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Scrivere lettere

Scrivere lettere
Scrivere lettere
Una storia plurimillenaria
con ill.
Edizione: 2008
Collana: Storia e Società
ISBN: 9788842085270
Argomenti: Storia antica, Storia medievale, Storia moderna, Storia contemporanea, Storia del libro e delle biblioteche
  • Pagine 252
  • 20,00 Euro
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In breve

Le più antiche lettere della storia dell’uomo occidentale di cui si conosca l’esistenza sono poco meno di una decina di esemplari greci, scritti a graffio su sottili lamine di piombo rinvenute in genere arrotolate o su frammenti di coccio, cronologicamente databili al periodo tra il VI e il IV secolo a.C. Sono testi brevi, disposti su poche righe. Contengono ordini, disposizioni o richieste, del genere «Thamneus lascia la sega sotto la soglia della porta del giardino» o «Emelis, vieni più presto che puoi». Da queste comunicazioni di servizio, tra mittenti e destinatari di umili origini, la storia delle lettere arriva fino a noi compiendo una parabola lunghissima, segnata da enormi trasformazioni tecnologiche e culturali. Dopo il suo approdo nel secolo della rivoluzione informatica, tuttavia, il genere epistolare si trasfigura profondamente. A tal punto, sostiene Armando Petrucci in queste pagine, che al tempo di internet, delle e-mail e degli SMS, «la definitiva scomparsa della lettera tradizionalmente scritta a mano è certamente vicina. Dunque è giunto il momento di narrarne la storia plurimillenaria».

Leggi un brano


Fra Cento e Duecento vengono a maturazione in tutta l’Europa, e in particolare in Italia, una serie di processi già avviati in precedenza e se ne sviluppano appieno alcuni manifestatisi soltanto occasionalmente. Il quadro generale dello scrivere e dello scritto si infittisce di nuovi produttori e di nuovi prodotti; non si tratta soltanto di lettere, ma di documenti con valore giuridico, pubblici, semipubblici e privati; di nuova organizzazione e partecipazione dei singoli alla vita sociale soprattutto cittadina; dell’emergere di un nuovo protagonista, il notariato «pubblico», che assume importanza, autonomia e ruoli di garanzia fino ad allora sconosciuti; di inedite pratiche di minutazione e di registrazione dello scritto; di riorganizzazione e potenziamento delle cancellerie pubbliche, a cominciare da quella pontificia e da quella imperiale di Federico II; dell’ingresso in Occidente e di un più vasto uso rispetto al passato della carta araba, importata ancora dall’Egitto, dalla Spagna o da Bisanzio, soprattutto per la registrazione notarile degli atti privati (a Genova sin dal 1156). In campo grafico, inoltre, e in tutta l’Europa, si assiste a un progressivo distacco dalle forme ormai professionalizzate nell’uso e irrigidite nei modelli della minuscola libraria di tipo gotico, e di ritorno, nella prassi documentaria e in quella usuale (dunque anche nella corrispondenza), a forme diverse e in parte nuove di corsiva, cioè a tipologie grafiche con lettere fra loro legate secondo determinate tendenze dettate dalla praticità e dalla velocità del tratteggio.

Questo, d’altro canto, è un periodo in cui l’intera Europa conosce un grande moto collettivo di sviluppo economico e finanziario, senza confini territoriali, cui corrisponde, sul piano educativo e culturale, una forte crescita progressiva dell’alfabetismo al di là della barriera costituita dal latino, fino ad allora praticamente unica o principale e ufficiale lingua scritta. In verità si può legittimamente sostenere che l’Europa, dopo secoli di astinenza epistolare, imparò a «riscriversi» proprio quando scoprì che anche le sue diverse lingue vernacolari parlate potevano essere scritte impunemente e che dunque si potevano comporre e spedire lettere in francese, in spagnolo, in italiano, in inglese e così via, senza più intermediazioni di sorta. Se è vero che questo, fra metà del Cento e metà del Duecento, è stato il secolo in cui è nata e si è diffusa in Occidente la categoria socioculturale dei «liberi di scrivere», è anche vero che costoro avevano soprattutto bisogno non tanto di libri, quanto di informazioni, di notizie politiche, economiche, finanziarie, onde poter programmare sempre più a vasto raggio rapporti, alleanze, investimenti, commerci: dunque di corrispondenza scritta semplice e immediatamente comprensibile.

