati. Molte comunità non abbandonano territori di cui conoscono benissimo la pericolosità, perché là sono radicate da generazioni, e nessun calcolo delle probabilità potrà convincerle del contrario.

Da questo punto di vista, non esistono differenze sostanziali fra le culture cosiddette primitive o pre-moderne, che pensavano il disastro in termini magici di colpa e peccato, e quelle moderne, che ragionano invece in termini di spiegazioni scientifiche e rimedi tecnologici. In ogni caso, è un problema di senso, costruito, perduto e ritrovato.

Anzi, come il grande sociologo Ulrich Beck ha dimostrato, la nostra è più di altre una società del rischio, dell'ipertrofia della preoccupazione, della moltiplicazione tanto infinita quanto patetica degli strumenti di prevenzione (dalle polizze assicurative alle cinture di sicurezza in auto). Ma la iper-organizzazione del mondo non diminuisce affatto, ci ha spiegato il filosofo Paul Virilio, i rischi di disastro, poiché sovraespone a continui rischi d'incidente. Facendo del nostro cartesianesimo la cultura più irrazionale che ci sia.

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