Password dimenticata?

Registrazione

Home > Catalogo > Schede > La mafia devota

La mafia devota

La mafia devota
La mafia devota
Chiesa, religione, Cosa Nostra
Edizione: 2008
Collana: i Robinson / Letture
ISBN: 9788842085201
Argomenti: Attualità culturale e di costume, Sociologia della cultura
  • Pagine 312
  • 16,00 Euro
  • Al momento non disponibile presso il nostro magazzino

In breve

Esiste un Dio dei mafiosi? Qual è il rapporto tra gli uomini d’onore e la religione? Fin dalle origini, la mafia ha attinto alla simbologia cattolica per rinsaldare i legami tra i suoi associati e attribuire dignità alle proprie azioni, creando una ‘religione capovolta’ a propria misura, cercando compiacenza e complicità tra i ministri del culto. L’assassinio per mano mafiosa di padre Pino Puglisi giunge al termine di un lento e difficile processo di maturazione che ha portato le gerarchie ecclesiastiche a una più critica sensibilità verso le ragioni della legalità. Resiste ancora oggi, tuttavia, una Chiesa dalle molte anime, in cui l’opera dei sacerdoti impegnati a diffondere sul territorio una pastorale antimafiosa si scontra spesso con l’atteggiamento di condiscendenza che altri religiosi mostrano per le ragioni del popolo di Cosa Nostra. Una Chiesa divisa, dunque, da cui il sistema di potere mafioso tenta di ricavare il massimo profitto in termini di strumentale legittimazione. In questo libro Alessandra Dino racconta una storia difficile. Attingendo ad articoli di cronaca, saggi, documenti giudiziari e parlamentari, fino ai risultati di una ricerca empirica condotta su un campione significativo di parroci siciliani, le sue pagine sondano, scavano e fotografano, interpretano scenari complessi che non si lasciano liquidare entro schemi monolitici: non esiste una sola mafia, come non esiste una sola Chiesa.

Scarica l’audio della presentazione alla Fiera del Libro di Torino 2008

Indice

Prologo All’ombra del monte Grifone - 1. Feste, processioni e labari - 2. Riti di passaggio - 3. Funerali e matrimoni - 4. Le voci di dentro - 5. Confessione e pentimento - 6. La pastorale che divide - 7. Prove di trattativa - 8. Luoghi di confine: le apologetiche sulla mafia - Epilogo - Nota dell’Autrice – Ringraziamenti - Note - Fonti - Indice dei nomi

Leggi un brano


La chiesa di Santa Maria del Gesù e l’annesso convento dei minori riformati scrutano Palermo dalle pendici di monte Grifone, a due passi da Villagrazia e dalla Guadagna, un tempo popolose borgate, oggi estesi quartieri della periferia cittadina, immersi in quel che residua della rigogliosa campagna mediterranea scampata allo scempio del sacco edilizio, la cui particolare bellezza dovette spingere il beato Matteo da Girgenti ad avviare proprio su quei costoni rocciosi la costruzione del complesso monastico, nella primavera del 1426. Scrive Giuseppe Bellafiore:

«Suggestiva era un tempo la selva circostante che, all’ombra dei secolari cipressi, aveva grotte, fontane, peschiere, un’esedra con statue di santi entro nicchie, stazioni di Via Crucis e sparsi romitori dove i frati restavano in solitaria contemplazione» (1971, p. 111).

Le cose dovevano essere cambiate sensibilmente già dopo la seconda guerra mondiale, quando presso il cimitero monumentale annesso al convento avevano trovato rifugio per diversi giorni alcuni camion carichi di sigarette americane di contrabbando e di sale prelevato a Gurgo di Sale di Mussomeli (Pantaleone 1978, p. 123).

Come che sia, forse fra Giacinto non aveva mai molto apprezzato questo luogo di solitaria contemplazione; di lui si ricorda il passo svelto con cui attraversava quel pianetto di basole grigie steso innanzi alla chiesa, per accogliere gli ospiti importanti che si recavano spesso a trovarlo e con cui scambiava un caloroso saluto proprio davanti al portale tardo quattrocentesco, decorato con i busti dei dodici apostoli sugli stipiti e il Padre Eterno tra gli angeli sull’architrave. Chissà quanti segreti gli saranno stati sussurrati a mezza voce tra le tarsie marmoree dell’abside, davanti a quell’altare secentesco su cui nel 1634 si inginocchiarono anche i messi del vicerè duca di Alcalà, recanti in dono un fonte in marmo per i frati del convento.

Erano tante, e tutte di un certo riguardo, le persone che giungevano al convento per parlare con il frate, e capitava spesso che dopo quelle riservate conversazioni egli si infilasse nelle auto dei suoi ospiti e andasse via senza dare spiegazioni, tornando per sera o anche dopo giorni. Nessuno sapeva molto di più. Nessuno voleva sapere.

Era un singolare uomo di Chiesa, frate Giacinto, al secolo Stefano Castronovo, nato nel 1919 a Favara, grosso centro dell’Agrigentino. Ancora ricordano, gli anziani della borgata, come si era piantato fieramente davanti agli uomini del commissario Angelo Mangano, dirigente pro tempore del Commissariato di Polizia di Corleone, che al convento erano andati a bussare la mattina del 28 marzo 1964 in cerca del latitante Luciano Leggio, all’epoca capo incontrastato della famiglia mafiosa di Corleone: «Qui non c’è nessuno – li aveva apostrofati bruscamente il frate – e senza un mandato di perquisizione non si entra». Mangano aveva tirato fuori dalla tasca il mandato e, in un’atmosfera di surreale silenzio, alla ricerca del capomafia corleonese, i poliziotti avevano perquisito l’intero edificio, soffermandosi a cercare con maggiore cura proprio nelle stanze del frate. La soffiata, del resto, era stata precisa: fra Giacinto gli offre rifugio in convento, forse nell’annesso cimitero, tra le cappelle gentilizie e i loculi, o forse in una pertinenza poco lontana, in mezzo ai giardini di aranci.

Quella mattina, Leggio aveva continuato la sua latitanza e gli uomini di Mangano avevano dovuto lasciare il convento, porgendo ossequiose scuse alla comunità francescana e personalmente anche a frate Giacinto. Tuttavia, le chiacchiere e le dicerie sul corpulento frate e sulle sue strane frequentazioni avrebbero continuato ad accendere il chiacchiericcio della borgata, almeno fino alle prime luci di quel 6 settembre 1980, quando, alle otto del mattino, due killer a volto scoperto avevano raggiunto fra Giacinto, sorprendendolo nella sua spaziosa e comoda cella al primo piano del monastero di Santa Maria del Gesù, sparandogli cinque colpi di revolver calibro 38 al capo e lasciandolo bocconi sul pavimento. Aveva scritto, l’indomani, il «Giornale di Sicilia»:

«Per quest’omicidio, il quarantunesimo dall’inizio dell’anno a Palermo, tutte le ipotesi sul movente possono risultare fondate: può essere un delitto di “alta” mafia o la tragica conclusione di una vicenda passionale, può trattarsi di una vendetta della malavita o di un episodio di violenza politica. La personalità di padre Giacinto era tale che nessuna di queste supposizioni è azzardata» («Giornale di Sicilia», 7 settembre 1980).

Ricerca

Ricerca avanzata

Catalogo

Edizione:
Collana:
ISBN:
Argomenti:

copia il codice seguente e incollalo nel tuo blog o sito web:

torna su