Recensioni

Francesco Erbani su: La Repubblica (09/02/2008)


Lui le sue lettere le ha tutte distrutte. Nonostante questo, o forse proprio per questo, Armando Petrucci, grande paleografo, maestro per generazioni di studiosi (ha insegnato all'Università di Roma e alla Scuola Normale di Pisa, a Chicago e a Stanford), ha appena pubblicato Scrivere lettere (Laterza pagg. 238) che racconta la plurimillenaria storia della corrispondenza, dello scriver lettere, appunto. Una storia che comincia nel Vicino Oriente intorno al 3000 avanti Cristo e che Petrucci — attraversando Cicerone, Petrarca, e poi Goethe, Leopardi, Proust, Mann e anche i soldati al fronte della guerra ‘15-‘18 e gli emigranti italiani — fa terminare con i pizzini di Bernardo Provenzano. Porti o meno il crisma dei capomafia di Corleone, secondo Petrucci quella delle lettere è comunque una vicenda conclusa e che finalmente si può ricostruire. Ma perché le sue lettere le ha buttate? «Per sottrarmi al rito, anzi al malvezzo degli intellettuali di riordinare la propria corrispondenza e di disporla ad uso di chi la vorrà studiare in futuro, selezionando quelle di cui andare fieri ed eliminando quelle fastidiose. Cominciò Francesco Petrarca».

Petrucci si è sempre sottratto anche ai riti accademici. A Roma portava i suoi alunni in gita per archivi medievali e voleva che anche i ragazzi del primo anno maneggiassero codici e manoscritti. Quando non ne potevano più, si giocava a pallone in cortile. Ora vive a Pisa. È un signore di settantasei anni. Si è occupato di storia della scrittura. Di storia dell'alfabetismo. Di come era fatta la biblioteca di Petrarca. E una decina d'anni fa ha pubblicato Scritture ultime, un saggio sullo scrivere legato alla morte.

Perché un paleografo, che studia le scritture antiche, arriva fino ai pizzini?«Provenzano è un accanito grafomane. Quand'era latitante usava una macchina da scrivere, anzi ne usava cinque, pur avendo a disposizione un computer. Si dice che un paleografo debba studiare i modi della scrittura fino al Rinascimento. Ma la scrittura di lettere è un fenomeno sociale, e io non posso non domandarmi chi sia lo scrivente, chi il destinatario e perché si scrive. Anche oltre la diffusione della stampa».

Dunque fino a Provenzano. «E non c'è solo Provenzano. Restando in un ambito di marginalità socio-culturale troviamo le lettere scritte a mano dai ragazzini napoletani affiliati alla camorra. A parte i contenuti, quelle lettere testimoniano un'ostinata sopravvivenza dei modelli grafici scolastici».

E questa sopravvivenza che cosa sta a indicare? «Se noi prendiamo la lettera che uno schiavo d'età augustea scrive a un altro schiavo — ne sono state trovate tante conservate nelle sabbie egiziane, scritte su papiro in un corsivo latino di buon livello, anche se con molte incertezze ortografiche — e la confrontiamo con quella di un epistolario di fine Ottocento, vediamo che il modello è lo stesso. Si comincia e si finisce con i saluti. Le spaziature sono analoghe. La firma è in basso a destra...».

Una stabilità di forme che non si riscontra altrove. «Esattamente. Con periodi in cui la frequenza è massima — si scrive molto da parte di molti — e periodi in cui questa frequenza viene meno. Prenda ad esempio il grande archivio di Zenone, un greco che vive in Egitto nel III secolo avanti Cristo alla corte di Tolomeo II Filadelfo. Di lui abbiamo circa duemila papiri. Documentano la formazione di uno Stato capillarmente burocratico. L'Egitto di quegli anni ci appare come una società complessa, abituata all'uso sociale della scrittura. Lo stesso accade a Roma».

Che cosa accade a Roma? «L'attività epistolare è fittissima. Cicerone testimonia la frenesia di una società che non può fare a meno di scambiarsi opinioni perché siano prese decisioni rapide e perché nel più breve tempo possibile le informazioni circolino anche nelle più lontane propaggini».

La corrispondenza come segno di una società dinamica. Poi si registra un brusco calo.«La crisi colpisce tutto il mondo occidentale dal V fino al XIII secolo. I ritrovamenti relativi a questo periodo sono scarsissimi, indice di un crollo del numero di persone in grado di leggere e scrivere. La curva risale, almeno in Italia, con le lettere mercantili dalla fine del Duecento in avanti, lettere scritte in una minuscola corsiva che viene insegnata nelle scuole d'abaco destinate a formare il personale dei banchi e delle botteghe. La corsività della scrittura, detta appunto "mercantesca" — rotonda, diritta, con abbreviazioni e pochi segni d'interpunzione — è lo strumento di una nuova lingua, il volgare italiano».

