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Blues

Blues
Blues
pref. di M. Carlotto
- disponibile anche in ebook
Edizione: 2006
Collana: Contromano
ISBN: 9788842080015
Argomenti: Musicologia e storia della musica
  • Pagine 276
  • 9,50 Euro
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In breve

È il blues. È il suono più onesto e imitato della storia della musica popolare. Sgorga dal cuore pulsante della popolazione nera degli Stati Uniti d’America e incorpora sofferenza, disagio, dubbio, inquietudine, fatalismo. Come un rimedio omeopatico è in grado di liberare chi lo canta e chi lo ascolta dalle tensioni e dalle amarezze. Il blues, la musica, è il miglior antidoto ai blues, alla malinconia, alle preoccupazioni, allo spleen esistenziale. E invariabilmente piace a quelli che ne hanno più bisogno.

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L’edizione 1941 della Columbia Encyclopædia riportava, al lemma blues, la definizione di «caratteristiche canzoni secolari dei Negri con un’immanente tensione di malinconia e autocommiserazione». La sintesi è sicuramente limitativa. I blues incorporano, e trasmettono, sofferenza, disagio, dubbio, inquietudine, fatalismo, tensione, ma esprimono anche scherno, spavalderia, speranza, eccitazione, sollievo. Come fece notare il poeta e cantante Oscar Brown nell’elegia All Blues, su musica di Miles Davis: «Scuri e tristi o scintillanti e gioiosi, sono tutti blues / di tutte le sfumature, di tutte le tinte, sono tutti blues».I blues raccontano una storia compiuta. Una storia magari cruda ma pertinente all’esistenza materiale del cantante e del suo pubblico. I suoi protagonisti insistono che, a differenza delle canzoni pop o sentimentali, il blues è verità. Si propone di dar voce a fatti, disavventure, sensazioni e immagini reali che compongono il bagaglio personale dell’interprete. Poco importa che l’esperienza sia diretta o filtrata dalla tradizione, e ancor meno che i fatti si attengano con fedeltà ad autentici avvenimenti di cronaca. Il racconto attinge ad allegorie, eufemismi e metafore e all’intero lessico del patrimonio plurigenerazionale della comunità nera. È al tempo stesso la vita reale di una popolazione e la sua rappresentazione nella fantasia del singolo; libero sguardo individuale gettato sull’umore collettivo, il blues è quasi invariabilmente cantato in prima persona.[…]Più che la forma predefinita è il feeling a caratterizzare il cantante e, per estensione, l’artista di blues. Un «sentire» che lo pone in contatto diretto con la platea a cui si rivolge, che sia in uno sperduto ritrovo nel Mississippi o in un elegante casinò di Reno, in un night club di Parigi, a un raduno di bikers in Florida o a un festival a Pistoia. Il pubblico fa parte del gioco – deve reagire, persino identificarsi col racconto dell’artista. La condivisione si manifesta con evidenza quando l’ascoltatore è presente alla performance, ma avviene anche se la fruizione è remota, distante nel tempo e nello spazio, mediata dalla radio, dalla colonna sonora di una proiezione cinematografica o dai successivi ritrovati della tecnica della riproduzione dei suoni, dal disco a 78 giri ai file compressi e dematerializzati scaricabili dal web.Il rapporto di scambio, quando l’artista e il destinatario del blues sono in sintonia, è notoriamente benefico. Come nel principio base dei rimedi omeopatici, similia similibus curantur (il simile cura il simile), chi ascolta l’agrodolce litania di bad luck and troubles che affliggono l’uomo o la donna di blues è in grado di trovare temporanea consolazione alle proprie miserie quotidiane. I blues, intesi come musica, sono il modo migliore per scacciare i blues, ossia le angosce, le preoccupazioni, il senso di disagio, lo spleen. Le qualità risanatrici del blues si esercitano in maniera analoga a certa letteratura dell’alto Medioevo. Nella sua Historia calamitatum Pietro Abelardo racconta la «storia delle sue disgrazie» sotto forma di lettera a un amico immaginario. «Spesso gli esempi riescono, meglio delle parole, a eccitare o a placare le umane passioni», annuncia nel prologo, proponendosi di narrargli «tutte le sventure che mi sono capitate, affinché tu possa capire che le tue peripezie in confronto alle mie sono insignificanti o lievi» e anticipando di appena otto secoli il Sunnyland Slim di Going Back To Memphis: «Che cosa potrai fare tu, quando i tuoi guai saranno grandi come i miei?».Il sollievo nell’anonimo ascoltatore deriva dalla consapevolezza che, per quanto grame possano essere le sue tribolazioni, è impossibile avvicinarsi alla disperazione di un Buddy Guy che chiede, con voce straziata: «Che cosa può fare un po¬ver’uomo, quando i blues continuano a stargli addosso e a tormentarlo?». Paradigma del blues in minore della scuola post-B.B. King, la lentissima A Man And The Blues è scandita dai sommessi, velenosi accordi del pianoforte di Otis Spann e dalle temibili incandescenze della chitarra elettrica del leader, che dopo aver minacciato di tracannare della benzina, accendere un fiammifero, farsi saltare per aria e finalmente evaporare, trova una via di fuga alternativa nell’ultima strofa: «Ho intenzione di tornarmene giù al Sud, dove l’acqua ha sapore di vino di ciliege / perché l’acqua del vecchio lago Michigan sa proprio di trementina». Lo spaventoso repertorio di immagini appartiene al limbo delle suggestioni: l’autentico Buddy, orgoglioso figlio del Sud ed emigrato a Chicago, non si sogna di fare marcia indietro, né risulta che abbia mai concepito l’idea del suicidio. Anche se sulle rive del lago Michigan si trova benissimo, riesce a raffigurare il terrore per la solitudine della metropoli come se ne soffrisse per davvero. Il suo realismo è figurato, ma l’effetto prodotto è senz’altro omeopatico per chi è afflitto dalla nostalgia, dall’insicurezza o dai blues tout court.

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