A questo punto irrompono nella sua ricostruzione Petrarca — che falsificava le proprie minute — e poi gli umanisti. La lettera assume una struttura definita, si diffondono i precetti su come scriverla. Ma l'epoca in cui l'intensità della corrispondenza compie un balzo è l'Ottocento.«Scrivere lettere è il principale mezzo di cui si serve la nuova società industriale per lo sviluppo economico, commerciale e intellettuale».

Ma la lettera è anche un fatto privato. In essa si riversano affetti, emozioni. O no? «La media e alta borghesia ottocentesca ha plasmato i rapporti familiari mediante le lettere. Se ne conserva una massa imponente, in tutta Europa. Attraverso le lettere, i maschi capofamiglia mantengono o modificano il loro governo con alleanze matrimoniali, scambi di proprietà, carriere dei figli. Roger Chartier ha studiato l'immenso carteggio della famiglia Duméril, che va dal 1795 al 1933. E qui rapporti personali e strategie economiche si sovrappongono di continuo».

Le lettere circolano solo in ambienti colti e benestanti? «L'emigrazione e soprattutto la prima guerra mondiale sono i due grandi avvenimenti che diffondono la comunicazione epistolare anche nei settori deboli della società. La lettera è il sintomo del bisogno, della sofferenza. E porta al riconoscimento, per milioni di giovani contadini, di una specie di postumo e beffardo diritto alla scrittura concesso anche agli analfabeti».

Lei dedica un capitolo ai tanti epistolari di intellettuali. Quello doloroso e densissimo di Leopardi, per esempio. Quello ramificato e imponente di Thomas Mann. «Quella di Mann è forse la più rappresentativa testimonianza epistolare colta del XX secolo. È il motore di un'egemonia culturale. “Parlo troppo di me”, confessa lui stesso ad André Gide».

Lei è molto critico nei confronti della «pubblicazione indiscriminata di carteggi otto-novecenteschi». Perché? «Condivido la diffidenza di Carlo Dionisotti verso “una mole che di gran lunga eccede l'importanza”. A parte le monumentali raccolte di Giosuè Carducci, Alessandro D'Ancona e Giuseppe Verdi, e le straordinarie e tragiche testimonianze di Renato Serra e Antonio Gramsci, mi colpisce il meccanismo di potere, di soggezione e di profitto che emerge in molti dei carteggi fra intellettuali otto-novecenteschi».

Una storia finita, in ogni caso. «Tutto ciò di cui abbiamo parlato finora ha poco a che fare con l'oggi. Stiamo assistendo alla scomparsa di quella che possiamo definire la cortina di carta — nel Cinquecento si parlava di cortina di pergamena».

Cesare Segre su: Il Corriere della Sera (21/02/2008)


Si diceva un tempo che il telefono era una grossa minaccia per l'attività epistolare. Ora che i telefonini hanno il display, l'Sms s'è accaparrato una nuova fetta delle comunicazioni, le più svelte, accelerate anche da espedienti tachigrafici, analoghi a quelli usati nell'antichità; infine, il colpo di grazia alle lettere è stato dato dall'uso amplissimo del computer, con la posta elettronica. Alle lettere, ormai, sono affidati solo compiti particolari. Ed è un peccato. L'e-mail è espressione della fretta: elimina le formule di cortesia, stravolge le pause e l'impaginazione, è sempre cosparsa di refusi. La lettera invitava a qualche riflessione e a una cura molto maggiore. E, a differenza dall'e-mail (che può allineare messaggio, risposta e controrisposta nella stessa giornata), invitava alla puntualità ma non a un riscontro immediato. Raccogliere carteggi, e ce ne sono stati di stupendi e famosissimi, non sarà più possibile. Insomma, la lettera privata, dopo almeno cinque millenni di vita, è giunta praticamente alla fine.

Era dunque il momento di narrarne la storia, con qualche nostalgia. L'ha fatto Armando Petrucci, grande studioso di scritture e manoscritti (Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria). Punto di partenza per questo saggio la constatazione che la lettera costituisce di solito una comunicazione privata, da emittente a ricevente. Ciò ne enfatizza il carattere personale, anche sentimentale, e la può trasformare in «caro ricordo», in feticcio. Comunque la pone in una prospettiva del tutto diversa da quella riservata alle scritture letterarie; basta pensare che molte volte le lettere sono scritte da persone comuni, anche semianalfabete: per loro possono persino costituire degli eventi (si pensi a chi scrive e a chi riceve la lettera di un condannato a morte).

Questa diversità si riflette anche nei materiali scrittori. Le lettere più antiche conservate sono incise a sgraffio su lamine di piombo poi arrotolate, uso che dal secolo VI a.C. giunge sino al pieno medioevo. Ma il materiale più usato è il foglio di papiro; e non mancano scritti su òstraka, cocci, analoghi a quelli usati allora per le votazioni. Da Cicerone, con le sue famose lettere ad Attico, si va, in pieno periodo imperiale, a militari di stanza presso le frontiere e a schiavi, che documentano una notevole cultura grafica. Nel caso di Cicerone abbiamo a che fare con una rete epistolare amplissima, attraverso la quale il politico, impegnato nella lotta tra gli aspiranti al potere di Roma, organizza e perfeziona le sue trame. Analoghe reti organizzeranno i dotti dell'età carolingia, e poi Petrarca, e poi gli Umanisti, promuovendo scambi d'idee e di libri e di programmi di studio. Sul piano dell'epistolografia pubblica, istituzioni come quelle del notariato e delle cancellerie di stato sono decisive per la diffusione e la conservazione delle lettere. E poi, non c'è movimento artistico, non c'è rivista letteraria, che non si trovi al centro di scambi epistolari, e anche di relazioni personali, vissuti attraverso lettere. E ci fu chi, come Thomas Mann, con le sue lettere riuscì a dominare il mondo della cultura.

Quanto ai supporti, dal VI secolo il papiro aveva lasciato il posto alla pergamena, che però, dopo il Mille, viene sostituita dalla carta, permettendo a chiunque di scrivere lettere, dato il prezzo modesto. E si continuerà sino ad oggi: dapprima mutando il sigillo, che da metallico e pesante diventa di cera, senza danni per la carta, infine adottando l'espediente del francobollo, per le spese postali. Più lineare lo sviluppo dello strumento per scrivere: lo stilo di osso o di metallo e la penna d'oca vengono a un certo punto (nell'Ottocento) sostituiti dal pennino d'acciaio. Poi, ed è un cambio decisivo, si afferma nel Novecento la macchina da scrivere.

Petrucci esamina l'attività epistolare anche come specchio della società: regresso, e poi ritorno, dell'analfabetismo; alfabetizzazione delle donne, non solo di origini nobili, ma anche borghesi, come, nel Trecento, Margherita Datini. Ma tutta la storia lascia tracce nelle lettere e negli epistolari. Si veda per esempio la generosa lettera-manifesto ai principi d'Italia e d'Europa scritta e diffusa dal grande umanista Coluccio Salutati, nel 1377, «per denunciare i massacri perpetrati dalle truppe pontificie a Cesena e per invitare i destinatari a ristabilire la pace in Italia». La storia delle lettere è stata segnata dalle guerre moderne: già la Grande Guerra spinse innumerevoli soldati e ufficiali a scrivere alle loro famiglie per tenere i contatti con genitori, mogli e figli. Così la forzata epistolografia s'incaricò di mantenere legami che anni di separazione avrebbero potuto logorare.

Questa vicenda piena d'insegnamenti è narrata da Petrucci con vivacità, lasciando le notizie erudite ai preziosi Rimandi bibliografici in fondo al volume. E bisogna anche ricordare che l'edizione completa delle missive risalenti ad un periodo poco studiato e per questo interessantissimo sono e saranno ospitate nei volumi Lettere originali del medioevo latino (VII-XI secolo): il primo apparso nel 2004.

Giuseppe Cassieri su: tuttoLibri (23/02/2008)


Onore a Mnemosine, vien da definire il saggio di Armando Petrucci, professore emerito di paleografia: Scrivere lettere, nella collana Storia e Società di Laterza. Saggio che si lega ai temi convergenti (libri, editori e pubblico) trattati in precedenza, tra cui segnalo almeno Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale (1995).

Il titolo odierno, fin troppo ritroso nel porgersi, riflette esemplarmente quel che il testo elabora, cioè: nascita, crescita e agonia della lettera tradizionale scritta a mano. Parrebbe là per là un filone minore, se confrontato alle planetarie estinzioni di lingue, costumi, etnie, fauna e flora... e viceversa scopriamo quanto larghe e profonde siano le sue implicazioni di cultura e civiltà. E' proprio Petrucci a lamentare, in una lezione del 2002, il deficit rappresentativo del fenomeno: «Non esiste ancora una vera storia della comunicazione scritta, dei suoi linguaggi, dei suoi sistemi, delle sue regole».

Bene, il saggio in questione colma questa lacuna, scuote la memoria subalterna ai processi evolutivi e documenta il come, il dove e con quali strumenti di relazione l'essere umano ha trasmesso il suo pensiero, i suoi affetti, i suoi incubi, le sue maledizioni.

La curiosità del lettore si acuisce via via che si passa dall'Egitto tolemaico al patrimonio epistolare greco-romano, dal Medioevo latino-volgare alle mirabilie dell'era moderna. Curiosità tecniche e artigianali circa la materia prima adottata nel corso dei millenni (sottili lame di piombo, foglie di papiro, pergamena, carta), la grafica, il formato, i colori, l’uso della minuscola e della maiuscola, la brevità e l’abbondanza delle missive che potevano allietare o guastare i rapporti interpersonali (valga l’episodio del pletorico Cicerone che si sente offeso per le sole tre righe inviategli da Bruto).

Nella doviziosa, e talvolta caustica, analisi di Petrucci, non ci sfugge l’importanza che assumono i gradi di istruzione, specie nelle fasce borghesi e mercantili, il potere ecclesiastico, il ruolo delle donne “corrispondenti”. Donne di tutta Europa che spesso riversano nei loro scritti una forte carica emotiva dovuta alla solitudine, ai contrasti del nucleo familiare, all’ipocondria, alle violenze. Con qualche eccezione. Si veda il carteggio della coppia Datini - Francesco Datini, il «mercante di Prato», e la consorte Margherita. E’ soprattutto Margherita che fuoriesce dalle timorate pareti tre-quattrocentesche, si ribella all’andazzo del «dettare», del «delegare», e impara a scrivere da un notaio, Lapo Mazzei, in modo da corrispondere alle lettere del marito quando si assenta da Prato, salvaguardando la reciproca intimità.

Non così la coeva Caterina da Siena, nella vasta categoria dei «deleganti», che detta lettere infuocate di politica e misticismo a fra’ Raimondo o alle volenterose consorelle, con acquisizioni e incoraggiamenti di circostanza.

Tradendo un po’ la cronologia del saggio, si è indotti a privilegiare il girone dei protagonisti e coprotagonisti «dannati» allo scrittoio. Vicini nei secoli troviamo ad esempio Monaldo, Giacomo e Paolina Leopardi, Proust e Thomas Mann. Ma facendo un passo indietro è indubbio che sia il Petrarca a tener banco con le sue undici lettere autografe, con la scoperta «epocale» dell’epistolario ciceroniano e «la nobile opera di falsificazione condotta dal più grande letterato del secolo». Ma sulla presunta nobiltà non si trascuri il resto della citazione nel giudizio di Giorgio Pasquali: «Il Petrarca, per letteratura, ha falsificato se stesso».

Merito ulteriore del saggio è quello di abbattere gli schemi temporali e tenere in circolo venture e sventure dell’antico, del tardoantico e del mondo che stiamo vivendo. Qualche esempio di «comunioni», di equivalenze nel puzzle della storia? La lettera ateniese del secolo V a.C.; lettera alla madre di un giovane operaio che sta per morire nella fonderia («sono in balia di un uomo totalmente malvagio, io perisco sotto la sua frusta, sono schiavizzato e maltrattato sempre di più, sempre di più»), e le lettere di Aldo Moro ostaggio delle Brigate rosse, le lettere dal fronte, le lettere dai lager e le stupende lettere di Gramsci nel carcere di Turi; le lettere di un accanito epistolografo, Saul Bellow, («Scriveva freneticamente ai giornali, ad amici e parenti, perfino ai morti») e il grafomane «capofamiglia» Bernardo Provenzano all’apice delle cronache.

Scrivere lettere ha dunque significato molto più che una pratica rituale o una disciplina di complemento. E ora che la parola manoscritta è sul punto di svanire, siamo grati al rigoroso paleografo che ha voluto raccontarcela prima di archiviarla.

Francesco Stella su: Alias (15/03/2008)


Nel romanzo di Garcia Marquez L'amore ai tempi del colera, e nel film con Giovanna Mezzogiorno che ne è stato acrobaticamente ricavato, l'abilità di scrittura consente al protagonista Florentino Ariza, plasticamente impersonato da Javìer Bardem, di scalare i gradini della società fino alla direzione di una compagnia commerciale. Lungo le tappe di questa avventurosa carriera Florentino eserciterà anche la professione di scrivano pubblico: la figura - ancora presente in commedie di Scarpetta e film di Totò - che redige lettere per conto di clienti analfabeti. Questo mestiere, che oggi si fa fatica a immaginare, corrisponde a quello che Armando Petrucci definisce «delegato di scrittura» nel suo recentissimo Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria («Storia e Società»): l'insigne paleografo percorre infatti la storia dell'epistola privata dall'antico Egitto a oggi, con particolare attenzione alle lettere arrivate fino a noi in originale e firmate dagli autori in quanto testimonianza sicura della forma grafica, della messa in pagina, delle scelte scrittorie di una personalità storica definita, indipendentemente dal suo rango e dalla sua cultura.

Una bellissima idea, che Petrucci declina da par suo decidendo di fermare l'attenzione su materiali, formati e sottoscrizioni, più che sulla lettera come espressione stilistica e forma di comunicazione, collegando così l'evoluzione di questi elementi al mutamento delle condizioni socioeconomiche. Una straordinaria ampiezza di visuale gli consente di accostare l'archivio di Zenone nel Fayyum del III secolo a.C. alle lettere degli immigrati italiani negli Stati Uniti del primo Novecento fino a quelle dei soldati americani alle famiglie durante la guerra d'Iraq, anch'esse protagoniste di uno dei migliori films del 2007, Nella Valle di Elah di Paul Haggis. La storia appare così soggetta a una crescita costante della massa epistolare in circolazione, con picchi assoluti in Roma antica, dove la frequenza frenetica delle missive ciceroniane è «paragonabile, nelle intenzioni, nelle aspettative e nei tempi reali di svolgimento, alle situazioni di scambio epistolare» dell'Europa di fine Ottocento, e nella seconda metà del secolo scorso. Se col cristianesimo la lettera diventa la forma istituzionale di diffusione dell'annuncio e di contatto fra le comunità, col medioevo i focolai di produzione più attivi si individuano nei terminali dell'«internazionale di canonici e monaci», basata sulle reti di fondazioni monastiche come Cluny o i Cistercensi o, più tardi, gli ordini mendicanti.

La concentrazione sulle testimonianze documentarie rischia tuttavia di oscurare la ricca produzione medievale ispirata ai manuali di epistolografia che quest’epoca è la prima a confezionare. L’ars dictandi, cioè la tecnica di composizione di testi scritti, nasce in Italia alla fine dell'XI secolo ed esplode successivamente in tutta Europa con una proliferazione di manuali, raccolte di lettere-modello, scuole e maestri che solo da pochi anni si comincia a esplorare. In questo panorama scolastico, cui il volume può dedicare solo poche righe, sta emergendo negli studi recenti la figura di Bernardo di Bologna, che fissa per la prima volta la suddivisione della lettera in cinque parti (saluto, complimenti, racconto, richiesta, conclusione) indagandone minuziosamente tecniche e motivazioni. Nelle antologie medievali si stanno ritrovando centinaia di lettere - non in originale, ma decisive nella delineazione di una storia anche quantitativa del fenomeno epistolare - che nei prossimi anni cambieranno forse radicalmente la conoscenza di questo universo culturale sia per le informazioni storiche relative ai personaggi coinvolti (imperatori e papi, ma anche maestri e committenti, autorità locali e semplici cittadini) sia per lo squarcio che aprono sulla storia del quotidiano, con una casistica inimmaginabile a chi si basi sui luoghi comuni di un medioevo clericale. Alla fine del XII secolo la raccolta di Bernard de Meung, ancora inedita, presenta ad esempio una tipologia multiforme e drammatica di problemi sociali la cui denuncia all'autorità era affidata alla lettera: bigamia, frequentazione di prostitute da parte di monaci, donne violentate dai cavalieri o da sacerdoti, abbandonate dal marito o prive di conforto coniugale, amori contrastati di giovani aristocratici con membri di famiglie nemiche, fino alla semplice corrispondenza fra studenti innamorati. Queste lettere, autentiche o composte per esercizio, dovevano servire da modello per chi si trovasse in condizioni analoghe e avesse bisogno di scriverne. Anche le lettere prodotte nel monastero bavarese di Tegernsee fra 1160 e 1186, e pubblicate recentemente, riguardano in parte tematiche amorose: alcune sono lamenti di una donna lontana dall'amato o abbandonata; in altre una studentessa respinge le avances di un insegnante: alcune sembrano scritte da donne a altre donne compresa quella, in prosa rimata, in cui una certa B esprime all'amica G il proprio dispiacere per la separazione e assicura esclusività d'affetto, chiudendo con una preghiera a Dio perché la lasci morire solo dopo aver rivisto l'amica.

Questi esempi, recentemente arricchiti da ulteriori ritrovamenti, potrebbero integrare il panorama di Petrucci aiutando a liberarci anche da un altro luogo comune che affligge gli studi sul medioevo, e cioè l'idea che la scrittura femminile fosse in quell'epoca un fenomeno inesistente o comunque marginale. Perfino un gigante della medievistica come Jacques Le Goff in una recente intervista continua a ripetere che la prima scrittrice medievale è Christine de Pizan (1363-1434), mentre la filologia, tradizionale o «di genere», ha ormai consolidato l'acquisizione che il medioevo presenta un numero di scrittrici importanti (e, analogamente, di donne in posizione di potere) probabilmente superiore a quello di altre epoche come l'antichità classica o la prima età moderna: dalla viaggiatrice del IV secolo Egeria (laica!) alla educatrice carolingia Dhuoda (laica!); dalla drammaturga Rosvita alla filosofa Eloisa; dall'enciclopedista Herrada di Landsberg alla profetessa medica Ildegarde di Bingen alla poetessa Maria di Francia, per non parlare delle mistiche, L'alfabetizzazione femminile tocca nel medioevo punte non sospettabili a chi lo esplori per cliché. E questo vale anche per le epistole: le più belle lettere che ci abbia lasciato il millennio medievale sono di una donna (Eloisa, innamorata del geniale filosofo 'razionalista' Abelardo), e progetti come Epistolae: Medieval Women's Latin Letters della Columbia University documentano ora la dimensione del fenomeno ben oltre le poche eccezioni citate abitualmente.

Non solo: qualche anno fa in un manoscritto di Troyes è stato scoperto il più esteso epistolario d'amore dell'antichità latina, 113 lettere e poesie (non in originale) di intensa passione e sdolcinata letterarietà, scambiate fra un filosofo francese e una coltissima allieva che il manoscritto registra rispettivamente come V (vir) e M (mulier). Queste lettere hanno scatenato fra Stati Uniti, Australia e vecchia Europa un'appassionante discussione filologica intorno ai possibili autori, identificati da qualcuno, con molte contestazioni, in Abelardo ed Eloisa al loro primo anno d'amore (mentre, come si sa, le lettere che ci sono rimaste risalgono al periodo del loro distacco e di un rapporto fisico vissuto come ricordo). E l'epistolario si sofferma ogni tanto proprio sulle condizioni materiali di scambio delle lettere (in tavolette cerate), sul modo di scrivere e di leggere, sul ruolo del corriere. Così come di carta parlano le lettere poetiche fra il poeta dandy Baldrico di Bourgueil e la «monaca» Costanza, che ne invoca la visita e celebra la lettera come succedanea d'amore, custodita sul seno sinistro, più vicino al cuore.

In queste lettere, che non rientrano nel raggio di osservazione del volume in quanto arrivate a noi solo per trascrizione, Petrucci avrebbe potuto trovare tracce del fenomeno che con grande finezza registra a proposito della grafomania novecentesca: il rapporto fra pratica epistolare e coscienza della morte. Questo universo testuale, che apre le porte di un medioevo quasi sconosciuto, potrebbe dunque rappresentare un intrigante terreno per estendere l'indagine oltre l'orizzonte del documento autografo. Rispetto a un medioevo così vivace ha ragione allora Petrucci a definire quello umanistico «un panorama nel complesso scolasticamente uggioso», anche se episodi come il rifiuto di Enea Silvio Piccolomini di rispondere a una lettera scritta nella triviale grafia mercantesca ne insaporiscono lo scenario. Perfino l'età moderna per un lungo tratto sembra limitarsi a replicare il medioevo, tanto che il leziosissimo titolo del manuale di Francesco Sansovino nel 1564 (Del secretario, nel quale si mostra et insegna il modo di scriver lettere acconciamente e con arte, in qualsivoglia soggetto. Con gli epitheti che si danno nelle mansioni a tutte le persone così di grado come volgari) sembra ricavato dalle medievali artes epistolandi.

Il panorama contemporaneo pullula invece di ghiotte curiosità su personaggi come Proust, D'Annunzio o Pavese, Freud o Pasolini, fino a Thomas Mann e al monumentale Gramsci, di cui scopriamo che la lunghezza «perfetta» delle Lettere dal carcere era imposta dalle dimensioni del foglio fornito ai detenuti. E quale sia l'importanza sociale degli aspetti materiali di questa storia si capisce leggendo le belle pagine sulla cartolina postale, vero mito della comunicazione del Novecento, o apprezzando l'ironica tenerezza con cui la macchina per scrivere viene descritta come se fosse un venerabile reperto archeologico. La fine di questa storia, e il motivo per cui Petrucci ha deciso di scriverla, è la convinzione che la diffusione dell'e-mail abbia segnato la scomparsa della lettera: ma la nostra impressione (e quella che sembra affacciarsi nelle pagine finali del libro) è che la posta elettronica sia solo una nuova forma, anch'essa con le sue regole e i suoi supporti (ottici o magnetici anziché papiracei, ma sempre materiali), di una storia infinita di espansione del soggetto, E la sensibilità del paleografo non può sottrarsi alla curiosità di coglierne le tendenze, fino a scoprire che le famigerate abbreviazioni degli sms sono solo l'ennesima metamorfosi delle abbreviature che ancora fanno dannare un fanatico manipolo di decifratori dei codici medievali.

Claudia Gualdana su: Il foglio (19/04/2008)


Il libro si apre con Lesis, ateniese, operaio vissuto nel V secolo a.C., e si chiude con Aldo Moro e le novantuno lettere spedite dalla sua prigionia. Perché Lesis, il cui ricordo è giunto miracolosamente fino a noi, scriveva a graffio su sottili lamine di piombo, che di solito i greci e i romani arrotolavano e "impostavano" nelle tombe, per supplicare l'aiuto di defunti o divinità.

La storia dello scrivere a mano è fatta soprattutto di vita, quotidiana o meno. Di pensieri altissimi oppure molto umili, di missive colte e comunicazioni di sconcertante povertà stilistica. Una storia fatta di carteggi redatti da sovrani e pontefici ma anche, letteralmente, di liste della spesa. Ed è emozionante ripercorrerla ora che la tecnica ha relegato tra gli arcaismi di maniera un gesto universale, tuttavia reso unico dall'imprimatur talora involontario dello scrivente. Dietro l'odore della carta del libro sembra di sentire quello dei fogli di papiro compilati a inchiostro con il calamo vegetale, che le sabbie del Nilo ci hanno generosamente restituito. Nell'Egitto ellenistico, si usava ripiegare i fogli più volte su se stessi per poi legarli con un laccio e sigillarli. Fu poi la volta della pergamena e della carta vera e propria, la cui prima versione, del tutto occidentale, è italiana e nasce a Fabriano. E come dimenticare calami, pennini di metallo, aristocratiche piume, impugnate dai più conservatori, aristocratici di genio, fino alle soglie dell'era della penna stilografica? Un libro fatto di gesti, oggetti, commistioni di alto e di basso, in cui si traccia la vicenda dell'Europa impegnata a scrivere se stessa, passando dal latino alle lingue volgari. L'Europa intera, certo, anche se qui di Italia ce n'è proprio tanta. Perché l'arte moderna della scrittura nasce a casa nostra, con la carta e i suoi interpreti di prim'ordine, e perché le nostre biblioteche custodiscono archivi e carteggi da capogiro. Tesori che spaziano dal Petrarca a Giovanni Gentile, passando per un piccolo capolavoro di perfidia di Enea Silvio Piccolomini, futuro Papa Pio II.

Vissuto quando la scrittura cominciava a diffondersi anche tra i meno dotti, deride una lettera ricevuta dal mercante Ambrogio Spannocchi: “Non ho capito una sola parola e qui con me non vi fu nessuno che sapesse leggere i tuoi caratteri; dunque è come se tu non mi avessi scritto nulla”. Erano, e sono stati fino a Novecento inoltrato, tempi in cui non c'erano marchingegni sofisticati a salvare dal ridicolo una pessima calligrafia.

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